Tra eventi e comunicazione é tutto un “faccio cose, vedo gente”.

In questi giorni a Trento sta andando in scena il Festival delle Professioni. Mi é stato chiesto di intervenire su due temi importanti: comunicazione e nuove professioni, e le professioni dello sport.

Oggi pubblico il primo dei miei contributi, su un tema davvero confuso e immenso, quello della comunicazione.


Gli eventi, la comunicazione e l’importanza delle “parole giuste”.

In quanto organizzatrice di eventi il primo contributo che mi sento di portare è una similitudine di tipo semantico.

Oggi “fare eventi” è diventata una professione molto diffusa, un lavoro di moda. Tuttavia, cosa si intenda esattamente con un “faccio eventi”, non sempre è facilmente intuibile. Lo stesso si può dire per la comunicazione. “Faccio comunicazione” suona vuoto, perché spontanee sorgono alcune riflessioni: che tipo di comunicazione fai, su cosa, dove, con quali strumenti, con quali obiettivi, con quale strategia, per chi? E ancora: scrivi, parli, fai fotografie?

Sempre semanticamente, un evento può essere letto come un microcosmo, una riproduzione in miniatura del mondo di ogni giorno: accadono cose e ci sono relazioni complesse tra persone e gruppi. Una riproduzione, tuttavia, che risulta essere amplificata con una concentrazione, talvolta estrema, di tempo, spazi, emozioni, esperienze. Esso, l’evento, si presta proprio per questo motivo a una riflessione interessante sulla comunicazione, dove pratiche generalmente dilatate, qui si applicano in tempi ristretti; dove la “quantità” di informazione generalmente distribuita, qui si concentra nel tempo tra l’attesa e la memoria di ciò che fu. A volte si tratta di un solo giorno. A volte di alcuni mesi, come nel caso di Expo, se non di anni.

In vent’anni: una rivoluzione.

Quando iniziai la mia avventura nel mondo degli eventi sportivi, tanti anni fa, ricordo che nella nostra organizzazione c’era un capo ufficio stampa che redigeva alcuni articoli, coordinava i giornalisti, e raccoglieva una locale rassegna stampa. Oggi abbiamo un direttore della comunicazione che si occupa di promozione, ufficio stampa, pubbliche relazioni, comunicazione istituzionale, social network (segmentato su target diversi e con argomenti diversi a seconda del medium). Abbiamo poi adottato un sistema interno di comunicazione sia di tipo informativo, sia operativo, sia di crisi, gestito dalla direzione generale con strumenti diversi a seconda del tema e dell’urgenza (un evento, soprattutto se outdoor, conosce bene l’impellenza dell’urgenza): dal cartaceo, alla mail, dal sms di gruppo a whatsapp. E intorno a queste nostre varie attivitá di diverse tipologie di comunicazione, vi sono n attori che a loro volta comunicano: la narrazione dell’evento viene cosi amplificata. Un caleidoscopio dove ogni singola persona corrisponde a una comunicazione (o a più comunicazioni). Se si dovesse seguire ogni flusso con un filo rosso, apparentemente ne uscirebbe un caos, una matassa aggrovigliata. E questo in effetti è il rischio, se il “faccio comunicazione” viene preso alla leggera. Ma se consapevolmente ogni filo rosso ha un suo senso, un suo nome, e un suo scopo (anche solo quello ludico dello spettatore), la matassa appare come una meravigliosa struttura di flussi, simile al sistema nervoso: il cuore pulsante di ciò che è l’evento. Tenendo poi conto che, come nella vita, un evento è bersagliato da imprevisti ci vogliono anche i fili rossi dell’imprevisto che devono a loro volta avere un senso, uno scopo, una direzione certa.

Faccio cose, vedo gente

Per tornare al punto iniziale, dunque, dire “faccio comunicazione” è come dire “faccio eventi”: ovvero è come dire nulla. È il “faccio cose vedo gente” di Ecce Bombo:

Per aiutare a comprendere cosa voglia dire comunicazione e quindi a contribuire alla formazione di una consapevolezza (e alla formazione di produttori di comunicazione consapevoli) forse si dovrebbe optare per una terminologia meno vaga. Le parole aiutano a capire meglio. E comunicazione non sempre aiuta a capire.  Questa mia riflessione non è, come dire, una boutade di superficie. Io, se penso al mio mestiere, non “faccio eventi”, io organizzo un evento internazionale sportivo. Sono due cose molto diverse. E dunque, per tornare al punto iniziale, se si affronta un tema amplio come quello della comunicazione è dal linguaggio che si deve partire.

Parla come mangi

E poiché ci troviamo in Italia, mi piace chiudere con una piccola provocazione, che prende spunto proprio dal linguaggio. Nel mondo degli eventi, ma non solo lì, piace molto usare anglicismi: location al posto di sito, experience al posto di esperienza, banner al posto di striscione e così via. La nuova comunicazione “social”, inoltre, pare aver creato tante luccicanti nuove professioni, che pur abbellite dentro titoli che quasi intimidiscono, molto spesso nascondono il vuoto.  Il “packaging”, ovvero la confezione linguistica di un mestiere (il significante che faccia scena), soprattutto se maneggia informazione, dati, parole, dovrebbe essere evitato per rendere chiaro qual è il significato. E questo semplicemente per aiutare a capire meglio cosa vuol dire occuparsi di comunicazione oggi. Mi rendo conto che oggi é impossibile tradurre espressioni come mobile developer o digital coach e tuttavia, mi piace seguire i consigli di Anna Maria Testa, che sulla comunicazione cura un blog esemplare e che periodicamente ci offre liste di parole italiane che vanno benissimo. E che anzi ci aiutano a capire meglio. E in fondo la comunicazione ha tra i suoi scopi quello di informare e far capire. E dunque è dalla denominazione della professione del comunicatore che si potrebbe partire.

Stefania Demetz, Trento 15.10.2015

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2 pensieri su “Tra eventi e comunicazione é tutto un “faccio cose, vedo gente”.

  1. Tutto verissimo, mi ci ritrovo molto in tali considerazioni. spesso poi ll’organizzare eventi viene considerata una attività semplice e alla portata di tutti, svilendo così la professionalità di chi lavora in questo campo, ma anche creando complicazioni nel momento in cui non si tiene conto dei consigli o delle domande che chi fa questo lavoro sottopone al “committente” anche interno.

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