Perché migliorare una performance non vuol per forza dire vincere!

Cosa vuol dire davvero competere per uno sportivo?

In questi giorni é tornato attuale il dramma doping.

Il doping non riguarda solo gli atleti. E non riguarda solo una gara. E la filosofia dello sport può insegnare molto sia agli atleti, sia ai manager, non solo sportivi. E’ questo il succo di una mia riflessione che ho postato su facebook animata dai titoli dei giornali sul caso Schwazer.

Qualora vi interessasse, questo é il link che vi porta dritti dritti al post facebookereccio, e qui sotto ne trovate la trascrizione.

(La foto qui aggiunta invece l’ho cercata apposta per il blog. La scattai alcuni anni in un bosco e mi pare perfetta metafora di cosa accade a chi scivola nella trappola del doping.)


 

doping e crescitaPer i filosofi dello sport, l’atleta, oltre che gareggiare, gareggiando diventa uomo.
Sviluppa muscoli, ma anche coscienza di sé.

L’atleta che fa uso di doping, invece, gareggia e basta e dunque non fa sport, perché il sé è un bene interno dello sport. Magari vince, migliora la performance, ma non migliora sé stesso in quanto uomo. E dunque – anche se vince – perde perché tradisce le regole e sé stesso.

Ma un atleta non è mai solo. E troppo spesso anche chi sta intorno a lui, siano allenatori o addirittura federazioni, fanno lo stesso errore. Fintanto che nessuno vede, fingono di non vedere. Appena poi qualcuno vede, alzano le braccia, abbassano la bocca e dicono: “Io non sapevo nulla, vergogna!” Dimostrando che, esattamente come gli atleti, hanno migliorato la performance riempiendo albi d’oro di successo, ma non sé stessi. Non la federazione, non il proprio ruolo di allenatore, non lo sport, materia che hanno manipolato per la gloria e non per la crescita. E non esiste solo il doping per manipolarla. I bilanci truccati, accordi sottobanco, contratti traditi sono il doping della gestione che maneggia lo sport.

Ma per tornare alla storia umana, di fronte a tutto ciò che è scritto qui sul caso Schwazer io mi sento solo di restare muta. Come ho scritto qui, la grande pena non sarà la galera, ma il non essere stato in grado di farsi uomo, nel senso umanistico del termine. E starà a lui e a tutte le persone coinvolte ripartire da qui. Per taluni con dolore e delusione, per altri con uno sforzo immenso di ricostruzione di un sé auto-tradito.

 

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