Perché dovremmo ringraziare la Nazionale per la sua sconfitta.

Brasile 2014 - Italia allo specchio - foto di Non è che nella partita contro l’Uruguay ci siamo arrabbiati tanto perché ci siamo visti allo specchio?

Mi colpisce sempre seguire le onde emotive che segnano le nostre reazioni ai successi e agli insuccessi sportivi. Ricordo i tempi di Alberto Tomba: i deliri di una nazione. Non ho però nemmeno dimenticato, come alle sue prime débâcle quella stessa nazione lo aveva abbandonato.

La stessa cosa è accaduta nel giro di poche settimane in Brasile. L’Italia contro l’Inghilterra era la squadra che ha giocato con il cuore, un Italia mondiale, un Balottelli eroe. E le macchine giá scorrazzavano suonanti per le strade delle città. Poi, primo choc contro il Costa Rica e infine la caduta pochi giorni fa. E i toni nei giornali e nei commenti al bar sono cambiati drasticamente. Una vergogna, stipendi troppo alti, ragazzi viziati, lavorare è un’altra cosa e così via. Prima: grande amore, poi un respingimento altrettanto estremo. È un paese schizofrenico il nostro? O forse la verità è che vedendo quell’Italia ci siamo visti allo specchio e ci siamo spaventati?

Tanti sono stati i dibattiti su quella sconfitta come immagine di un paese che non c’è.

E ci ho pensato pure io, se buttarmi anch’io nella mischia o lasciar perdere. Alla fine ho deciso: mi affaccio a questo mischia con due considerazioni.

La sconfitta vissuta da italiana

Forse questa sconfitta ci ha fatto bene.

Se avessimo vinto, ci saremmo dimenticati che in questo paese le cose non vanno per nulla bene e forse, con un po’ di arroganza e di presunzione avremmo concluso che in fondo, noi italiani, siamo i migliori. Non che questa sconfitta sia imputabile al sistema paese, per carità. Ma certo le cose non avvengono mai per caso.

E allora questa sconfitta sembra davvero un po’ lo specchio di un paese, che entra in campo per pareggiare e non per vincere, che non combatte, non si rimbocca le maniche, che è slegato. Facili, fin troppo facili metafore, mi rendo conto.

Eppure sono anche utili metafore. Perché se da un lato ci si dice che dobbiamo guardare al futuro e che un po’ di ripresa forse c’è, pigramente forse abbiamo pensato che supereremo tutto questo con leggerezza, senza fatica. E invece non è così. Se avessimo vinto ci saremmo dimenticati che la rinascita di questa nazione impantanata sta solo nel lavoro serio, duro, nelle persone brave al posto giusto, e che soprattutto la ripresa dipende anche da noi, non solo dal “mister”. Possiamo prendercela con con un arbitro (l’Europa?) o con Suarez (la Merkel?), ma se non ci mettiamo a lavorare sodo, la nostra bellezza, la nostra creatività, il nostro sole e il nostro cibo buono non saranno sufficienti a salvarci. Né il nostro Rinascimento (leggi: vittoria del 2006).

Ed ecco che ce la prendiamo con questi ragazzi strapagati perché ci hanno deluso. Hanno rotto il sogno. Ci hanno fatto vedere la realtà. Ce l’hanno sbattuta in faccia con la loro indolenza. La nostra stessa indolenza che ci porta a non avere metodo nel lavoro. Esempi banali, banalissimi? Non rispondiamo alle mail. Ci cercano e noi non richiamiamo. Teniamo in sospeso persone e risposte. Per firmare un contratto ci mettiamo mesi e mesi. Non paghiamo chi lavora per noi. Arriviamo tardi agli appuntamenti. I processi decisionali sono contorti e infinti e alla fine, quando finalmente decidiamo è troppo tardi. E ci lamentiamo di continuo. Ma noi, noi, quando lavoriamo, come lavoriamo? Con metodo? Diamo precedenza alle competenze o agli amici? Paghiamo il giusto le persone? Elaboriamo solide strategie o cavalchiamo l’onda? Ripeto, le similitudini trovano il tempo che trovano, ma mi chiedo perché ce la prendiamo tanto con la Nazionale, quando nel nostro quotidiano al lavoro ci comportiamo allo stesso modo? Dovremmo forse ringraziare questa squadra perché ci ha fatto vedere come siamo noi. Certo, senza i loro milioni di euro, ma il punto non è questo. Se un lavoro è fatto bene, molto bene, è giusto che sia pagato.

Quindi: ben venga questa sconfitta, a patto che da essa impariamo a non essere come quella squadra. A patto che puntiamo il dito verso noi stessi e decidiamo di diventare un macchina da guerra che lavori seriamente e lo dimostri ogni giorno, fin nelle piccole cose, anche solo nel rispondere a una mail in tempi decenti.

La sconfitta vissuta da organizzatrice di eventi sportivi.

Questa sconfitta ha evidenziato un altro aspetto che riguarda invece il tema sport. Anche su questo tema si è dibattuto molto. Radio Tre ha dedicato una trasmissione (Tutta la città ne parla) alla quale ho partecipato anch’io (se vi interessa potete scaricare il podcast qui).

Di nuovo, allo stesso modo appare uno specchio: quello di una nazione sportiva priva di strategie nella crescita di giovani atleti, priva di educazione allo sport, povera di competenze manageriali, debole nel marketing oltre i diritti TV. Il focus è soprattutto dentro gli stadi. La frustrazione ormai è tale che guardiamo alle squadre estere (Manchester e Bayern) con uno stato di ansia, di fretta, di consapevolezza dei nostri ritardi.

Ebbene, di nuovo una sconfitta, allora, che può essere affrontata con un grazie, perché ha evidenziato che in realtà non tutto è perduto e che molto, davvero molto, si potrebbe fare. In fondo, non è bello stare in un paese in cui c’è ancora molto da costruire? Il tema degli stadi, della vita dello spettatore, della conversione della giornata della partita in un giornata di intrattenimento e festa è più attuale che mai.

Un tema che a me sta molto a cuore e i miei lettori lo sanno perché ne ho scritto più volte.

Non sanno però che quando avevo seguito un master anni fa al Sole24Ore, avevo proprio fatto la tesina su questo tema (tesina da master part time, sia chiaro!). Perché il fatto è che investire nello stadio, significa aumentare anche il cash flow oltre che portare valori diversi sugli spalti. Sono soldi immediati che portano gli spettatori. E le statistiche delle altre società mostrano come davvero questa sia una buona strategia per non dipendere solo dai diritti TV.

Non vi tedio con cose giá scritte più volte, ma ecco, se ci fosse l’interesse, questi sono i post in cui ho trattato il tema.

Spettatori, calcio e strategie negli stadi

Management, sport, made in Italy

 

Immagine: Pinocchio_Rome / Steven StevenC_in_NYC-Flickr

Perchè non è il business il vero nemico dello sport.

Ute Lennartz-LembeckSiamo davvero sicuri che business e sport, se uniti, producono il male?

Nel mondo dello sci italiano in questi giorni è accaduto qualcosa. La famosa località Cortina d’Ampezzo si è candidata per la quarta volta ad ospitare i Campionati Mondiali di Sci nel 2019 ed è stata battuta, per un solo voto (9 a 8) dalla piccola località svedese, Are, che giá aveva ospitato i Mondiali nel 2007.

Il dibattito che si è aperto mi stimola a fare una riflessione, che prescinde lo sci, e investe le due grandi dimensioni: sport e business. Perché a leggere i commenti sull’esito di questa bocciatura, mi sono resa conto che tutti, pur dicendo cose opposte, sottendono una stessa lettura.

Vediamo in che senso.

Sport e business

Prendo due interpretazioni opposte.

Cortina2019 dice ha vinto il business, ha perso lo sport:

Tweet Cortina2019

La rivista Race Ski Magazine dice ha vinto lo sport, hanno perso gli interessi politici:

race

Cioè uno dice che ha vinto lo sport, l’altro dice che lo sport ha perso.

Entrambi dicono che o è sport (cioè bene) o è business e politica (cioè male).

Come se lo sport, per potersi sviluppare non avesse bisogno di business e politica, come se lo sport fosse una bolla, estranea al nostro mondo, capace di autogenerarsi. Ma senza business non ci sarebbe sport. Business vuol dire attività economica. Ecco allora che senza attività economica gli atleti non potrebbero nemmeno procurarsi gli attrezzi per gareggiare e non troverebbero campi di gara.

Mega eventi si o no?

È un dato di fatto, tuttavia, che i grandi eventi sportivi sono ormai troppo spesso osteggiati. E si urla allo scandalo perché lo sport è tradito. Ma l’evento in sé non è un male, è come la televisione: dipende che uso ne faccio. O come una macchina: dipende da come la guido.

E la colpa non è del business, in quanto attività economica, né della politica, in quanto attività strategica e di governo.

Scrive Andrea Lucchetta su pagina99: “La politica ha sempre giustificato le spese legate ai grandi eventi sportivi con mirabolanti promesse di ricadute economiche. Il problema è che non ci sono prove a sostegno di questa tesi, a spulciare l’andamento delle economie.”

Io non sono totalmente d’accordo. Certo Atene 2004 è un pessimo esempio e temo lo sarà anche Brasile 2014, viste le premesse, e lo fu certamente Italia 90. Ma Barcellona 1992 fu un esempio di rilancio non solo di una città, ma di una nazione, democratica da meno di vent’anni. Germania 2006, quella del nostro Mondiale, è stata una straordinaria occasione per far conoscere al mondo una Germania amichevole, aperta e dinamica contro ogni pregiudizio figlio del secolo passato e il turismo è cresciuto, soprattutto quello culturale, secondo il National Brand Index. Dopo quei Mondiali il calcio europeo è cambiato, orientandosi ancora più al pubblico, allestendo un intrattenimento sano per gli appassionati di calcio. O ancora, Londra 2012: ha ristrutturato un pezzo di città, ci ha portato impianti sportivi, oggi sempre pieni di bambini, con lo scopo di riavvicinare la popolazione allo sport.

La colpa sta nel vino o nell’ubriaco?

Generalizzare allora è pericoloso perché ci impedisce di individuare le responsabilità. Viktor Frankl, nel suo bellissimo libro “L’uomo e il senso della vita” contesta l’idea di una responsabilità collettiva. La responsabilità è sempre individuale e se noi contestiamo gli eventi in senso assoluto, rechiamo danno allo sport, che tutti citiamo come dimensione salvifica e sempre tradita, ma anche ai paesi che volessero ospitarli. Ci sono mega eventi che hanno certamente migliorato le condizioni delle comunità. Non tutto è da buttare, dunque. E soprattutto i processi sommari ai mega eventi, o al business che attirano, non possono aiutare a migliorare. Ripeto: non è l’evento il problema, è semmai chi lo governa male.

Lucchetta ancora scrive: “Mondiali e Olimpiadi in altre parole si traducono in un trasferimento di risorse dai contribuenti a una serie di gruppi di interesse, sia interni che esterni al paese organizzatore.”

Purtroppo ciò è spesso vero e purtroppo ciò porta poi ai processi sommari. Sochi 2014, l’Olimpiade più cara in assoluto, è stata un business per pochissimi. Ma sta allora al CIO proteggere il suo brand ed evitare tutto ciò (ne ho parlato qui). E gli scandali intorno alla FIFA certamente non fanno bene.

Chiamala se vuoi … corruzione.

Però accade anche che la Sony giapponese ha chiesto chiarimenti sui Mondiali del Qatar, perché un’inchiesta del Sunday Times ha rivelato che sono stati pagati 5 milioni di dollari in mazzette per corrompere i delegati che hanno assegnato i mondiali agli arabi. Certamente la Sony vuole tutelare la propria immagine e dunque il proprio business. Ma mi pare un segnale forte e questo è importante.

Ma soprattutto ciò che è accaduto e che sta accadendo nel Qatar (sfruttamento di operai schiavi nei cantieri) non può essere usato come argomento per condannare il business legato allo sport in senso assoluto. Ciò che è accaduto nel Qatar è corruzione ed è illegalità.

Se in Italia la classe politica è incapace e inetta e lontana dalla realtà ciò non significa che la politica è un male, perché ciò che fanno quelle persone dentro i palazzi non è politica, anzi è un tradimento della politica.

La stessa cosa vale per il business e qui non posso non rimandare al più volte citato libro dentro questo blog: “Ho studiato economia e me ne pento” di Florence Nouville. L’economia non è un male, anzi è una disciplina al servizio della società, è l’uso che se ne fa che può essere dannoso. E di nuovo torniamo al tema della responsabilità. Business inteso come scambi economici per aumentare il valore é una cosa. La corruzione è qualcos’altro

E i mega eventi sportivi non sono un male. Diventano un male se sono solo strumenti speculativi per pochi. Se a gestirli sono persone disoneste. E non dico nemmeno manager disonesti, perché i fondamenti del management sono la responsabilità e l’etica. E dunque, come se ci fosse un giuramento di Ippocrate, queste persone non hanno solo violato la legge, ma hanno tradito i presupposti del proprio mestiere. Expo insegna.

Le parole giuste

Il mio allora è solo un invito: proviamo a usare la parola business nel suo senso positivo e a dire che non è il business a rovinare lo sport, ma lo sono la corruzione, l’illegalità, la speculazione oligarchica. E non dimentichiamoci mai: lo sport è di questo mondo e la corruzione è di questo mondo e pensare che lo sport, per il suo valore interno di lealtà, solo per questo possa essere immune dalle brutture, è molto naif. Anzi, proprio per questa sua bellezza, perché terribilmente attrattivo, dobbiamo sforzarci ancora di più per proteggerlo, .

Modelli virtuosi di sport e politica e business ce ne sono. Impariamo da loro.

O ascoltiamo i filosofi. Scrive Emanuele Isidori

«Se noi praticanti e spettatori sviluppassimo una sensibilità per la bellezza dello sport eticamente modellato sui suoi valori specifici interni quali l’equità, il rispetto, la giustizia e la meritocrazia, i problemi esterni quali il profitto e la mercificazione non ne eroderebbero i valori interni. Infatti il profitto e la mercificazione finirebbero per seguire questi valori, mettendo il business in linea con l’etica dello sport, raffinandone la pratica»

Infine mi concedo un ultimo comento sulla questione di Cortina: e non me ne vogliano i miei amici, ma se di business dobbiamo parlare, penso, che con la sconfitta di Cortina abbia perso proprio il business. Cortina è più attrattiva per investimenti di sponsor e Cortina, a differenza di Are, ha bisogno di infrastrutture e dunque il Mondiale avrebbe messo in moto un’economia importante sia in termini di posti di lavoro nell’indotto, sia come punto di partenza per un rilancio.

A Cortina secondo me ha perso il business nel senso di imprenditorialità e sviluppo, e dunque ha perso anche lo sport italiano che di questa imprenditorialità ha tanto bisogno.


Immagine: Ute Lennartz-Lembeck - B-Arbeiten – Utopia Street Art

Come andare allo stadio ed essere felici

Lo stadio e lo spettatoreUno stadio di calcio può essere felice?

Questa domanda me la pongo ogni volta che vedo scene di violenza dentro i nostri stadi. Facce brutte, striscioni aggressivi, colori scuri, musi incattiviti. E ogni volta che vedo queste immagini mi dico che il calcio, il nostro sport nazionale, è appunto sport o dovrebbe esserlo anche nel modo in cui viene vissuto e che se anche non è più sport (ne ho parlato qui) è almeno sportainment, che vuol dire intrattenimento.

E intrattenimento vuol dire gioia. E allora cosa centrano i brutti musi incarogniti con la gioia?

La bella notizia è che uno stadio felice è possibile. E la notizia ancora più bella è che uno stadio felice fa guadagnare. Un guadagno che io vedo su più più fronti, non solo quello economico delle società, ma anche quello umano, quello delle relazioni tra le persone.

FootballAvenue e la sfida per un calcio migliore

Ho assistito ieri a un forum unico in Italia, che alla sua seconda edizione, vuole proprio stimolare un confronto in questa direzione. Sul modello di incontri simili in altri paesi – mi vengono in mente quelli organizzati da Sponsors in Germania (ne parlai qui) -, FootballAvenue ha radunato dentro uno stadio, quello della Juventus, club e aziende, esperti nazionali e internazionali non solo per fare business, ma anche per confrontarsi su esperienze possibili e per stimolare l’Italia a recuperare il suo ritardo rispetto ad altri paesi europei.

Per me, che ho tanto a cuore lo spettatore, è stata una bella occasione. E gli stimoli sono stati moltissimi. Ne elenco alcuni, partendo dalle note dolenti.

Germania – Italia 1:0

Alberto Colombo, direttore marketing della European Professional Football League, ha presentato statistiche sulla vendita dei biglietti nelle partite in Euoropa. La Germania svetta in pole position con numero da capogiro, circa 45.000 biglietti in media venduti per partita. L’Italia si trova solo al 4. posto dopo Inghilterra e Spagna, con valori decisamente bassi. Se poi si guardano i dati della serie B, il quadro è ancora più desolante. Uno dei motivi per questo gap è la sicurezza, ma come ha spiegato Colombo, più che un problema reale la sicurezza è un problema di percezione. La gente pensa che sia pericoloso, perché evidentemente la comunicazione sugli scontri è più efficace di quella sulla festa sportiva. Mancano però anche tecnologie e servizi dentro gli stadi che consentano al pubblico di interagire con la partita in modo attivo dentro un luogo accogliente e divenendo attori e narratori del match.

Lo stadio  social

Niels Roine  ha raccontato come il bisogno coinvolgimento del pubblico tramite mobile è cruciale. La gente partecipa e partecipando registra la sua presenza tramite tweets, foto, e post e così svela i suoi comportamenti, racconta chi è e cosa ama. Provocatoriamente Roine ha detto che se vuoi conoscere bene il tuo spettatore basta andare su Google. Li si trovano tutte le nostre tracce. E la cosa affascinante è che proprio grazie a questa interazione oggi è possibile aumentare la partecipazione e dunque la felicità dello spettatore e così facendo aumentare il numero di spettatori, che vogliono sentire l’aria dello stadio digitando sul tablet e così facendo, infine, aumenta l’interesse degli sponsor, aumentano le vendite di cibo e bibite e merchandising e si crea una nuova fonte di ricavi per le società. Lo stadio, cioè, migliora la sua qualità vedendo nello spettatore un cliente. Per alcuni forse ciò è un male. Me ne rendo conto ed io stessa non amo lo sfruttamento per lo sfruttamento, ma qui si apre una opportunità: lo stadio può divenire un parco divertimento, dove il divertimento è dato da partecipazione, emozione, cibo, museo, tweets, foto, video, incontri, musica e così via.

Lo spettatore disertore

La sociologia parla di mediazione emozionale quando si riferisce all’intrattenimento. Ora, se questa mediazione si occupa di emozioni pulite, sane, pure, di passione vera per il calcio, di bisogno, come dice Michel Maffesoli, di fratellanza, di condivisione, di esperienza qui e ora e se il problema che abbiamo negli stadi italiani è che invece le emozioni che prevaricano tutto il resto sono quelle della passione per lo scontro o per la divisione, ebbene allora forse dovremmo davvero cercare di rivedere lo stadio al suo interno e pensare allo spettatore che vorrebbe andarci, e non a quello che col muso arrabbiato si presenta ogni domenica al nostro cancello. Dovremmo chiederci: chi è il nostro non-cliente? Chi è che non compra i nostri biglietti? E perché non li compra?

Le risposte probabilmente si trovano su due livelli, quello dei servizi base e quello della personalizzazione. Vogliamo essere trattati bene, ma vogliamo anche sentirci speciali.

Lo spettatore trattato bene

L’esperienza parte dal momento in cui a casa decido di andare alla partita e compro un biglietto on line. In tedesco quello che provo si chiama Vorfreude: gioia anticipata. Dopo questo primo momento, entro in una sorta di corridoio virtuale, il percorso che dal mio clic di acquisto del biglietto mi conduce all’esperienza partita. Le possibili tappe (o anche i possibili momenti di verifica inconsapevole, che andranno a comporre il mio giudizio finale) sono:

  • Uscire di casa
  • Prendere un mezzo pubblico o la macchina
  • Arrivare e parcheggiare facilmente
  • Indirizzarmi senza problemi al mio cancello
  • Trovare uno steward sorridente che mi dà il benvenuto e mi augura buon divertimento
  • Stare fuori nel chiosco e sentire la musica mangiando un hot dog
  • Entrare nello stadio e sentirmi in un tempio
  • Mangiare ancora qualcosa in un ristorante che a scelta può essere gourmet o fast-food o pizzeria o tex-mex
  • Andare al museo e scoprire pezzi di storia che non conoscevo
  • Comprare un gadget della squadra
  • Andare alla toilette (che in quanto signora esigo sia pulita!)
  • Bere un buon caffè e mangiare un dolce goloso
  • Fotografarmi con gli amici e postare le immagini
  • Interagire via web con altri amici o semplicemente tifosi e incontrarli e farmi nuovi amici
  • Giocare a calcio con un dispositivo elettronico
  • Entrare finalmente in tribuna e prendere posto su una poltrona comoda anche se ho il preso il biglietto più economico
  • E, fischio d’inizio, godermi la partita
  • E poi, dopo, fermarmi a mangiare un ultimo boccone
  • Postare un’ultima immagine su instagram
  • Prendere la macchina e senza ingorghi, uscire dal parcheggio
  • E infine, arrivare a casa e scoprire nella mailbox che la mia squadra mi ringrazia per essere stata con loro tutto il giorno

Lo spettatore speciale

E se tutte queste cose le volessimo personalizzare, allora proviamo a immaginare che lo spettatore sia:

  • Un giovane al suo addio al celibato in uno skybox personalizzato
  • Un bambino con i compagni di classe per la festa di compleanno
  • Un imprenditore con i suoi clienti per un’azione di pubbliche relazioni
  • Un gruppo di amiche che vogliono godersi una partita senza uomini, anche loro, dentro uno skybox personalizzato
  • Una famiglia con bimbi piccoli, affamati e infreddoliti, ma ostinati a seguire i propri campioni
  • Un gruppo di stranieri in vacanza in Italia che vuole godersi un match dal “sapore” italiano

Le categorie sono infinte. E per ognuna, oltre ai servizi base, ci sono le personalizzazioni. Ci sono mondi e universi che si possono aprire e che si possono conoscere perché oggi la tecnologia ce lo consente.

stadio feliceEcco, io penso che se ce la fanno gli altri ce può fare anche l’Italia. Che questi spettatori troppo spesso se ne stanno a casa e sono quelli che non solo farebbero guadagnare soldi alle societá, ma sono anche quelli che riporterebbero la passione “antica” dentro uno stadio. Quella passione che ti porti dentro per sempre e che ti fa dire: anche se oggi abbiamo perso, ci siamo divertiti un sacco.

O che farebbe dire a me: anche se non sono un’esperta di formazione e tecnica del gioco, che splendida giornata ho appena passato.


Se ti é piaciuto questo post, forse ti interessano i più vecchiotti post su questo tema:

E poi i due già citati nel post:

Come si misura il successo di un evento?

Sullla scia dei dibattiti dopo il Salone del Libro di Torino, Gazzetta di Torino ha pubblicato una mia riflessione su come si possa misurare il sucessso di un evento. L’articolo originale si trova qui


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I commenti a chiusura del Salone del Libro di Torinosuggeriscono alcune riflessioni generali, non tanto sul Salone in sé, ma sugli eventi in sé.

Il dibattito, ben riassunto da Paola Ferrero, ci mostra che ci sono in sostanza due fazioni: gli organizzatori soddisfatti e alcuni visitatori insoddisfatti o per lo meno critici. Per tirare acqua al proprio mulino si citano i numeri dell’affluenza, delle vendite dei libri, degli interventi, della presenza di editori e così via. Un dibattito vivace che può essere, auspica Paola Ferrero, una buona base per miglioramenti futuri.

Verrebbe da dire che se c’è stato un successo è certamente quello che ha animato la discussione, un’occasione, in realtà per parlare di libri, di cultura e di diffusione della stessa nel nostro paese.

Per rimanere però sul piano asciutto degli eventi, vale la pena chiedersi: come si misura per davvero il successo?

La strada più immediata, quella che in genere riscuote titoli d’effetto, riguarda i numeri.

Quanti spettatori sono stati presenti, quanti biglietti sono stati venduti, e nel caso di eventi di altro genere, quanti pasti sono stati preparati, quanti VIP erano invitati, quanti volontari arruolati, quanti pernottamenti registrati, quanti atleti in campo e così via. Si dice una cifra e si pensa di poterne affermare successi o fallimenti.

Limitare ai numeri le valutazioni può portare però ad analisi poco pertinenti con il risultato reale.

La domanda da porsi allora è: come si misura il risultato?

La risposta non è facile, perché non si tratta di una produzione di scatole e dunque più scatole prodotte, più siamo certi di avere successo. La scatola evento non è semplicemente, o non è solo, quantificabile.

Una delle frequenti obiezioni ai troppi festival culturali nel nostro paese, riguarda proprio questo punto: anche se le piazze sono piene di persone interessate ad ascoltare filosofi o scrittori, aumentano le vendite di libri? E come facciamo a capire se un eventuale aumento (che ahimè pare non ci sia) sia legato al festival?

O ancora: non è che questi festival siano solo palcoscenici per case editrici o star della cultura? La stessa domanda, in fondo, aleggia intorno al Salone del Libro: è solo business o è cultura? Cioè: è una fiera o un evento culturale? O forse entrambi?

Rispondere a queste domande non ci dirà se l’evento è stato o meno di successo. E questo per un semplice motivo: non conosciamo gli obiettivi posti all’inizio.

Se non conosciamo il piano strategico di un dato evento non siamo in grado di giudicarne il successo, che in breve vuol dire: raggiungimento degli obiettivi posti.

Se un festival culturale in una qualsiasi città italiana si pone come scopo la promozione turistica del territorio e semplicemente usa il contenuto “cultura” come strumento di promozione (ma potrebbe usare anche lo sport o il rock o l’artigianato,) e non come scopo ed effettivamente riempie gli alberghi e i ristoranti e registra una crescita di presenze turistiche anche in periodi extra evento, allora, si: il successo c’è stato.

Se invece lo scopo è la crescita nella vendita di libri e questa non accade, allora l’obiettivo non è stato raggiunto e dunque il festival ha fallito.

Se infine, lo scopo è sempre la crescita di vendita di libri, ma non si ha modo di verificare se questo avvenga, perché ad esempio non si è pianificata l’analisi con le case editrici interessate, allora, ancora peggio, l’obiettivo era mal posto.

Prima ancora di chiedersi se le cose sono andate bene, sarebbe dunque più ragionevole chiedersi dove si voleva arrivare. È un po’ come nel jogging. Per taluni lo scopo è macinare chilometri, per altri macinare minuti. L’arrivo alla meta dipende solo dalle intenzioni iniziali.

L’Italia non é un paese per eventi

L'amara ironia di una "board" su Pinterest. Expo made of Italians. Purtroppo, si.

L’amara ironia di una “board” su Pinterest. Expo made of Italians. Purtroppo, si.

Questo, cari lettori, contrariamente alla mia abitudine, un è post pamphlet, un post amaro e sconfortato. Un post che segna una sconfitta verso tutto ciò che negli anni ho raccolto dentro questo blog. È il post che racconta la sconfitta degli eventi nel nostro paese.

“Il solito copione”, scrive oggi Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera, “recitato per i Mondiali di Nuoto, le universiadi, la World Cup di Calcio, l’Anno Santo … Anni perduti in preliminari, discussioni infinite sui progetti, liti e ripicche sulla gestione e poi, di colpo, l’allarme: oddio, non ce la faremo mai! Ed ecco l’affannosa accelerazione, le deroghe, il commissariamento, le scorciatoie per aggirare lacci e lacciuoli, le commesse strapagate, i costosissimi cantieri no stop.”

Il “la” per questo perfetto e desolante quadro lo danno gli arresti intorno a Expo2015 a un anno dall’apertura dell’evento.

E dunque questo mio, non può che essere un post di dolore e di sconforto. Perché questo nostro paese distrugge tutto ciò che tocca. Roma ora vorrebbe partire con una candidatura olimpica e chi esprime dei dubbi è tacciato di disfattista, di iellatore, di anti-italiano.

“In questo paese – si risponde stizziti – bisogna pur credere! Bisogna andare avanti, non si può dire di no, solo per paura che qualcosa di negativo possa accadere.”

Ma i no ai grandi eventi oggi sono la voce realista di un paese che non crede più. E in questo coro, con immenso sconforto, mi ci metto anch’io, che vivo di eventi, studio gli eventi e credo, in senso astratto, che gli eventi siano una grande opportunità per la crescita (economica, sociale, culturale e professionale) di un paese.

E invece si ripete la solita storia. Il sogno viene fottuto e chiedo scusa per questa espressione che poco si confà al mio stile.

Un evento è qualcosa di impalpabile ed è effimero. Arriva, riempie di vita uno spazio, e poi se ne va. Ed è proprio il fatto che se vada che aumenta le responsabilità di chi ha l’onere e l’onore di farsene carico. La pianificazione strategica di un evento deve, per la natura della materia intangibile che tratta, occuparsi dell’evento stesso e della sua eredità. Deve avere la serenità e il tempo per affrontare non solo la grande festa, ma le tracce che saranno lasciate dopo. Ed è questa la grande forza degli eventi. Il fatto che cambiano qualcosa rispetto a prima. Che lasciano una traccia.

Affinché questa traccia sia un avanzamento, una crescita, un miglioramento, ci vuole solo una cosa: responsabilità, che è il compito primario di qualsiasi manager. Responsabilità per un’intera comunità, intesa non solo in senso geografico o sociale, ma come rete di impresa, servizi, persone, competenze, energie …

Nei mega eventi questa responsabilità riguarda non solo il paesello e i villeggianti, ma riguarda un sistema, riguarda un intero paese.

Naturalmente siamo tutti in attesa di sentenze definitive per colpevolizzare davvero gli arrestati, ma chi ora è in galera per Expo2015 (se é colpevole) ha tradito il proprio paese. E questo tradimento a quanto pare è un costume fin troppo diffuso in Italia.

Quindi, lo dico con il cuore che piange: no, questo non è un paese per grandi eventi. Lo dico io, che di eventi vivo e che credo nel potere magico di questa forza dinamica, fatta di vita, di persone, di infrastrutture, di belle architetture, di sperimentazione, di formazione, lo dico io, che per questa mia passione dovrei essere felice e orgogliosa di vivere in un paese che ospiterà Expo 2015 e che vuole candidare Roma per le Olimpiadi estive.