Spinta gentile e conoscenza: le nuove sfide per lavorare (e vivere) meglio.

spinta leggere - nudge - sensible event management Se c’è una cosa che amo davvero fare è leggere in treno. Se poi tra le mani ho le pagine della Domenica del Sole24Ore il piacere è quasi sublime. In genere compro giornali e riviste e li conservo per i miei frequenti viaggi in treno. I miei occhi scorrono sulle parole mentre fuori dal finestrino scorre un paesaggio che nel suo fluire consente il fluire del mio pensiero. Alzo gli occhi, guardo fuori, e le idee e le mie riflessioni prendono forma. Una sensazione strepitosa.

In uno dei miei ultimi viaggi, mentre attraversavo il nord Italia, ho vissuto uno di questi momenti. Mamma mia quanti spunti, quante contaminazioni, quante idee da prendere, masticare, mescolare e mettere in ordine. E poi, quanti libri da comprare!

La spinta gentile

In questo ultimo viaggio perfetto, per esempio, ho scoperto una cosa nuova, che in realtà non è nuova per nulla e che si chiama nudge, la spinta gentile. In sostanza il fondamento è questo: per quanto una società si regoli tramite strumenti razionali, gli individui che vengono regolati, cioè noi, sono irrazionali. Fumiamo sigarette pur sapendo che fanno male. Guidiamo veloce pur rischiando la vita. Mangiamo male pur sapendo che il nostro organismo ci soffre. L’applicazione del nudge parte da un presupposto interessante: invece che impedire di agire male, perché non stimolare comportamenti virtuosi mantenendo inviolata la libertà di scelta? Un esempio viene dalle mense scolastiche: invece che dire ”le patatine fritte fanno male e allora – in modo coercitivo – te le tolgo” perché non mettere ad altezza sguardo del bambino i bastoncini di carote e lasciare le patatine su uno scaffale più difficile da raggiungere? Un pungolo, una spinta, appunto, gentile per aiutarlo a scegliere un menu sano senza demonizzare o colpevolizzare una scelta diversa.

Perché, cioè, non spingere gentilmente le persone a non farsi del male, a comportarsi bene nel rispetto degli altri? Si tratta, su una base sperimentale, di adottare un approccio più umano nelle scelte politiche e sociali. Infatti, per quanto una legge possa tentare di regolare una serie di comportamenti causa-effetto, l’irrazionalità propria dell’individuo, porta a comportamenti non previsti razionalmente. Cioè: la legge non sempre riesce a regolare ciò che si voleva mettere in ordine. Bastano accorgimenti nel contesto senza imporre rigide regole. Il concetto nudge è stato coniato da Richard Thaler e Cass R. Sunstein, (“Nudge La spinta gentile La nuova strategia per migliorare le nostre decisioni su denaro, salute, felicità”, Feltrinelli) in un libro pubblicato giá nel 2008. Evidentemente io sono parecchio in ritardo nello scoprire questa pratica o visione delle cose. Sul fronte pubblico pare avere dei veri adepti. Il governo Cameron ha creato una Nudge Unit nel suo governo e Barack Obama ha arruolato uno degli autori del libro nel suo team.

Il mio ritardo non mi scoraggia, per la verità, perché l’attualità della mia scoperta è data da un altro libro. Nella “Domenica del Sole” si parte infatti dal nudge per presentare il volume “La psicoeconomia di Chalry Brown. Strategie per una società più felice” di Matteo Motterlini, edito da Rizzoli.   Motterlini afferma che “è possibile costruire una società migliore facendo leva sui processi cognitivi ed emotivi che presiedono alle nostre scelte. E controllando che la leva funzioni, cioè che le strategie e le norme create su questi presupposti producano l’effetto desiderato”

Come? Partendo ad esempio da un “ambiente più amichevole in cui sia più facile prendere decisioni per sè stessi o per gli altri a misura della nostra fallibilità e vulnerabilità”.

È facile comprendere il mio entusiasmo per questa idea. Perché in fondo non solo dentro uno stato che deve regolare la vita dei cittadini, ma pure dentro un’organizzazione più piccola, che deve regolare persone che lavorano insieme, questa idea spiega perché molte volte certe policy interne non funzionano. Il nudge, questa spinta gentile, magari veicolato con humor (come in questo video), ma soprattutto con la consapevolezza che siamo umani, non macchine e dunque non siamo totalmente razionali, può essere un’ottima modalità per gestire le persone al lavoro. Per operare scelte che abbiano efficacia. L’economia  in quest’ottica perde aridità. E il management ritrova la sua radice umanistica, come ho avuto modo di scrivere qui. Se poi penso a un evento, dove gli aspetti emotivi e irrazionali ne sono parte identitaria, credo che gli spunti per offrire, ad esempio anche agli spettatori, tramite spinte gentili, una “felicità” dentro la festa, che non sia speculativa, ma reale perché volta al benessere, sia davvero una nuova possibilità. E’ una combinazione questa (nudge-eventi) che mi intriga molto.

La conoscenza

Ma per tornare al management,  mentre nel viaggio in treno il paesaggio fuori dal finestrino si mescolava, nello stesso numero della Domenica ho trovavo un altro articolo che mi pare si leghi bene all’idea del nudge o che per lo meno ne sia una buona integrazione. È un estratto dell’ultimo libro di Ignazio Visco (Investire in conoscenza. Crescita economica e competenze per il XXI Secolo, Il Mulino). Le conoscenze da sole non bastano, dice Visco. Il sapere tecnico da solo non basta. Come dire: l’elemento razionale da solo non basta. È necessario conoscere il mestiere, non si discute, e ciò è irrinunciabile ma non è più sufficiente. Aumenta di valore la competenza, intesa come “capacità di mobilitare in maniera integrata, risorse interne (saperi, saper fare, atteggiamenti) ed esterne”.  Il corsivo di atteggiamenti è mio, perché è evidente che rimanda a quella cosa irrazionale che ci fa agire in un modo piuttosto che in un altro.

In sostanza, scrive Visco, si tratta di sviluppare il pensiero critico, la passione per l’innovazione, il lavoro di gruppo ovvero anche dinamiche che hanno a che fare con le persone. Dentro questo quadro, a me verrebbe da dire, che la bella sfida che ci troviamo davanti quanto parliamo di management è, da un lato aprire le porte al confronto e alle contaminazioni, dall’altro, pur dentro i compiti e gli strumenti del management, riconoscere su base empirica, gli “errori” di pianificazione e risolverli, appunto, con una spinta gentile, che non centra con la regola imposta, ma con l’ascolto. Management significa condividere obiettivi e lavorare insieme per raggiungerli. E siamo noi umani a fare tutto ciò. Animali (o atomi) sociali che vivono, sudano, lavorano, amano, ridono, sbagliano, emulano, giocano.

Se il tema vi interessa, ecco  alcuni link per entrare nella dimensione della spinta felice.

5 pensieri su “Spinta gentile e conoscenza: le nuove sfide per lavorare (e vivere) meglio.

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