Un’italiana a Parigi. Bendetta Donato racconta Paris Photo.

ParisPhoto - sensible event management - Stefania Demetz

Quando la cultura e il mercato si incontrano possono accadere tante cose. Gente di tutto il mondo che si ritrova, contaminazioni, incontri, dibattiti, esposizioni. E tutto intorno alla bellezza, quella prodotta dagli artisti ed esibita, per esempio a una fiera, per esempio a Paris Photo.

In questo blog ho già raccontato con entusiasmo di un evento culturale francese sulla fotografia, i Rencontres di Arles, e di come esso sia in grado di mettere in moto dinamiche che vanno a vantaggio di un’intera ampia comunità, da quella artistica a quella sociale e professionale.

Questa volta mi sposto a Parigi, perché finalmente, davvero finalmente ho visitato Paris Photo! Quarantacinque minuti in coda sotto la pioggia insieme a persone provenienti da tutto il mondo per entrare nel bellissimo Grand Palais e girare tra gli stand di una fiera, che detto così pare quasi riduttivo. Era come stare in una sorta di città virtuale fatta solo di  gallerie fotografiche o bookshops. Non ho idea quante fotografie ho visto, alcune per la prima volta incorniciate e stampate, e a fianco di quanta gente sono passata e dentro quante gallerie sono entrata. Fatto sta che se chiudo gli occhi ho ancora dentro di me la sensazione di essere stata dentro un luogo che è mediatore di un immenso valore artistico e allo stesso tempo driver di importanti scambi commerciali.  Per capire meglio tutto questo, ho chiesto a Benedetta Donato, art curator italiana, formatasi a Parigi, di raccontarmi cos’è Paris Photo. Essendo a Parigi, l’incontro non poteva che avvenire  in un bistrot nel cuore del Marais, dove compresse tra i tavolini stretti del ristorante, avvolte dal profumo di una cucina buona, e circondate dalla vivace frenesia di un bistrot all’ora di punta le ho posto alcune domande.


Benedetta, cos’è ParisPhoto?

Benedetta Donato

Benedetta Donato al Centre Pompidou – © TC

ParisPhoto è la più grande fiera di fotografia al mondo allestita negli spazi maestosi del Grand Palais, che rappresenta un appuntamento imperdibile nel vasto programma espositivo e di eventi dedicati a questa disciplina artistica. Non a caso, novembre a Parigi è il Mois de la Photo. Quest’anno la fiera è giunta alla sua diciottesima edizione, contando sulla presenza di oltre 140 gallerie francesi e internazionali e 26 case editrici specializzate in pubblicazioni di settore.

ParisPhoto è un contenitore, uno spazio dove la fotografia si confronta su terreni diversi: il mercato del collezionismo, i momenti dedicati alle presentazioni e ai dibattiti, l’incontro con gli artisti e i booksigning, le premiazioni e i progetti espositivi monotematici che qui vengono presentati.

In quattro giorni qui si concentra e si fa esperienza di un mondo che è quello della fotografia!

Cultura e mercato: per molti è un ossimoro, come se economia e produzione artistica non potessero trovare spazi comuni. Secondo te questa fiera può insegnarci qualcosa?

Non direi vi sia discontinuità tra i due ambiti, piuttosto c’è stata un’evoluzione di questo rapporto. Per molto tempo, e oggi sicuramente molto meno, un artista e il valore riconosciuto alla sua produzione venivano considerati dal mercato solo dopo una consacrazione istituzionale che poteva avvenire tramite mostre allestite in grandi musei o importanti riconoscimenti da parte della critica accreditata.

Oggi la situazione è cambiata. Mi verrebbe da dire che cultura è mercato, nel senso che i due ambiti viaggiano sugli stessi binari, in un rapporto di continuità e reciprocità, e che spesso è il sistema del mercato, costituito dagli interlocutori come le gallerie e i collezionisti, a decretare il valore dell’operato artistico e quindi il suo riconoscimento da parte delle sedi istituzionali più prestigiose.

Non è un caso che manifestazioni e mostre in calendario nel periodo del Mois de la Photo a Parigi, vedano organizzati in concomitanza appuntamenti come le aste che si sono svolte da Sotheby’s nei giorni scorsi, dedicate interamente alla fotografia, con risultati di vendite eccezionali per milioni e milioni di euro.

La Francia ha altri appuntamenti importanti per la fotografia come i Rencontres di Arles. Perché secondo te?

Il discorso è certamente da inquadrare, innanzitutto, storicamente: la fotografia nasce in Francia e da qui si instaura una tradizione culturale che si evolve nel tempo. Quest’invenzione straordinaria viene sostenuta da iniziative come i Rencontres d’Arles – primo e più importante festival di fotografia del mondo – che derivano da un percorso di quasi due secoli. Il mondo della fotografia in Francia non vive solamente attorno a manifestazioni come Paris Photo e Arles; pensiamo a realtà museali come il Museo d’Orsay – che per primo negli anni ’70 ha inaugurato una sezione dedicata esclusivamente alla fotografia –  alla creazione della Maison Européenne de la Photographie negli anni ’90, alla Galerie Nationale du Jeu de Paume o all’Hotel de Ville considerati templi della fotografia e dell’immagine, a istituzioni mondiali come il Centre Pompidou che hanno dedicato ampie retrospettive alla fotografia contemporanea. Esiste, inoltre, in questo territorio un apparato di formazione eccellente, con un’offerta rivolta sia alla tecnica fotografica che agli aspetti relativi alla storia e alla critica.

La fotografia in Francia non rappresenta un campo di azione rivolto soltanto a determinati attori.

E’ un fenomeno che si instaura all’interno di un sistema di regole e valori condivisi, considerato, pur mantenendo una sua precisa identità, come fatto culturale.

Cosa abbiamo di equivalente in Italia? Oppure siamo più deboli? 

Non credo che le realtà siano paragonabili. Se parliamo di fotografia come sistema in Italia, certamente esploriamo un territorio abbastanza giovane ancora in fase sperimentale. Non mi riferisco alla tradizione della produzione fotografica che vanta grandissimi autori riconosciuti universalmente.

E’ recente l’istituzione di una manifestazione come il MIA Milan Image Fair, la fiera italiana dedicata alla fotografia e all’immagine, voluta da una mente illuminata e certamente colta come quella del suo fondatore Fabio Castelli. Una fiera che ha subito riscontrato la partecipazione del pubblico e una risposta significativa da parte del mercato. E a mio avviso, fondamentale come appuntamento per coloro che vogliano tentare un approccio o approfondire  questo mondo.

Ci sono istituzioni museali e festival importanti come il Photolux a Lucca, Savignano Fotografia, Fotografia Europea, il Festival di Roma e tantissimi altri connessi a realtà come le Fondazioni che si impegnano nel supporto di queste iniziative. Sempre più gallerie si propongono al mercato come operatori di settore che trattano esclusivamente fotografia. Così l’offerta formativa si va specializzando, offrendo proposte più mirate e specifiche.

La sensazione generale che ho è quella che attraverso molteplici interventi, stiamo provando a costruire e a fare sistema, in una realtà dove la realizzazione di un senso e di un obiettivo comune, rappresentano un difficilissimo traguardo da raggiungere.

Cosa ci fa un’italiana a ParisPhoto? Di cosa ti occupi? 

Sono spesso a Parigi e da dieci anni durante il Mois de la Photo mi trasferisco qui.

Devo molto a questa città perché in questo luogo ho potuto affrontare parte del mio percorso di formazione, quando in Italia le discipline di storia e critica della fotografia erano per lo più contemplate come sezioni a latere della più ampia storia dell’arte.

Volevo studiare fotografia e, dopo l’università e un anno di formazione sugli elementi e le tecniche di questa disciplina, mi sono trasferita per approfondire gli studi e specializzarmi.

Cosa ti porti a casa dopo queste giornate parigine?

Ogni volta che vengo in Francia, respiro un’aria diversa, sembra che tutto sia avvolto dalla fotografia. Parigi come Arles rappresentano un momento di ricerca fondamentale, un confronto con esperienze e percorsi che conosco poco o che non conosco affatto, e che qui ho l’opportunità di approfondire.

Porto con me quest’atmosfera di grandiosità e la voglia di ritornarci prima possibile, per vivere ancora l’esperienza di questa ispirazione.

Grazie Benedetta e … à bientôt!

.

Lavorare con metodo, ovvero come godersi il viaggio.

Obiettivo e metodo - sensible event  management - Stefania Demetz

Ve lo ricordate lo spot pubblicitario in cui Jeremy Irons diceva che non è la destinazione lo scopo, ma il viaggio? Era uscito alcuni anni fa e la regia era di Sorrentino e forse per questo me lo ricordo ancora. Mi è venuto in mente alcuni giorni fa quando ho letto un articolo su Internazionale in cui Oliver Burkeman afferma che per far avverare i propri sogni, più importante dell’obbiettivo, è il metodo. Vuoi diventare un fumettista famoso? Bene, allora con metodo devi creare una striscia al giorno. Ogni giorno e con costanza.
Normale buon senso, si potrebbe dire. Se voglio dimagrire il pesarmi ogni mattina (cioè puntare lo sguardo sul mio obiettivo) non è di certo la strategia migliore. Dimagrirò solo se sarò costante: una corsetta di 30 minuti ogni giorno e zero krapfen alla crema.

Eppure questa cosa del metodo, pur essendo ragionevole, la dimentichiamo un po’ troppo spesso. Basta fare un giro nel web a caccia di quotes. È tutto un invito ad avere un grande sogno, a concedersi la possibilità di immaginare in grande, perché “tu puoi, yes you can, credici” e così via. Ma poi in pochi ti dicono che per farlo devi essere metodico, coerente e disciplinato.

Obiettivi o risultati?

Prendiamo il management. Prima di partire ovviamente bisogna sapere dove si vuole andare: strategie, obiettivi aziendali, scopi. Voglio organizzare un evento? Devo sapere perché prima di tutto e poi devo aver bene in mente che tipo di evento, cosa voglio ottenere, dove voglio arrivare. Questo è un punto di partenza obbligato in ogni sistema di navigazione.

E poi? Poi si inizia a lavorare. Come? Fredmund Malik, guru del management, consiglia di considerare lo scopo come risultato. È una specie di pungolamento psicologico: se penso allo scopo, guardo sempre laggiù, alla destinazione. Se penso al risultato, vi includo mentalmente in modo implicito il lavoro che dovrò svolgere. Cioè: guardare all’obiettivo può stimolare un approccio passivo, pensare al risultato invece stimola all’azione.

La felicità? Un falso amico.

Ma forse, ecco, un vero aiuto dal mondo della psicologia lo può suggerire Viktor Frankl. (Degli insegnamenti di questo psicologo viennese salvatosi dalla prigionia di un lager nazista ne ho già parlato qui e qui.)
Sii felice, ci dicono le quotes che si trovano nel web. Tu puoi!
“Ma cosa vuol dire essere felice?” – si è chiesto Frankl. “Cosa vuol dire arrivare alla felicità?” Non sarebbe meglio dire che – se considero per esempio la felicità nel mio ambito professionale – sarò felice se l’evento avrà un aumento di spettatori, o un buon ritorno mediatico o se tramite questo evento si formeranno nuove competenze o cose del genere? Cioè lo scopo non sarà mai la mia felicità. Lo scopo sarà semmai la felicità degli spettatori – e solo conseguentemente la mia – e affinché questo divenga un risultato devo agire.
E devo farlo ogni giorno con lo sguardo che si fissa sull’oggi, sulle azioni nel presente. È un po’ come quando si va in montagna. Vedo sulla punta del monte il rifugio che voglio raggiungere e inizio a camminare. Se cammino guardando sempre quel rifugio, non ci arriverò mai. Non farò che vederlo lontano: “Mamma mia, fino a lassù bisogna andare. Sono ore che camino e il rifugio è ancora un puntino in mezzo alle rocce, non c’è la farò mai!” Se però cammino seguendo il ritmo dei miei piedi e della mia respirazione, passo dopo passo in modo regolare, il rifugio mi parrà meno lontano. Non solo: il viaggio stesso verso quel rifugio mi darà soddisfazione. La felicità non sarà solo finalmente godersi una birra in vetta al monte, ma sarà il camminare, il percorso fatto, il paesaggio attraversato.

Il rischio è che guardando solo i propri piedi – con lo sguardo bloccato sul presente – si potrebbe imboccare un sentiero sbagliato. Scrive Oliver Burkeman: “È vero che in questo modo (cioè concentrandosi sul metodo ndr) si perde la sensazione di trionfo che accompagna il raggiungimento di un obiettivo. Inoltre è difficile valutare giorno per giorno se il metodo sta funzionando. Ma il vantaggio è un flusso più regolare di piccoli momenti di felicità: mentre le persone che si pongono obiettivi languiscono in un perenne stato di insoddisfazione, osserva Adams, quelle che scelgono il metodo “hanno successo ogni volta che lo applicano, nel senso che fanno quello che volevano fare”.

E il punto è proprio qui: lo scopo (o la felicità) non sono un’astrazione lontana, una chimera. La felicità di per sé non può essere lo scopo. La felicità domani non esiste. Esiste solo qui e oggi. Allo stesso modo il risultato non esiste domani, esiste solo oggi, nel mio lavoro. Nel passo dopo passo, nel metodo.

La ruota che gira

Jim Collins, nel suo bestseller Good to Great, immagina il metodo come una ruota.
– È necessario prima di tutto concentrarsi sull’essenziale, e dunque lo scopo deve essere ben definito e deve essere pulito, minimalista, espresso a chiare lettere.
– Poi: non si deve avere fretta.
-Ciò che è veramente importante è iniziare a spingere la ruota verso l’obiettivo. All’inizio il movimento sarà lento, perché la ruota deve prendere velocità. Se tuttavia con disciplina spingiamo ogni giorno e tutti insieme nella stessa direzione, la ruota ad un certo punto ci richiederà meno forza, meno spinta, e andrà avanti quasi da sola nella direzione prefissata.

Turbolenze ve ne saranno molte nel viaggio della ruota, ma se chi spinge rimane focalizzato sulla direzione e continua nonostante il maltempo a spingere sempre con la stessa forza, la ruota continuerà a girare.

L’illusione del minestrone surgelato

Oggi viviamo in un’epoca in cui si vuole tutto e subito, dove la pubblicità ti dice che il minestrone surgelato pronto in sei minuti è addirittura migliore di quello fatto con verdure fresche e cotto per ore dalla nonna. Oggi sembra che sia davvero possibile ottenere tutto subito e ci si dimentica che dietro a quei sei minuti di cottura ci sono ore e ore di lavoro di chi ha seminato e raccolto la verdura e poi l’ha tagliata, precotta e surgelata, impacchettata, trasportata e messa sugli scaffali del supermercato.
Oggi dentro questo inseguimento del sogno e della felicitá, parole come disciplina e metodo fanno paura, appaiono respingenti invece che accoglienti.

Ma è propria questa percezione il vero malinteso. Il viaggio, come dice bene Jeremy Irons nello spot, è più bello dell’arrivo. E il metodo è semplicemente questo: saper dove si vuole andare e trovare, giorno dopo giorno, la felicità nel viaggio:

 

Postilla a “I confini e il ponte”: la menzogna

Neanche a farlo apposta, ho scritto il post I confini e il ponte: due modi diversi di vivere l’organizzazione –  in cui descrivevo come dentro un gruppo  possa nascere un malessere indicibile  – e TED-Ed lancia un video che ne è una perfetta chiosa.

Nella prima parte del post evidenziavo come l’identificazione di un capro espiatorio, bersaglio scelto come fonte di tutti i mali, avvenga tramite  il non dire. Le informazioni rimangono vaghe e in una brodaglia di generico e di non detto, si diffonde la sfiducia.

Nel post raccontavo, inoltre, quali sono i consigli  che la dottoressa Silvia Corbella – autrice di un libro ispirante – suggerisce per affrontare e superare  questi mali, ahimé,  molto diffusi anche in ambito lavorativo.

Bene, il video che vi propongo di TED-Ed offre un aiuto in più, perché con una bella grafica ci insegna a riconoscere la menzogna. E non a caso, ci dice la voce fuori campo,  la bugia é in agguato proprio quando le parole non dicono  e non dicendo insinuano.

Buona visione!

I confini e il ponte: due modi diversi per vivere l’organizzazione

Organizzazione ed esseri umani - stefania demetz - sensible event managementAmo spesso usare un disegno del corpo umano come esempio di lavoro di gruppo. Ogni parte dell’organismo diventa metaforicamente una funzione dentro l’organizzazione. Uso questa immagine perché mi pare aiuti a comunicare che ognuno è ugualmente importante. In un evento per esempio, ciò che va in scena (una gara, uno spettacolo, una mostra) non potrebbe esprimersi se non avesse chi costruisce il palcoscenico, chi lo finanzia, che richiama spettatori, chi ancora ne coordina i movimenti, chi, infine, umilmente pulisce le toilette del teatro.

Nel mio mestiere, non è solo la gara (il cuore) ad avere un valore, ma ci vogliono anche i muscoli (i collaboratori), i polmoni (i servizi allo spettatore) e il cervello (le strategie del vertice), e anche l’apparato digerente (chi si occupa di smaltire i rifiuti), e così via.

È stata dunque per me una piacevole sorpresa scoprire che un personaggio ben più illustre di me, addirittura 2500 anni fa in modo ancor più efficace aveva usato il corpo come esempio del bisogno reciproco:

“Tito Livio narra che Menenio Aggrappa, console moderato, stimato sia dai patrizi che dai plebei, nel 493 a.C. fu in grado di portare a una soluzione pacifica la rivolta del popolo contro il Senato, grazie all’esposizione dell’apologo, divenuto famoso, in cui paragonò l’ordinamento sociale romano al corpo umano, in cui solo la ‘collaborazione’ di tutte le parti permette la sopravvivenza. Se le braccia (i plebei), ‘stufe’ di nutrire lo stomaco (il senato) smettessero di lavorare, non verrebbero più nutrite e perirebbero insieme”.

Questa citazione l’ho trovata in un libro, “Liberi Legàmi. Un contributo psicoanalitico per un nuovo patto sociale”, che l’autrice, Silvia Corbella mi ha donato. Ho letteralmente divorato questo testo. Le persone più scettiche potrebbero inorridire:

“Che centra la psicanalisi con il management? Mica siamo dei matti!”

Obiezioni che accolgo. Ma, ed è un “ma” grande come una casa, come ho giá potuto scrivere due post fa a proposito della spinta gentile, il management non è cosa arida fatta di compiti, strumenti e regole. Management vuol dire guidare. E chi è guidato è l’uomo, nel senso di Mensch.

Nella premessa al libro ho trovato un’altra bella citazione che mi sono segnata. Le parole sono di Otto Fenichel:

Se è vero che gli uomini sono in funzione delle istituzioni, non è meno vero che le istituzioni sono in funzione degli uomini. Perché una trasformazione della realtà sia radicale, occorre afferrare le cose alla radice. E la radice è l’uomo.”

Come spiegano bene gli “scopritori” del nudge, gli umani, noi tutti, siamo irrazionali. In questo libro però andiamo oltre perché scopriamo che siamo irrazionali in quanto fragili. E uso la parola fragile con delicatezza e Mitgefühl (empatia). Il nostro fragile è il nostro essere umani.

Bene, direte voi, tutto molto affascinante, ma quando devo sedermi a un tavolo di riunione e devo prendere delle decisioni, sapere che il mio collega dorme con la luce accesa perché ha paura del buio non mi serve a nulla. Li, in quella sala, lui deve essere serio, professionale. Deve sdoppiarsi, cancellare quel sé fragile ed essere uomo, nel senso di maschio. Non può essere Mensch.

Torno al libro di Silvia Corbella, perché in esso ho trovato narrazioni (delicate), spiegazioni di situazioni che ci dicono che la nostra forza, invece, sta proprio nel nostro essere uomini (e donne). Anche dentro un’organizzazione, tra colleghi, nei gruppi di lavoro. Il fatto che gli esempi provengano dai gruppi terapeutici non deve intimidire. Anzi, proprio il gruppo guidato – non da un manager, ma da un’analista – così come raccontato nel volume, consente di prendere coscienza di dinamiche in maniera, direi, “concentrata”. È come se sbirciando dentro quella bolla vedessimo riflesse le nostre esperienze, quelle con le quali ci confrontiamo quotidianamente. È questo che ci dice il libro: come nel gruppo terapeutico, cosi nel gruppo istituzionalizzato. In parole semplici: in famiglia e al lavoro.

Alcuni esempi:

  • Il capro espiatorio

“Spesso – si legge nel libro – alla sofferenza dei legami istituzionali concorrono quegli stessi elementi che sono alla base delle potenzialità distruttive del piccolo gruppo: la costituzione del capro espiatorio e il circolare del non detto.”

Ci sono gruppi di lavoro che si inaridiscono fino a un conflitto non più risolvibile perché viene alimentata una sfiducia condivisa, che si sviluppa non tramite accuse trasparenti e dirette, ma attraverso un vocio frusciante di cose dette a metà, in genere senza prove della “colpa”. Se non si riesce a percepire per tempo questo formarsi di atteggiamenti distruttivi, spesso non c’è possibilità di recupero. Il manager, in questo caso dovrebbe essere capace di riconoscerne i segnali per poi intervenire. Ovviamente la cosa non è detto che sia facile.

  • I confini

I confini sono muri che si costruiscono con il mondo esterno: “La rigidità del confine dipende dall’identità del gruppo: quanto più il gruppo ha elaborato un’identità fondata sulla contrapposizione con l’esterno, tanto più il confine è rigido”. Accade spesso, sentire il “noi- loro”. Dal più banale “abbiamo sempre fatto cosi perché dovremmo cambiare?” al: “noi siamo noi”. Questo peraltro è il motto del Bayern (“Mia sein mia”), che visto in quest’ottica non pare di certo edificante.

  • Lo straniero

Lo straniero è colui che viene da fuori (un altro dipartimento, un’altra organizzazione, un’altra cultura e così via). È quello che venendo da fuori porta modi diversi, linguaggi, stili, abitudini. Lo straniero molto spesso diventa un capro espiatorio. Angosciante il modo in cui Lars von Trier lo ha raccontato nel suo film Dogville.

“Il problema – scrive Silvia Corbella – è che pensare che un gruppo alimentato dalla stessa ideologia possa essere portavoce unico del concetto di Umanitá rischia di diventare una pericolosa astrazione, accecandoci con un’idealità che finisce per negare la molteplicità e la complessità della quotidianità che ci appartiene.”

La bellezza di essere umani

Dunque: non detto, capro espiatorio, muri, nemici. Che fare? Far psicanalizzare i colleghi non è certamente la strada e nemmeno è il compito di un manager. Riconoscere che però queste sono cose che possono accadere e che vi sono delle strade percorribili, può aiutare. Anzi, proprio queste strade portano vitalità.

Per esempio:

  • Accogliere – e non negare – il negativo, la rabbia l’infelicità per affrontare il conflitto.
  • Vivere il conflitto come un processo, in cui è concesso ascoltare e accogliere il diverso per cambiare insieme. Rifiutare, dunque, il “mors tua vita mea”. Ascoltare tutte le voce e creare l’abitudine all’ascolto. Lo racconta bene il prof. Augusto Campana a proposito di come gestiva i suoi corsi tra studenti alla Normale di Pisa (ne ho parlato qui).
  • Dare un nome ai problemi e non consentire i “si dice”. Che nome ha il malessere? Chi dice cosa? E perché lo dice?
  • Costruire una storia condivisa, il sogno, la mission, si dice in linguaggio aziendale. Che non sia però una decisione sterile e calata dall’alto, ma appunto il frutto di quel conflitto – processo che consente il cambiamento.
  • Immaginarsi come un ponte. Ecco, l’immagine che mi ha emozionato di più in questo libro è proprio quella del ponte. Noi non siamo atomi isolati. Non siamo arido “capitale umano” o “risorsa umana”, siamo invece esseri che si definiscono nell’incontro con gli altri. Siamo, come scrive Silvia Corbella in questo libro, non homo economicus, “che cerca la soddisfazione immediata nel desiderio”, ma prima di tutto homo reciprocus, “che costruisce la propria soggettivazione grazie alla presenza della differenza dell’altro”.

Per approffondire

Alcuni libri:

Nel mio blog ho già trattato alcuni di questi temi:

Altri libri utili al management:

Il vero potere dello spettatore

eventi e spettatori - sensible event managent

Orrore calcio. L’altro ieri in Germania 4000 hooligans hanno manifestato a Colonia contro i musulmani. Cioè: non contro una squadra avversaria, ma contro gente di religione diversa. Una mescolanza di neonazisti e “tifosi” di calcio, una marmaglia di tifoserie che normalmente sono nemiche, si sono unite per marciare insieme, vestite di nero, brutte, violente, distruttive. Si potrebbe obiettare che su 84 milioni di abitanti, 4000 ceffi sono statisticamente irrilevanti.

In Germania la tifoseria violenta – a contrario dell’Italia – è effettivamente molto limitata e lo stadio è diventato un luogo per le famiglie. Ciò nonostante la cronaca non può non registrare un rigurgito di tifoseria violenta. Gli hooligans, per la verità non sono tifosi, questo qui da noi lo sappiamo bene. Non è per nulla il calcio a motivarli. Lo stadio diviene solo il mezzo per esprimere l‘egemonia del più forte. “Loro decidono quali sono le minoranze tollerate e quali no – spiega il politologo Gebhard in questa intervista (in tedesco). – E le società di calcio – aggiunge – stanno rimuovendo il problema”.

Rimuovere o deliberatamente ignorare?

I sociologi Paolo Di Betta e Carlo Amenta hanno descritto lo stadio come uno sfogatoio tacitamente tollerato, non semplicemente ignorato. Meglio baraonde nello spazio delimitato di un anfiteatro che nell’anarchia delle piazze di una città.

Dunque la responsabilità non è solo delle società, ma di una società che preferisce risolvere il problema contenendolo invece che estirpandolo.

Penso al povero Edward Cotton, preside di un college inglese nella seconda metà dell’800 che aveva trovato nel gioco di squadra un modo per governare l’aggressività dei giovani. Penso anche al povero romantico De Coubertin e al suo olimpismo che tutti i mali della gioventù e dei popoli avrebbe dovuto risolvere.

Non solo gli altri sono responsabili

Juliet Jacques, nella rivista “New Humanist” propone una riflessione ancora diversa. Se la sua squadra del cuore – scrive la Jacques – prendesse mai  un “fascist sympathiser like Paolo di Canio” rinuncerebbe all’abbonamento. Ma poi si chiede: O forse no? Questo è certo un punto di vista intrigante: fino a che punto un appassionato di calcio è disposto a rinunciare alla propria passione?  Se chi mette in scena il gioco è corrotto o eticamente discutibile lo spettatore è capace di rinunciare allo spettacolo? Non si tratta di non voler i neonazisti hooligan al proprio fianco, si tratta anche di chiedere al calcio di essere ciò che in quanto sport dovrebbe essere, di scegliere atleti eticamente corretti, di rifiutare presidenti indagati per evasione fiscale e cosi via…

Certo è che se anche in Germania tornano i violenti nello stadio, in un paese che ha investito tanto nel trasformare lo stadio in un tempio dell’intrattenimento, pessimisticamente mi verrebbe da dire che non c’è speranza. Il calcio sopravvivrà nonostante tutto? Probabilmente sì, o perlomeno fintanto che trova clienti/tifosi. Ricordo una scritta letta nella metropolitana di Milano, ai tempi dell’università, sintesi perfetta di un conflitto interiore che sceglie sempre una delle due parti. Era appena nata Forza Italia e la scritta diceva: “Berlusconi merda, però Milan no.”

Il punto è che senza lo spettatore uno spettacolo non esiste. Lo sguardo del pubblico lo rende veramente reale, e nel caso del calcio, veramente commerciabile. E dunque, la responsabilità, non è solo quella dell’attore e del suo impresario, ma pure quella dello spett-attore che dovrebbe scegliere che spettacolo guardare, ma anche da che parte stare.

 Di spettatori e calcio ho già parlato qui: