Lavorare con metodo, ovvero come godersi il viaggio.

Obiettivo e metodo - sensible event  management - Stefania Demetz

Ve lo ricordate lo spot pubblicitario in cui Jeremy Irons diceva che non è la destinazione lo scopo, ma il viaggio? Era uscito alcuni anni fa e la regia era di Sorrentino e forse per questo me lo ricordo ancora. Mi è venuto in mente alcuni giorni fa quando ho letto un articolo su Internazionale in cui Oliver Burkeman afferma che per far avverare i propri sogni, più importante dell’obbiettivo, è il metodo. Vuoi diventare un fumettista famoso? Bene, allora con metodo devi creare una striscia al giorno. Ogni giorno e con costanza.
Normale buon senso, si potrebbe dire. Se voglio dimagrire il pesarmi ogni mattina (cioè puntare lo sguardo sul mio obiettivo) non è di certo la strategia migliore. Dimagrirò solo se sarò costante: una corsetta di 30 minuti ogni giorno e zero krapfen alla crema.

Eppure questa cosa del metodo, pur essendo ragionevole, la dimentichiamo un po’ troppo spesso. Basta fare un giro nel web a caccia di quotes. È tutto un invito ad avere un grande sogno, a concedersi la possibilità di immaginare in grande, perché “tu puoi, yes you can, credici” e così via. Ma poi in pochi ti dicono che per farlo devi essere metodico, coerente e disciplinato.

Obiettivi o risultati?

Prendiamo il management. Prima di partire ovviamente bisogna sapere dove si vuole andare: strategie, obiettivi aziendali, scopi. Voglio organizzare un evento? Devo sapere perché prima di tutto e poi devo aver bene in mente che tipo di evento, cosa voglio ottenere, dove voglio arrivare. Questo è un punto di partenza obbligato in ogni sistema di navigazione.

E poi? Poi si inizia a lavorare. Come? Fredmund Malik, guru del management, consiglia di considerare lo scopo come risultato. È una specie di pungolamento psicologico: se penso allo scopo, guardo sempre laggiù, alla destinazione. Se penso al risultato, vi includo mentalmente in modo implicito il lavoro che dovrò svolgere. Cioè: guardare all’obiettivo può stimolare un approccio passivo, pensare al risultato invece stimola all’azione.

La felicità? Un falso amico.

Ma forse, ecco, un vero aiuto dal mondo della psicologia lo può suggerire Viktor Frankl. (Degli insegnamenti di questo psicologo viennese salvatosi dalla prigionia di un lager nazista ne ho già parlato qui e qui.)
Sii felice, ci dicono le quotes che si trovano nel web. Tu puoi!
“Ma cosa vuol dire essere felice?” – si è chiesto Frankl. “Cosa vuol dire arrivare alla felicità?” Non sarebbe meglio dire che – se considero per esempio la felicità nel mio ambito professionale – sarò felice se l’evento avrà un aumento di spettatori, o un buon ritorno mediatico o se tramite questo evento si formeranno nuove competenze o cose del genere? Cioè lo scopo non sarà mai la mia felicità. Lo scopo sarà semmai la felicità degli spettatori – e solo conseguentemente la mia – e affinché questo divenga un risultato devo agire.
E devo farlo ogni giorno con lo sguardo che si fissa sull’oggi, sulle azioni nel presente. È un po’ come quando si va in montagna. Vedo sulla punta del monte il rifugio che voglio raggiungere e inizio a camminare. Se cammino guardando sempre quel rifugio, non ci arriverò mai. Non farò che vederlo lontano: “Mamma mia, fino a lassù bisogna andare. Sono ore che camino e il rifugio è ancora un puntino in mezzo alle rocce, non c’è la farò mai!” Se però cammino seguendo il ritmo dei miei piedi e della mia respirazione, passo dopo passo in modo regolare, il rifugio mi parrà meno lontano. Non solo: il viaggio stesso verso quel rifugio mi darà soddisfazione. La felicità non sarà solo finalmente godersi una birra in vetta al monte, ma sarà il camminare, il percorso fatto, il paesaggio attraversato.

Il rischio è che guardando solo i propri piedi – con lo sguardo bloccato sul presente – si potrebbe imboccare un sentiero sbagliato. Scrive Oliver Burkeman: “È vero che in questo modo (cioè concentrandosi sul metodo ndr) si perde la sensazione di trionfo che accompagna il raggiungimento di un obiettivo. Inoltre è difficile valutare giorno per giorno se il metodo sta funzionando. Ma il vantaggio è un flusso più regolare di piccoli momenti di felicità: mentre le persone che si pongono obiettivi languiscono in un perenne stato di insoddisfazione, osserva Adams, quelle che scelgono il metodo “hanno successo ogni volta che lo applicano, nel senso che fanno quello che volevano fare”.

E il punto è proprio qui: lo scopo (o la felicità) non sono un’astrazione lontana, una chimera. La felicità di per sé non può essere lo scopo. La felicità domani non esiste. Esiste solo qui e oggi. Allo stesso modo il risultato non esiste domani, esiste solo oggi, nel mio lavoro. Nel passo dopo passo, nel metodo.

La ruota che gira

Jim Collins, nel suo bestseller Good to Great, immagina il metodo come una ruota.
– È necessario prima di tutto concentrarsi sull’essenziale, e dunque lo scopo deve essere ben definito e deve essere pulito, minimalista, espresso a chiare lettere.
– Poi: non si deve avere fretta.
-Ciò che è veramente importante è iniziare a spingere la ruota verso l’obiettivo. All’inizio il movimento sarà lento, perché la ruota deve prendere velocità. Se tuttavia con disciplina spingiamo ogni giorno e tutti insieme nella stessa direzione, la ruota ad un certo punto ci richiederà meno forza, meno spinta, e andrà avanti quasi da sola nella direzione prefissata.

Turbolenze ve ne saranno molte nel viaggio della ruota, ma se chi spinge rimane focalizzato sulla direzione e continua nonostante il maltempo a spingere sempre con la stessa forza, la ruota continuerà a girare.

L’illusione del minestrone surgelato

Oggi viviamo in un’epoca in cui si vuole tutto e subito, dove la pubblicità ti dice che il minestrone surgelato pronto in sei minuti è addirittura migliore di quello fatto con verdure fresche e cotto per ore dalla nonna. Oggi sembra che sia davvero possibile ottenere tutto subito e ci si dimentica che dietro a quei sei minuti di cottura ci sono ore e ore di lavoro di chi ha seminato e raccolto la verdura e poi l’ha tagliata, precotta e surgelata, impacchettata, trasportata e messa sugli scaffali del supermercato.
Oggi dentro questo inseguimento del sogno e della felicitá, parole come disciplina e metodo fanno paura, appaiono respingenti invece che accoglienti.

Ma è propria questa percezione il vero malinteso. Il viaggio, come dice bene Jeremy Irons nello spot, è più bello dell’arrivo. E il metodo è semplicemente questo: saper dove si vuole andare e trovare, giorno dopo giorno, la felicità nel viaggio:

 

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