eventi e turismo

SensibleExperienceScape [6]: lezioni dalla villeggiatura.

Lo scorso fine settimana sono stata in Calabria al Corigliano Calabro Fotografia: quattro giorni di esposizioni, workshop, letture portfolio e presentazioni. Sono state quattro giornate in cui soprattutto le persone incontrate e le relazioni umane hanno dato il timbro a questo festival. Non si trattava solo di fotografia ma pure di incontri conviviali, di chiacchiere e buon cibo, di confronti e di nuove scoperte.

L’ultimo giorno mentre ce ne stavamo tutti nella veranda dell’hotel affacciata sul Mar Ionio in attesa di partire e dunque pronti per i saluti, gli scambi di biglietti da visita, contatti, abbracci e baci, in una tipica atmosfera di attesa della partenza e di commiato, una persona coinvolta nell’organizzazione mi ha detto: “Mi sento come in quella pubblicità di Costa Crociere, dove una donna alla cassa del supermercato piange perché la vacanza è finita.”

Forse proprio perché siamo in periodo di vacanze non ho potuto non pensare che in effetti gli eventi e le vacanze hanno molto in comune.

La prima similitudine che mi viene in mente è che entrambi, vacanza ed evento, sono limitati nel tempo e nello spazio. Sono una bolla dentro la quale ci troviamo per un po’, una bolla che è diversa dalla nostra vita quotidiana, una bolla che di solito lasciamo con una sensazione di nostalgia per quel qualcosa di meraviglioso che fu.

In secondo luogo, frequentare un evento o fare vacanza hanno a che fare entrambi con il tempo libero, con lo svago, con qualcosa che rompe l’ordinaria quotidianità. Anche se è vero che i confini –  nel caso degli eventi – si fanno meno nitidi. In una vacanza i ruoli sono ben definiti: uno è il turista e uno è il cameriere di un hotel. Uno si gode il tempo libero, l’altro (al momento) lavora. Negli eventi, invece molto spesso chi lavora è comunque destinatario di emozioni: sfido un atleta olimpico o un collaboratore a un festival culturale a percepire la propria presenza solo come un dovere lavorativo.

Ma soprattutto ciò che condividono sono i tempi. E da qui vorrei partire.

I tre tempi della vacanza (e dell’evento).

Alcuni anni fa Internazionale aveva pubblicato un articolo di Drake Bennett (qui la versione originale), che raccontava di alcuni studi sul comportamento umano incentrati sulla vacanza.

Una vacanza si legge nel suo articolo si divide in tre spezzoni:

attesa, esperienza, memoria.

Non vale forse la stessa cosa per un evento? Attesa, esperienza, memoria! E non solo per lo spettatore (o il turista) ma pure per l’organizzatore: come ho raccontato nel terzo capitolo del mio libro, sul piano del management essi diventano: pianificazione, implementazione, vitalità (ovvero sostenibilità dinamica).

Ora, questi tre spezzoni suggeriscono alcune dinamiche curiose.

Gli studiosi del comportamento umano hanno scoperto che quando pianifichiamo un viaggio ci piace molto la preparazione, quasi più che la vacanza in se´. In tedesco esiste pure un sostantivo per specificare quel tipo di felicità: Vorfreude, che vuol dire gioia anticipata. Il senso di attesa ci rimane impresso nella memoria. L’aspettativa, spiegano gli scienziati, ci emoziona di più.

Non solo, ma secondo diverse ricerche di studi in campo comportamentale, rispetto a tutte le varie esperienze che facciamo in vacanza, ciò che poi ci rimane scolpito nel cervello sono le esperienze finali. Gli scienziati definiscono questa regola come peak-end rule, cioè una modalità di memorizzazione del nostro cervello per cui se tutto in vacanza è andato bene, ma poi l’ultimo giorno il conto dell’albergo risulta salato oltre ogni nostra aspettativa, questo singolo episodio condizionerà la nostra memoria sul resto della vacanza “Bella vacanza, per carità, ma che ladri!” racconteremo a tutti i nostri amici. Oppure:  una vacanza in cui avete litigato di continuo con i vostri compagni di viaggio vi offre un finale a sorpresa intensissimo. Bene, questa ultima esperienza vi farà ricordare quella vacanza come indimenticabile, anche se, durante la sua “fase esecutiva” non siete stati poco felici. “Si, vabbè, con i miei amici ci sono state un po’ di baruffe, eppure è stata la più bella vacanza della mia vita” direte con occhi sognanti.

Cosa vuol dire tutto ciò? Intanto che, come ho già raccontato altre volte in questo blog, siamo esseri umani e dunque irrazionali e dunque, quando pianifichiamo un servizio turistico (o un evento) dovremmo tenerne conto. La logica va bene per stare con i piedi per terra, ma se noi lavoriamo per offrire emozioni (ed è questo che fanno gli operatori turistici, e pure gli organizzatori di eventi) dobbiamo considerare che siamo tutti un po’ poco logici e che il modo in cui valutiamo le esperienze e costruiamo la nostra memoria non sono sempre razionalmente comprensibili. Rimando al premio Nobel Daniel Kahnemann per capire quanto è curiosa questa nostra follia. Conoscere questo nostro lato non può che aiutarci a migliorare l’esperienza di chi ospitiamo dentro un evento.

Ma attenzione: conoscere questo nostro lato irrazionale non significa manipolare le persone. Il nudge, come pratica per aiutare i nostri “clienti”, siano essi fruitori di un evento o di una vacanza può essere davvero una buona soluzione senza forzare in modo esasperato le percezioni dei nostri fruitori.

Dal turismo, però si trovano anche altri suggerimenti.

Turismo (ed evento) partecipativo.

Ad esempio, la ricerca sempre più diffusa del turismo partecipativo ci dice che molti viaggiatori oggi non vogliono sentirsi parte di una massa che attraversa superficialmente un territorio. Molti viaggiatori oggi vogliono si viaggiare, ma esplorando, entrando in contatto con il vero e non scontrandosi con la grande – e spesso – fittizia rappresentazione turistica. Vogliono sentirsi unici dentro una bolla che comunque sia autentica.

Non credo che serva una lente d’ingrandimento per andare a cercare le similitudini con gli eventi. Basta pensare agli spettatori. Voi li vedete come massa amorfa o come un insieme di individui, una piccola tribù? Perché è da qui che dipende come interagirete con loro. Saranno legittimi entrambi i modi, ma porteranno visitatori, esperienze, memorie diverse. L’evento partecipato è l’evento in cui lo spettatore diviene attore insieme agli attori. È l’evento in cui non offro una bolla di plastica, ma cerco di garantire autenticità. È l’evento in cui ascolto lo spettatore per farlo sentire davvero a casa.

Turismo (ed evento) vuol dire creatività.

E poi c’è l’ultimo aspetto che mi piace prelevare dal turismo e legarlo agli eventi ed è un aspetto che parte dalla radice, dal senso del viaggiare. Anna Maria Testa ha scritto un bel post sul viaggio e la creatività. Talvolta non serve andare lontano, basta anche solo spostarsi di poco, o basta guardare con occhi diversi un luogo conosciuto. Scoprire cose diverse stimola la creatività. E la creatività ci rende più felici, più sereni. E allora perché non pensarla in questo modo: non solo viaggiando possiamo scoprire cose nuove ma pure lavorando.  Abbiamo voglia di tirarci fuori dalla bolla, non quella dell’evento, ma quella del mondo sempre uguale nel quali viviamo? Perché non provare a portare l’esperienza creativa che apprendiamo nel viaggio anche al lavoro? E perché dentro un evento non provare a offrire una forma di esplorazione, come fosse un viaggio, agli spettatori e pure ai collaboratori? La creatività nasce negli incontri con luoghi e persone e cosa è un evento se non un incontro?

Tutto é un divenire …

E quando la vacanza finisce? Dopo un evento in genere ci occupiamo dei de briefing (trovate alcuni spunti qui e qui). Questi verbali scritti post evento pongono in sostanza al centro una unica questione: cosa abbiamo imparato?

E dalle vacanze, cosa ci portiamo a casa, oltre qualche souvenir e mille propositi?

Un mio ricordo personale …

Alla fine di un viaggio importante, di quelli che nella vita ti servono per recuperare la tua “bolla” interiore, mi mandai una lettera a casa. Mancava un giorno alla partenza, scelsi con cura la carta e la busta e come se fossi una sconosciuta, mi scrissi le scoperte (anche su di me) che avevo fatto in quel lungo viaggio, ma anche gli impegni che volevo prendere con me stessa. Esisteva giá un diario di quel viaggio, ma la lettera era un richiamo diretto per  non perdere, magari durante il volo aereo, pezzi di un bottino prezioso. È stato bello scrivermi allora ed è bello ancora oggi riprendere in mano quella piccola busta e capire a che punto sono. Perché la vacanza è solo un frammento del viaggio. Come d’altra parte un evento è solo il frammento di una trasformazione.

eventi sportivi eventi culturali

Organizzatori di eventi sportivi e culturali: alleiamoci!

È vero, io mi occupo di una parte del vasto mondo degli eventi un po‘ più fortunato, quello sportivo. Siamo più fortunati, rispetto agli eventi culturali, perché lo sport sta via via divenendo sempre più uno strumento di business. Più della cultura, lo sport riesce ad appassionare tutti e dunque le aziende ci si buttano con maggiore convinzione. In parole semplici: sponsorizzi una gara, e se vai in TV, il gioco è fatto. Non che questo non comporti altri problemi – che la cultura ancora non si trova a dover affrontare – e cioè il sistematico attacco ai valori interni sportivi a favore di una, talvolta, spregiudicata speculazione economica. Ne ho parlato spesso nel blog, ad esempio qui e affronto questo dilemma anche nel mio libro. Lo spettatore di un evento sportivo è oggi a tutti gli effetti un consumatore. O per lo meno, in questo modo è considerato dalle grandi aziende che investono milioni e milioni di euro in competizioni sportive.

Nella cultura le cose sono un po’ diverse. Intanto ci girano meno soldi, nonostante mille e mille analisi, testi, studi che invitano a investire nell’arte, nella musica, nella letteratura, perché – sia chiaro – non è vero che con la cultura non si mangia. Il pubblico è meno universale. Alcuni anni fa Baricco aveva provocatoriamente offerto dei suggerimenti per estendere il pubblico culturale (oggi si parla di audience development) attraverso investimenti pubblici nella TV e nelle scuole. Ne ho parlato in questo post. Un libro che fece molto discutere in Germania, dal titolo significativo (Kulturinfarkt) suggeriva addirittura di smetterla del tutto con le sovvenzioni pubbliche e stimolare invece un mercato intorno alla cultura, anche per evitare l’omologazione dell’offerta culturale. Lo stato finanzia una mostra di Picasso, ma non esposizioni di sconosciuti artisti magari di “opposizione”.  E poi, nella cultura, c’è un altro problema.

La mancanza di professionalità

Oggi ho letto un articolo  in cui Fabio Severino dice che, da un lato, lo stato taglia fondi per la cultura, dall’altro vuole tuttavia limitare uno sviluppo di tipo imprenditoriale. Ma soprattutto in questo articolo si dice un’altra cosa:

L’evidente lacuna di cultura aziendale che contraddistingue le (associazioni culturali ndr) le sta mettendo in ginocchio di fronte alla contrazione di finanziamenti pubblici.
Un mondo che per decenni ha offerto sussidiarietà, educazione, intrattenimento e identità grazie ai tributi della collettività, oggi è lasciato al suo destino. Probabilmente con troppo poco preavviso, sono impreparati a continuare quel ruolo sociale necessario con le risorse del mercato. Non solo perché non l’hanno mai fatto, non sanno come funziona, non hanno le competenze per capirlo e forse – aggiungiamo – perché ancora non c’è un vero mercato in grado di sostenere l’offerta.

Sport e cultura: storie parallele

E allora a me, leggendo queste righe, è venuto in mente che gli eventi culturali e gli eventi sportivi non sono per nulla distanti tra loro. È vero, la fortuna che ha lo sport, se televisivo, è quella di usufruire di finanziamenti privati solidi. Ma parimenti anche lo sport soffre di mancanza di professionalità. I motivi sono molto complessi. Ma hanno una radice comune  (radice condivisa addirittura con il calcio  per lo meno formalmente fino al 1996) .

Blasfemia, legare il calcio alla cultura? No sia mai! Proviamo però a spopolare di orpelli gli uni (eventi sportivi) e gli altri (eventi culturali) e alla radice ci troviamo le associazioni non profit che per promuovere rispettivamente lo sport o la cultura hanno iniziato ad organizzare gare o rappresentazioni artistiche.

Il non profit però non é il male. Anzi, esso è la grande e straordinaria opportunità che abbiamo, perché non siamo costretti a puntare solo al profitto per il profitto (questo è un mio vecchio tormentone), ma possiamo –  naturalmente con una necessaria gestione finanziaria trasparente e solida – concentrarci su altri obiettivi, che potrei riassumere in modo molto banale in due parole: benessere e felicità. Il benessere è quello delle persone che si divertono nel loro tempo libero. La felicità ne é il risultato: una crescita personale. Lo sport se gestito bene oltre a divertire è mediatore di messaggi importanti, soprattutto in un’epoca confusa come la nostra. Fair play, bellezza, limiti, disciplina possono essere valori che ci aiutano a orientarci. La cultura allo stesso modo diviene strumento sempre più necessario per formare una collettività al pensiero critico.

Sono entrambe enormi responsabilità. Ma ci troviamo troppo spesso incastrati nelle incompetenze e nei pregiudizi. E le cose finiscono male o sono pasticciate. Penso al problema della legacy negli eventi sportivi e penso alle frequenti polemiche sui troppi festival culturali italiani, in cui ci si chiede: a che pro? Perchè?

Le devianze si potrebbero stigmatizzare in questo modo:

  • Nello sport, anche quello minore, troppo spesso i dirigenti confondono la loro responsabilità con la passione sportiva
  • Nella cultura troppo spesso si è schizzinosi nei confronti di modalità “business oriented” che sporcherebbero la purezza dell’arte.

Si cammina su fili sospesi nel vuoto. E, inoltre, siamo incastrati nei pregiudizi. E siamo incastrati nell’ipocrisia del credere che siccome lavoriamo per il non profit possiamo concederci un lavoro non professionale. La causa – ci cantiamo – vale più di tutto, non importa se non siamo proprio bravi. È la mission che conta, non il management!

Rimbocchiamoci le maniche!

E invece la nostra sfida, nostra di organizzatori di eventi sportivi e culturali, dovrebbe proprio essere quella di diventare molto, molto bravi sul piano professionale. Di fare scelte manageriali consapevoli, di arruolare professionisti e se non abbiamo soldi, di formarli i professionisti. Di sporcarci con parole che provengono dal marketing, ma mantenendo quel sano ed equilibrato distacco che ci eviti giochetti e manipolazioni. E non per plastificare la cultura o violentare a scopi commerciali lo sport. No! Esattamente per il contrario. Se noi, organizzatori di eventi non investiamo nel management, nelle competenze, l’avranno vinta loro. Quelli che vogliono plastificare o standardizzare la cultura e violentare lo sport.

Noi, poiché trattiamo materia pregiatissima, se fossimo capaci di adottare pratiche di tipo aziendale, potremmo creare un terreno fertilissimo (e potentissimo) per uno sviluppo consapevole. E potremmo anche contaminare con valori antichi – ma così necessari – chi invece vuole solo il mordi e fuggi dello scintillio fugace, del guadagno immediato, del profitto per il profitto. Del vernissage, del red carpet e del podio in area televisiva.

La morale é sempre quella …

Forse dovremmo smetterla di lamentarci. Potremmo invece rimboccarci le maniche e imparare a fare il nostro mestiere come si deve. E contaminarci gli uni con gli altri, perché – io ne sono certa –  la forza  è con noi.


Suggerimenti

Ci sono alcuni libri che considero obbligatori. Non solo per imparare il mestiere, ma per affrontare il nostro mestiere con occhio critico. Li ho elencati in questi due post:

Altri libri che mi hanno aiutata negli anni si trovano qui:

Per quanto riguarda il web, seguo volentieri questi siti:

E forse vi può interessare questo mio post:

filosofia e management

Perché la filosofia può salvare lo sport e nutrire il management

« Chi pensa sia necessario filosofare deve filosofare e chi pensa non si debba filosofare deve filosofare per dimostrare che non si deve filosofare; dunque si deve filosofare in ogni caso o andarsene di qui, dando l’addio alla vita, poiché tutte le altre cose sembrano essere solo chiacchiere e vaniloqui.» Aristotele

Recentemente un mio amico mi ha detto che talvolta comunico troppi dubbi. Lì per lì non ci ho dato tanto peso, a queste sue parole, ma poi domenica mi sono tornate in mente. Me ne stavo sdraiata sotto un pino nel bellissimo parco del Valentino a Torino a leggere e di tanto in tanto mi chiedevo, distraendomi dalla lettura: “Chissà che opinioni ci saranno sul mio libro appena uscito?” Insomma, fluttuavano non proprio dubbi, ma quesiti.

Immaginavo i potenziali lettori e prevedevo già le loro obiezioni.

Mi piace definirmi ingenua e il mio libro a taluni potrebbe parere ingenuo. Semplicemente perché offro una possibilità agli eventi sportivi. Perché metto in discussione il depauperamento dello sport a favore di speculazioni volte solo al profitto di alcuni. E segnalo i rischi che ci sono quando un evento viene considerato solo nel suo essere e non nel suo divenire. Non solo, nel libro vado a caccia delle radici e mi chiedo da dove nasca questo conflitto tra etica, sostenibilità e speculazioni e ne identifico i luoghi di ispirazione: cioè concetti e valori che non sono per nulla di ostacolo alla pratica manageriale, al contrario, possono invece non far altro che migliorarla ed esaltarla. La mia ingenuità in realtà non solleva dubbi. Al contrario: offre risposte.

Mentre me ne stavo sotto quel pino a pensare – dunque – a queste cose, sfogliavo il settimanale tedesco “Die Zeit”, che amo perché ogni volta mi fa crescere, mi fa scoprire qualcosa di nuovo, che sia nella cultura, nella scienza, nella tecnologia o nell’economia. É una specie di Internazionale (che spesso traduce articoli da Die Zeit) tutto tedesco.

E, potenza delle coincidenze, trovo un’intervista a un filosofo tedesco, Wolfram Eilenberger, interpellato per parlare dei guai nel calcio, nella FIFA. Non è magnifico che si voglia cercare di capire cosa accade al calcio internazionale parlando con un filosofo? Ho iniziato subito a leggere avidamente l’intervista e ci ho trovato … pezzi del mio libro. Non che io sia il genio, per carità, e men che meno una filosofa. Semplicemente anch’io mi sono affidata alla filosofia per capire meglio, esattamente come il giornalista di Die Zeit. Ed è questa quella che io chiamo l’ingenuità. E forse è da qui che partono i dubbi. Farsi un sacco di domande e cercare risposte. Anche se il filosofo tedesco mi corre in soccorso e in un passaggio di questa intervista definisce l’ingenuità come un misto di ottimismo e speranza.

L’intervista è ovviamente in lingua tedesca e chi volesse (o sapesse il tedesco) trova qui la prima parte.

Mi permetto però di tradurne alcuni stralci, che trovo davvero stimolanti. Se avessi letto questa intervista in fase di redazione del libro, sicuramente li avrei citati. Lo faccio qui, come una sorta di chiosa al volume ‘Lo sport va in scena.

I due percorsi umani del calcio

Il filosofo Eilenberger, punzecchiato da Die Zeit, sostiene che nel calcio si intersecano due percorsi dell’uomo (nel senso proprio di essere umano).

Quali? – chiede l’intervistatore.

“Lo sportivo – dice Eilenberger – persegue gli ideali dell’eccellenza, che sono anche carichi di questioni etiche. Gli sportivi sono individui che si perfezionano attraverso l’esercizio. Questo esercizio sottostà a regole. L’individuo, come lo intende per esempio Peter Sloterdijk (filosofo tedesco, ndr) è un essere che attraverso l’esercitarsi tende verso la perfezione. Questa è anche l’essenza del calcio. Questo tendere (streben in tedesco) viene spesso gestito dentro le federazioni da soggetti, che incarnano esattamente il contrario degli ideali sportivi. Per così dire i gemelli malriusciti: lo sportivo – gli individui corruttibili. I quali si fanno le regole in casa e le violano durante le competizioni a cuor leggero. Questa grande contraddizione rende il conflitto difficilmente comprensibile agli occhi degli osservatori.”

E poi aggiunge che i calciatori vivono dentro un mondo chiuso, poiché è da quando sono bambini che devono tendere alla perfezione e all’eccellenza. Entrano nell’età adulta quando la loro carriera è già terminata. Vivono perciò dentro un isolamento, perché conoscono solo quel mondo lì e da sempre, isolamento che si ripercuote anche sulle federazioni.

Il secondo percorso cui faceva riferimento? – chiede l’intervistatore

“Il guadagno finanziario che si può ricavare per essere parte di questo circolo vizioso del professionismo (isolamento) non lo si vuole perdere. Questa dipendenza lega il sistema al suo interno. Nel calcio si dice da sempre “questa cosa la risolviamo internamente”. Ma questo è un linguaggio mafioso. Per di più ne deriva che il calcio è stato gestito per tempi spaventosamente lunghi in modo assolutamente non professionale. Una carriera di successo da calciatore o una particolare abilità nei colpi di testa ha portato (gli sportivi di successo) a ruoli manageriali dentro la società. Ci sono ben poche aziende di tale dimensione che sono state gestite in modo meno professionale delle società di calcio”.

Il problema del calcio? La mancanza di professionalità.

Anche nella FIFA? – chiede l’intervistatore

“Guardi – risponde il filosofo – la tragedia sta proprio qui: che da un punto di vista manageriale la FIFA di Blatter sia stata gestita male non lo ha mai fatto notare nessuno. (…)”

E il perché sia gestita male, lo spiega in una seconda puntata in edicola questa settimana: troppo spesso sono sportivi che si candidato alla presidenza o a ruoli di top management e questo porta a mancanza di competenze e problemi di integrità.

Perché appunto, il calcio è un mondo chiuso che si gestisce le sue cose dall’interno.

Trovo davvero interessante questa lettura: il calcio (ma in fondo ciò può valere anche per sport meno ricchi) si autoalimenta dall’interno, anche in termini di risorse umane e di dirigenti. Questo porta a una forma di isolamento, di chiusura, di povertà in termini di competenze e a una montagna di panni sporchi gestiti in casa secondo regole proprie. Lo sport, dentro tutto ciò, si è perso di vista, perché questo sistema, solo in questo modo sembrerebbe potersi alimentare.

La speranza, in realtà, il filosofo la esprime: ci sono alcuni dirigenti in Germania che stanno avviando “ingenuamente” una trasformazione.

Anch’io voglio essere ottimista. E sono felice di aver potuto condividere con voi queste riflessioni. In questo blog, questi temi hanno già trovato amplio spazio. Mai, tuttavia, secondo un ragionamento che mira al nucleo in modo così affascinante. Ecco perchè ascoltare i filosofi ci fa bene.

Se vi va di ricostruire stralci, decisamente più modesti, dei miei pensieri “ingenui” vi invito a cliccare qui:

Lo sport va in scena - Filosofia e management degli eventi sportivi

Va in scena il mio libro “Lo sport va in scena”

Ebbene sì: da oggi una mia piccola creatura di 159 pagine va in libreria!

Quando ho inaugurato questo blog, un mio amico, compagno di universitá mi disse: “Poi scriverai un libro!” A me sembrava una cosa incredibile e a quei tempi mi intimoriva anche solo l’idea.

Il blog, infatti, era nato con una sola esigenza: raccogliere in un luogo le tante riflessioni che – via via che procedevo nel mio lavoro – prendevano forma. Avevo bisogno di uno spazio in cui fare ordine. In cui fermarmi a pensare. In cui creare un archivio delle scoperte, delle letture, delle mie esperienze. Niente speculazioni, nè intenzioni di “personal branding”.

Poi, effettivamente a un certo punto mi sono resa conto che il blog non bastava. Per fare ordine davvero in una danza interiore di intuizioni che emergevano con un ritmo sempre più insistente, c’era bisogno di altro. Un luogo in cui potessi sviluppare in modo più articolato i pensieri che nel blog, per sua propria natura, possono solo essere accennati o suggeriti.

E così ho aperto una cartella nel mio computer che ho chiamato (e così si chiama ancora!) “forse un libro”. Ho, inoltre, comprato un bel taccuino e mi sono messa al lavoro. Appunti, disegni, grafici, citazioni … all’inizio tutto era confuso, ma una cosa mi era chiara: volevo indagare due ambiti, che nel mio lavoro sono avvinghiati l’uno con l’altro.

L’evento e lo sport. E volevo rispondere ad alcune domande.

Cos’é davvero un evento? Quale é la sua anima? In  cosa esprime potenza e dove invece é vulnerabile? E lo sport? Con tutta la retorica che lo accompagna, se lo ripulissi dai pregiudizi, cosa ne rimarrebbe. É iniziato cosi questo mio viaggio: facendo le sane vecchie e antiche ricerche bibliografiche e poi osservando, leggendo, divorando tante, tante letture. Dalla filosofia agli studi economici, dai romanzi ai dizionari.

Ma non era sufficiente. Mi si svelavano scoperte seducenti, ma non bastava. Avevo bisogno anche di materia, di cose pratiche. Di concretezza. Volevo capire se queste seduzioni potevano essere plasmate dal management. Dal fare.

Quattro anni. Fatti di pensieri, di ostacoli, di insoddidafzione, di dubbi, e di scoperte meravigliose. E quando mi trovavo dentro quel flusso magico per cui mi si disvelavano le risposte, sentivo che che potevo insistere con la mia ricerca.

Ora tutto questo ha una forma (un libro di carta), un editore (Carocci), e una vita da vivere davanti a sé.

Non é un manuale. É un viaggio. É un carta geografica dentro la quale trovare punti di approdo per non frantumare l’effimero di un evento e per non sporcare la belleza dello sport.

È il mio punto di vista  sulla possibilità che abbiamo quando maneggiamo un evento, ma anche sulla nostra responsabilitá. È un libro che mi  immagino tra le mani di studenti, di  organizzatori di eventi sportivi, di operatori dello sport in genere (dirigenti di società sportive, funzionari, collaboratori e volontari). Un libro, però, che può incuriosire anche gli organizzatori o gli studiosi di eventi in genere, i professionisti del management e del marketing, ma anche solo gente che ama le contaminazioni. I destinatari sono quelli che credono che la via dell’equilibrio e del garbo siano possibili nell’immensa industria dell’intrattenimento, pure quella che pone una competizione sportiva al centro del palcoscenico.

É inutile dire che sono felice. Ma ora, sta a voi dirmi – se avrete voglia di leggerlo – se questo viaggio può avere un senso anche per voi.

La scheda tecnica del libro e l’indice si trovano  qui.

eventi sportivi

Gli eventi sportivi uccideranno lo sport?

Pare che lo sport – e dunque gli eventi sportivi – si trovino a un bivio di quelli per nulla semplici da affrontare.
È un po’ questa la sensazione che mi è rimasta dopo alcune giornate di incontri e riunioni con la federazione internazionale di sci

Ci siamo trovati tutti a Varna, una località bulgara sul Mar Nero, che quasi quasi ci ha voluto offrire una sorta di inconsapevole monito. Varna esiste solo per il divertimento che può offrire. Orde di giovani adolescenti del nordest europeo vengono qui per riempirsi di alcool, per festeggiare un addio al celibato o la fine della scuola superiore. Musiche che si incrociano, shop che vendono borse, t-shirt, cinture e scarpe taroccate, locali – uno dietro l’altro – che urlano le loro offerte di alcolici con bibite colorate, giochi, danze, musica, schiuma, magliette e fischietti. Ma più che tutto questo, ciò che forse costituisce il vero monito è che questa Varna, quella delle spiagge e delle discoteche, è tutta finta. Una finta Tour Eiffel, una finta baita bavarese, un finto hotel viennese, un finto tempio romano, finte sono pure le palme e finti i loghi di Gucci e Armani.

Viene da chiedersi se sia finto pure il divertimento, in quanto drogato dall’alcol. Il bicchiere da un metro di tequila che ho visto è il doping di questo intrattenimento giovanile?

Ecco, pensavo a queste cose mentre sorvolavo il Mar Nero tornando a casa. Mi chiedevo: è l’esasperazione della finzione l’unica strada sicura per l’intrattenimento? O per lo meno quella più facile?

E quando lo sport si interroga sul suo futuro, deve affacciarsi anche a queste modalità?

Il dilemma

Non voglio riportare qui le discussioni sullo specifico mondo dello sci che mi hanno accompagnato in quattro giornate di incontri e confronti con altri organizzatori e funzionari dello sci mondiale. Mi piace piuttosto astrarre le opinioni sentite sul tema e spostarle su un piano più ampio, quello del mondo dello sport dei grandi eventi. Lo spunto me lo ha offerto un collega che in una presentazione ci ha detto: “È come se avessimo una bilancia. Da un lato c’è l’attrattività e dall’altra il fairness e sembra che se puntiamo sulla prima, perdiamo sul secondo e viceversa.” Pare, insomma, che per rendere lo sport e gli eventi che lo contengono più attrattivi si debba rinunciare a qualcosa che costituisce l’anima dello sport.  È questo il dilemma degli eventi sportivi e dello sport oggi?

Intrattenimento e filosofia

Mi viene in mente il calcio che di fatto oggi è più vicino al mondo dell’intrattenimento che a quello dello sport. Dell’origine dello sport ha mantenuto il tema dell’agone, del confronto competitivo, e, naturalmente quello del gioco. Ma per strada ha perso parecchi pezzi. Divenendo industria ha perso quel senso per cui lo sport è una pratica volta a migliorare l’individuo in quanto Mensch (uomo). L’atleta filosofo è ormai roba antica.

Lo sportainment (ne ho parlato qui e qui) è forse oggi l’evoluzione naturale dello sport? Sicuramente il calcio lo è.

Se non siamo in grado di costruire narrazioni epiche e fortemente emozionali per il pubblico, soprattutto quello giovane, ovvero quello del futuro, che chiede sempre di più e sempre più velocemente e che è affamato di emozioni, beh, non troveremo chi finanzia lo sport e gli eventi che lo portano in scena. Investire in qualcosa che non ha seguito è pura e arcaica filantropia.

Lo sport (il suo senso filosofico), insomma, ha perso pezzi per strada per poter essere venduto. E d’altra parte senza il mercato, nessun atleta oggi potrebbe gareggiare dentro circuiti internazionali. Che fare, dunque? Lo sport, così come veniva presentato nel secolo passato è roba per vecchi, pare. Nello sci –  ho scoperto –  il pubblico televisivo è prevalentemente over 50. I giovani si annoiano a seguire una gara in TV secondo il modo tradizionale. A Falun, in Svezia, in occasione dei Mondiali di Sci Nordico 2015 si é cercato di rispondere a questa distanza con una app davvero innovativa, ma anche molto costosa.

Ma non solo lo sci è dentro questa trasformazione. Si calcola che fra qualche anno non ci saranno più record da battere. Come faremo a emozionare senza il brivido del record mondiale dei 100 metri?

Bello, cioè vero

Forse la risposta si trova proprio nel calcio. La struttura di una partita è sempre la stessa: due squadre, 11 giocatori, un pallone. Vince chi fa più goal. Nel calcio non sono state introdotte capriole o spaccate obbligatorie per rendere più spettacolare una partita. Non sono state inventate formule strane. La partita è identica a quella di 100 anni fa. Ciò che sono cambiati sono la narrazione e il contenitore. La partita è diventata un evento. È costruita come una straordinaria e davvero epica messa in scena (basti pensare al senso di attesa generatosi in questi giorni per la finale di Champions League).

È questa la strada? Gli sportivi magari non saranno più paragonabili all’atleta filosofo dei Giochi Greci, ma continueranno a battersi per la vittoria. Taluni lo fanno per gloria altri per contratto. E intorno a loro gli sponsor garantiranno divertimento. Forse è questo che  disorienta: l’atleta da solo non è più in grado di sedurre. Per farlo ha bisogno del mercato.

Il mercato, tuttavia, non è il male. Riporto una citazione di un filosofo dello sport già comparsa in questo blog lo scorso anno:

«Se noi praticanti e spettatori sviluppassimo una sensibilità per la bellezza dello sport eticamente modellato sui suoi valori specifici interni quali l’equità, il rispetto, la giustizia e la meritocrazia, i problemi esterni quali il profitto e la mercificazione non ne eroderebbero i valori interni. Infatti il profitto e la mercificazione finirebbero per seguire questi valori, mettendo il business in linea con l’etica dello sport, raffinandone la pratica»

Forse il dilemma attrattività-fairness sta tutto qui. Forse è possibile trovare un via di mezzo che aiuti lo sport a finanziarsi e crescere e che lo faccia senza sporcarsi troppo. Forse, ecco, bisognerebbe pensare a uno dei significati di fairness, che non è solo giustizia ed equità, ma è anche bellezza.

Un risposta (provvisoria) allora potrebbe partire qui: la bellezza è tale solo se è vera. E forse la vera grande sfida dello sport oggi consiste nel rispondere a una società che è ben diversa da quella di anche solo 30 anni fa, e che chiede divertimento con modalità nuove. La sfida sarà rispondere a questi bisogni restando bene ancorati al vero, all’autentico.