Autenticità traviata?

La Traviata - coyright Twitter@teatroallascalaLa prima alla Scala è decisamente un evento, che ogni anno libera discussioni e dibattiti, i quali a loro volta costituiscono parte dell’evento. Senza polemiche, senza battute, senza pro e contro  non sarebbe la Prima alla Scala.

Sabato sera ho guardato la diretta dal canale franco-tedesco Arte. Non sono una patita dell’Opera, e non ero certa che avrei seguito la Traviata dall’inizio alla fine. Eppure l’ho fatto. E ho ascoltato con interesse le interviste ai protagonisti e ho aspettato con trepidazione la morte di Violetta. Poi, dopo gli applausi e i fischi, ho digitato #traviata su twitter e mi sono immersa nelle chiacchiere post prima-alla-scala. C’erano tweet da tutta l’Europa: Italia, Francia, Spagna, Germania …

In Italia il dibattito si è scatenato soprattutto sulla regia.

Certe cose son belle come sono

Questo è un blog di event management e non di cultura musicale e dunque non oserei mai inoltrarmi nel pro o nel contro. Posso dire semplicemente che a me la Traviata è piaciuta e invece a un bel pezzo di pubblico no, e lo ha dimostrato sia in sala con fragoroso buhh al regista, Dmitri Tcherniakov, sia su twitter:

tweet 3

Sono proprio queste obiezioni che mi stimolano ad abbozzare una riflessione sull’autenticità

Non oso addentrami in una discussione filosofica, perché non ne usciremmo vivi. Ne è mia intenzione parlare dell’ortodossia delle rappresentazioni culturali. Io amo le sperimentazioni e tendo ad apprezzare i tentativi di attualizzazione, a patto che non tradiscano il senso e l’anima di una storia. Per fare un esempio, non sono un’amante della Divina Commedia letta da Benigni, nonostante l’immenso successo. E, tuttavia, ritengo che la bellezza della Commedia meriti rappresentazioni nemmeno immaginabili ai tempi di Dante e non credo che queste tradiscano l’opera, al contrario, credo che esse ne consentano una diffusione ancora oggi, quasi 700 anni dopo la sua creazione. Questo, per spiegarmi, è la mia idea di “attualizzazione”.

Al primo dei tweet citati potrei  provocatoriamente rispondere che se non avessimo “attualizzato” l’Arena di Verona, oggi quell’anfiteatro non dovrebbe ospitare opere e concerti, ma battaglie di gladiatori, perché per quella funzione è stato costruito.

Ortodossia e fuffa: i due estremi

La parola autenticità è dunque paradossalmente ambigua. La Treccani ne offre svariate definizioni, che porterebbero a votare a favore dei contestatori della Traviata alla Scala. Perché autentico significa “non falsificato”.

Se trasferisco  questa definizione alla dimensione degli eventi in genere, dovrei concludere che oggi moltissimi eventi sono falsificati, poiché nessuno di essi è messo in scena secondo i criteri per cui era stato pensato, magari 100 anni fa. Prendo le Olimpiadi come esempio simbolico: l’idea filantropica della formazione dei giovani secondo De Coubertin ha lasciato il passo all’intrattenimento attraverso lo sport. O ancora, penso ai teatri del passato: oggi ci si veste bene, ci si siede in platea, si guarda e si tace e alla fine si applaude. Il teatro nelle sue origini, invece, era un luogo promiscuo, nel senso che gente si mescolava, si mangiava, si commentava ad alta voce, si faceva chiasso. Ciò significa che il teatro oggi non è più autentico?

A scanso di equivoci, lo dico in modo chiaro: non amo la fuffa. Non amo, tuttavia, nemmeno la difesa oltranzista dell’ortodossia, poiché la società, la cultura, le abitudini, il linguaggio sono dinamici e non è possibile cristallizzare un’opera, un evento, una rappresentazione costringendoli a non evolvere.

Mi rendo però anche conto che non è facile, che non c’è una regola scritta e che troppo spesso troviamo eventi, appunto, o rappresentazioni e spettacoli che a forza di attualizzarsi, si svuotano di senso. Trovare un equilibrio tra la conservazione del senso e una forma d’espressione rinnovata è tutt’altro che semplice.  E mi rendo conto, infine, che non è possibile trovare un pubblico che nella sua totalità segua i cambiamenti. Lo dice bene il direttore d’orchestra, Daniele Gatti (intervista di Arte.de) a proposito del pubblico della Scala.

Vanno dunque fatte delle scelte e queste scelte, possono essere condivise a condizione che siano coerenti con l’obiettivo che ci si pone. Dmitri Tcherniakov, lo dice ad Arte.de: ha voluto raccontare come il tema della gestione delle proprie emozioni sia attuale anche oggi.  E Gatti spiega come il regista abbia voluto rompere alcuni cliché del melodramma italiano. E certo, farlo in Italia, è per lo meno un azione molto temeraria!

Per affinità concettuale mi viene in mente un libro di management che ho letto quest’estate “Good to Great”: i valori, scrive Jim Collins, l’autore del libro, e lo scopo non devono mai cambiare, gli obiettivi, tuttavia, vanno adattati al contesto. Può apparire forzato, ma io ci trovo un link tra questa frase e il lavoro del regista russo.

Anzi, penso che da questa esibizione della Traviata si possa imparare molto.

Le tre strade possibili

Proviamo ad astrarre la contingenza di quest’opera e la sua rappresentazione densa di aspettative. Io ci vedo un paesaggio con un bivio, da cui dipartono tre diverse strade, che conducono a luoghi, cioè risultati e spettatori, totalmente diversi.

  1. Si può scegliere la strada della conservazione: fare le cose come sono sempre state fatte. In questo caso, uno zoccolo duro di spettatori si trova sempre. È l’approccio di noi europei, che temiamo che uno sguardo troppo spinto verso il futuro corroda il nostro patrimonio culturale. Non solo nell’opera, ma in genere, negli eventi: cultura, musica, sport. Il pubblico della conservazione  va ascoltato, perché ci ricorda quali sono i valori originari, ma va anche stimolato a guardare oltre. È un pubblico, che se fanatico non consente la circolazione dell’innovazione, del cambiamento dell’aria fresca; è un pubblico cioé che rischia di arroccarsi in un vicolo cieco, ma va comunque rispettato, stimolato e rassicurato.
  2. Si può anche scegliere la strada opposta, quella della mercificazione: usare un contenuto (il tema Traviata, ad esempio) come espediente e svuotarlo della sua storia e dei suoi sensi trasformandolo in un prodotto commerciale. Nel mondo dell’event management questa strategia è fin troppo seguita. Garantisce un consenso vasto e immediato, ma proprio per il suo svuotare il senso originario, trasforma il prodotto iniziale in qualcosa di totalmente diverso, spesso economicamente più remunerativo della versione classica. Un esempio valga per tutti: il calcio. Cosa contiene una finale di Champions League rispetto ai beni interni, ai valori originari dello sport? A mio avviso oggi il calcio non è più sport, ma è puro intrattenimento. E’ sportainment. Non sport.  Io non sono a priori contro questi modi, ma per onestà, bisognerebbe dirlo: che il contenuto originario è solo un espediente, che ciò che si mette in scena è qualcos’altro.
  3. Esiste poi una terza strada, ed è quella che più mi appassiona, quella che in fondo ha scelto il regista russo. Prendere i contenuti e rispettarli, ma trovare un modo nuovo per esprimerli con un nuovo linguaggio. Adattare cioè il senso, anche antico, al contesto contemporaneo, alle nuove aspettative, alle dinamiche sociali, economiche e culturali. Questa manovra se riesce garantisce vitalità alle cose vecchie, senza snaturarle. Ma per riuscirci servono tantissimo lavoro, tanto studio e un misto di umiltà e temerarietà.

La terza strada, per me, è quella che può garantire autenticità nell’oggi, nella nostra contemporaneità. Dove l’autentico è dato dal rispetto dei contenuti e dall’uso attento e rispettoso di contenitori e linguaggi contemporanei.

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