Gli eventi come fabbriche di conoscenza

Eventi e Mediatori Cognitivi

Gli eventi, non solo quelli culturali, possono davvero divenire fabbriche e diffusori di conoscenza?

La Francia ha una bella storia da raccontare a questo proposito e ce ne parla Federico Crisci, nella seconda puntata della nostra chiacchierata (la prima puntata la trovate qui). Questa volta ci porta dentro un linguaggio conosciuto (smart cities, governance, branding marketing) spogliato dei luccichii di facili anglicismi e trasformato in azioni concrete e sapienti.

La mia domanda è stata:

C’è chi definisce gli organizzatori di eventi come mediatori cognitivi. Cosa significa esattamente?

La sua risposta ci porta dritti dritti ad Avignone:

Posso proporti qualche riflessione su questo aspetto utilizzando un altro studio sul campo che mi sta molto a cuore: la ricerca sul Festival di Avignone (FdA).

Il FdA è stato fondato nel 1947 da Jean Vilar nel segno di quell’idea “politica” di teatro che va sotto l’etichetta di “teatro popolare”: un progetto più ampio che, in seguito, fu portato avanti tra Avignone (col Festival) e Parigi (con la gestione del Teatro Nazionale Popolare). Tanto il TNP quanto il FdA, reinventarono un modello organizzativo in grado di “tradurre in pratica” una concezione di teatro come “servizio pubblico”. E ciò avvenne attraverso una poetica incentrata proprio sul pubblico (non solo teatrale) quale “attore” in grado di farsi esso stesso portatore di tali logiche e di alimentarle. Inoltre, si trattava di un movimento europeo, sebbene con formule differenti in paesi diversi (il modello del “teatro stabile” in Italia con il Piccolo di Milano andava in quella direzione; così come l’organizzazione che stava assumendo il sistema di produzione teatrale tedesco tra gli inizi del Novecento e il secondo dopoguerra).

Il Festival di Avignone

In ogni caso, uno degli elementi comuni a questa “poetica” era proprio la costruzione e la gestione di un legame solido e al contempo dialettico con quel pubblico portatore di pratiche culturali e di significati condivisi alimentati dalla partecipazione quanto più vasta possibile all’esperienza culturale.

Per avere un ordine di grandezza dell’enorme mole di lavoro dietro al progetto di Jean Vilar: tra il settembre del 1953 e l’agosto del 1954 il TNP lavorò a 294 rappresentazioni di 11 spettacoli, di cui 4 nuove produzioni, andati in scena in 45 spazi diversi di 21 città in 8 paesi stranieri, in 16 città della provincia francese e in 8 della periferia parigina, garantendo nel contempo il cartellone della stagione del teatro di Chaillot (l’enorme teatro al Trocadero, all’epoca sede del TNP) e la presenza ad Avignone.

La troupe del TNP, in quello stesso periodo, era composta da una ventina di attori, accompagnati in tournée da una dozzina tra tecnici e amministrativi; mentre a Chaillot lavorava una equipe organizzativa composta da altre 12 persone tra dipendenti e collaboratori.

Sono numeri che farebbero impallidire molti teatri contemporanei (sia di prosa che d’opera, e non solo italiani) specie se si considera che all’epoca il TNP, tra tutti i teatri francesi, non era certo il più finanziato dallo Stato ed era continuamente oggetto di tensioni politiche.

Non solo numeri: parola di management

Quando faccio riferimento a discorsi di management sulla produzione culturale che devono farsi più “consistenti” nel dibattito pubblico mi riferisco proprio a questi aspetti: oggi si parla di “economizzare” e di “razionalizzare”, di riduzione della spesa pubblica e di interventi privati che vanno dalla sponsorizzazione alla “privatizzazione” del patrimonio culturale. Sicché tra finanza pubblica, sgravi fiscali e fundraising, il marketing si riduce al “contare il pubblico” e di organizzazione e management non si discute (cioè di come sono fatte e come funzionano le organizzazioni culturali).

In questa logica, ci si dimentica che anche un Ministero, una Soprintendenza o una Direzione regionale, nonché un teatro di produzione o una orchestra, un museo civico o una biblioteca, sono delle organizzazioni con problemi di “disegno organizzativo” e di cambiamenti nelle strutture di governance, di organizzazione della produzione e di dinamiche strategiche nonché, eventualmente, di “change management”, di continua ridefinizione delle condizioni di autonomia, specie se vengono sottoposte a continue riforme producendo contesti istituzionali spesso insensati o difficili da comprendere.

Chi sono i mediatori cognitivi?

È in questi termini che mi piace parlare di mediatori cognitivi quali “reti sociali” di persone, organizzazioni, istituzioni o artefatti in grado di svolgere ruoli specifici nel generare valore attraverso la conoscenza artistica.

Il Festival di Avignone e il TNP di Vilar erano in grado di produrre in modo collettivo e rendere disponibile conoscenza sotto forma di arte in una logica di “servizio pubblico” e di “bene collettivo” (né più e né meno di come dovrebbero funzionare altri sistemi cognitivi come quello scientifico-tecnologico, l’estetica o il design).

Inoltre Vilar considerava essenziali tutti i meccanismi che potessero “moltiplicarne” l’uso in modo non banale, ad esempio con una maniacale attenzione alle esperienze collettive (gli artisti e il pubblico costituivano quella che oggi siamo abituati a definire come delle vere e proprie “comunità di pratica”) e ai significati condivisi (reti semantiche) sotto forma di codici estetici e di programmi culturali assolutamente riconoscibili e coerenti (fino a che punto riconducibili a quelli che oggi chiameremmo “identità di marketing” o “immagine di brand”?).

Smart cities ante litteram

Infine, il “teatro popolare” costituiva un processo di “innovazione istituzionale” in grado di regolare, disciplinare l’accesso alla conoscenza artistica, di stabilire diritti e obblighi di tutti i soggetti coinvolti nell’azione collettiva: a cominciare dal pubblico e dai policy maker nella “rete locale” della politica culturale nazionale; per arrivare alle “reti lunghe” tessute, ad esempio, nell’ambito delle tournée internazionali; o comunque attraverso progetti che contribuivano al meccanismo di “appropriazione” del valore culturale prodotto. Ad esempio, il CEMEA è storicamente presente ad Avignone, considerando il teatro come parte integrante dei “modelli di educazione attiva”. Oppure, fin dagli anni Cinquanta e Sessanta, attraverso conferenze e simposi, Avignone era al centro del dibattito internazionale sui temi della democratizzazione e del decentramento, delle politiche culturali locali e statali (oggi diremmo nell’ambito delle “smart cities”, sic!).

La fabbrica della conoscenza

Un festival, quindi, potrebbe essere visto un po’ come una sintesi di tutte queste cose, una specie di prototipo di “fabbrica della conoscenza” in quanto, potenzialmente, mette in gioco tutte le funzioni dei mediatori cognitivi: ciò che avviene in un “evento culturale” è proprio un processo di “intensificazione”, di “condivisione” e di “appropriazione” di una esperienza artistica nello spazio-tempo. È un modo per “progettare collettivamente”: cosa che nel caso del Festival di Avignone si concretizzava in una idea di partecipazione culturale riconducibile ad una sorta di “senso del dovere” che i membri della comunità manifestavano con modalità del tutto peculiari.

Come si inizia a #fare un evento culturale?

eventi culturali - sensible event management

Alcune settimane fa sono stata alla presentazione di un libro – curato da Francesco De Biase – che mi ha subito affascinato per il suo titolo: I pubblici della cultura.

È una raccolta di saggi che analizza il tema sempre più importante dei pubblici culturali e dell’audience development. Francsco Crisci,  é autore di uno studio su questo tema (la sua biografia si trova in fondo a questo post) e il suo intervento mi è piaciuto molto perché ha parlato del design delle organizzazioni culturali. E così è stato che gli ho chiesto un contributo per il blog. Ora, le mie domande erano tante e i temi abbastanza tosti e lui mi ha inviato delle risposte davvero stimolanti. I temi riguardano i festival culturali italiani, il management, il tema dell’esperienza e della mediazione emozionale.

Con questo post parto con la prima delle domande. Sarà, come dire, una chiacchierata a puntate in cui entreremo negli argomenti a me più cari: la gestione, il tema che ho coniato come #SensibleExperienceScape, la cultura negli eventi e così via.

Buona lettura.

I festival culturali: un tema sul quanto o sul come?

Domanda: L’Italia è un paese molto ricco di eventi culturali, basti pensare ai tanti festival che attirano migliaia di persone. C’è tuttavia chi dice che questi eventi siano troppi e spesso inutili, perché di fatto non aumentano il “consumo di cultura” (acquisto di più libri, più visite ai musei e così via). Qual è la tua opinione a tal proposito?

Questione complicata quella che mi poni, da affrontare chiarendo bene la natura del problema: e se la questione fosse la definizione e la valutazione delle politiche culturali e delle pratiche effettivamente messe in atto dalle organizzazioni culturali per realizzarle, tutte cose di cui in Italia si parla pochissimo e male?

Partiamo da questo aspetto: per quali motivi e sulla base di quali dati e informazioni, rappresentazioni o prassi è possibile effettuare un giudizio sulla quantità e qualità degli eventi culturali?

E nel caso in cui fosse un policy maker (ad es. un assessore regionale) ad aspettarsi determinati rapporti di causa-effetto o a voler prendere in considerazione indicatori di performance più o meno bizzarri (es.: collegare “eventi culturali e acquisto di libri”), in quale veste e con quali strumenti sarebbe chiamato a questo tipo di valutazioni?

Ci sono politiche e politiche …

Primo punto. Quando si discute di “politiche culturali” tendiamo un po’ tutti a confonderle con le “politiche amministrative per la cultura” ma non sono la stessa cosa, in quanto queste ultime riguardano le procedure, ad esempio, per l’accesso ai finanziamenti pubblici o i sistemi di regolamentazione per l’utilizzo di tali finanziamenti.

In una logica manageriale, invece, la questione delle politiche culturali ha anche e soprattutto a che vedere con la gestione della catena logica “obiettivi-risorse-azioni-risultati” (e solo poi, con la valutazione, individuando opportuni indicatori di performance), ragionamento imprescindibile se si vuol valutare in modo serio gli attori della cultura.

La retorica che confonde

Secondo aspetto. Il policy maker chiamato a “rendere conto” di decisioni pubbliche (gli anglosassoni racchiudono il concetto stesso di “responsabilizzazione” nell’espressione accountability) dovrebbe esplicitare in modo trasparente il collegamento tra obiettivi e risultati, mentre la “cattiva retorica” dominante in questi anni porta a semplificare tutto: partendo da improbabili indicatori di performance si finisce col descrivere in modo eterodiretto il raggiungimento di obiettivi mai esplicitati.

Non si tratta di questioni tanto peregrine in quanto un approccio superficiale alla faccenda produce effetti pratici piuttosto perversi. Faccio un esempio concreto.

Case History: un progetto di riforma

Qualche anno fa il mio gruppo di ricerca è stato chiamato dalla Direzione Cultura della regione a lavorare alla riforma del sistema di finanziamento pubblico alla cultura, a partire dallo spettacolo dal vivo (giusto una nota: le regioni sono piuttosto interessate a regolamentare lo spettacolo dal vivo in quanto le attività culturali sono materia legislativa concorrente tra Stato e Regioni, mentre non sempre sono altrettanto attente ai beni culturali).

L’importante é come fare la torta

Dopo aver ricostruito il meccanismo del finanziamento regionale, la prima vera questione da affrontare per inquadrare l’intervento in modo corretto è stata di far comprendere alle parti coinvolte nel processo di riforma (organizzazioni artistiche, Direzione Cultura e Governo regionale) quale fosse la “vera natura” del problema:

  • non si trattava semplicemente di rivedere l’amministrazione della norma (le procedure operative per l’accesso ai finanziamenti regionali e per la ripartizione dei fondi alle organizzazioni artistiche);
  • ma di disegnare una architettura istituzionale trasparente che definisse in modo efficace il processo di formazione del budget regionale alla cultura

(quindi come si forma la torta da distribuire e non come assegnare le fettine di una torta già sfornata e con le fettine tagliate con criteri in ogni caso irragionevoli).

Inoltre, avevamo suggerito di non avviare una riforma di questa natura senza prima aver raccolto dati e informazioni sul sistema dello spettacolo dal vivo “in funzionamento”, tutto ciò per indirizzare in modo “cosciente” e “condiviso” il percorso stesso della riforma.

Alla vigilia della riforma avevamo predisposto anche uno strumento tecnico che andava in tale direzione: per circa tre anni avevamo lavorato alla creazione di una struttura per la raccolta di dati condivisa tra organizzazioni dello spettacolo, Regioni e Ministero, collaborando ad un progetto per una rete di Osservatori della Cultura regionali.

Le organizzazioni artistiche e la Direzione Cultura della regione compresero subito la portata della proposta, ma Governo (assessorato) e Consiglio regionale (in quanto legislatore) non reagirono con altrettanto entusiasmo (sic!).

Nel 2014 è stata approvata una legge di riforma del settore delle c.d. “attività teatrali”: sebbene piuttosto diversa dall’architettura che avevamo proposto ai tecnici regionali, essa prevede, tra le altre cose, la stesura di un Documento di Politica Culturale triennale; mentre l’Osservatorio regionale era diventato non già strumento di accompagnamento della riforma, ma oggetto della stessa. Al momento l’Osservatorio non è operativo e non v’è traccia del Documento di Politica Culturale attraverso cui dovrebbe essere possibile valutare in modo trasparente la congruità tra gli obiettivi che il sistema regionale dello spettacolo dal vivo si pone e le risorse effettivamente messe a disposizione per il raggiungimento dei risultati.

I dati prima di tutto

Il processo di riforma è molto più articolato, ma in questo esempio emerge un aspetto che è molto comune in Italia: mancano in tutto o in parte informazioni basilari e attendibili sul fenomeno dell’intervento pubblico nella cultura; e la visione di “breve periodo” che caratterizza la politica può portare spesso ad alimentare “discorsi” di management della/sulla cultura piuttosto inconsistenti. Non si possono fare valutazioni sensate senza una cornice simile a quella che ho cercato di descrivere.

Un consiglio per approfondire

Nel caso in cui i tuoi lettori fossero interessati ad approfondire questo tipo di ragionamenti, propongo la lettura di una bella ricerca condotta da un gruppo di colleghi ed amici dell’Università di Bologna: mi riferisco al gruppo del GIOCA (Gestione e Innovazione delle Organizzazioni Culturali e Artistiche/Graduate degree in Innovation and Organization of Culture and the Arts), coordinato da Luca Zan. Il testo è questo: Le risorse per lo spettacolo, Il Mulino, 2009.

Biografia

Francesco Crisci è ricercatore e docente di Economia e Gestione delle Imprese presso il Dipartimento di Scienze Economiche e Statistiche dell’Università di Udine. Nel 2005-2006 è stato research fellow al CRG-PREG dell’Ecole Polytechnique di Parigi. I suoi interessi di ricerca riguardano le organizzazioni knowledge intensive, in particolare le organizzazioni artistico-culturali (visual e performing arts) e science-based (ad esempio, nel settore delle life science e della biotecnologia), affrontando lo studio: dei processi produttivi e di “product design”; delle dinamiche dell’innovazione e del cambiamento organizzativo; dei processi strategici e di decision making/sensemaking; del comportamento del consumatore; delle implicazioni organizzative e strategiche della prospettiva knowledge-based (contatti: francesco.crisci@uniud.it; www.dies.uniud.it/crisci.html)

#staytuned

Nella prossima puntata parleremo di mediazione cognitiva e di esperienza dentro un festival culturale.

Banale e ovvio?

Vi ricordate le saggezze a “Indietro tutta!”, la famosa trasmissione di Renzo Arbore? “Meglio essere felici e ricchi, che infelici e poveri”, diceva Massimo Catalano. Che risate ci si faceva! Erano  gag che ci prendevano in giro, noi e i luoghi comuni che ci avvolgono.

In effetti, quante volte preferiamo tacere piuttosto che far uscire l’ovvio o il banale dalla nostra bocca? Io stessa talvolta mi fermo. Quasi mi vergogno di avere pensieri lapalissiani.

Eppure, oggi, mentre leggevo uno studio molto interessante sugli eventi, ho trovato un piccola frase, che mi è quasi esplosa tra le mani, tanto è ovvia. Ma se l’autore di questo studio ha sentito il bisogno di scriverla, forse c’è pure bisogno di pronunciarla, di fissarla, di condividerla. Forse di ovvio intorno a noi ce n’è troppo poco, nella pratica, intendo.

E allora, pur rischiando di apparire scontata, ciò che faccio io oggi con voi, è copiare una banalità immensa. Ma copiandola invito tutti noi a non snobbare piccole verità, assodate e all’apparenza ovvie, poi spesso smentite dai fatti.  Il banale, talvolta, è un buon richiamo, come quelli delle vaccinazioni.

Buon fine settimana a tutti voi.

Liebster Award: 10 blog nominati

liebster award

Ho scoperto che esiste un premio virtuale e virale sui blog preferiti e nella classifica dei top 10 ci sono finita anch’io. Ringrazio Marco Stizioli per avermi selezionata e anche per le belle parole che ha usato. Ma soprattutto lo ringrazio perché, affinché la ruota non si fermi, sono chiamata anch’io a suggerire la mia classifica.

Il Liebster Award (mi scrive Marco) funziona così:

  • Ringraziare il blog che ti ha nominato
  • Rispondere alle 10 domande.
  • Nominare altri 10 blog con meno di 200 follower.
  • Comunicare la nomina ai 10 blog scelti.

Veniamo allora alle 10 domande

Perché hai aperto un blog?
Questo blog in realtà è il terzo di una serie. I primi due erano nati come spazi privati. Uno raccoglieva (e raccoglie tutt’ora) frammenti sparsi che pescavo dal mio osservare – vorrei dire il mondo, ma mi pare un po’ altisonante – e allora dico: le cose. L’altro è il mio diario di viaggio, inaugurato nel 2010 per un tour australiano. Questo blog invece è nato come esigenza di fare ordine nelle mie ricerche e di legare gli studi alla mia esperienza sul campo.

Ci parli un po’ delle tue passioni?

Amo leggere e studiare. Amo osservare le cose belle, un paesaggio, una fotografia, uno spettacolo. Amo curiosare, esplorare, scoprire paesaggi inediti. E poi, ovviamente, amo scrivere. E amo cucinare. E curare i fiori. E andare al mercato. E mille altre cose che ci vorrebbe un blog intero per raccontarle.

Quanto pensi che i commenti e le interazioni siano utili per un blogger e in che modo?

Sono utili perché ti fanno uscire dal tuo studiolo. A volte un commento inaspettato ti costringe a osservare le cose da un punto di vista diverso dal tuo. E questo lo trovo intrigante. Aiuta a crescere …

Di cosa parli nel blog?

Management e eventi. E di cose “sensible”, che vuol dire: attenzione a non cadere nelle patacche di un linguaggio (e dunque di azioni) vuote.

Hai creato un rapporto di amicizia con altri blogger? Vi siete mai conosciuti personalmente?

No, eppure la rete mi ha fatto conoscere molte persone che altrimenti non avrei mai incrociato.

Come immagini il tuo blog tra due anni? Vorresti vederlo crescere/cambiare e in che modo?

Forse mi piacerebbe una buona volta studiare una corporate image più solida. Io vado avanti sperimentando ed essendo in continua evoluzione, continuo a cambiare …

La cosa che sai fare meglio?

Organizzare eventi? Scrivere un blog? Fare la torta di mele?

Quanto tempo dedichi al tuo blog?

Fisicamente mezza giornata alla settimana. Ma poi ci sono i pensieri che frullano e si pigliano altro tempo, quello che serve loro per darsi una forma.

Come nascono i tuoi post?
Da ciò che leggo, che vedo, dalle mie esperienze. A volte incroci un’immagine e ti viene in mente una cosa letta magari tanto tempo prima e come per magia le metti insieme. Ecco, potrei dire che la serendipity gioca un bel ruolo nella nascita dei miei post.

I dieci blog nominati per il Liebster Award

E ora veniamo a voi!

Noterete una cosa nella lista: ci sono amici (e un cugino), ma questo non è spicciolo familismo o nepotismo…. Colgo semplicemente l’occasione di questo premio per prendermi una pausa e premiare i blog che a me piacciono, che sono fatti da persone a me care o che stimo. Non ho guardato quanti followers hanno, ma spero non importi. È il loro come che mi piace raccontare.

Nella mia top ten ci sono:

The wedding enterprise: un blog che libera il matrimonio dalla dimensione bomboniera e lo trasforma in un’esperienza cucita sulla persona, dove arte, cultura e design la fanno da padroni. Della serie: diamo una chance all’evento matrimonio affinché sia vero… (Anna Quinz la conosco perché un giorno mi ha intervistata e presto penso lo farò io con lei, che questa cosa di un matrimonio – potrei dire – “sensible” mi piace molto)

Sorelle Passera: perché nel marasma dei tanti blog di cucina, questo è un tripudio di colori, gioia, creatività e joie de vivre, di ironia e golosità. Ma non è solo cucina: è grafica, immagine, fotografia … (La Gigi e Marisa le conosco dai tempi dell’università, e per fortuna le ho ritrovate, ora, in questo blog)

Come and Cook with us: altro blog di cucina, scritto da un’italiana che vive a san Francisco, ex donna della finanza ora donna alla ricerca di meravigliose contaminazioni secondo il motto #realfood.  (Siamo cresciute nella stessa valle, abbiamo fatto qualche vacanza insieme da piccine; talvolta lei torna in Alto Adige e traduce in inglese per noi)

Christian Denicolò: lo ammetto, qui gioco in casa. Questo è mio cugino, che se ne va in giro per il mondo a scalare montagne altissime. Ma è un blog che racconta anche altro: il senso della condivisone, la valutazione del rischio, la tenacia verso una meta.

Max Vergani, un uomo in blog: l’autore è un giornalista sportivo che un po’ come faceva  Italo Svevo, di giorno fa un mestiere e di sera un altro e il suo altro lo racconta in questo blog (lo concosco perché per lavoro – quello diurno – ci incrociamo spesso)

Pamarasca: Paolo Marasca non scrive spesso, ma quando scrive le sue riflessioni vanno dentro la materia. È pure autore di un libro ed è assessore alla cultura di Ancona (ah, dimenticavo: eravamo compagni, amici  a Milano, all’università)

Leggo ergo sum: ogni volta che ho un dubbio sulla lingua italiana gli scrivo. Marco Dominici si occupa di scrittura, editoria, insegnamento e anche lui era un compagno e amico di università e anche lui, partito per il mondo e poi tornato, l’ho ritrovato grazie al web.

Expo fa Gola è un blog tedesco, scritto da una tedesca che vive a Milano. Pensato per i turisti tedeschi che visiteranno la città per Expo2015. Esiste anche una versione italiana, expofeed, in cui si offre invece una lettura per gli italiani da un punto di vista tedesco. (Con Susanne Gawlyta ho condiviso molti eventi e di evento in evento siamo diventate proprio amiche).

Franz Magazine non é proprio  un blog, e ha una marea di followers ma lo metto qui perché chi di voi decidesse di andare in Alto Adige non può non seguirlo. Il sottotitolo more than apples and cows spiega bene perché. Un bel luogo pieno zeppo di contaminazioni.

E visto che ho parlato di contaminazioni, almeno un blog sul mestiere lo segnalo:

Management sostenibile: il blog di Gianluca Cravera lo seguo perché l’autore ha scritto uno dei libri più utili che io abbia letto per il mio mestiere, in cui parla di contaminazione necessaria tra profit e non profit.

Perché scrivere un diario fa bene al lavoro e al lavoratore.

sensible event management - stefania demetz

Il mio primissimo diario lo iniziai alle elementari. Ricordo che mio fratello mi aveva regalato un quaderno cinese, tutto bordato con fili d’oro e le pagine all’interno erano colorate di un rosa tenue. Ricordo che, emulando bambine, trovate forse in qualche libro, avevo iniziato proprio con il classico incipit: “caro diario …”. Non riuscii mai a completare quelle pagine e nel corso degli anni tanti nuovi quaderni divennero il luogo privato in cui scrivere di me, dei miei dubbi, ma anche delle mie gioie. È curioso, rileggendo recentemente quelli dell’adolescenza, vi ho ritrovato la me stessa adulta. Sebbene formulati con minore consapevolezza, le mie aspirazioni e i miei bisogni stavano giá tutte lì.

La parola chiave è proprio consapevolezza. Oggi scrivo meno in un diario privato. Forse perché molti bisogni nel frattempo hanno trovato un loro spazio nella mia vita. Recupero un vecchio taccuino solo quando mi trovo di fronte a dubbi. Scrivere mi aiuta a fare ordine. È invece pressoché continuativa la mia pratica di curare una specie di diario professionale.

Anni fa, quando avevo seguito un corso estivo di management in Svizzera alla Malik Management Summer School mi aveva ispirato l’idea del diario che lì ci era stata imposta come must in ogni lavoro. La forma che ci avevano consigliato, essendo quella una scuola svizzera di management, non poteva che essere una tabella, rigorosa, ma di grande aiuto.

Il diario insomma, che in genere è visto come spazio privato, come luogo di intimità, in quel corso era divenuto uno degli strumenti per tenere sotto controllo il proprio lavoro, ma anche per riconoscere i punti deboli.

Alcuni giorni fa ho letto questo post in cui si auspica la costanza nel appuntare in un diario il lavoro svolto e di farlo ogni venerdì. Lo scopo, si dice in questo post, è registrare le cose fatte e utilizzarle quando si parla con i capi o si chiede una promozione, ma anche per sentirsi meglio. Si guarda la lista e si dice: “Ammazza quante cose ho fatto questa settimana!”.

Un diario di lavoro, però, non andrebbe considerato solo in funzione di una prova provata delle cose fatte. Per me è soprattutto un’occasione di analisi del lavoro svolto e un misuratore delle emozioni, se così si può dire.

È importante riuscire a vedersi dall’esterno. Ciò aiuta a migliorare, a vivere i problemi con minore sofferenza, a scorgere le proprie fragilità, a distanziarsi per un attimo e uscire dal bicchiere d’acqua in cui ci si potrebbe perdere. Duccio Demetrio, autore di un bellissimo libro “Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé” dice in un’intervista.

“Quando ripensiamo a ciò che abbiamo vissuto, creiamo un altro da noi. Lo vediamo agire, sbagliare, amare, soffrire, godere, mentire, ammalarsi e gioire: ci sdoppiamo, ci bilochiamo, ci moltiplichiamo. Assistiamo allo spettacolo della nostra vita come spettatori: talora indulgenti, talaltra severi e carichi di sensi di colpa, oppure, sazi di quel poco che abbiamo cercato di vivere fino in fondo.”

Ovviamente, una vostra obiezione ragionevole può essere che la giornata è giá fin troppo piena e se bisogna mettersi pure a psicoanalizzarsi non si finisce più …

Il mio consiglio è quello di provarci comunque. I benefici sono davvero imprevedibili.

Io per esempio uso, a tempi alterni, due doversi modelli.

Metodo tradizionale: la tabella

Ho creato una tabella excell che compilo, soprattutto quando sono in fase calda pre-evento. Mi serve per l’anno successivo e mi serve dopo l’evento per capire in quale fase ho svolto certi compiti. Mi aiuta però anche a capire cosa non va. La tabella, infatti, prevede le seguenti colonne:

COLONNA DEL DIARIO SCOPO
Giorno

Utile per l’anno successivo: quando ho fatto quella data cosa l’anno scorso?

Ora entrata e ora uscita

Mi serve per tenermi sotto controllo. Talvolta sono dentro quello che gli psicologi chiamano il “flusso” e perdo la cognizione di tempo, tanta è la concentrazione. Il problema è che il giorno dopo sono uno straccio e dunque cerco di porre dei limiti alle ore in ufficio. Sul necessario risparmio energetico dell’event management ne ho parlato qui.

Attività macro

Qui distinguo riunioni, sopralluoghi, lavoro amministrativo o gestione di progetti …

Settore

In quanto direttrice generale devo coordinare tante diverse funzioni; qui semplicemente le indico e ciò mi consente anche di vedere quali settori sono più deboli in termini di autonomia operativa.

Dettaglio Specifico cosa ho fatto
Soddisfazione 1-5

Qui prendo le distanze da me e mi osservo. Se per troppi giorni consecutivi i numeri sono bassi c’è un problema che va affrontato con urgenza!

Note

Questo è diario puro: descrivo come mi sento, perché sono soddisfatta o insoddisfatta. Queste note, in fase di analisi post evento sono oro colato. Preziosissime!

Molti potrebbero dire che è inutile che io insista, tanto anche solo per questa tabella il tempo non c’è. Il punto è: io uso un mio linguaggio (il diario è mio) con parole chiave, sintesi, abbreviazioni che danno un senso a ciò che scrivo. Ci metto pochi secondi. L’ultima colonna può avere anche solo un: “coord. perf.” (che sta per coordinamento perfetto) o “stress a mille, inceppamenti procedure, cambiare sistema prox anno”. Quanto ci si mette a scrivere questo? Non ci si mette di più a rodersi il fegato perché le cose non vanno? Scrivetelo e vi liberate del negativo!

Ma soprattutto: questo È lavoro. È il canovaccio fondamentale su cui lavorare per migliorare sé stessi e la gestione del proprio mestiere.

Metodo innovativo: Trello

Ho giá raccontato il mio entusiasmo per Trello alcune settimane fa. Ecco, il fatto di poter spostare facilmente le cose da fare in una lavagna dal titolo “fatto” mi consente in tempi rapidissimi di archiviare le attività eseguite e vederle tutte elencate. Non solo: volendo potrei anche inserire delle note (il livello di soddisfazione ad esempio potrebbe essere segnato con un colore) anche se per questo aspetto, tuttavia, io preferisco la tabella.

La mia regola personale è:

  • sotto evento: tabella
  • fase di progettazione: Trello

Non importa dove, importa farlo!

Il diario è una pratica privata, anche se è un diario da lavoro. Il mio consiglio non è tanto come tenerlo (un quaderno, computer, tabella, applicazioni …) quanto il fatto di abituarsi a tenerlo.

In fondo è come liberarsi di qualcosa. Fare ordine. Mollare zavorra. E come diceva Mastroianni (in un’intervista che non sono riuscita a ritrovare): un attore deve fare attenzione a non confondersi con il personaggio, e dovrebbe osservarsi sempre con un occhio esterno.

Spostando questo suo consiglio in un ufficio, potrei dire: un essere umano deve fare attenzione a non confondersi con il ruolo professionale. Il diario è l’occhio esterno che ci aiuta a rimanere noi stessi e crescere, sia in quanto umani, sia in quanto “personaggi” nel teatro del lavoro.