event management senza stress - stefania demetz

Event manager, ovvero stress da top five?

Chi ambisse a „fare eventi“ immaginandosi una vita piena di luci e feste, dovrebbe andarsi a leggere la classifica dei lavori più stressanti del 2015, secondo una classifica stilata dall’agenzia americana CareerCast.

Al quinto posto, tra tutti i lavori del mondo, dopo i mestieri di soldato, pompiere, pilota di aereo e agente di polizia viene l’event manager. E subito dopo il PR, pubbliche relazioni!

Robe da matti, mi verrebbe da dire. I motivi sono molteplici: deadline strette, cambiamenti in corsa, aspettative dei clienti, competizione. Certo, questa classifica fa rifermento soprattutto agli eventi intesi come convegni e congressi nel contesto americano. Negli Stati Uniti le convention sono un vero business e sono sottoposte a una concorrenza immensa. Basta fare qualche ricerca su linked in o nel web per scoprire un mondo lontano anni luce dalle nostre realtà.

Io non credo che in Italia questa professione avrebbe la stessa posizione in classifica. Sono ben altri i lavori stressanti nel nostro paese!

Ciononostante non vi è dubbio che organizzare eventi non sia una passeggiata e che se si vuole vivere la bellezza di ciò che si mette in scena e godersi lo spettacolo, che siano cultura, sport ma pure un convegno, è necessario acquisire i ferri del mestiere. Il nostro paese, magari non percepisce lo stress al limite del burn out in modo cosi dirompente come negli Stati Uniti, ma certamente molti eventi sembrano pasta frolla perché in prima linea non ci sono i professionisti, cioé persone che gestiscono eventi, ma gironzolano persone che “fanno eventi”.

E allora, forse può essere utile dare una rispolverata ad alcuni post sul mestiere che ho pubblicato e fare un salto in biblioteca a riscoprire libri che ci possano aiutare nella formazione.

E poi – e questo non sta scritto da nessuna parte – c’è l’esperienza al fronte che richiede tassativamente una bella dose di umiltà e di dedizione. Io ho iniziato dalle fotocopie, che ho prodotto a migliaia per alcuni anni e ho poi continuato tirando i cavi della televisione per altri anni. È dalla snobbata gavetta che è iniziata la mia vera formazione e ai giovani che volessero entrare in questo mondo consiglio di entrarvi modesti e affamati di esperienza. Anche solo stampare e distribuire migliaia di comunicati in una sala stampa costituisce la base di un vero apprendistato. E magari farlo gratis come volontario non deve far venire il voltastomaco. Gli eventi si nutrono di volontariato, e per imparare a gestirli, conoscere la base é condizione necessaria. Oltre che molto divertente!


Le basi:

Self management

L’imprevisto

Le emozioni negative

Il post evento

I libri

Behavioral Event Management - Stefania Demetz

#SensibleExperienceScape [7]: come favorire una legacy esperienziale negli eventi?

Ho sempre amato mescolare i saperi.

Le contaminazioni sono quelle cose che ci fanno imparare dagli altri, che ci aiutano a risolvere nodi, che ci arricchiscono, che ci offrono uno  sguardo sul nostro mondo da punti di vista diversi. Le contaminazioni sono quella cosa che magari fa un po’ paura all’inizio (il nuovo, il diverso spaventano), ma che dopo ti fanno luccicare gli occhi, perché hai la sensazione che davvero tu sia cresciuto di un pezzettino.

Ecco perché quando il professore Federico Brunetti, docente di economia e gestione delle imprese all’Università degli Studi di Verona, la scorsa primavera, mi ha chiesto di collaborare a un testo per un convegno organizzato da Sinergie, la rivista italiana di management, ho sì avuto un po’ di paura, ma mi ci sono buttata con entusiasmo. Di nuovo per me era tutto: collaborare alla stesura di un testo e quindi condividere il lavoro di redazione; scrivere per un testo accademico, dove le regole (i codici) sono ben diversi da quelli di un blog; spostare la mia attenzione sugli eventi culturali e studiare testi affascinanti sulla psicologia comportamentale applicata al marketing e al management.

Ero iper-contaminata da modi, mondi e saperi diversi. Ciò che mi è rimasto di questi lavoro, oltre la gioia di esserne stata coinvolta, è il fatto che questo tema del “behavioral” è davvero intrigante. Ne ho giá parlato piu volte nel blog, e ho “coniato” l’hashtag #SensibleExperienceScape per identificare uno spazio fisico in cui lo spettatore è guidato anche nella sua parte emozionale.

Gli studi di matrice behavíorista offrono davvero molti argomenti per migliorare non solo l’esperienza, ma pure la memoria di una nostra partecipazione a un evento (una sorta di legacy esperienziale) e dall’altro però suggeriscono anche possibili insidie (leggi: manipolazione). Chissà, forse il 2016 sarà un anno in cui questo tema diverrà un piccolo tormentone dentro questo blog.

Per ora vi lascio al testo scritto a quattro mani dal titolo: Behavioral Event Management: una proposta di applicazione della prospettiva behaviorista alla progettazione e organizzazione di eventi culturali.

Se vi interessa il tema del convegno cliccate qui: Heritage, Management e Impresa: quali sinergie?

Buona lettura!


Per approfondire:

#SensbileExperienceScape:

Un mio altro contributo per Sinergie:

la rivoluzione dello sponsoring - stefania demetz

Il futuro degli eventi sportivi è già qui: ecco a voi le nuove frontiere dello sportainment.

Tanti anni fa, ma forse nemmeno cosi tanti, accadeva che dentro una pista di Coppa del Mondo di Sci un cameraman gironzolasse con uno striscione di uno sponsor. Il geniaccio di  sponsor aveva pensato furbescamente di pagare direttamente il cameramen, confidando in una sua ostinata ripresa più sullo striscione che sulla gara. Costava meno dare un mazzetta all’operatore TV, insomma, che chiudere un contratto di sponsoring con gli organizzatori.

Erano anni in cui non c’erano agenzie, non c’erano regole e i campi di gara potevano essere una giungla. Oggi il mondo è davvero cambiato. Ma addirittura il modello 2.0 è ormai superato, ovvero quello delle agenzie che acquistano spazi e ci mettono gli striscioni, punto.  Vi pare strano? Ho seguito una presentazione di Marco Nazzari, Managing Director di Repucom Italia, quest’estate in occasione dello Sport Leaders Forum 2015. E, sebbene questo mio blog abbia un limitato taglio commerciale (i miei lettori lo sanno bene!) sentire da un esperto quali sono le nuove frontiere dell’intrattenimento, degli eventi e dello sport è quasi obbligatorio.

Una nuova rivoluzione sta arrivando! Leggete questa intervista e ditemi se riuscite a stare fermi.

Buona lettura, dunque, e buon lancio nel futuro.


Il mondo delle sponsorizzazioni di eventi sta mutando, quali sono le tendenze principali?

A livello mondiale effettivamente si sta evolvendo rapidamente, e volendo riassumere i principali trend sui quali si sta sviluppando se ne potrebbero individuare almeno 5:

Crescita Commerciale di Sport & Entertainment

Il principale fattore di sviluppo e di evoluzione del mercato delle sponsorizzazioni a livello globale e locale è la crescita stessa del valore commerciale dei settori dello sport e dell’entertainment, che mantengono la fondamentale capacità di attirare e di mantenere l’attenzione del pubblico, come poche attività e/o eventi al mondo. Il valore di questo elemento risulta preziosissimo per brand e sponsor interessati a investire in questo mondo, e la naturale conseguenza è la crescita esponenziale del mercato delle sponsorizzazioni. I dati ci confermano come le sponsorship rappresentino già oggi la principale fonte di ricavo per gli sportsmaker, e in proiezione il valore di questa voce nel 2018 sarà tre volte superiore a quello registrato nel 2004, a dispetto della crisi economica globale che ha colpito i mercati internazionali. Sempre più aziende investono in sport e intrattenimento, sviluppando inoltre differenti e innovative tipologie di eventi.

Partnership

La natura stessa del rapporto tra i brand/sponsor e i vari right holder nello sport e nell’entertainment non è più indirizzata a sviluppare un mero accordo di sponsorizzazione ma un vero e proprio rapporto di partnership tra le parti. La sponsorizzazione diventa quindi il punto di partenza per lo sviluppo di un business comune, che coinvolge i fan in prima persona e non si limita all’esposizione di un brand o di un logo su una maglietta. In questo senso la creazione di attivazioni sempre nuove per questo tipo di sponsorship risulta essere un momento chiave per la generazione di un valore comune.

Tecnologia

Lo sviluppo tecnologico e l’implementazione di nuovi strumenti di comunicazione e di broadcasting digitali (mobile, social, multi-device, etc.) rappresenta uno tra i principali fattori di evoluzione nel mercato delle sponsorizzazioni. Il ventaglio di possibilità per legare il proprio nome e la propria immagine a un evento, un testimonial o un right holder in generale si è ampliato notevolmente, in particolare nella direzione di un maggior coinvolgimento per l’utente. Il fine diventa quello di creare un’esperienza a 360° gradi per il singolo individuo, che anche temporalmente viene sempre più coinvolto prima, durante e dopo il singolo evento. Le opportunità aperte dal mondo social e digital sono pressoché infinite e in continua rapida evoluzione.

Data Analysis

La progettazione e lo sviluppo di accordi di sponsorizzazione tra brand e right holder passa sempre più spesso da un’analisi quantitativa e qualitativa del mercato, che diventa momento fondante e cruciale per il successo dell’intero progetto. La valutazione e la ricerca di mercato, l’analisi dei competitor e delle best practice del settore, e in generale un’approfondita attività di benchmarking rappresentano step fondamentali per qualsiasi partnership commerciale. Poter basare le proprie scelte e le proprie attività di sponsorizzazione su dati concreti e reali, misurabili e tracciabili, nonché conoscere i propri fan e i propri follower e comprenderne comportamenti e tendenze, è diventata una necessità vera e propria per tutti gli attori di questo mercato. Da un lato i brand/sponsor cercano di comprendere chiaramente e analiticamente come raggiungere i target per loro rilevanti, dall’altro i right holder necessitano di valorizzare sempre più il proprio appeal, la propria presenza sui media e il valore commerciale in genere. In questo senso Repucom offre un servizio completo e personalizzato a questa variegata rosa di player, affiancandone le attività e le scelte commerciali nello sviluppo di sponsorizzazioni dalla fase di analisi preventiva fino al monitoraggio e alla valutazione dei risultati, al fine di ottimizzarne le performance e i risultati.

Corporate Social Responsibility

Lo sviluppo di programmi di CSR è sempre più un elemento chiave per chi opera nel mercato delle sponsorizzazioni. Oggi infatti si sviluppano eventi interamente dedicati ad attività per la comunità e/o socialmente utili, connessi e integrati nelle attività di pura sponsorizzazione. Mantenere e sviluppare un’immagine affidabile e trasparente rappresenta una priorità per le aziende e le società che operano nei settori dello sport e dell’entertainment poiché è un’importante occasione di branding dall’alto impatto positivo sull’opinione pubblica.

Siamo abituati a considerare il valore commerciale di un evento in base all’audience televisiva. Ma i dati ci dicono che spesso sono i dispositivi mobili ad essere più utilizzati, soprattutto dai giovani. È possibile integrare i dati di “media consumption” e avere un quadro di fruizione mediatica degli eventi sportivi che tenga conto di queste nuove abitudini?

Attualmente la valutazione commerciale di un evento esula dalla semplice analisi dell’audience televisiva dedicata o dell’exposure generale sui media tradizionali, ma considera necessariamente in maniera integrata anche una serie complessa di interazioni e di modalità di fruizione del contenuto che le nuove tecnologie permettono. Per quanto infatti le analisi sul consumo televisivo abbiano raggiunto un livello di profondità e di dettaglio molto specializzato, è evidente come lo sviluppo di molteplici devices mobili abbia amplificato il ventaglio di mezzi di comunicazione a disposizione del singolo utente. La necessità di analizzare queste svariate modalità di fruizione dei contenuti sui media, al giorno d’oggi, è diventata cruciale per gli sponsor così come per i right holder, in particolare in settori come lo sport e l’entertainment.

Proprio per seguire questo trend abbiamo integrato nei nostri servizi di ricerca e di monitoraggio del mercato un’analisi dedicata alla fruizione dei contenuti in “second screen”, che è diventata sempre più rilevante con l’evolversi della tecnologia mobile e con lo sviluppo di devices sempre più potenti. L’obiettivo finale è da un lato quello di comprendere sempre meglio i comportamenti e le tendenze di fruizione dei tifosi e degli appassionati di sport, e dall’altro quello di valutare nella maniera più accurata e approfondita possibile il consumo mediatico di un evento e quindi il suo valore reale.

Kevin Roberts, CEO di Saatchi&Saatchi, a proposito dello sport ha parlato del valore del ROI inteso come Return on Involvement, ma è anche vero che ciò che non è misurabile non è migliorabile. E allora: nella complessità delle attuali diversificate forme di presenza delle aziende (striscioni, pubbliche relazioni, attivitá B2B, VIP Incentives e cosi via) come si fa a misurare il reale valore dell’investimento e il ritorno effettivo?

Il reale valore di un investimento in sponsorizzazione dipende chiaramente da un complesso mix di elementi tramite i quali una singola azienda può essere presente sul mercato. La valutazione di questi fattori si è quindi evoluta di pari passo con lo sviluppo di forme così diverse di comunicazione e il supporto di innovativi mezzi tecnologici permette oggi di misurare e monitorare in vari modi il livello di involvement di un singolo individuo nei confronti di un evento sportivo o di entertainment, in tutte le fasi di consumo e fruizione.

L’alto grado di personalizzazione nei progetti di valutazione e di ricerca odierni permette di sviluppare sistemi e metodologie integrate di analisi, che considerino molteplici indicatori del coinvolgimento di un consumatore. La stessa evoluzione delle attività proposte al pubblico nei settori dello sport e dell’intrattenimento, con l’introduzione di esperienze che coinvolgono direttamente l’utente (come ad esempio concorsi interattivi, test drive, digital experiences, etc.), permette di monitorare in maniera molto dettagliata le interazioni utente-brand e quindi eventualmente di valutarle anche dal punto di vista economico tramite indicatori ad hoc. L’ulteriore step nell’ambito dell’analisi e nella valutazione di mercato sarà la diretta rilevazione delle conversioni in acquisto, oltre che delle percezioni e dell’engagement generato. In questa direzione tuttavia, la complessità del mercato non permette sempre di ricollegare direttamente un’eventuale esperienza positiva con l’effettivo acquisto successivo, o perlomeno non ancora.

I social media sono un medium che aumenta il valore di un evento sportivo o consentono solo una crescita di awareness? Anche in questo caso: quali sono i parametri di cui tenere conto?

I social media rappresentano una risorsa fondamentale per l’evento o la società/right holder sportivo, poiché sono di fatto il più diretto canale di comunicazione con la fanbase ed il singolo utente. La crescente rilevanza e centralità di questi mezzi e di queste piattaforme li rende elementi cruciali per la valorizzazione di un evento sportivo, e all’interno di un accordo di sponsorizzazione diventano quindi un touch point fondamentale tra lo sponsor e il consumatore finale, che sia il tifoso sfegatato o l’appassionato occasionale. Per la funzione che ricopre questo medium, la presenza costante e integrata sui social network è diventata una vera e propria necessità per gli sponsor così come per le società sportive. Di pari passo, dunque, è diventato sempre più importante monitorare le attività digitali e social di questi player sul mercato, per poterne valutare i risultati e l’efficacia reale.

Noi in Repucom, abbiamo ad esempio sviluppato una metodologia ad hoc dedicata alla dimensione digital, che permette di analizzare il livello di engagement generato negli utenti dai singoli contenuti digitali, valutarne la percezione e il sentimento espresso quando ne parlano, nonché di profilarne e confrontarne gli interessi e le affinità in comune, a seconda di quali siano il target e gli obiettivi del cliente.

Questo tipo di indicatori e di parametri sono in grado di esprimere l’effetto reale dei contenuti pubblicati e diffusi via social media, fornendo indicazioni concrete a sponsor e a right holder per ottimizzare costantemente le future attività di comunicazione e di attivazione legate all’attività di sponsorizzazione.

Eventi sportivi 2024: viste le tendenze odierne, qualora Roma dovesse ospitare le Olimpiadi, quali potrebbero essere le nuove modalità di fruizione dei suoi spettatori?

Roma 2024 sarebbe certamente un’occasione importante per sviluppare innovative modalità di fruizione per gli eventi sportivi nel mercato italiano, in particolare considerata la portata e la rilevanza dell’evento. Tuttavia, ipotizzare ora quali possano essere le reali modalità di diffusione e di comunicazione di un evento in programma tra quasi 9 anni risulta particolarmente complicato. Ciononostante, alla luce dei trend che il mercato delle sponsorizzazioni indica a livello globale, fortemente influenzati dalla continua innovazione tecnologica, si può certamente prevedere un rinnovato utilizzo degli strumenti digitali e in particolare delle tecnologie mobile, per supportare sempre meglio sistemi di interazione one to one ed in tempo reale tra gli utenti/spettatori e l’evento sportivo. In questo senso, alcuni esempi di live twitting o streaming sono stati già attivati nelle realtà italiane (ad es. Live twitting in-stadium durante l’ultimo Derby di Milano), grazie al supporto di software che permettono la connessione tra smartphone e vari strumenti di visibilità digitale negli stadi (e.g. LED, etc.). L’evento sportivo diventa sempre più digital e social, proprio con l’obiettivo di ampliare le possibilità di interazione per i tifosi e di migliorarne il livello di engagement.

Grazie Marco Nazzari per questa intensa intervista!

la formazione dei dirigenti sportivi - Stefania Demetz

Perché il “saper fare” non basta quando si mette in scena lo sport.

Questo testo si collega al mio precedente post ed è il mio contributo alla discussione “Sport e nuove professioni”  al Festival delle Professioni di Trento.


Il mestiere di chi organizza eventi sportivi

Un evento sportivo racchiude in sé diverse funzioni e diversificate competenze. Organizzare un evento sportivo oggi richiede, infatti, conoscenze e pratiche altamente specializzate. Da un lato si devono conoscere le materie: lo sport, prima di tutto, ma pure quelle materie classificate come operations (trasporti, accreditamenti) o servizi (alla stampa, agli spettatori, agli sponsor e così via). Queste materie vanno poi gestite da altre competenze, quelle classiche del management (dalla definizione di strategia e obiettivi alla gestione di risorse all’impostazione di un’organizzazione). Sovente, invece, accade ancora che proprio il management sia misconosciuto. “Sono un uomo (o una donna) di sport! – si dice – Questo conta, tutto il resto non serve.”

Un evento sportivo però ha anche due altre caratteristiche che possono esplicarsi come “rischi”.

I rischi palesi degli eventi sportivi: tempo effimero e red carpet

Un evento è prima di tutto effimero e dunque con una data di scadenza ben definita. Ciò invita a una riflessione più complessa sul ruolo del management, che di fatto non dovrebbe preoccuparsi solo degli obiettivi/strategie dell’evento in sé, ma pure di obiettivi e strategie post-evento.

L’evento diviene cioè strumentale a una legacy che si vuol lasciare in un territorio, in una comunità. Un evento sportivo di successo non lo è per davvero se dopo, spento il braciere e consegnate tutte le medaglie, rimangono piscine arrugginite e trampolini decadenti. Non è sufficiente mettere in scena una grande festa avente al suo centro lo sport in cui tutto funziona. Quella è solo una fase dell’intero processo, oltretutto una fase che rischia di confondere (o nascondere) l’obiettivo reale. In modo più articolato ne ho parlato qui e qui.

Questa riflessione crea il collegamento per il secondo aspetto, che è fortemente connotativo degli eventi sportivi ed è quello, che io amo definire, il “malinteso del red carpet”. Un evento sportivo, soprattutto se internazionale, richiama grande interesse mediatico. E dunque esiste il rischio, tangibile, di confondere il proprio ruolo. Nel peggiore dei casi proprio i riflettori vengono puntati su sé stessi e lo sport diviene strumentale a strategie di potere dove la bellezza del gioco è manipolata per scopi ben diversi dal gioco stesso.

L’organizzatore di un evento sportivo è al servizio di qualcosa. È colui che stende il tappeto rosso per altri. È colui che sta dietro la telecamera e se ci sta davanti è solo per svolgere la propria funzione. È colui che fa sfilare sul tappeto rosso – che lui stesso ha steso –  gli atleti, gli spettatori, i giornalisti, i fotografi, ovvero tutti gli altri. Il professor Moreno Mancin, in un suo libro sui bilanci delle società di calcio (pagina 30), racconta bene come le società di calcio italiane, quando ancora erano senza scopo di lucro  non avevano investito sul management e sulle competenze. Essendo senza scopo di lucro, l’unico reale ritorno dei dirigenti era la visibilità mediatica e politica. Le conseguenze si pagano ancora oggi.

Gli sviluppi degli eventi sportivi: dilettantismo e professionismo

Questo è un nodo fondamentale nel passaggio – che stiamo vivendo oggi – tra dilettantismo e necessaria professionalizzazione. Il rischio é che permangano abitudini “antiche” per cui, tolta la passione, rimane lo sfruttamento dell’evento per scopi, diciamo pure, personali. Un problema diffuso, non solo nelle grandi società, ma pure in quelle piccole e in modo particolare in quelle che ancora oggi sono non profit, ovvero nella maggioranza delle società che si occupano di eventi sportivi. Nulla contro il non profit. Al contrario. È del non profit il concetto di falso dilettante, ovvero dilettante da un punto di vista formale, professionista sul piano reale.

Una strada possibile: la formazione

Diventa pertanto fondamentale educare, formare, creare, appunto, nuovi professionisti che mettano sé stessi al servizio del mestiere di – chiedo scusa per l’anglicismo – sport event manager.

In questo passaggio molto importante (in Italia in questi ultimi anni sono cresciute le scuole di formazione relative allo sport business), bisogna evitare un’altra trappola. E le storie che stiamo leggendo in questi giorni, anche sui fatti italiani, ci dicono che è urgente creare un “movimento” sulla formazione professionale di funzionari sportivi che tenga conto delle competenze, ma anche di concetti – scansati spesso con ipocrisia e nonchalance – come etica e responsabilità. Non basta saper far bene le cose. È assolutamente necessario essere anche consapevoli quale sia la materia pregiata che si sta trattando.

E forse è proprio sulle scuole di formazione che si deve puntare. I corsi di sportbusiness preparano ottimi manager o marketer, ma è necessario che preparino anche i dirigenti consapevoli di maneggiare, non oggetti, ma valori. E dunque si potrebbe educare allo sportbusiness partendo dalla sociologia dello sport, dalla storia dello sport, dalla filosofia dello sport… Per forza di cose – se ci limitiamo a grafici su revenue e profitto – avremo sempre più una generazione di dirigenti sportivi che sfrutterà il gioco spolpandolo del suo senso e riducendolo a mera industria dell’intrattenimento. Ci appassioneremmo lo stesso, presumo, ma perderemo qualcosa di prezioso e per noi, in quanto esseri umani, sarebbe un gran peccato.

Un organizzatore di eventi dovrebbe essere un consapevole mediatore emozionale sapendo quanto delicato sia il tema “emozioni”.

E se ci ostinassimo a insegnare  lo sport non solo come “revenue”, non solo come “marketing”, ma pure come magia – quella magia che vivendola ci rende persone migliori – probabilmente il business troverebbe una via umana per far crescere lo sport, senza violentarlo.

eventi e comunicazione | Stefania Demetz

Tra eventi e comunicazione é tutto un “faccio cose, vedo gente”.

In questi giorni a Trento sta andando in scena il Festival delle Professioni. Mi é stato chiesto di intervenire su due temi importanti: comunicazione e nuove professioni, e le professioni dello sport.

Oggi pubblico il primo dei miei contributi, su un tema davvero confuso e immenso, quello della comunicazione.


Gli eventi, la comunicazione e l’importanza delle “parole giuste”.

In quanto organizzatrice di eventi il primo contributo che mi sento di portare è una similitudine di tipo semantico.

Oggi “fare eventi” è diventata una professione molto diffusa, un lavoro di moda. Tuttavia, cosa si intenda esattamente con un “faccio eventi”, non sempre è facilmente intuibile. Lo stesso si può dire per la comunicazione. “Faccio comunicazione” suona vuoto, perché spontanee sorgono alcune riflessioni: che tipo di comunicazione fai, su cosa, dove, con quali strumenti, con quali obiettivi, con quale strategia, per chi? E ancora: scrivi, parli, fai fotografie?

Sempre semanticamente, un evento può essere letto come un microcosmo, una riproduzione in miniatura del mondo di ogni giorno: accadono cose e ci sono relazioni complesse tra persone e gruppi. Una riproduzione, tuttavia, che risulta essere amplificata con una concentrazione, talvolta estrema, di tempo, spazi, emozioni, esperienze. Esso, l’evento, si presta proprio per questo motivo a una riflessione interessante sulla comunicazione, dove pratiche generalmente dilatate, qui si applicano in tempi ristretti; dove la “quantità” di informazione generalmente distribuita, qui si concentra nel tempo tra l’attesa e la memoria di ciò che fu. A volte si tratta di un solo giorno. A volte di alcuni mesi, come nel caso di Expo, se non di anni.

In vent’anni: una rivoluzione.

Quando iniziai la mia avventura nel mondo degli eventi sportivi, tanti anni fa, ricordo che nella nostra organizzazione c’era un capo ufficio stampa che redigeva alcuni articoli, coordinava i giornalisti, e raccoglieva una locale rassegna stampa. Oggi abbiamo un direttore della comunicazione che si occupa di promozione, ufficio stampa, pubbliche relazioni, comunicazione istituzionale, social network (segmentato su target diversi e con argomenti diversi a seconda del medium). Abbiamo poi adottato un sistema interno di comunicazione sia di tipo informativo, sia operativo, sia di crisi, gestito dalla direzione generale con strumenti diversi a seconda del tema e dell’urgenza (un evento, soprattutto se outdoor, conosce bene l’impellenza dell’urgenza): dal cartaceo, alla mail, dal sms di gruppo a whatsapp. E intorno a queste nostre varie attivitá di diverse tipologie di comunicazione, vi sono n attori che a loro volta comunicano: la narrazione dell’evento viene cosi amplificata. Un caleidoscopio dove ogni singola persona corrisponde a una comunicazione (o a più comunicazioni). Se si dovesse seguire ogni flusso con un filo rosso, apparentemente ne uscirebbe un caos, una matassa aggrovigliata. E questo in effetti è il rischio, se il “faccio comunicazione” viene preso alla leggera. Ma se consapevolmente ogni filo rosso ha un suo senso, un suo nome, e un suo scopo (anche solo quello ludico dello spettatore), la matassa appare come una meravigliosa struttura di flussi, simile al sistema nervoso: il cuore pulsante di ciò che è l’evento. Tenendo poi conto che, come nella vita, un evento è bersagliato da imprevisti ci vogliono anche i fili rossi dell’imprevisto che devono a loro volta avere un senso, uno scopo, una direzione certa.

Faccio cose, vedo gente

Per tornare al punto iniziale, dunque, dire “faccio comunicazione” è come dire “faccio eventi”: ovvero è come dire nulla. È il “faccio cose vedo gente” di Ecce Bombo:

Per aiutare a comprendere cosa voglia dire comunicazione e quindi a contribuire alla formazione di una consapevolezza (e alla formazione di produttori di comunicazione consapevoli) forse si dovrebbe optare per una terminologia meno vaga. Le parole aiutano a capire meglio. E comunicazione non sempre aiuta a capire.  Questa mia riflessione non è, come dire, una boutade di superficie. Io, se penso al mio mestiere, non “faccio eventi”, io organizzo un evento internazionale sportivo. Sono due cose molto diverse. E dunque, per tornare al punto iniziale, se si affronta un tema amplio come quello della comunicazione è dal linguaggio che si deve partire.

Parla come mangi

E poiché ci troviamo in Italia, mi piace chiudere con una piccola provocazione, che prende spunto proprio dal linguaggio. Nel mondo degli eventi, ma non solo lì, piace molto usare anglicismi: location al posto di sito, experience al posto di esperienza, banner al posto di striscione e così via. La nuova comunicazione “social”, inoltre, pare aver creato tante luccicanti nuove professioni, che pur abbellite dentro titoli che quasi intimidiscono, molto spesso nascondono il vuoto.  Il “packaging”, ovvero la confezione linguistica di un mestiere (il significante che faccia scena), soprattutto se maneggia informazione, dati, parole, dovrebbe essere evitato per rendere chiaro qual è il significato. E questo semplicemente per aiutare a capire meglio cosa vuol dire occuparsi di comunicazione oggi. Mi rendo conto che oggi é impossibile tradurre espressioni come mobile developer o digital coach e tuttavia, mi piace seguire i consigli di Anna Maria Testa, che sulla comunicazione cura un blog esemplare e che periodicamente ci offre liste di parole italiane che vanno benissimo. E che anzi ci aiutano a capire meglio. E in fondo la comunicazione ha tra i suoi scopi quello di informare e far capire. E dunque è dalla denominazione della professione del comunicatore che si potrebbe partire.

Stefania Demetz, Trento 15.10.2015