Come trasformare un’idea in realtá. Intervista a Lorenza Bravetta.

Camera Torino - blogstefaniademetz.com

Ci sono due temi che oggi riempiono spesso le pagine del web e della carta: i cervelli in fuga e la leadership femminile. Sul significato del management al femminile ne ho già parlato tempo fa, in un post dedicato alle donne. Non avevo invece ancora avuto l’opportunità di scrivere qualcosa sui cervelli. Attenzione però. A me non interessano tanto quelli in fuga. Mi piacciono di più quelli che tornano. E che lanciano nuove sfide.

Lorenza Bravetta, la protagonista di questa nuova intervista, non ama in realtà vedersi come un cervello fuggito e ora tornato. Si vede piuttosto come una persona che è andata in Francia a studiare, lì è rimasta, ha macinato esperienza, si è sposata, è diventata mamma e poi ha deciso di tornare in Italia. “Voglio lasciare qualcosa ai miei figli” mi ha detto.  Ovvero: l’idea che si possa mettersi in gioco per il proprio paese e diventarne parte attiva.

L’incontro

Ho incontrato Lorenza in uno degli scorci che amo di più a Torino, tra Palazzo Carignano, il Circolo dei Lettori  e Piazza Castello, a due passi dall’accogliente Libreria Luxemburg. Mi ha ospitata nella sede provvisoria di un qualcosa – e vedremo cosa – al quale lavora da tre anni. Un’ora, dentro un ufficio affacciato su un cortiletto, con i primi tepori primaverili ed io che sarei rimasta lì ancora e ancora. La grande sfida, la mia sfida, a questo punto è proporvi uno stralcio della nostra chiacchierata e riuscire a incastrare in un post le tante suggestioni che mi ha regalato.

Perché l’ho voluta incontrare? Forse come prima cosa perché c’è di mezzo la fotografia, che amo e di cui, un po’ ho già parlato nel blog, qui e qui. Poi c’è il tema della donna che guida una squadra, tema con il quale mi piace confrontarmi e trovare somiglianze o divergenze dalla mia esperienza. E infine, nel filone dei miei post #SensibleExperienceScape c’è lo spettatore, colui che guarderà le fotografie.

Chi è Lorenza Bravetta?

38 anni, madre di due figli, già direttrice di Magnum a Parigi e ora alla guida del progetto Camera, il nascente Centro italiano per la fotografia che aprirà i battenti bel prossimo autunno.

Tanta carne al fuoco, vedrete.

L’intervista

Lorenza, ti sei mai sentita un cervello in fuga?

 (c) è Alex Majoli/Magnum Photos
(c) è Alex Majoli/Magnum Photos

Assolutamente no. Sono andata a Parigi a studiare e poi lì ho iniziato una stage di tre mesi a Magnum. Ero molto ligia nel mio lavoro e da quello stage sono arrivata a lavorare per 18 anni dentro quell’agenzia. Il mio capo allora era una donna molto dura, dalla quale ho imparato molto. Quando le dissi che mi sarebbe piaciuto lavorare a un progetto nuovo, che allora non c’era in Magnum, lei mi diede il suo consenso … a patto che lo facessi fuori dagli orari di lavoro! Sabato, domenica, mattina presto, sera tardi. Ho davvero vissuto sulla mia pelle il detto “prima il dovere, poi il piacere”. Ma è servito a me e a Magnum perché nel tempo libero ho creato un nuovo dipartimento che in sostanza creava i portfolio da proporre a imprese internazionali con le quali costruire la comunicazione aziendale.

Sono diventata direttrice commerciale di Magnum e infine direttrice dell’agenzia. Quindi no, non sono stata un cervello in fuga, ho semplicemente avuto queste opportunità.

Da uno stage alla direzione: oltre alle opportunità, c’è altro. Che consigli puoi dare alle nuove generazioni?

Tutto ciò che impari lo devi svolgere con umiltà. Quando ero al mio terzo giorno di stage, l’allora direttore Francois Hebel mi disse di accompagnarlo a un sopralluogo per una mostra sul maggio del ’68.  Io mi sentii gratificata da questa chiamata perché nel mio curriculum vitae avevo elencato anche alcune collaborazioni con gallerie torinesi (dove per la verità mi occupavo di francobolli e buste …). Quando arrivammo lì, Hebel mi mise una scopa in mano e disse: “Pulisci!”. Lo feci. E non solo per umiltà. Avevo le idee chiare su cosa mi interessava imparare e fare e se hai le idee chiare sai anche quali compromessi accettare.

E poi dopo 18 anni decidi di tornare …

Si, circa tre anni fa mi sono resa conto che ciò che doveva formarmi mi aveva formato. Non avrei imparato nulla di più. Era giunto il momento di rimettermi in gioco. Non mi piaceva più vedere l’Italia a 1000 km di distanza. Pur avendo vissuto tanto all’estero, ero comunque una straniera e casa mia mi appariva lontana. Volevo un nuovo coinvolgimento con il mio paese e poter lasciare una traccia, un esempio ai miei figli. Camera, ovvero l’idea del centro italiano per la fotografia è questo: rimettere le radici nel mio paese e contribuire alla sua crescita.

L’idea parte da te e tu dirigi il gruppo, una donna che guida la nave…

Penso che la leadership femminile implichi un’attitudine materna. Io da subito ho la tendenza a essere madre, chioccia: guai a chi tocca la mia squadra! Tuttavia credo molto che dipenda anche dalle persone, da come siamo in quanto individui. Io ad esempio posso essere molto dura, con gli altri, ma soprattutto con me stessa. Non mi lamento mai e lavoro con grandissima passione. Non è una questione di genere. È la passione, il fuoco, che negli ultimi anni a Magnum mi mancava.

E per riaccendere il fuoco, ti viene in mente un’idea: il centro della fotografia.  Quali sono stati i primi passaggi, dall’idea alla cosa concreta?

Il primissimo passaggio è stato incontrare il sindaco di Torino, Piero Fassino. Essendo Torino la città in cui nasce Camera, era fondamentale avere il sostegno dell’amministrazione comunale e così è stato. Poi ho costituito una squadra, subito istituzionalizzata, di dieci persone federate intorno al progetto. Lo abbiamo chiamato il “comitato promotore”. A queste persone ho chiesto aiuto in termini di risorse, contatti, esperienza.

In secondo luogo era necessario identificare il luogo fisico che avrebbe accolto il centro. Era importante per me visualizzare il dove avremmo realizzato Camera e dove si sarebbero svolte le tre macro attività: esposizioni, didattica, archivio. È stato poi istituito un comitato scientifico con membri internazionali e infine abbiamo messo in piedi la squadra operativa.

Questa è costituita da un curatore (l’unico uomo del gruppo n.d.r.), una persona responsabile per la didattica, una per gli archivi e poi al mio fianco lavora un direttore aggiunto. Da gennaio 2015 questa squadra è operativa. Ci sono voluti solo tre anni dall’idea alla partenza reale. In autunno Camera apre! Direi un record per l’Italia.

Che tipo di leader sei?

C’è un equilibrio sottile. Da un lato ci vuole qualcuno che incarni il progetto, ma questo non è un mio progetto, nel senso che non deve essere identificato con il mio nome. Da un lato, cioè ci vuole un capitano. Io fin da piccola ho evidenziato doti di leadership. Allo stesso tempo, però, deve esserci spazio per una discussione amplia e condivisa. Io non ho una formazione manageriale, ma sono strutturata e nei miei anni francesi ho di volta in volta aggiustato il tiro, imparato, corretto il modo.

Cosa pensi del fatto che questo paese abbia tantissimi festival culturali? C’è chi dice che siano troppi.

In Italia manca un’ottica di sistema. Ognuno fa il suo, nel suo territorio, nella sua provincia. Per questo Camera si chiama centro Italiano della fotografia. Cerchiamo di importare qui i modelli vincenti di altri paesi, come la Francia, dove il sistema nazione funziona molto bene sul fronte delle rassegne culturali.

Senza entrare in una discussione – che sarebbe molto affascinate ma ci porterebbe lontano dal filo conduttore di questo blog –  vorrei farti solo una domanda sulla fotografia. In questa epoca di sovrapproduzione di immagini cosa vuol dire davvero imparare a guardare una fotografia?

Credo che – come la scrittura –  cosi anche le immagini siano un linguaggio, nei confronti del quale però non c’è formazione. A scuola ci insegnano a leggere le parole, non le fotografie. Sono talmente tante le immagini che ci vengono offerte e che noi stessi produciamo, senza che tuttavia ci sia una capacità di lettura critica. La fotografia da questo punto di vista è insidiosa perché può essere manipolata facilmente. Proprio ai più giovani si dovrebbe insegnare a leggere le immagini, perché esse costituiscono un linguaggio traversale di fronte al quale troppo spesso siamo impreparati.

A proposito di sguardo, cosa vorresti che rimanesse allo spettatore che visita Camera?

La sensazione di non essere stato fuori luogo, al contrario, con il desiderio di approfondire. L’aver trovato un pezzetto di sé vedendo le fotografie esposte e la voglia di andare oltre, senza necessariamente tornare a Camera…

Immaginiamo ora di essere nel 2025…

[Qui Lorenza spalanca gli occhi e quasi si spaventa, poi sorride e inizia a immaginare …]

Vorrei che Camera fosse l’istituzione italiana di rifermento sul territorio per diffondere la fotografia, italiana e straniera come lo sono la Tate o il Moma. Che fosse avviato un processo bidirezionale dal territorio, dall’Italia verso l’estero e dall’estero verso l’Italia. Per quanto riguarda me, io forse sarei in scadenza del mio ultimo mandato e pronta per una terza nuova tappa della mia vita.

Grazie Lorenza e ci vediamo in autunno, a Camera!

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Per seguire Camera potete cliccare qui:

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