Cosa vuol dire mettere il cuore negli eventi?

il cuore negli eventi Il settore dell’organizzazione di eventi, un po‘ come quello del calcio, è pieno di allenatori dilettanti che pensano di possedere la ricetta per vincere i Mondiali e la forma perfetta; ma  di là del bar sport è meglio che dei moduli e degli schemi si occupino i professionisti.

Come non condividere questa frase che ho trovato in un libretto acquistato un po’ di tempo fa e letto quest’estate. Chi organizza eventi conosce bene la frustrazione del chiacchiericcio che di falsi esperti che sanno sempre dove sbagli e come andrebbero fatte le cose, salvo poi scoprire che la loro visione è di superficie. Talvolta, lo confesso, capita anche a me: esprimo un parere a caldo, dico la mia, senza aver davvero raccolto un numero di informazioni tale da consentirmi un giudizio equilibrato. In fondo siamo un po’ tutti mister tuttologi.

Un libro sugli eventi

Il libretto in cui ho trovato questa frase si chiama “Organizzare eventi tra tecnica e cuore” e porta un sottotitolo ambizioso: manuale teorico pratico per ideare e realizzare ogni tipo di evento. Gli autori sono Pamela Tavalazzi e Paolo Regina.

Il sottotitolo è in effetti un po’ sfortunato. Questo libro non è un manuale. Basta scorrere l’indice per rendersi conto che affronta alcuni aspetti dell’organizzazione di eventi, ma non tutti (opera peraltro impossibile in una società contemporanea infestata di eventi dalla cultura allo sport, dalla promozione sociale al marketing aziendale).

Perché non comprare questo libro

Anche l’ordine dei temi non segue, almeno a me pare, una coerenza operativa: dalla scelta della “location” all’evento ecosostenibile, dal saper dire si o dire no ai partner, a come interpretare i segnali della comunicazione non verbale quando si incontra un committente, e poi, da facebook alla grafica del materiale promozionale c’è un po’ di tutto. Ecco direi che tutto ciò, anche nella lettura appare un po’ confuso. Un manuale dovrebbe guidarci dall’inizio alla fine, settore per settore. Esiste in questo senso un manuale che io adoro, ed è opera di australiani e affronta davvero tutti gli aspetti operativi e le diverse funzioni di un evento. Quello si è un signor manuale! (Lo trovate qui, nella mia biblioteca)

Dunque: se cercate una guida su come organizzare un evento, non comprate questo libro.

Perché comprare questo libro

Eppure, se organizzate eventi o ne volete organizzare, dovreste ciononostante comprarlo. Non è un paradosso, è che il sottotitolo svia, e forse sarebbe stato più esatto scrivere: consigli per realizzare ogni tipo di evento.

Il titolo è invece più efficace. E tuttavia, io l’ho comprato non per il titolo, ma perché tutto ciò che ha a che fare con la letteratura dell’organizzare eventi mi interessa e – confesso – un po’ di titubanza l’ho avuta per quella parola cuore, che oggi troppo sposso è vista come qualcosa di buonista, dove alla fine il bene e il buono prevalgono.

A scanso di equivoci: sono contenta di aver letto questo libro. Liberandomi dalla confusione che mi ha causato l’indice, alla fine rimane il cuore, l’anima, che mi piacere chiosare in questo modo: coerenza, onestà e etica.

Ulalà, se non è buonismo questo.

Per non essere stucchevole (non vorrei disorientare i miei lettori abituali), vi propongo  alcune frasi, che a mio avviso dicono molto di più di ciò che il titolo suggerisce.  Parlano di responsabilità verso sé stessi in quanto organizzatori, verso la committenza e verso il luogo che andiamo a invadere con la “festa”.

Il cuore del luogo, ovvero rispetto per il luogo.

La prima cosa da fare è andare sul luogo.

Vivere quel luogo, camminare per le sue strade, sentirlo nella testa e nel cuore, guardare la gente come si muove, come vive quel posto e poi osservare: ancora più semplicemente farsi permeare dal contesto …

L’importanza dei collaboratori

La forza e l’entusiasmo del team organizzativo si riflettono sull’evento e quindi sul risultato finale. Se la squadra è stanca o demotivata, il risultato è coerente con quel mood…

Ma attenzione, e questa nota è mia, non ha alcun senso organizzare incontri di motivazione. La motivazione è naturale se:

  • Le responsabilità sono chiare
  • La visione è condivisa
  • I capi lavorano e non fanno i capi
  • I singoli individui possono mettere dentro il lavoro di squadra le proprie qualità e vivere l’esperienza del lavoro e dell’evento imparando e crescendo

La responsabilità di lavorare fino alla fine

Quando accettiamo un lavoro portiamolo a termine – “fare il proprio dovere a costo di crepare” – scrive Enzo Bianchi – altrimenti non accettiamolo affatto. A volte si desiste solo se non siamo sicuri di essere in condizione di dar il meglio.

Può capitare di essere arruolati per organizzare un evento o coprirne un tassello. Prima di accettare, è bene valutare bene il contesto e la fattibilità. Meglio rifiutare se le condizioni non sono date, una volta accettata la sfida non si può tornare indietro. E capitato pure a me di aver accettato un incarico e la lusinga di essere chiamata in squadra ingenuamente mi ha fatto dire sì subito, senza condizioni. Poi mi sono trovata dentro una situazione molto complessa, difficilmente realizzabile e ho passato davvero notti insonne pensando che non ce l’avrei mai fatta. Alla fine ho tenuto duro, e ho letteralmente vinto. Ma l’esperienza mi ha insegnato che d’ora in avanti, prima di accettare un lavoro mi prenderò il tempo necessario per valutarne la fattibilità. Distruggersi per un evento, davvero, non ne vale la pena.

Le parole sono importanti

Non importa cosa organizziamo, un piccolo evento di provincia piuttosto che un grande evento, importa come facciamo il nostro lavoro e cosa comunichiamo, le parole che useremo.

Le parole non solo una bella confezione. Con le parole noi interagiamo con il mondo e dunque dal nome della manifestazione agli slogan a, non meno importante, il linguaggio che usiamo a livello di management, il nome che diamo alle funzioni deve essere chiaro. Per questo suggerisco di optare il più possibile per l’italiano, almeno siamo certi che ciò diciamo sarà compreso, senza fraintendimenti.

Ecco: questo libro, apparentemente leggero e delicato, andrebbe letto semplicemente per ricordarsi che se parliamo di cuore, parliamo di etica, di trasparenza, di onestà. Un evento è come una folata di vento che arriva e poi sparisce e affinché questo vento non sia un tornado distruttivo, ma una brezza nutriente, quello che Tavalazzi e Regina chiamano “cuore” non va mai sacrificato.

Altri consigli di lettura per l’organizzazione di eventi si trovano qui:

Sensbible Event Managenet – Biblioteca

 Immagine: http://www.pinterest.com/allthatjas/

A piedi nudi nel prato

blog estate

Tutto tace? Non arrivano post?

Nulla di grave, è solo estate. E il mio blog ed io stiamo ricaricando energia passeggiando a piedi nudi nei prati.

Fuori, nel mondo, é come essere dentro una centrifuga. Tutto é in movimento e il modo di vivere, fare e raccontare gli eventi sta cambiando in modo rapido e affascinante. Sará un autunno ricco di spunti e idee.

Ma per accogliere tutto questo, ora ci vuole un po’ di silenzio e di vuoto.

 

Buona estate a tutti!

Perché dovremmo ringraziare la Nazionale per la sua sconfitta.

Brasile 2014 - Italia allo specchio - foto di Non è che nella partita contro l’Uruguay ci siamo arrabbiati tanto perché ci siamo visti allo specchio?

Mi colpisce sempre seguire le onde emotive che segnano le nostre reazioni ai successi e agli insuccessi sportivi. Ricordo i tempi di Alberto Tomba: i deliri di una nazione. Non ho però nemmeno dimenticato, come alle sue prime débâcle quella stessa nazione lo aveva abbandonato.

La stessa cosa è accaduta nel giro di poche settimane in Brasile. L’Italia contro l’Inghilterra era la squadra che ha giocato con il cuore, un Italia mondiale, un Balottelli eroe. E le macchine giá scorrazzavano suonanti per le strade delle città. Poi, primo choc contro il Costa Rica e infine la caduta pochi giorni fa. E i toni nei giornali e nei commenti al bar sono cambiati drasticamente. Una vergogna, stipendi troppo alti, ragazzi viziati, lavorare è un’altra cosa e così via. Prima: grande amore, poi un respingimento altrettanto estremo. È un paese schizofrenico il nostro? O forse la verità è che vedendo quell’Italia ci siamo visti allo specchio e ci siamo spaventati?

Tanti sono stati i dibattiti su quella sconfitta come immagine di un paese che non c’è.

E ci ho pensato pure io, se buttarmi anch’io nella mischia o lasciar perdere. Alla fine ho deciso: mi affaccio a questo mischia con due considerazioni.

La sconfitta vissuta da italiana

Forse questa sconfitta ci ha fatto bene.

Se avessimo vinto, ci saremmo dimenticati che in questo paese le cose non vanno per nulla bene e forse, con un po’ di arroganza e di presunzione avremmo concluso che in fondo, noi italiani, siamo i migliori. Non che questa sconfitta sia imputabile al sistema paese, per carità. Ma certo le cose non avvengono mai per caso.

E allora questa sconfitta sembra davvero un po’ lo specchio di un paese, che entra in campo per pareggiare e non per vincere, che non combatte, non si rimbocca le maniche, che è slegato. Facili, fin troppo facili metafore, mi rendo conto.

Eppure sono anche utili metafore. Perché se da un lato ci si dice che dobbiamo guardare al futuro e che un po’ di ripresa forse c’è, pigramente forse abbiamo pensato che supereremo tutto questo con leggerezza, senza fatica. E invece non è così. Se avessimo vinto ci saremmo dimenticati che la rinascita di questa nazione impantanata sta solo nel lavoro serio, duro, nelle persone brave al posto giusto, e che soprattutto la ripresa dipende anche da noi, non solo dal “mister”. Possiamo prendercela con con un arbitro (l’Europa?) o con Suarez (la Merkel?), ma se non ci mettiamo a lavorare sodo, la nostra bellezza, la nostra creatività, il nostro sole e il nostro cibo buono non saranno sufficienti a salvarci. Né il nostro Rinascimento (leggi: vittoria del 2006).

Ed ecco che ce la prendiamo con questi ragazzi strapagati perché ci hanno deluso. Hanno rotto il sogno. Ci hanno fatto vedere la realtà. Ce l’hanno sbattuta in faccia con la loro indolenza. La nostra stessa indolenza che ci porta a non avere metodo nel lavoro. Esempi banali, banalissimi? Non rispondiamo alle mail. Ci cercano e noi non richiamiamo. Teniamo in sospeso persone e risposte. Per firmare un contratto ci mettiamo mesi e mesi. Non paghiamo chi lavora per noi. Arriviamo tardi agli appuntamenti. I processi decisionali sono contorti e infinti e alla fine, quando finalmente decidiamo è troppo tardi. E ci lamentiamo di continuo. Ma noi, noi, quando lavoriamo, come lavoriamo? Con metodo? Diamo precedenza alle competenze o agli amici? Paghiamo il giusto le persone? Elaboriamo solide strategie o cavalchiamo l’onda? Ripeto, le similitudini trovano il tempo che trovano, ma mi chiedo perché ce la prendiamo tanto con la Nazionale, quando nel nostro quotidiano al lavoro ci comportiamo allo stesso modo? Dovremmo forse ringraziare questa squadra perché ci ha fatto vedere come siamo noi. Certo, senza i loro milioni di euro, ma il punto non è questo. Se un lavoro è fatto bene, molto bene, è giusto che sia pagato.

Quindi: ben venga questa sconfitta, a patto che da essa impariamo a non essere come quella squadra. A patto che puntiamo il dito verso noi stessi e decidiamo di diventare un macchina da guerra che lavori seriamente e lo dimostri ogni giorno, fin nelle piccole cose, anche solo nel rispondere a una mail in tempi decenti.

La sconfitta vissuta da organizzatrice di eventi sportivi.

Questa sconfitta ha evidenziato un altro aspetto che riguarda invece il tema sport. Anche su questo tema si è dibattuto molto. Radio Tre ha dedicato una trasmissione (Tutta la città ne parla) alla quale ho partecipato anch’io (se vi interessa potete scaricare il podcast qui).

Di nuovo, allo stesso modo appare uno specchio: quello di una nazione sportiva priva di strategie nella crescita di giovani atleti, priva di educazione allo sport, povera di competenze manageriali, debole nel marketing oltre i diritti TV. Il focus è soprattutto dentro gli stadi. La frustrazione ormai è tale che guardiamo alle squadre estere (Manchester e Bayern) con uno stato di ansia, di fretta, di consapevolezza dei nostri ritardi.

Ebbene, di nuovo una sconfitta, allora, che può essere affrontata con un grazie, perché ha evidenziato che in realtà non tutto è perduto e che molto, davvero molto, si potrebbe fare. In fondo, non è bello stare in un paese in cui c’è ancora molto da costruire? Il tema degli stadi, della vita dello spettatore, della conversione della giornata della partita in un giornata di intrattenimento e festa è più attuale che mai.

Un tema che a me sta molto a cuore e i miei lettori lo sanno perché ne ho scritto più volte.

Non sanno però che quando avevo seguito un master anni fa al Sole24Ore, avevo proprio fatto la tesina su questo tema (tesina da master part time, sia chiaro!). Perché il fatto è che investire nello stadio, significa aumentare anche il cash flow oltre che portare valori diversi sugli spalti. Sono soldi immediati che portano gli spettatori. E le statistiche delle altre società mostrano come davvero questa sia una buona strategia per non dipendere solo dai diritti TV.

Non vi tedio con cose giá scritte più volte, ma ecco, se ci fosse l’interesse, questi sono i post in cui ho trattato il tema.

Spettatori, calcio e strategie negli stadi

Management, sport, made in Italy

 

Immagine: Pinocchio_Rome / Steven StevenC_in_NYC-Flickr

Perchè non è il business il vero nemico dello sport.

Ute Lennartz-LembeckSiamo davvero sicuri che business e sport, se uniti, producono il male?

Nel mondo dello sci italiano in questi giorni è accaduto qualcosa. La famosa località Cortina d’Ampezzo si è candidata per la quarta volta ad ospitare i Campionati Mondiali di Sci nel 2019 ed è stata battuta, per un solo voto (9 a 8) dalla piccola località svedese, Are, che giá aveva ospitato i Mondiali nel 2007.

Il dibattito che si è aperto mi stimola a fare una riflessione, che prescinde lo sci, e investe le due grandi dimensioni: sport e business. Perché a leggere i commenti sull’esito di questa bocciatura, mi sono resa conto che tutti, pur dicendo cose opposte, sottendono una stessa lettura.

Vediamo in che senso.

Sport e business

Prendo due interpretazioni opposte.

Cortina2019 dice ha vinto il business, ha perso lo sport:

Tweet Cortina2019

La rivista Race Ski Magazine dice ha vinto lo sport, hanno perso gli interessi politici:

race

Cioè uno dice che ha vinto lo sport, l’altro dice che lo sport ha perso.

Entrambi dicono che o è sport (cioè bene) o è business e politica (cioè male).

Come se lo sport, per potersi sviluppare non avesse bisogno di business e politica, come se lo sport fosse una bolla, estranea al nostro mondo, capace di autogenerarsi. Ma senza business non ci sarebbe sport. Business vuol dire attività economica. Ecco allora che senza attività economica gli atleti non potrebbero nemmeno procurarsi gli attrezzi per gareggiare e non troverebbero campi di gara.

Mega eventi si o no?

È un dato di fatto, tuttavia, che i grandi eventi sportivi sono ormai troppo spesso osteggiati. E si urla allo scandalo perché lo sport è tradito. Ma l’evento in sé non è un male, è come la televisione: dipende che uso ne faccio. O come una macchina: dipende da come la guido.

E la colpa non è del business, in quanto attività economica, né della politica, in quanto attività strategica e di governo.

Scrive Andrea Lucchetta su pagina99: “La politica ha sempre giustificato le spese legate ai grandi eventi sportivi con mirabolanti promesse di ricadute economiche. Il problema è che non ci sono prove a sostegno di questa tesi, a spulciare l’andamento delle economie.”

Io non sono totalmente d’accordo. Certo Atene 2004 è un pessimo esempio e temo lo sarà anche Brasile 2014, viste le premesse, e lo fu certamente Italia 90. Ma Barcellona 1992 fu un esempio di rilancio non solo di una città, ma di una nazione, democratica da meno di vent’anni. Germania 2006, quella del nostro Mondiale, è stata una straordinaria occasione per far conoscere al mondo una Germania amichevole, aperta e dinamica contro ogni pregiudizio figlio del secolo passato e il turismo è cresciuto, soprattutto quello culturale, secondo il National Brand Index. Dopo quei Mondiali il calcio europeo è cambiato, orientandosi ancora più al pubblico, allestendo un intrattenimento sano per gli appassionati di calcio. O ancora, Londra 2012: ha ristrutturato un pezzo di città, ci ha portato impianti sportivi, oggi sempre pieni di bambini, con lo scopo di riavvicinare la popolazione allo sport.

La colpa sta nel vino o nell’ubriaco?

Generalizzare allora è pericoloso perché ci impedisce di individuare le responsabilità. Viktor Frankl, nel suo bellissimo libro “L’uomo e il senso della vita” contesta l’idea di una responsabilità collettiva. La responsabilità è sempre individuale e se noi contestiamo gli eventi in senso assoluto, rechiamo danno allo sport, che tutti citiamo come dimensione salvifica e sempre tradita, ma anche ai paesi che volessero ospitarli. Ci sono mega eventi che hanno certamente migliorato le condizioni delle comunità. Non tutto è da buttare, dunque. E soprattutto i processi sommari ai mega eventi, o al business che attirano, non possono aiutare a migliorare. Ripeto: non è l’evento il problema, è semmai chi lo governa male.

Lucchetta ancora scrive: “Mondiali e Olimpiadi in altre parole si traducono in un trasferimento di risorse dai contribuenti a una serie di gruppi di interesse, sia interni che esterni al paese organizzatore.”

Purtroppo ciò è spesso vero e purtroppo ciò porta poi ai processi sommari. Sochi 2014, l’Olimpiade più cara in assoluto, è stata un business per pochissimi. Ma sta allora al CIO proteggere il suo brand ed evitare tutto ciò (ne ho parlato qui). E gli scandali intorno alla FIFA certamente non fanno bene.

Chiamala se vuoi … corruzione.

Però accade anche che la Sony giapponese ha chiesto chiarimenti sui Mondiali del Qatar, perché un’inchiesta del Sunday Times ha rivelato che sono stati pagati 5 milioni di dollari in mazzette per corrompere i delegati che hanno assegnato i mondiali agli arabi. Certamente la Sony vuole tutelare la propria immagine e dunque il proprio business. Ma mi pare un segnale forte e questo è importante.

Ma soprattutto ciò che è accaduto e che sta accadendo nel Qatar (sfruttamento di operai schiavi nei cantieri) non può essere usato come argomento per condannare il business legato allo sport in senso assoluto. Ciò che è accaduto nel Qatar è corruzione ed è illegalità.

Se in Italia la classe politica è incapace e inetta e lontana dalla realtà ciò non significa che la politica è un male, perché ciò che fanno quelle persone dentro i palazzi non è politica, anzi è un tradimento della politica.

La stessa cosa vale per il business e qui non posso non rimandare al più volte citato libro dentro questo blog: “Ho studiato economia e me ne pento” di Florence Nouville. L’economia non è un male, anzi è una disciplina al servizio della società, è l’uso che se ne fa che può essere dannoso. E di nuovo torniamo al tema della responsabilità. Business inteso come scambi economici per aumentare il valore é una cosa. La corruzione è qualcos’altro

E i mega eventi sportivi non sono un male. Diventano un male se sono solo strumenti speculativi per pochi. Se a gestirli sono persone disoneste. E non dico nemmeno manager disonesti, perché i fondamenti del management sono la responsabilità e l’etica. E dunque, come se ci fosse un giuramento di Ippocrate, queste persone non hanno solo violato la legge, ma hanno tradito i presupposti del proprio mestiere. Expo insegna.

Le parole giuste

Il mio allora è solo un invito: proviamo a usare la parola business nel suo senso positivo e a dire che non è il business a rovinare lo sport, ma lo sono la corruzione, l’illegalità, la speculazione oligarchica. E non dimentichiamoci mai: lo sport è di questo mondo e la corruzione è di questo mondo e pensare che lo sport, per il suo valore interno di lealtà, solo per questo possa essere immune dalle brutture, è molto naif. Anzi, proprio per questa sua bellezza, perché terribilmente attrattivo, dobbiamo sforzarci ancora di più per proteggerlo, .

Modelli virtuosi di sport e politica e business ce ne sono. Impariamo da loro.

O ascoltiamo i filosofi. Scrive Emanuele Isidori

«Se noi praticanti e spettatori sviluppassimo una sensibilità per la bellezza dello sport eticamente modellato sui suoi valori specifici interni quali l’equità, il rispetto, la giustizia e la meritocrazia, i problemi esterni quali il profitto e la mercificazione non ne eroderebbero i valori interni. Infatti il profitto e la mercificazione finirebbero per seguire questi valori, mettendo il business in linea con l’etica dello sport, raffinandone la pratica»

Infine mi concedo un ultimo comento sulla questione di Cortina: e non me ne vogliano i miei amici, ma se di business dobbiamo parlare, penso, che con la sconfitta di Cortina abbia perso proprio il business. Cortina è più attrattiva per investimenti di sponsor e Cortina, a differenza di Are, ha bisogno di infrastrutture e dunque il Mondiale avrebbe messo in moto un’economia importante sia in termini di posti di lavoro nell’indotto, sia come punto di partenza per un rilancio.

A Cortina secondo me ha perso il business nel senso di imprenditorialità e sviluppo, e dunque ha perso anche lo sport italiano che di questa imprenditorialità ha tanto bisogno.


Immagine: Ute Lennartz-Lembeck – B-Arbeiten – Utopia Street Art

Come andare allo stadio ed essere felici

Lo stadio e lo spettatoreUno stadio di calcio può essere felice?

Questa domanda me la pongo ogni volta che vedo scene di violenza dentro i nostri stadi. Facce brutte, striscioni aggressivi, colori scuri, musi incattiviti. E ogni volta che vedo queste immagini mi dico che il calcio, il nostro sport nazionale, è appunto sport o dovrebbe esserlo anche nel modo in cui viene vissuto e che se anche non è più sport (ne ho parlato qui) è almeno sportainment, che vuol dire intrattenimento.

E intrattenimento vuol dire gioia. E allora cosa centrano i brutti musi incarogniti con la gioia?

La bella notizia è che uno stadio felice è possibile. E la notizia ancora più bella è che uno stadio felice fa guadagnare. Un guadagno che io vedo su più più fronti, non solo quello economico delle società, ma anche quello umano, quello delle relazioni tra le persone.

FootballAvenue e la sfida per un calcio migliore

Ho assistito ieri a un forum unico in Italia, che alla sua seconda edizione, vuole proprio stimolare un confronto in questa direzione. Sul modello di incontri simili in altri paesi – mi vengono in mente quelli organizzati da Sponsors in Germania (ne parlai qui) -, FootballAvenue ha radunato dentro uno stadio, quello della Juventus, club e aziende, esperti nazionali e internazionali non solo per fare business, ma anche per confrontarsi su esperienze possibili e per stimolare l’Italia a recuperare il suo ritardo rispetto ad altri paesi europei.

Per me, che ho tanto a cuore lo spettatore, è stata una bella occasione. E gli stimoli sono stati moltissimi. Ne elenco alcuni, partendo dalle note dolenti.

Germania – Italia 1:0

Alberto Colombo, direttore marketing della European Professional Football League, ha presentato statistiche sulla vendita dei biglietti nelle partite in Euoropa. La Germania svetta in pole position con numero da capogiro, circa 45.000 biglietti in media venduti per partita. L’Italia si trova solo al 4. posto dopo Inghilterra e Spagna, con valori decisamente bassi. Se poi si guardano i dati della serie B, il quadro è ancora più desolante. Uno dei motivi per questo gap è la sicurezza, ma come ha spiegato Colombo, più che un problema reale la sicurezza è un problema di percezione. La gente pensa che sia pericoloso, perché evidentemente la comunicazione sugli scontri è più efficace di quella sulla festa sportiva. Mancano però anche tecnologie e servizi dentro gli stadi che consentano al pubblico di interagire con la partita in modo attivo dentro un luogo accogliente e divenendo attori e narratori del match.

Lo stadio  social

Niels Roine  ha raccontato come il bisogno coinvolgimento del pubblico tramite mobile è cruciale. La gente partecipa e partecipando registra la sua presenza tramite tweets, foto, e post e così svela i suoi comportamenti, racconta chi è e cosa ama. Provocatoriamente Roine ha detto che se vuoi conoscere bene il tuo spettatore basta andare su Google. Li si trovano tutte le nostre tracce. E la cosa affascinante è che proprio grazie a questa interazione oggi è possibile aumentare la partecipazione e dunque la felicità dello spettatore e così facendo aumentare il numero di spettatori, che vogliono sentire l’aria dello stadio digitando sul tablet e così facendo, infine, aumenta l’interesse degli sponsor, aumentano le vendite di cibo e bibite e merchandising e si crea una nuova fonte di ricavi per le società. Lo stadio, cioè, migliora la sua qualità vedendo nello spettatore un cliente. Per alcuni forse ciò è un male. Me ne rendo conto ed io stessa non amo lo sfruttamento per lo sfruttamento, ma qui si apre una opportunità: lo stadio può divenire un parco divertimento, dove il divertimento è dato da partecipazione, emozione, cibo, museo, tweets, foto, video, incontri, musica e così via.

Lo spettatore disertore

La sociologia parla di mediazione emozionale quando si riferisce all’intrattenimento. Ora, se questa mediazione si occupa di emozioni pulite, sane, pure, di passione vera per il calcio, di bisogno, come dice Michel Maffesoli, di fratellanza, di condivisione, di esperienza qui e ora e se il problema che abbiamo negli stadi italiani è che invece le emozioni che prevaricano tutto il resto sono quelle della passione per lo scontro o per la divisione, ebbene allora forse dovremmo davvero cercare di rivedere lo stadio al suo interno e pensare allo spettatore che vorrebbe andarci, e non a quello che col muso arrabbiato si presenta ogni domenica al nostro cancello. Dovremmo chiederci: chi è il nostro non-cliente? Chi è che non compra i nostri biglietti? E perché non li compra?

Le risposte probabilmente si trovano su due livelli, quello dei servizi base e quello della personalizzazione. Vogliamo essere trattati bene, ma vogliamo anche sentirci speciali.

Lo spettatore trattato bene

L’esperienza parte dal momento in cui a casa decido di andare alla partita e compro un biglietto on line. In tedesco quello che provo si chiama Vorfreude: gioia anticipata. Dopo questo primo momento, entro in una sorta di corridoio virtuale, il percorso che dal mio clic di acquisto del biglietto mi conduce all’esperienza partita. Le possibili tappe (o anche i possibili momenti di verifica inconsapevole, che andranno a comporre il mio giudizio finale) sono:

  • Uscire di casa
  • Prendere un mezzo pubblico o la macchina
  • Arrivare e parcheggiare facilmente
  • Indirizzarmi senza problemi al mio cancello
  • Trovare uno steward sorridente che mi dà il benvenuto e mi augura buon divertimento
  • Stare fuori nel chiosco e sentire la musica mangiando un hot dog
  • Entrare nello stadio e sentirmi in un tempio
  • Mangiare ancora qualcosa in un ristorante che a scelta può essere gourmet o fast-food o pizzeria o tex-mex
  • Andare al museo e scoprire pezzi di storia che non conoscevo
  • Comprare un gadget della squadra
  • Andare alla toilette (che in quanto signora esigo sia pulita!)
  • Bere un buon caffè e mangiare un dolce goloso
  • Fotografarmi con gli amici e postare le immagini
  • Interagire via web con altri amici o semplicemente tifosi e incontrarli e farmi nuovi amici
  • Giocare a calcio con un dispositivo elettronico
  • Entrare finalmente in tribuna e prendere posto su una poltrona comoda anche se ho il preso il biglietto più economico
  • E, fischio d’inizio, godermi la partita
  • E poi, dopo, fermarmi a mangiare un ultimo boccone
  • Postare un’ultima immagine su instagram
  • Prendere la macchina e senza ingorghi, uscire dal parcheggio
  • E infine, arrivare a casa e scoprire nella mailbox che la mia squadra mi ringrazia per essere stata con loro tutto il giorno

Lo spettatore speciale

E se tutte queste cose le volessimo personalizzare, allora proviamo a immaginare che lo spettatore sia:

  • Un giovane al suo addio al celibato in uno skybox personalizzato
  • Un bambino con i compagni di classe per la festa di compleanno
  • Un imprenditore con i suoi clienti per un’azione di pubbliche relazioni
  • Un gruppo di amiche che vogliono godersi una partita senza uomini, anche loro, dentro uno skybox personalizzato
  • Una famiglia con bimbi piccoli, affamati e infreddoliti, ma ostinati a seguire i propri campioni
  • Un gruppo di stranieri in vacanza in Italia che vuole godersi un match dal “sapore” italiano

Le categorie sono infinte. E per ognuna, oltre ai servizi base, ci sono le personalizzazioni. Ci sono mondi e universi che si possono aprire e che si possono conoscere perché oggi la tecnologia ce lo consente.

stadio feliceEcco, io penso che se ce la fanno gli altri ce può fare anche l’Italia. Che questi spettatori troppo spesso se ne stanno a casa e sono quelli che non solo farebbero guadagnare soldi alle societá, ma sono anche quelli che riporterebbero la passione “antica” dentro uno stadio. Quella passione che ti porti dentro per sempre e che ti fa dire: anche se oggi abbiamo perso, ci siamo divertiti un sacco.

O che farebbe dire a me: anche se non sono un’esperta di formazione e tecnica del gioco, che splendida giornata ho appena passato.


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E poi i due già citati nel post: