Impariamo da Andre Agassi

Andre Agassi, uno dei più grandi e discussi tennisti di tutti i tempi, ha scritto una straordinaria autobiografia.

È  un libro di formazione, la storia di una conquista della coscienza di sé e offre molti spunti, non solo per la vita, ma anche per il nostro mestiere.

Agassi giocava a tennis e dunque partecipava come atleta a eventi sportivi. Mi concedo allora la libertà di prendere due citazioni e trasferirle dall’esperienza del tennista sul campo al lavoro di chi quel campo lo deve allestire.

La cassetta degli attrezzi

«Sono fissato con la mia borsa. La tengo meticolosamente organizzata e non posso dovermi giustificare per questa mia mania dell’ordine. La borsa è la mia cartella, la mia valigia, la mia cassetta degli attrezzi, il mio panierino, la mia tavolazza. Deve essere a posto, sempre. … La borsa da tennis assomiglia molto al tuo cuore: devi sapere in ogni momento cosa c’è dentro.»

Trovo queste parole straordinarie, perché non raccontano semplicemente di rituali scaramantici. Parlano in realtà d’altro. Parlano di consapevolezza. Di preparazione. E, ovviamente, di attrezzi, che si devono conoscere e che devono essere vissuti come propri. Gli attrezzi del tennista sono le racchette, le scarpe, i calzini, …

Gli attrezzi del manager sono le riunioni, i report, il controllo, il metodo di lavoro, il budget, le analisi (secondo l’elenco del professore di management Fredmund Malik).

Da Agassi possiamo solo imparare che dobbiamo conoscere gli attrezzi, considerarli nostri e averli sempre con noi, nella mente e nei gesti sul campo di gara.

La perfezione

«Se insegui la perfezione, se fai della perfezione il tuo obiettivo ultimo, sai che succede? Insegui qualcosa che non esiste. Rendi infelici tutte le persone intorno a te. Rendi infelice te stesso. La perfezione? Saranno sì e no cinque in un anno le volte che ti svegli perfetto, le volte che non puoi perdere con nessuno, ma non sono quelle cinque volte che fanno un tennista. O un essere umano, se è per questo.»

Questa citazione l’ho sentita mia, perché, senza voler sembrare presuntuosa, come Agassi, nella mia “storia di formazione” anch’io ho dedicato i  primi anni a cercare la perfezione sempre e ovunque. Le conseguenze di tale ossessione erano che mi distruggevo da un punto di vista energetico e che a ogni “colpo” non perfetto mi demoralizzavo.

Non solo, l’evento si concludeva senza essere perfetto, con falle e problemi ovunque. La perfezione rosica tempo e energia. Meglio concentrarsi sul risultato, cercando di portare qualità nelle proprie azioni, nelle relazioni, nel prodotto, senza tuttavia pretendere che ogni passaggio sia senza sbavature.

Un atleta è una persona. Un’organizzazione è fatta di persone. Noi tutti, siamo persone e come tali imperfetti.

Da Agassi possiamo imparare a non focalizzarci sul dettaglio, ma a vedere la partita nel suo insieme. È questo che ci rende davvero più forti.

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