Nasce il sensible event management. 3 luoghi per esplorarlo.

Tempo fa sono andata in un negozio un po’ strano e strane erano anche le persone al suo interno. Era uno di quegli spazi che si chiamano “concept store”, allestito dentro una bella villa a Torino, e vendeva pulllover di cashmere, lampadari di cristallo e grucce. Le grucce in particolare erano il pezzo forte. La venditrice, piena di emozione, ci spiegava che sono personalizzate con le cifre – quelle piccole iniziali che gli uomini fanno ricamare sulle proprie camicie. Era davvero entusiasta, la signora, di tutta questa novità: “Un negozio, come non ce ne sono altri!” e poi, con una certa pasticciata insistenza, cercava di  convincerci a capire la sensazionalità di quel luogo. “I clienti – diceva – devono capire che questo è un luogo diverso, unico. Non possono non comprare qui. Cioè, se non comprano, non hanno capito nulla.”

Non so bene che fine abbia fatto questo negozio. Ricordo solo che le grucce costavano più dei pullover. E ricordo che me ne ero uscita disorientata: “Ma come – mi dicevo – avevo sempre pensato che il marketing fosse un capire i bisogni e proporre un prodotto per quei bisogni.” Nel negozio, invece, sembrava piuttosto che fossimo noi a dover capire i bisogni della venditrice: essere ammirata per la sua genialità e non poter far altro che, umilmente, comprare in quel luogo.

Memore di questa esperienza, quando ho iniziato a ragionare su come organizzare meglio il mio blog e raccogliere in modo più organico le tante – troppe? – cose che mi saltano in testa, mi sono detta: attenzione alle grucce cifrate!

Tutti i blog che ho letto sul marketing nel social dicono che devi individuare una nicchia, che devi essere sinceramente appassionato e che devi – in sostanza – risolvere un problema. Il migliore esempio italiano sul “risolvere un problema” l’ho trovato nel sottotitolo del blog di Alessandra Farabegoli:

Il mio lavoro è quello di insegnare – a enti, aziende, persone – come usare la rete per fornire un servizio migliore, guadagnare di più e lavorare meglio. Il mio mantra è “lavoro per rendermi superflua“.

Più chiaro di così. Tra l’altro, il suo è un blog bellissimo.

Ma per tornare a me: ecco dove stava – o sta ancora –  la mia frustrazione. Perché a me piace il management. Ma non quello noioso delle tabelle. Cioè, anch’io lavoro molto con le tabelle, ma amo soprattutto la definizione che offre Fredmund Malik al management:

Il management è una forza dinamica dove molte persone possono raggiungere obiettivi condivisi suddividendo lavoro e sapere.

E mi piace molto unire questa idea agli eventi, di cui mi occupo per professione.

E, infine,  mi piace unire la concretezza del mestiere di organizzatrice all’intangibilità di ciò che realizzo. L’evento non si tocca, ma esiste. È questo il suo fascino.

Mi sono resa conto, però,  che è davvero difficile appassionare le persone con temi che hanno a che fare con tabelle, modelli, strategia, processi. Con parole come sostenibilità e – appunto – management.

Non vorrei allora, in questa mia nuova operazione complessiva di restyling, di packaging e di contenuti, forzare i miei lettori o i possibili lettori. Insomma, non vi dirò: “Voi dovete capire che …”

In modo molto più umile lancio una nuova idea. E la riassumo in un  sito e dentro questo blog (che semplicemente cambia veste, ma rimane il vecchio, caro blog).

Credo però che sia un’idea che potrebbe aiutare a evitare pasticci negli eventi, sia nella fase di preparazione, sia durante la messa in scena, sia nel dopo evento.

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L’idea si chiama: sensible event management. E spiega con tre parole  ciò che per me dovrebbe essere il lavoro di organizzatori di eventi.

Queste tre parole –  per onestà lo scrivo –  non sono tutta farina del mio sacco. Ecco come ha preso forma:

Una sera, in macchina, ne parlavo con mio fratello. A me girava in testa la parola “semantica”, ma non mi convinceva. Troppo seriosa. Troppo importante. Troppo lontana dalle sensazioni che si possono provare nel lavoro di un evento. Anche se, semantica è una parola bellissima, ma mi sembrava che ponesse delle barriere, in un certo senso. Mio fratello, architetto, mi spiegava che in architettura si sta iniziando a parlare di “sensible architecture” proprio per ragionare sugli spazi in modo simile a come io tento di riflettere sugli eventi. In macchina c’era anche una mia amica, studiosa di letteratura inglese, che subito ha aperto la sua app “oxford dictionary” e mi ha letto:

sensible = 1. done or chosen in accordance with wisdom or prudence; likely to be of benefit;  2. (of an object) practical and functional rather than decorative;  3. not unaware of

Eureka! Mi sono detta. È esattamente ciò che cercavo per sintetizzare un buon management degli eventi.

Nasce cosi, da un viaggio in macchina, contaminata da un architetto e da una linguista, questa idea del sensible event management.

Spero vi possa appassionare, spero possiate trovarvi attrezzi per il vostro mestiere,  e spero che vi possa aiutare a vivere il vostro ruolo da organizzatori con consapevolezza, serenità e passione.

Per saperne di più il sensible event management è raccontato qui:

  1. Nel mio sito, dove troverete un ricco catalogo di libri utili al mestiere, una sezione (in continua elaborazione) di parole legate al management, e un elenco di possibili tagli che offro nei corsi di formazione o in tavole rotonde.
  2. In questo blog, che smette di chiamarsi event zone, e si integra con una sguardo più amplio, al sito.
  3. Nella mia pagina di facebook, che continua a chiamarsi event zone, per non tradire del tutto un nome che ha avuto tanti amici e appassionati lettori.

Che il 2014 inizi davvero, dunque, con un sacco di idee, un sacco di temi, un sacco di letture, e un sacco di contaminazioni.

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4 pensieri su “Nasce il sensible event management. 3 luoghi per esplorarlo.

  1. Cara Stefi, il marketing una volta doveva soddisfare le esigenze del cliente, oggi però il suo compito é crearne di nuove, o come te lo spieghi che improvvisamente mangiamo lo yogurt per digerire, o usiamo i “touch sceen“ invece dei “mouse pads“ o ancor meglio della penna, compriamo i lampadari personalizzati etc. qualcuno lo chiama progresso altri superfluo. Oggi credo il nostro compito di consumatori si quello di essere critici e difenderci da manipolazioni.

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