Spinta gentile e conoscenza: le nuove sfide per lavorare (e vivere) meglio.

spinta leggere - nudge - sensible event management Se c’è una cosa che amo davvero fare è leggere in treno. Se poi tra le mani ho le pagine della Domenica del Sole24Ore il piacere è quasi sublime. In genere compro giornali e riviste e li conservo per i miei frequenti viaggi in treno. I miei occhi scorrono sulle parole mentre fuori dal finestrino scorre un paesaggio che nel suo fluire consente il fluire del mio pensiero. Alzo gli occhi, guardo fuori, e le idee e le mie riflessioni prendono forma. Una sensazione strepitosa.

In uno dei miei ultimi viaggi, mentre attraversavo il nord Italia, ho vissuto uno di questi momenti. Mamma mia quanti spunti, quante contaminazioni, quante idee da prendere, masticare, mescolare e mettere in ordine. E poi, quanti libri da comprare!

La spinta gentile

In questo ultimo viaggio perfetto, per esempio, ho scoperto una cosa nuova, che in realtà non è nuova per nulla e che si chiama nudge, la spinta gentile. In sostanza il fondamento è questo: per quanto una società si regoli tramite strumenti razionali, gli individui che vengono regolati, cioè noi, sono irrazionali. Fumiamo sigarette pur sapendo che fanno male. Guidiamo veloce pur rischiando la vita. Mangiamo male pur sapendo che il nostro organismo ci soffre. L’applicazione del nudge parte da un presupposto interessante: invece che impedire di agire male, perché non stimolare comportamenti virtuosi mantenendo inviolata la libertà di scelta? Un esempio viene dalle mense scolastiche: invece che dire ”le patatine fritte fanno male e allora – in modo coercitivo – te le tolgo” perché non mettere ad altezza sguardo del bambino i bastoncini di carote e lasciare le patatine su uno scaffale più difficile da raggiungere? Un pungolo, una spinta, appunto, gentile per aiutarlo a scegliere un menu sano senza demonizzare o colpevolizzare una scelta diversa.

Perché, cioè, non spingere gentilmente le persone a non farsi del male, a comportarsi bene nel rispetto degli altri? Si tratta, su una base sperimentale, di adottare un approccio più umano nelle scelte politiche e sociali. Infatti, per quanto una legge possa tentare di regolare una serie di comportamenti causa-effetto, l’irrazionalità propria dell’individuo, porta a comportamenti non previsti razionalmente. Cioè: la legge non sempre riesce a regolare ciò che si voleva mettere in ordine. Bastano accorgimenti nel contesto senza imporre rigide regole. Il concetto nudge è stato coniato da Richard Thaler e Cass R. Sunstein, (“Nudge La spinta gentile La nuova strategia per migliorare le nostre decisioni su denaro, salute, felicità”, Feltrinelli) in un libro pubblicato giá nel 2008. Evidentemente io sono parecchio in ritardo nello scoprire questa pratica o visione delle cose. Sul fronte pubblico pare avere dei veri adepti. Il governo Cameron ha creato una Nudge Unit nel suo governo e Barack Obama ha arruolato uno degli autori del libro nel suo team.

Il mio ritardo non mi scoraggia, per la verità, perché l’attualità della mia scoperta è data da un altro libro. Nella “Domenica del Sole” si parte infatti dal nudge per presentare il volume “La psicoeconomia di Chalry Brown. Strategie per una società più felice” di Matteo Motterlini, edito da Rizzoli.   Motterlini afferma che “è possibile costruire una società migliore facendo leva sui processi cognitivi ed emotivi che presiedono alle nostre scelte. E controllando che la leva funzioni, cioè che le strategie e le norme create su questi presupposti producano l’effetto desiderato”

Come? Partendo ad esempio da un “ambiente più amichevole in cui sia più facile prendere decisioni per sè stessi o per gli altri a misura della nostra fallibilità e vulnerabilità”.

È facile comprendere il mio entusiasmo per questa idea. Perché in fondo non solo dentro uno stato che deve regolare la vita dei cittadini, ma pure dentro un’organizzazione più piccola, che deve regolare persone che lavorano insieme, questa idea spiega perché molte volte certe policy interne non funzionano. Il nudge, questa spinta gentile, magari veicolato con humor (come in questo video), ma soprattutto con la consapevolezza che siamo umani, non macchine e dunque non siamo totalmente razionali, può essere un’ottima modalità per gestire le persone al lavoro. Per operare scelte che abbiano efficacia. L’economia  in quest’ottica perde aridità. E il management ritrova la sua radice umanistica, come ho avuto modo di scrivere qui. Se poi penso a un evento, dove gli aspetti emotivi e irrazionali ne sono parte identitaria, credo che gli spunti per offrire, ad esempio anche agli spettatori, tramite spinte gentili, una “felicità” dentro la festa, che non sia speculativa, ma reale perché volta al benessere, sia davvero una nuova possibilità. E’ una combinazione questa (nudge-eventi) che mi intriga molto.

La conoscenza

Ma per tornare al management,  mentre nel viaggio in treno il paesaggio fuori dal finestrino si mescolava, nello stesso numero della Domenica ho trovavo un altro articolo che mi pare si leghi bene all’idea del nudge o che per lo meno ne sia una buona integrazione. È un estratto dell’ultimo libro di Ignazio Visco (Investire in conoscenza. Crescita economica e competenze per il XXI Secolo, Il Mulino). Le conoscenze da sole non bastano, dice Visco. Il sapere tecnico da solo non basta. Come dire: l’elemento razionale da solo non basta. È necessario conoscere il mestiere, non si discute, e ciò è irrinunciabile ma non è più sufficiente. Aumenta di valore la competenza, intesa come “capacità di mobilitare in maniera integrata, risorse interne (saperi, saper fare, atteggiamenti) ed esterne”.  Il corsivo di atteggiamenti è mio, perché è evidente che rimanda a quella cosa irrazionale che ci fa agire in un modo piuttosto che in un altro.

In sostanza, scrive Visco, si tratta di sviluppare il pensiero critico, la passione per l’innovazione, il lavoro di gruppo ovvero anche dinamiche che hanno a che fare con le persone. Dentro questo quadro, a me verrebbe da dire, che la bella sfida che ci troviamo davanti quanto parliamo di management è, da un lato aprire le porte al confronto e alle contaminazioni, dall’altro, pur dentro i compiti e gli strumenti del management, riconoscere su base empirica, gli “errori” di pianificazione e risolverli, appunto, con una spinta gentile, che non centra con la regola imposta, ma con l’ascolto. Management significa condividere obiettivi e lavorare insieme per raggiungerli. E siamo noi umani a fare tutto ciò. Animali (o atomi) sociali che vivono, sudano, lavorano, amano, ridono, sbagliano, emulano, giocano.

Se il tema vi interessa, ecco  alcuni link per entrare nella dimensione della spinta felice.

Sei libri utili al management che non parlano di management.

Contaminazioni - Sensible Event Management - Stefania DemetzA leggere l’etimologia di contaminare c’é da prendere paura: imbrattare, inzozzare. se non adirittura offendere la purezza e quindi ammalare. Il bello delle parole, però, é che esse partono da un punto e compiono viaggi in cui esse stesse rimangono contaminate per frastagliarsi in tanti altri possibili sensi. Infatti, a cercar bene, da “contaminazione” ne esce un altro senso, che é quello che a me piace molto di più. “Con-taminare” prende dal latino cum il senso di reciprocitá e da tamen il senso di impronta  tattile. Contaminare esprime dunque il senso di uno scambio di  impronte. Scambiarsi le reciproche identitá, mescolarsi, arricchirsi della differenza dell’altro, sono questi i sensi belli della contaminazione, quelli che ci aprono sul nuovo.

E’ secondo questo spirito che vi propongo il post numero 2  (il numero 1 é qui) sui libri che io ho ritenuto utili e stimolanti per svolgere bene il mio lavoro. Mi occupo di eventi e se dovessi leggere solo libri su come organizzare un raduno o gestire un’organizzazione ne fuggirei. Che noia sarebbe!

Eccovi allora sei libri da sei mondi diversi (ma vedrete, talvolta simili) che possono essere fonte di personali ispirazioni. Anche se fate un lavoro che con la politica, la chimica o il non profit non centra nulla. Anche se fate un lavoro diverso dal mio.


  1. Contaminazione non profit

Gianluca Cravera – L’era della contaminazione.

“La contaminazione tra profit e non profit genera un nuovo approccio manageriale”. E’ questo il sottotitolo di un libro uscito giá alcuni anni fa, eppure  sempre attuale. Io a leggerlo ho imparato moltissimo. E ci ho trovato esempi così vicini alla mia esperienza da considerarlo una lettura obbligata.

La contaminazione del titolo è quella tra non profit e profit oriented. Sebbene l’autore si concentri soprattutto sul non profit sociale ed in particolare sulla Protezione Civile, esso contiene molti spunti di riflessione e di analisi anche per chi lavora nel non profit culturale, sportivo, degli eventi. I paragrafi dedicati ai rischi, agli “errori”, ai problemi manageriali e operativi che si rivelano dentro organizzazioni sostenute in gran parte dai volontari sono stati illuminanti. La forza del non profit è data soprattutto dalle persone che per passione mettono a disposizione il proprio tempo per una causa. E proprio queste persone spesso ne escono frustrate o amareggiate. Il libro insegna a riconoscere quali sono le fragilità e come affrontarle. Nel mio blog ne ho parlato più volte (ad esempio qui, qui e qui). La cosa intrigante di questo volume è che è consigliabile anche a chi lavora nel mondo for profit. La contaminazione infatti avviene nelle due direzioni. Fu proprio Peter Drucker a riconoscere come, negli Stati Uniti, proprio dal mondo del non profit le imprese potessero imparare molto. È questa la grande e splendida contaminazione dei nostri tempi!


  1. Contaminazione chimica

Sam Kean – Il cucchiaino scomparso

In questo libro incontriamo lo scienziato Rontgen, scopritore della radiografia, che per caso si trovò a vedere proiettate le ossa della sua mano, e solo una volta convinto che le vedeva davvero, chiamò la moglie nel suo studio, la quale, spaventata, giurò che non avrebbe mai più messo piede in quella stanza di diavolerie. Incontriamo la signora Curie, che costrinse uno scienziato scettico nel buio di uno sgabuzzino per fargli vedere la luce di una provetta radioattiva. Seguiamo le fatiche del giovane Emilio Segrè, fuggito dall’Italia fascista, alla ricerca di un laboratorio negli Stati Uniti. E incontriamo tanti premi Nobel. Nobel sbagliati, Nobel sofferti, invidiati, rubati.

Ma soprattutto ci sono gli elementi della tavola periodica, la loro storia legata all’uomo, che per caso, per ostinazione, per sapienza li ha man mano scoperti e catalogati. Questo libro non parla semplicemente di scienza, parla di noi, di ciò che siamo fatti e lo fa con energia, ironia con una montagna di metafore che umanizzano i fatti della chimica, come le esplosioni stellari o gli elettroni, che “sembra proprio si comportino come i passeggeri degli autobus: prima cercano di stare soli e poi, quando non ci sono altre possibilità si accomodano accanto a un posto occupato.” E gli elementi stessi non sono semplici sigle accatastate in una specie di castello grafico, dai nomi strani. Ogni elemento ha una storia di persone e di luoghi intorno a sé. Ci sono gli elementi politici, quelli artistici, quelli un po’ folli. Ci sono quelli introvabili e quelli antichissimi, quasi scomparsi. È come un meraviglioso viaggio nell’ottovolante della tavola periodica in una dilatazione spazio temporale assoluta che ci fa volare sopra le Galapagos o l’India di Gandhi, o nelle cantine adibite a laboratori di futuri premi Nobel, dal big bang al dubbio sulla teoria della relatività.

Non è davvero un semplice libro di chimica. Questo libro parla di passione e di determinazione.  Insegna a cercare e cercare e a riconoscere la complessità, ma racconta anche la straordinaria bellezza del mondo che ci circonda. Ci aiuta a uscire dagli steccati e andare oltre, anche solo con i sogni.


  1. Contaminazione umana

Martha Nussbaum: Non per profitto. Perchè le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica

Ecco un altro di quei libri che fanno veramente bene, perché aiutano a decifrare possibili soluzioni in un mondo che talvolta pare alla deriva. Questo libro non parla di cultura umanistica alla maniera (noiosa?) scolastica. Al contrario, stimola a vedere le cose da un punto di vista umanistico, nel senso di umano, di Mensch. Scrive Martha Nussbaum: gli esseri umani sono tutti vulnerabili e mortali. Tanto vale darsi una mano, invece che farsi la guerra per combattere le nostre paure. E aggiunge un aspetto che trovo importante , soprattutto nel mio lavoro in quanto donna a confronto con gli uomini: l’educazione, soprattutto quando rivolta ai maschi sottende una specie di potere magico di invulnerabilità. Ciò porta a odiare chi manifesta fragilità e vergogna quando si ha paura e ci si sente deboli. Scattano allora meccanismi di controllo: come l’emarginazione e l’attacco di chi forse manifesta queste debolezze e la solidarietà tra pari perseguitando i diversi. In questi casi ci si appoggia a un leader forte reputato invulnerabile per proteggerei dall’insicurezza.  Vi è mai capitato di trovare situazioni simili al lavoro? Immagino di si. La Nussbaum chiede alla società e alla scuola di farsi carico di questo compito: creare i presupposti per la responsabilità sulla base del confronto critico. Ma giá noi, nel nostro piccolo, lo possiamo fare. Come ci insegna la chimica, siamo solo materia di passaggio, tanto vale unirsi e creare insieme qualcosa che dia un senso al nostro lavoro, alla nostra vita senza aggressivitá, senza paura.


  1. Contaminazione industriale

Valerio Occhetto: Adriano Olivetti

Adriano Olivetti non ha certo bisogno di presentazioni e per fortuna in questi ultimi anni sono uscite biografie, film, documentari sulla sua vita. Chiunque lavori in un’azienda, sia essa for o non profit, dovrebbe conoscerne la storia. Per Adriano Olivetti le aziende dovevano mirare, prima che al profitto, al bene della comunità. Non servono altri commenti, penso. Non far soldi per soldi, ma far soldi per un bene comune. Oltre questo, la storia di questo personaggio è una storia italiana, una storia di cultura e antifascismo, una storia di inventiva e imprenditorialità e oggi, pure una storia triste che ci fa vedere a posteriori come un pezzo di made in italy sia sparito per sempre. Un monito direi: non è stata certo la visione di Adriano Olivetti a cancellare l’azienda, ma proprio visioni diametralmente opposte. Come dire: lessons learned, si auspica.


  1. Contaminazione politica

Susan Podziba, Chelsea Story

Questo non è un libro sulla famosa squadra di calcio londinese. È invece la storia di una cittadina americana.

All’inizio degli anni Novanta, Chelsea (28mila abitanti, Massachusetts) era considerata una delle città più clientelari, corrotte e inefficienti d’America. Metà del consiglio comunale, compresi quattro sindaci, erano stati condannati per corruzione, il corpo di polizia invece di lottare contro le mafie locali, ne era parte, i pompieri prendevano tangenti per appiccare gli incendi e permettere alle ditte in fallimento di incassare i soldi delle assicurazioni.

Questo libro racconta come Susan Podziba negoziatrice di professione, è riuscita a riportare confronto e consenso in una comunità spaccata. Una bella lezione di mediazione, costruzione del consenso, partecipazione e responsabilità. Un “link” perfetto al libro di Martha Nussbaum.


  1. Contamiazione letteraria

Alfredo Stussi: Maestri e amici. Ricordi di una stagione culturale

Si pensa spesso – sbagliando – che chi si occupa di letteratura celebri  una “simpatica” vacanza dalla vita. Da un parte c’è chi lavora, e dall’altra  c’è chi legge. Alfredo Stussi è un filologo  e questo suo libro mi pare importante perché racconta, nella sfilata di amici letterati e filologi, che anche una materia impalpabile come la letteratura ha bisogno di due modi per essere compresa, studiata, sviluppata: metodo e condivisione.  Qui, si parla infatti, prima ancora che di amici, di disciplina e lavoro di gruppo. Mi verrebbe da dire che si parla di management. Dietro il lavoro degli uomini di lettere ci sono una rigorosa disciplina, una perfetta conoscenza tecnica, una consapevolezza profonda sul metodo e, infine, anche una grande apertura alla dialettica, allo scambio, al confronto.

In particolare il ritratto di Augusto Campana, professore alla Normale di Pisa, uno degli amici narrati in questo libro, mi ha ispirato molto. Egli, infatti, amava tenere seminari in cui ognuno contava “per il contributo che riusciva a portare e non c’era a priori una distinzione gerarchica tra gli studenti”. Stiamo parlando della fine degli anni 50, quando certamente il concetto di “know-how-sharing” non era di moda come oggi. Ma proprio da un approccio di questo tipo si può imparare. Anche il management ha bisogno di dialettica e di confronti a prescindere dalla posizione gerarchica, nel rispetto della persona. E inoltre, sebbene la materia è intangibile (come una narrazione o, un linguaggio o – nel mio mestiere – come un evento) c’é bisogno di concretezza. Soprattutto oggi, che tutto pare fugace e vissuto in uno schizofrenico mordi e fuggi.

Ovviamente detto così pare tutto facile, ma di fatto, la responsabilità di chi guida il gruppo di lavoro è chiara. E di nuovo il professor Campana suggerisce una linea che mi pare interessante sposare: era, scrive Stussi, un “mirabile direttore d’orchestra (…): infatti anche le opinioni azzardate non venivano seccamente respinte, ma discusse con attenzione, cercando di estrarre tutto l’utile possibile.”

E’ questo “tutto l’utile possibile” che mi affascina. Come a dire che c’è sempre la possibilità di conoscere o mettere in atto un’idea nuova, un nuovo metodo, una nuova esperienza, anche professionale. Condizione fondamentale è sapere dove si vuole andare e pur sapendolo non smettere mai di ascoltare.

Non smettere mai, in fondo, di lasciarsi contaminare.

E a proposoito di contaminazioni, in questo blog, ne ho parlato anche in altre due occasioni, dove non  sono stati i libri, ma la bellezza di altri mestieri ad avermi ispirato mescolamenti:

 

Perché l’evento sostenibile è quello di passaggio?

Eventi sostenibiliLa notizia di questi giorni è fresca: Oslo ha detto no ai Giochi Olimpici del 2022. Oslo, dico, non un paese del sud. Oslo, la capitale di una nazione che conosce bene il tema della sostenibilità, una nazione di quelle che noi mediterranei guardiamo con invidia e timore insieme. Sta di fatto che in Norvegia in molti si sono chiesti perché uno Stato dovrebbe finanziare un evento come le Olimpiadi, quando siamo nel bel mezzo di una devastante crisi economica.

Lo spettro però non è solo quello economico. Spaventa pure l’eredità che tali eventi lasciano. Troppe sono le immagini di impianti sportivi abbandonati, in assoluta decadenza.

Nel mio profilo su facebook sono stata invitata a una riflessione proprio su questo tema, che ovviamente non si può esaurire in un post. Mi piace però riproporre qui due spunti interessanti e cercare di capire quale è il problema.

Il primo suggerimento proviene da un architetto, Thomas Demetz, che scrive:

Cosa resta dei grandi eventi? In genere è mia sorella Stefania (eh, vabbé, è proprio mio fratello, ma questo non toglie interesse a quanto scrive n.d.r.) ad affrontare il tema degli eventi, è la sua specialità e negli anni sviluppato una sensibilità molto specifica, orientata alla semantica dell’evento. Questa volta voglio parlarne anche io da un altro punto di vista, quello di architetto e di urbanista, di chi si occupa della costruzione, certo, ma prima di tutto degli usi e delle trasformazioni dello spazio costruito. Lo spunto me lo ha dato post.it, pubblicando le foto della città olimpica di Atene 2004, delle sue rovine. Qui scorrono immagini di impianti che nei giorni delle gare hanno ospitato migliaia e migliaia di persone, visti in milioni di schermi televisivi, e che ora sono terra di conquista del degrado, della marcescenza, del vandalismo. Non è una novità, dopo quanti eventi in Italia il risultato di investimenti significativi sono stati lasciati a destini indeterminati. E’ stato così dopo i mondiali di nuoto a Roma, in parte dopo le Olimpiadi di Torino.

Sarà così fino a che i grandi eventi continueranno ad essere essenzialmente momenti auto-conclusi. Le strategie si sviluppano totalmente e spesso incompiutamente all’interno della manifestazione, puntando su generici effetti di ricaduta (turismo, essenzialmente).

Diversa è la questione delle capitali culturali d’Europa. In quelle occasioni gli investimenti si concentrano su infrastrutture e progetti per la crescita della promozione e della produzione culturale. Spesso diventano progetti di trasformazione delle città dove il disegno urbano e il progetto d’architettura lavorano assieme al recupero di parti intere di territorio urbano, ritessendo maglie dissolte, recuperando le trame della socialità. E’ la città capitale culturale ad essere destinataria di quelle operazioni e non il mondo, attraverso una vetrina che cattura gli sguardi per il tempo dei cantieri, degli eventi e poi è lasciata decadere. Se forse i grandi eventi sportivi potessero copiare qualcosa dalle capitali culturali, valutare i progetti in prospettiva di costruzione, trasformazione, risanamento urbano, in definitiva comprendere il loro potenziale di acceleratore di processo e di fund-raising per i fabbisogni dei luoghi che li ospitano.

Il secondo spunto è letterario e per questo molto fascinoso e arriva da Marco Dominici:

Nella mia totale incompetenza, riflettendo tempo fa su questo argomento, ho pensato a Calvino e alle sue “Città Invisibili“, libro da me molto amato. C’è una delle città, di cui non ricordo il nome, che ogni tanto viene smontata dai suoi abitanti e rimontata altrove, così com’era inizialmente. Solo in un altro luogo. Ripeto, nella mia ignoranza in materia, ma non potrebbe essere così anche per le strutture delle Olimpiadi, soprattutto quelle degli sport, mi si perdoni il termine, più improbabili, o come comunque hanno la condanna di essere utilizzate solo per quell’evento? Ogni paese del mondo dà il suo apporto con un architetto o uno staff di architetti e ognuno contribuisce a queste costruzioni “nomadi”, che passeranno di Olimpiade in Olimpiade come la fiaccola olimpica. Montate e smontate a Montreal per essere rimontate, 4 anni dopo, a Parigi e poi di nuovo smontate. E ognuno contribuisce alla manutenzione e alla eventuale ristrutturazione, anche e soprattutto economicamente.

La cultura è meno distruttiva dello sport? E perché non organizzare un circo itinerante, dove la tenda di una volta diventa il trampolino di oggi?

Andiamo con ordine.

Lo sport è poco virtuoso? 

Un mega evento sportivo ha evidentemente bisogno di infrastrutture, diciamo pure, molto speciali: un trampolino, una pista da bob, una piscina olimpionica la cui manutenzione ha costi immensi. L’idea di prevedere in taluni casi solo strutture smontabili è possibile  e per quanto affascinante,  non è praticabile (anche solo per le diverse normative sulla sicurezza). Eppure qualcosa c’è che si sposta di evento in evento. Le Olimpiadi sono oggi una bolla estranea al territorio in cui i Giochi hanno luogo. L’unica cosa che conta davvero è quel momento “auto-concluso” fatto di narrazione e regole definite da altri.

Il problema credo sia proprio qui.

Le Olimpiadi hanno tanti  attori, come anche il Mondiale di Calcio. Le regole le dettano entità globali esterne e lontane dal territorio. Tali entità, il CIO o la FIFA, richiedono un piano di sostenibilità, ma poi non verificano dopo l’evento se questo è rispettato, né prevedono sanzioni. I comitati organizzatori in genere sono composti da dirigenti che hanno un legame limitato con il territorio (sono manager specializzati, non amministratori della comunità) e tutta la concentrazione sta sull’evento in sé. Finita la festa, la responsabilità rimane alla comunità locale. E per comunità locale s’intende l’amministrazione pubblica, che di fatto, nella definizione del progetto evento ha un ruolo importante, ma non è il regista. Le regole, per dirlo in modo semplice, le scrivono altri. Questo passaggio – dal comitato organizzatore che risponde alle federazioni internazionali alla comunità locale – è un momento delicatissimo. E qui, troppo spesso qualcosa va storto.

Gli eventi culturali sono sempre perfetti?

Le cose vanno meglio nella cultura, ma non sempre. Uno studio della comunità europea segnala che anche alcune capitali europee della cultura hanno investito in strutture che poi sono decadute:

Thessaloniki 1997 (in the same period as Copenhagen 1996) developed a number of spaces that it struggled to use, either because of the absence of programme funding or simply because the capacity was too large for the local audience (Palmer/Rae Associates, 2004b); for some, this was felt to be symptomatic of the absence of strategic planning (Deffner and Labrianidis, 2005). Two years on, Weimar 1999 was also reported as finding it difficult to use new venues fully, as well as closing some museums and reducing numbers of staff and programmes in other organisations.

Questo studio, tuttavia, dice un’altra cosa che mi pare interessante e cioè che in realtà tutte le strutture utilizzate per gli eventi culturali nel quadro di “capitale europea” sono in genere giá previste prima. L’essere capitale europea semplicemente ne facilita la costruzione con l’ottenimento di finanziamenti straordinari. Mi verrebbe da interpretare la cosa in questo modo: in queste esisteva giá un piano ante-evento, un progetto culturale. Inoltre, negli eventi culturali gli interlocutori sono tutti attori della stessa comunità. Vale la pena leggere Nova-Sole24 Ore, della scorsa domenica –  5 ottobre – a proposito dei progetti italiani sulle capitali europee. Insomma, la cultura pare funzionare meglio.

Il problema sta nel contenuto?

Si potrebbe dedurre allora che gli eventi sportivi sono destinati al deturpamento del territorio e quelli culturali, salvo rare eccezioni, alla sua valorizzazione. Ma poiché, sebbene in modo sbilanciato a danno dello sport, entrambe le tipologie di eventi mostrano luci e ombre, la risposta deve per forza stare altrove. Non è il contenuto (sport o cultura) a determinare il successo.

La storia ci racconta, infatti,  che non tutti gli eventi sportivi sono un male e Barcellona 1992 è ancora oggi un modello. E pure le prime rivelazioni su Londra 2012 paiono positive.

Certamente la gestione di un evento sportivo è più complessa ed è sottoposta a maggiore pressione. Troppi interlocutori, troppi registi, troppi interessi meramente economici.

Ma non ci si può lavare le mani adducendo alla complessità una “colpa” per non impegnarsi davvero in una sana legacy a favore di una comunità. La parola magica, per me è solo una: management. Management vuol dire prima di tutto, come punto di partenza obbligatorio, la strategia, il perché e lo scopo. E come secondo punto: le azioni che rendano quello scopo realtà. Jim Collins scrive in un suo libro best seller – Good to Great – qualcosa che parrebbe ovvio, ma evidentemente non lo è: il diventare eccellenti non è mai frutto di un’azione one-shot, bensì il risultato di un lavoro continuo, coerente e costante nel tempo verso uno scopo ben definito.

L’errore è considerare l’evento solo nella sua fase esecutiva, il suo qui e ora. Un evento invece si compone di un prima e di un dopo. E tutto il lavoro deve tenere conto di queste tre diverse fasi. E dunque la ruota deve girare anche dopo. Lo sport troppo spesso si ferma all’ultima premiazione, e poi smette di spingere la ruota e le piscine cadono a pezzi.

Questo è un grafico fatto a mano che ne spiega il senso:

eventi sostenibili

Chiunque decida di ospitare un mega evento, sportivo o culturale, deve occuparsi nella prima fase della definizione strategica sia del durante sia del dopo. Deve, cioè, pianificare cosa accadrà ad ogni singolo spazio anche dopo l’evento. E possibilmente anche a cosa accadrà alle esperienze e alle competenze maturate. Il problema non è sport versus cultura. Il problema è l’assunzione di responsabilità.

Torino, città invisibile?

Se mi lascio trasportare dalle suggestioni delle Città Invisibili di Calvino, potrei vedere in Torino, mia amata città adottiva – un luogo degno dei racconti di Marco Polo, per il suo essere stata una città dilatata nello spazio con due destini opposti.

Da una parte c’è  la montagna olimpica, che  non è riuscita a trasformarsi. Le due settimane di circo, di “ottovolante dalle rigide gobbe” non hanno trasformato un territorio, una strategia, un modo di proporsi. La città invece ci ha guadagnato molto. I torinesi amano dire che le Olimpiadi l’hanno trasformata, ma in realtà non sono state le Olimpiadi. La trasformazione della città era iniziata già decenni prima, quando le fabbriche hanno iniziato a svuotarsi. Le Olimpiadi, per usare una metafora, sono state per Torino semplicemente una bella iniezione di vitamine in un corpo già in movimento. È così che avvenuta la sua trasformazione: da città industriale a città culturale con il passaggio al momento giusto della grande carovana olimpica. Ma è stato un passaggio, non una fine. Mentre nella montagna, quelle stesse Olimpiadi sono state forse solo un sogno.

Per approfondire:

La città di cui parla Marco Domici è Sofronia. Leggete qui e rimarrete stupiti nello scoprire quale parte di città viene smontata per essere  rimontata.

Spunti dal web:

Io, invece, ho trattato questo tema in questi post:

La biblioteca dell'(event) manager: 10 libri per lavorare meglio.

blog.stefaniademetz.com - 10 libri per un buon managementVale di più l’esperienza sul campo o lo studio in biblioteca?

Se il mio percorso può essere utile a dare una risposta, potrei dire che valgono entrambi e forse prima viene la gavetta, poi lo studio. La mia scoperta di libri utili al mestiere di organizzatrice di eventi, infatti, ha seguito un percorso all’incontrario. Prima ho iniziato a lavorare maturando esperienze sul campo. Poi ho sentito il bisogno di capire meglio non solo il mio mestiere, ma anche la mia responsabilità di manager e ho iniziato a cercare libri che mi aiutassero a farlo. Un viaggio meraviglioso, che non finirà mai.

Inauguro oggi – per questo motivo – una serie di post sui libri utili per essere sia bravi organizzatori, sia dirigenti consapevoli, ma anche semplicemente persone che riescano a trovare un buon equilibrio tra la vita e il mestiere. Non tutti questi libri hanno direttamente a che fare con il management degli eventi né con il management in sé. Alcuni sono semplicemente libri “ispiranti” o libri che a mio avviso aiutano a percepire meglio il proprio ruolo e a considerarsi come parte di un tutto globale e non solo con come centro rinchiuso dentro un solo mondo, il proprio.

Per quanto i tempi odierni siano molto complessi e talvolta disorientanti, ciò che rende questa nostra epoca affascinate è che la contaminazione con altri saperi è non solo benvenuta, ma addirittura auspicata nei processi di innovazione e nella nostra crescita.

Questo primo post elenca i 10 libri che ho davvero amato e che  sia chi organizza eventi, sia che si occupa di management dovrebbe leggere. Sono libri che hanno lasciato impronte fertili dentro di me, che poi mescolate ad altre impronte, rendono bello e stimolante il mio lavoro.


Il senso del lavoro, il senso della vita

Andre Agassi: Open. La mia storia

diario, narrativa

La vita di Andre Agassi. Un viaggio difficile e sofferto verso la consapevolezza. Libro bellissimo a prescindere dal lavoro, ma allo stesso tempo  utile per una riflessione sul rapporto tra professione e vita.

Viktor Frankl: Alla ricerca di un significato nella vita

saggio, psicologia

Quando si fa qualcosa questa cosa deve avere un senso, nella vita, e dunque anche nel lavoro e dunque anche nel management. Si può davvero imparare tanto da Frankl, psicologo austriaco, sopravvissuto ai lager grazie al senso che ha saputo dare alla sua tragica esperienza. Nel blog ne ho giá parlato qui.

Florence Nouville: Ho studiato economia e me ne pento

saggio

Questo splendido libretto non è un’accusa contro l’economia, che al contrario viene ritenuta strumento fondamentale per far davvero crescere la società e non distruggerla. La Nouville chiede alle Business Schools di assumersi questa responsabilità per creare una classe dirigente che guardi al futuro e non all’adesso. Si tratta di un invito, in realtà, per tutti noi: a pensare al nostro ruolo e a sforzarci di non mollare, a non cercare passatempi alternativi che diano un senso alla nostra vita mentre affoghiamo in un lavoro che ci rende aridi. La Nouville ci invita a dare un senso da dentro al nostro lavoro.


Cosa vuol dire management

Peter Drucker: Il management, l’individuo, la societá

saggio, management

Un must per chiunque lavori dentro un’organizzazione. Peter Drucker, il padre spirituale del management ci racconta la storia di questo mestiere (o di questa disciplina), ci porta dentro il suo senso e i suoi principi, ci fa vedere come il management prenda linfa dal ‘fuori’ poiché il cliente é in sostanza il suo obiettivo finale, sebbene – e questo é davvero il fascino di questo approccio – sia oggi soprattutto il nonprofit a insegnare molto al management. Parla anche di noi, individui più che manager o capi o leader, Drucker ci vede come knowledge workers e ci dispiega le sfide che dovremmo affrontare. E infine parla del management come scienza umanistica, ne sviscera il suo ruolo sociale e lo riassume così: “l’essenza del management é rendere produttiva la conoscenza”. Scritto nel 2001, quattro anni prima della morte di Drucker, mi pare che questo testo sia davvero un testamento spirituale.

Peter Drucker é spesso citato nel mio blog, ad esempio qui, qui o qui.

Jim Collins: Good to Great

saggio, management

Questo libro lo consiglio a chiunque si occupi di organizzazione e management. Anche una piccola azienda, anche una piccola società non profit può imparare molto. Sebbene gli esempi provengano dalle maggiori aziende a livello mondiale, gli stimoli sono moltissimi anche per chi non è dentro una multinazionale. Il tema delle persone giuste, il tema della concentrazione su un’idea, il tema del metodo e della disciplina, il tema del fare le cose giuste riguardano tutti, giganti e lilipuziani.

La lettura è appassionante, perché non si basa su teorie. Al contrario, il gruppo di lavoro  – che ha portato alla redazione di questo testo – è partito dalle analisi di aziende che erano ai vertici del successo. “Come hanno fatto?” é la domanda che si pone Jim Collins. Beh, è davvero affascinante scoprire che sebbene in ambiti e con storie diverse, le regole base siano sempre state le stesse. Non si tratta di formule magiche. Si tratta di lavoro, coerenza e umiltà. Grande libro. Davvero!

Fredmund Malik: Il management come professione. Operare con efficacia e successo nella propria professione.

saggio, management

La traduzione italiana del titolo non rende giustizia a questa bibbia del management. L’originale (in tedesco) dice: guidare, rendere, vivere. Si tratta di un libro che andrebbe tenuto sempre sulla scrivania. Come per un chirurgo esiste un manuale di “Chirurgia 1″, così qualsiasi persona che gestisca un’organizzazione dovrebbe leggere questo testo, per imparare a usare gli strumenti comuni del management e così riuscire a guidare una squadra, a portare risultati e a non logorarsi la vita. Per me questo libro è stata una scoperta e lo consigllio sempre con grande convinzione.

Fredmund Malik, d’altra parte é colui che mi ha insgenato cosa vuol dire management e lo trovate davvero spesso nel mio blog.


Organizzare eventi

Guy Debord: La società dello spettacolo

saggio, filosofia

Si può restare sbalorditi come alla fine degli anni Sessanta Debord abbia saputo anticipare la società di oggi. Per chi vive di eventi, questo libro è obbligatorio, non per speculare sul bisogno di spettacolarizzazione, ma al contrario per non dimenticare mai di osservarsi dall’esterno. Viviamo un’epoca di “faccio eventi”, di narcisismo spinto, di voyerismo spinto. Questo libro ci può spaventare per il modo in cui delinea le derive che stiamo vivendo, ma allo stesso tempo ci guida oggi in una dimensione di consapevole equilibrio, necessario più che mai.

O’Toole W., Alen J., McDonnel, J.: Events Management

manuale

Uno dei migliori manuali sul mestiere. Affronta tutti i più importanti aspetti operativi con ricchezza di esempi. Non sapete gestire i volontari? Qui scoprite come fare. Dovete fare un budget dell’evento? Qui vi spiegano come. Insomma: se non avete mai organizzato un evento, in questo libro imparerete a farlo. Se invece ne organizzate da anni, scoprirete come migliorare.


Parlare, scrivere, comunicare

Luisa Carrada: Il mestiere di scrivere. Le parole al lavoro, tra carte e web.

saggio, manuale

Questo é un altro di quei libri che andrebbe tenuto sempre sulla scrivania. Pensiamo tutti di saper scrivere, ma leggendo questo libro si scopre che troppo spesso ci muoviamo dentro consuetidini che con lo scrivere bene e giusto hanno ben poco a che vedere. Lavorare e non saper scrivere è un guaio! Luisa Carrada nel suo blog e in questo libro ci insegna a usare bene la penna, la tastiera, la carta e il web. Una sintesi del libro la trovate nel blog: qui.

Annamaria Testa: Farsi capire. Comunicare con efficacia nel lavoro e nella vita

saggio

Libro straordinario e fondamentale. Insegna a parlare e scrivere “come si mangia”, cioè in modo semplice, chiaro e funzionale. Non contiene strani modelli o regole magiche, ma semplicitá, buon senso, e anche consapevolezza dei processi di comunicazione. Da leggere assolutamente! E insieme al libro vi consiglio di seguire il blog di Annamaria Testa.

Ovviamente questi sono solo dieci libri. La biblioteca completa si trova qui, ma continuerò nel blog con una classificazione sperando che possa essere una guida stimolante e utile. E se vi va, vi invito a partecipare condividendo con me la vostra personale biblioteca.

Perché la prima persona da mettere in agenda sei tu.

metodo di lavoro - agenda - stefania demetz“Bisogna essere seri almeno riguardo a qualcosa – scriveva Oscar Wild – se si vuole avere divertimenti nella vita.

Come dargli torto! Io sono certa che se si riesce a essere seri nella pianificazione del lavoro, ci si diverte, sia al lavoro, sia dopo, quando vengono spente le luci dell’ufficio e  andiamo a casa, dagli amici, in vacanza …

Per chi non mi ha seguito ultimamente: un breve richiamo. Ho raccontato in questo blog come è possibile migliorare il nostro approccio al lavoro analizzando prima di tutto la propria giornata lavorativa  e poi progettando il mese di lavoro, cioè: vi ho raccontato come mi organizzo io e visto che mi pare un buon modello, l’ho condiviso qui.

Adesso entriamo finalmente nel vivo,  perché ora si lavora!

Ora si tratta di sedersi a un tavolo e iniziare a produrre.

Gli ingredienti sono di nuovo molto semplici:

  • Piano mensile
  • Agenda
  • Penne e colori (opzionale)
  • Disciplina quanto basta
  • Flessibilità rilassata
  • 15 minuti con sé stessi (* vale a dire: isolarsi dagli altri e pensare a sé)

Anche il  metodo è semplice.

Prima di illustrarlo, però, ci vuole una domanda: quando va preparato il piano settimanale?

Progetto per un week-end destressizzato.

Il piano settimanale va fatto sempre il venerdì, principalmente per tre motivi:

  1. Il venerdi – con la settimana di lavoro alle spalle – avete ancora la memoria fresca su tutto ciò che è accaduto. Siete, cioè, in grado di visualizzare con maggiore consapevolezza cosa dovrà accadere la settimana successiva, cosa dovrete fare e con quali tempi. Siete ancora concentrati, siete ancora dentro le cose.
  2. Il lunedì mattina è, invece, la giornata del ritorno, delle distrazioni, delle mail noiose, dei momenti di interruzione e disturbo, dei racconti da fine settimana. Una massa di cose che ci tolgono concentrazione. Se la tabella di marcia è invece già scritta, dovrete solo aprire l’agenda e seguire il programma. Passo dopo passo. Potrete, cioè, essere attivi da subito e concedervi pure qualche chiacchiera del lunedì, la lettura di mail sparse, un caffè prolungato, e il progressivo recupero della concentrazione.
  3. Infine: se chiudete l’ufficio il venerdì sera con vostro il piano di lavoro pulito e pronto per l’uso sopra la scrivania, vi potrete godere un fine settimana sereno, veramente rigenerante, con la mente fuori dall’ufficio e senza quel pensiero che ogni tanto –  se non avete fatto un piano – s’insinua, come:  “devo ricordarmi di fare questo e quello …”,  “devo capire come fare settimana prossima a gestire il progetto x … “. Se avete un piano e questo pensiero s’insinua lo stesso, potrete semplicemente scacciarlo perché voi avete un piano lo avete!

Sono solo 15 minuti a fine settimana: vi isolate, vi concentrate e fate ordine.

La settimana lavorativa si costruisce in tre passi.

Il piano settimanale deve tenere conto di tutte le attività: quelle ordinarie, quelle di progetto, incontri, riunioni, tutto.

Primo passo: gli appuntamenti

2014-09-24 21.41.56Verificate quali appuntamenti avrete la settimana in esame.

Prendete l’agenda e segnate:

  • Gli appuntamenti e le riunioni (attenzione: se la riunione delle 10.00 è dall’altra parte della città, dovete considerare anche il tempo che ci metterete ad arrivarci e a tornare in ufficio)
  • Inserite anche gli appuntamenti privati (magari in colore diverso)

Secondo passo: il lavoro concentrato

metodo di lavoro - sem - sdemetz - agendaPrendete ora il piano mensile e le cose da fare, valutate quali sono le priorità e le scadenze.

Il mio consiglio è di non considerare l’agenda solo come un promemoria di appuntamenti, ma di inserirvi  proprio il lavoro da fare. Ad esempio, avete un pomeriggio senza appuntamenti? Inserite tre ore di seguito da dedicare al  progetto A. Ma soprattutto, poi, rispettate la pianificazione come fosse un appuntamento. Ecco si: un appuntamento che avete preso con voi stessi. Non solo: quando sarà il momento,  in quelle tre ore non rispondete al cellulare, fate dire che non ci siete, isolatevi. E se avete dei dubbi, riprendete la vostra “auto analisi” per capire come riuscire a ritagliarvi spazi prolungati di lavoro davvero concentrato.

Terzo passo: i lavoretti

metodo di lavoro - sem - sdemetz - agenda 3Ora avete davanti a voi un’agenda con degli spazi sparsi qua e là. Bene! Riempiteli con quelle attività che magari richiedono solo cinque o venti minuti: piccole attività da fare, mail, telefonate, scambio veloce con un collega, micro attività, imprevisti innocui, e cosi via.

Un buona soluzione potrebbe essere quella di segnare in uno spazio dell’agenda (o su un foglio a parte o in un quaderno o nel tablet…)  questi lavoretti che devono in ogni caso essere svolti, ma se non organizzati rischiano di togliere spazio al lavoro concentrato. I lavoretti sono come i calzini: non sono i capi più importanti, ma non potrete nemmeno farne a meno e in valigia li infilate nei buchetti rimasti tra una camicia e l’altra.

Fine della settimana

metodo di lavoro - sdemetz sem - agenda - fattoAlla fine della settimana troverete la pagina della vostra agenda tutta pasticciata, con cose cancellate, altre aggiunte, con appuntamenti inseriti in corsa e cosi via. L’importante è tenerla aggiornata. Il venerdì è vicino e venerdì sera, con questa pagina pasticciata e il piano mensile potrete occuparvi della settimana che verrà. E potrete anche gustarvi i segni, le cancellazioni, le integrazioni: che soddisfazione! Tutto lavoro fatto! E fatto con ordine e serietà. Ora siete pronti per quello che in tedesco si chiama “Feierabend”, letteralmente la festa serale, cioè fine dei lavori.