Sportainment 2: la scatola magica

Nel mio post precedente ho sollevato un problema. Quello cioè dei contenuti che l’intrattenimento negli eventi sportivi molto spesso ha: alcol o violenza e dunque degrado.

La riflessione è stata stimolata da una tavola rotonda alla quale sono stata invitata a partecipare.

Come ho rilevato in quel post, il mio intervento focalizzato sui contenuti del divertimento, ha disorientato la platea, come se avessi affermato che lo sport non debba portare con sé anche eventi collaterali che intrattengano il pubblico prima e dopo la competizione. Spero di aver convinto i miei lettori che non è questo il mio pensiero. La mia preoccupazione verte piuttosto su una domanda: cosa si può fare affinché non vi siano derive nel modo di vivere da spettatori una competizione sportiva?

Una ricetta dettagliata non ce l’ho. E di nuovo mi sento in dovere di sgomberare il campo da malintesi: non sono né una nostalgica di uno sport che non esiste più, né una moralista. Vivo e lavoro nella contemporaneità e sono consapevole di quanta complessità e di quante variabili, spesso non facilmente veicolabili, ruotino intorno a un evento sportivo.

Ritengo tuttavia che una riflessione che rompa la crosta di superficie e vada dentro il senso delle cose possa essere utile, per disporre poi in fase operativa e decisionale di una bussola.

È il senso delle parole prima di tutto che ci offre straordinari strumenti di navigazione. Scrive Gustavo Zagrebelsky in un libretto pubblicato da Einaudi: “L’uniformità della lingua, lo spostamento di parole da un contesto all’altro e la loro continua ripetizione sono il segno di una malattia degenerativa della vita pubblica che si esprime, come sempre in questi casi, in un linguaggio stereotipato e kitsch, proprio per questo largamente diffuso e accolto.”[1] Ecco spiegato perché ritengo importante partire dalle parole.

Manifestazione sportiva. Evento sportivo.

Mi sono già chiesta nel post precedente come si possa definire lo sport oggi e non sono riuscita a dare risposte. I limiti tra ciò che comunemente si ritiene sia lo sport e ciò che esso è divenuto sono molto labili. Lo sport è business e questo ci disorienta, soprattutto se guardiamo a questo universo con sguardo romantico. Lo sport, però, è anche uno sfogo di pulsioni e di frustrazioni e dovrebbe invece, attraverso il gioco di una competizione, di un insieme di convenzioni (le regole), contenerne e annullarne l’espressione più violenta. Lo sport, infine, è tempo libero e intrattenimento. Entertainment però è oggi una parola abusata e quindi carica di connotazioni perlopiù negative. “L’entertainment è visto come qualcosa di emotivo, contraddistinto da scelte superficiali e capricciose, contrapposto alla razionalità” ci spiega Enrico Menduni.[2]

E dunque, un organizzatore di eventi sportivi si trova oggi a gestire solo business, frustrazioni e in teoria a offrire esperienze superficiali in cui le aziende possano vendere prodotti e la gente alienarsi?

Ovviamente un evento sportivo non è questo. E allora partiamo dalla parola prima: sport.

Sport

Definirlo è, come detto, opera ardua. Nella sua radice etimologica c’è il divertimento, ma i significati di cui lo sport si fa portatore sono molti di più. Non intendo assolutamente fare in questa sede un’analisi semantica approfondita. Mi limito invece a elencare una serie di altre parole (e di sensi), che molto bene sono spiegati in un libretto che consiglierei a tutte le persone che si occupano di sport. Anche a chi fa sport e anche a chi vende lo sport.

Il libro si chiama “Filosofia dello Sport”, l’autore è Emanuele Isidori e tra le sue pagine ho trovato queste parole[3]:

emozione, disciplina, sfida, bellezza, energia, etica, passione, regole, divertimento, gioco, eroi, comunità, partecipazione, gioia, rituali, squadra, vita salubre, fairplay, distrazione, evasione …

Ne evidenzio alcune.

Bellezza: pensiamo alla scultura greca, pensiamo al concetto di grazia; ma basta anche vedere la bellezza di un gesto atletico oggi, la bellezza delle immagini che vengono regalate da fotografi e televisione nella narrazione dello sport. Questa bellezza dovrebbe insegnarci qualcosa e da un punto di vista del management ne ho parlato qui.
Etica: credo non ci debbano essere commenti sul connubio etica e sport, eppure talvolta pare che l’etica si scontri con il business e che gli stessi atleti la disconoscano come elemento fondamentale e strutturante nella loro professione. L’etica nello sport è come il giuramento di Ippocrate per i medici. Senza etica, ciò che si fa davvero non è più sport, ma si fa qualcosa in cui prevalgono quelli che Isidori definisce gli “elementi estrinseci” allo sport. Cioè, in parole semplici, è lo snaturamento dello sport. È un qualcosa che proviene dal mondo esterno. Noi continuiamo a parlare di sport, ma la sussistenza di una competizione da sola non basta per definirlo tale. La violazione di principi etici distrugge lo sport.
Gioco: un mio caro amico, Max Vergani, scrittore e capo ufficio stampa della Federazione Italiana Sport Invernali, ha definito, a una mia domanda, lo sport come il “Lego dei grandi”. Meravigliosa definizione! È un gioco, è vero, e pur muovendo denaro e interessi, dovrebbe mantenere intatta questa sua anima ludica. Altrimenti, di nuovo, si snatura.
Gioia: la gioia è un’intensa e piacevole emozione. Piacevole emozione, non emozione distruttiva o degenerativa.
Rituale: oggi lo sport è più che altro una questione di record[4] (viviamo in un’epoca di profitti) eppure ci sono rituali al suo interno che hanno a che fare con i gesti degli sportivi e la condivisione degli spettatori. È un qualcosa di antico che nell’esperienza contemporanea, fatta di tecnologia e narrazioni multiple, fatta di sponsor e di riflettori sempre accessi, rimanda pur sempre ancora a un bisogno di comunità.

Manifestazione ed evento

Passiamo ora a ciò che noi mettiamo in scena, affinché contenga quanto scritto qui sopra.

È curioso notare che usiamo due termini che ci dicono la stessa cosa, ma che in effetti contengono sensi diversi.

La manifestazione è, etimologicamente, qualcosa che viene battuto e toccato con mano. Qualcosa che si è esposto agli occhi di tutti. È per me un vocabolo che esprime una certa staticità. C’è qualcosa che gli altri vedono. L’equivalente tedesco, “Veranstaltung” (lo scrivo per i miei lettori altoatesini), sebbene sempre statico, richiama in modo più pregnante alla responsabilità. Ver, è un suffisso che indica “portare avanti, far vedere” e anstalten deriva da organizzare, allestire. Dunque noi facciamo vedere qualcosa (o toccare con mano) che abbiamo allestito. Che noi abbiamo allestito.

La parola evento, invece, non dice nulla della responsabilità. Di derivazione latina (e-venire) significa venire fuori. Ha un senso fortemente dinamico dentro di sé e pure un qualcosa di casuale. Non tutto è prevedibile. E di fatto, nella pratica, in un evento, possiamo organizzare tutto alla perfezione, ma un buon organizzatore sa, che gli imprevisti devono essere previsti. Che l’elemento dinamico ne costituisce la bellezza, ma anche la vulnerabilità. Inoltre, la filosofia ci dice che un evento è intangibile (una struttura allestita si tocca, l’evento no), è limitata nel tempo (nel prima e nel dopo non esiste, magari rimangono in piedi infrastrutture, come uno stadio, ma non l’evento) ed è un esperienza, un momento, dico io, di vita.

Tutti questi ingredienti ci dicono che qualcosa che noi allestiamo (manifestazione) e che vive in modo dinamico (evento) contiene emozioni, pratiche sociali e valori chiari (sport) e costitutivi della nostra identità (comunità).

Ispirazioni

Tutto ciò non basta, è ovvio, anche se in partenza il gioco pare facile. Una cosa sono le parole e una cosa è la realtà. Una cosa è parlare, una cosa è fare.

Cerco allora ispirazioni per imparare a fare.

La prima l’ho già citata in questo blog ed è pronunciata a chiare lettere di Kevin Roberts, CEO di Saatchi and Saatchi. Questo guru del marketing dice: “The competitive advantage of sports is passion … You may love a team but can hardly be expected to feel the same about most events.” Quanto è vero! Quante volte abbiamo assistito a eventi sportivi in cui il nostro atleta, la nostra squadra, ci hanno regalato emozioni straordinarie, ma tutto intorno queste emozioni si spegnevano come candele al vento perché l’evento non era in grado di usarle e di tenerle vive fino alla fine? Lo sport da solo, dunque, non basta. Prima ispirazione.

La seconda è più complessa. Michel Maffesoli, sociologo francese (molto discusso per il suo metodo), ci dice che la società oggi non è più fatta di comunità costituite da relazioni verticali e da progetti sul futuro. Egli preferisce la parola tribù, per spiegare come viviamo lo stare insieme oggi e prende come esempio la partecipazione al Tour de France, un “immaginario … più o meno barocco di fantasie, di sogni, di gioia di essere-insieme e di ludismo condiviso.” Le tribù di oggi, spiega Maffesoli, “non sanno che farsene del fine da raggiungere, del progetto da realizzare: esse preferiscono «entrare nel» piacere di essere insieme, «entrare nell’» intensità del momento, «entrare nella» gioia di questo mondo com’è”.[5] Cioè ci dice che oggi le persone si radunano, per un piacere assolutamente presente del godimento qui e ora, senza alcuna progettazione. Egli vede in questo una grande opportunità perché la voglia di condivisione è positiva. Io tuttavia vi vedo un rischio, e cioè che questa mancanza di proiezione, di investimento, porti a vivere questi momenti esasperando il senso di gioia e di godimento con eccessi. Camminiamo come funamboli. Potremmo scivolare verso un’intensità del momento distruttiva o al contrario entrare nell’intensità del momento costruttiva, che vada a nutrire e arricchirci in quanto individui. Lo sport, più che mai, in questo caso deve essere una bussola, non tanto per il dove, ma per il come. Tanja Cagnotto alle passate Olimpiadi di Londra ci ha dato une bella lezione sul valore della vittoria a tutti i costi.

A questo punto dati gli ingredienti e cercate alcune ispirazioni, posso riassumere la mia idea di sportainment, nella sua versione magica.

Responsabilità

89cb535a2f493d667aa86db8f998da2f

In quanto organizzatori di eventi dobbiamo essere consapevoli che l’elemento dinamico e l’imprevedibilità, ma anche l’intangibilità sono elementi distintivi di ciò che mettiamo in scena e dunque dobbiamo fare in modo di non sprecare questa volatilità, ma al contrario usarla, citando Steve Jobs, per: “far essere le persone un po’ più felici di prima”.[6]

In quanto operatori sportivi pur senza sguardi nostalgici al passato e dunque consapevolmente con i piedi piantati nel nostro tempo, dobbiamo trovare il difficilissimo equilibrio tra interessi (legittimi di chi finanzia lo sport) e l’anima intrinseca dello sport. Se non ci riusciamo, continueremo certamente a fare intrattenimento, ma certamente non faremo più intrattenimento sportivo. Sarà un’altra cosa e sta solo a noi decidere se va bene comunque o se non ci piace. È chiaro, tuttavia, che nella nostra scelta decideremo che possibilità vogliamo dare allo Sport, nel suo senso profondo e autentico, soprattutto in un’epoca arida come la nostra.

Infine, siamo per certi versi mediatori emozionali che offrono alle tribù di oggi uno spazio e un tempo in cui godere l’instante del momento. Abbiamo dunque anche noi una responsabilità. Non solo l’atleta è chiamato a non doparsi. Nemmeno noi dobbiamo dopare l’evento con facili iniezioni di entertainment capriccioso e speculativo. Possiamo scegliere di lasciare segni che arricchiscano la persona (in senso non monetario) grazie alle emozioni e al gioco dello sport, o scegliere di agevolarne il degrado.[7]

Credo che le Olimpiadi in genere richiamino proprio un pubblico sportivo. Una tribù che vuole condividere emozioni intense e gioie ancorate al momento, ma che allo stesso tempo abbia voglia o riesca poi a portarsi a casa tatuaggi di memoria, modelli ed esperienze che stampino in faccia un bel sorriso e non il disgusto.

So perfettamente che non è facile e che un organizzatore da solo questo non lo può fare. Ma ecco io vedo il mio mestiere come una scatola con dentro potenzialmente solo cose meravigliose. Sta a me e ai tanti co-costruttori far sì che le cose meravigliose potenzialmente contenute divengano cose meravigliose concretamente vissute.


[1] G. Zagrebelsky, “Sulla lingua del tempo presente”, Einaudi
[2] E. Menduni, “Entertainment”, Il Mulino
[3] E. Isidori e H. L. Reid, “Filosofia dello spor”t, Bruno Mondadori
[4] Per il passaggio dal rituale allo sport: A. Guttmann, “From Ritual to Record”, Columbia University Press
[5] M. Maffesoli,” Il tempo delle tribù”, Guerini Studio
[6] Questa intenzione fu posta alla base della realizzazione degli Apple Store. L’obiettivo di Steve Jobs non era solo il vendere, ma il rendere con i suoi prodotti le persone felici, anche solo guardando e giocando dentro gli innovativi negozi (L. Kahney, “Nella testa di Steve Job”s, Sperling e Kupfer)
[7] Il concetto di mediatori emozionali è illustrato nel libro a cura di M. Lo Verde, “Consumare/Investire il tempo libero”, Bruno Mondadori

———————

La scatola magica dell’immagine è un’opera di Hreinn Friðfinnsson
Floor Piece 1992-07
Fluorescent paper, bookbinding material,
cardboard box
Collection of Pétur Arason and Ragna
Róbertsdóttir
© 2007 Hreinn Friðfinnsson

5 pensieri su “Sportainment 2: la scatola magica

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...