Event Management: emozioni negative? Si, ma solo facendo i giardinieri.

negatività e event managementIl management ha come suo scopo organizzare le persone affinché raggiungano insieme obiettivi condivisi.

La parola chiave dentro questa frase è persone: esseri umani che lavorano insieme. Noi diamo sempre per scontato che ogni relazione professionale avvenga prevalentemente su un piano razionale. Che le emozioni siano governate e che siamo in grado di spingerle in secondo piano. Ma è davvero così? Se ne stanno proprio lì, dietro, a guardare, dove noi le abbiamo cacciate? O la nostra parte emotiva è quella che in realtà ci governa?

Dentro il management degli eventi si tende, è vero, a dare un po’ più di credito alla dimensione emotiva. Un po’, non molto. Per lo meno nell’output generale, soprattutto quando sul palcoscenico metaforico vediamo atleti o artisti che toccano leve profonde in noi, che fanno crescere sensazioni in noi. Ciò vale non solo per il pubblico che assiste, ma anche per chi ci lavora. Sfido chiunque a lavorare dentro un evento, senza provare il sentimento di gioia o di commozione o di delusione per ciò che accade all’”attore” in scena. È questo il bello degli eventi: lavorare e commuoversi insieme!

E questo è il lato buono delle emozioni. Quello che tutti noi riconosciamo, alimentiamo e – nell’organizzare eventi –  cerchiamo. Gli eventi, oggi, sono straordinari strumenti di marketing proprio perché fanno leva sulla nostra dimensione sensoriale.

Esiste però anche un lato oscuro, che troppo spesso è trascurato, se non addirittura rimosso o ignorato. Anche la negatività, infatti, è un’emozione. Fingere che non esista o considerarla  solo deprecabile rischia di annullare la forza della positività. Rischia di distruggere ciò che con passione si costruisce.

All’inizio è la biologia

Lo spiega molto bene un libro che ho letto in questi giorni: “Il potere della negatività” di Pino De Sario (Franco Angeli Editore). La tesi di questo libro è che nelle organizzazioni ci sia molta più negatività di quanto immaginiamo e che essa dovrebbe essere presa come risorsa per un’organizzazione.

Il punto di partenza è biologico. Nella nostra testa ci stanno:

  • un’ impulsiva amigdala, la parte antica del cervello – intuitiva, veloce, inconscia, vitale
  • una riflessiva corteccia cerebrale, la parte moderna – consapevole, deliberativa, lenta, analitica

L’amigdala è lì da molto prima e dunque è molto più forte.  È affascinante il modo in cui De Sario racconta come funzionano queste due parti del cervello. Ci dice, in sostanza, che la forza dell’amigdala è tale da far si che sono le emozioni a dominare i nostri pensieri. Anche a nostra insaputa.

La negatività negli eventi

Se penso al mio mestiere, mi verrebbe da dire, che per chi organizza eventi l’amigdala svolge un attività ancor più intensa. Proprio perché un evento è fatto di emozioni, ma anche – o soprattutto – perché il ritmo di lavoro non è ordinario, non è regolare. Si parte piano e poi tutto cresce di quantità e di velocità. È come un casello autostradale nelle ore di punta. Come se noi fossimo tutte le macchine insieme nello stesso punto. Come se fossimo dentro una centrifuga di una lavatrice o ancora: sulla cresta di un’onda oceanica con un surf che deve essere guidato con accortezza e concentrazione.

Le aspettative, i ritmi intensi, la pressione esterna, ma anche interna, quella che nasce dentro di noi – perché l’imprevisto è sempre in agguato e dunque dobbiamo essere sempre lucidi e vigili e attenti –, tutte queste spinte ci sfiancano. E non sempre ce ne rendiamo conto. Non sempre abbiamo la forza o il tempo di osservarci e capire che stiamo uscendo dai binari. Ad un certo punto la corteccia cerebrale cede alle spinte di un’amigdala che ci dice: “Attacca, aggredisci, esplodi, vaiii!” Penso che sia un’esperienza condivisa. Si è davvero stanchi e alla fine non ci se la fa più. La negatività esce ed esce spesso nella sua veste peggiore: liti, urla, proclamazione di assoluti, offese o rancori, isolamento, invidia. A volte anche solo con una frase: “Non ce la faccio più”.

È la stanchezza, ma ovviamente non è solo questo. La negatività, in ognuno di noi, si nutre dentro un amalgama fatto di biologia (cervello, ormoni),  di educazione (famiglia), di condizionamenti sociali (ambiente, aspettative, pressioni), di condizionamenti personali (noi in quel momento preciso della nostra vita). Un bel pasticcio, se pensiamo che tutto questo sta dietro a una lite, un conflitto, una battutaccia, una critica, un dispetto e cosi via.

Se poi a organizzare un evento è un organizzazione non profit,  che si basa soprattutto su una partecipazione di collaboratori volontari, le dinamiche emozionali sono ancora più pressanti. Perché nel non profit si va prima di tutto per scelta e se le cosa vanno male ci si sente non solo delusi, ma addirittura traditi. Se io decido di fare la volontaria al festival di letteratura è perché amo la letteratura e voglio sentire e vivere i miei scrittori preferiti da molto vicino. Io scelgo di esserci perché tutto ciò mi appassiona. Ma se poi, ciò che mi appassiona è offuscato da tensioni, rancori, o altro, nemmeno il mio amore per la letteratura mi può salvare.

Negatività sensible

Certamente noi non siamo psicologi e non è questo il nostro mestiere. Le grandi aziende sono dotate di responsabili delle risorse umane che si occupano di ciò con competenze specialistiche, ma le organizzazioni minori, soprattutto quelle non profit, devono gestirsi queste cose da sole e spesso manca totalmente, non solo la consapevolezza, ma addirittura la percezione reale di questa negatività.

Nella mia visione di event management, mi piace usare la parola sensible, anche sul fronte del negativo. E sono consapevole del fatto che un’organizzazione di eventi è particolarmente – appunto – sensibile agli attacchi di negatività:

  • sia per il ritmo – di cui ho detto
  • sia per le aspettative positive – emozioni e passione
  • sia per le ambizioni – palcoscenico.

Questo libro (Il potere della negatività) mi ha offerto però alcuni inaspettati punti di riflessione. Non basta parlare del cosa facciamo, è necessario anche concentrarsi su quella che De Sario definisce la “leadership relazionale”.

Non mi dilungo a presentare il metodo. Rimando alla lettura di questo libro, che consiglio, e che spiega con ricchezza di esempi e modelli questi temi:

  1. Definizione e spiegazioni sulla negatività da un punto di vista biologico e sociale.
  2. Esempi di negatività con elenco e definizioni di comportamenti tipo.
  3. Il metodo – la base: accogliere, contenere, trasformare.
  4. Il metodo antinegatività: come funziona, esempi pratici, modelli e tecniche.
  5. Le riunioni: metodi per la gestione e superamento della negatività.

Mi piace però fare una considerazione che ho trovato affascinante, o meglio: mi piace visualizzare questa considerazione.

 La buca, il concime e il giardiniere

De Sario, infatti, dice che quando ci si trova di fronte alla negatività (che banalmente si può esprimere in un “devo fare tutto io”, oppure “quelli là sanno solo fare festa, mentre noi lavoriamo” oppure ancora “qui non funziona niente” e così via), questa negatività va esplorata entrando in quella che l’autore chiama la buca. La buca è il luogo della negatività. Possiamo vederla e girarci intorno, oppure possiamo entrarci.

E allora scendiamo nel marcio (e accogliamo il negativo), ci sporchiamo le mani (investighiamo e conteniamo il negativo), poi usciamo dalla buca e trasformiamo il negativo in positivo. Partire subito con un “ma va, non è vero” o “sei tu che ti lamenti sempre” non fa che peggiorare le cose. È un girare intorno alla buca. Una volta entrati, invece, e poi usciti, è possibile trasformare il letame in concime e piantarci un albero, quello del cambiamento, della soluzione. Questa immagine mi piace assai perché Fredmund Malik, che cito spesso in questo blog, ha sempre sostenuto che un manager non è un capitano, ma un giardiniere.

Il giardiniere di un evento si trova a contrastare forze continue: vento, pioggia, grandine. Questo libro offre allora strumenti interessanti per affrontare queste intemperie e trasformale in sole, pioggia sana, venticello ristoratore.

In conclusione

Nei due post precedenti ho parlato di metodo del de-briefing. Questo libro è un ottimo corollario per gestire il negativo che esce dai de-briefing e per imparare ad adottare un comportamento sano. Implica molto fatica, molta concentrazione, molto allenamento, ma offre anche, finalmente, una lettura realistica ai problemi relazionali e guarda in faccia il negativo.

In fondo i protagonisti di questo spettacolo sono solo un’amigdala agitata e una corteccia indebolita. E lo scenario è una buca da concimare.

Per approfondire:

Sul positivo negativo ho anche scritto questo: Schizofrenia da eventi: il pessimista ottimista.

Sulle cause di frustrazioni nel non profit potete leggere qui.

Altri libri utili al mestiere si trovano nella mia piccola biblioteca.

***

Immagine: Little Gardener, Foto Pizco, Volt Cafè Magazine
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