Perché il management ha bisogno della maternità

Eccomi qua, dopo alcuni mesi di pausa (dal blog, non di certo dalle cose da fare). Il lieto evento mi ha portata a concentrarmi per un po’ su altri fronti: nuove esperienze e anche, davvero, un bel po’ di letture interessanti, alcune delle quali penso, spero, troveranno spazio qui, nel mio blog.

Per riprendere con i motori giusti (questa è anche la mia settimana di ritorno al lavoro), vi propongo un post che, almeno in questo mio nuovo esordio, non può non legare il tema del management alla maternità.

Non nascondo di essere preoccupata –  come credo tante mamme – sul mio riuscire a conciliare bene lavoro e casa, senza trascurare ne l’uno né l’altra. Per ingranare la giusta marcia e pormi di fronte a questa nuova avventura con il mood giusto, vi (e mi) suggerisco alcuni spunti davvero interessanti che ho trovato.

La maternità è un master” è il nome di un progetto, ma anche di un libro, che parte da un presupposto molto intrigante. In genere, dicono gli autori – Andrea Vitullo e Riccarda Zezza –, per usare metafore e utili modelli al management si pesca volentieri in svariati ambiti, tra cui quello preferito è lo sport. Anch’io l’ho fatto nel mio libro, anche se con un approccio di tipo umanistico e semantico, e non, come avviene di solito, sottolineandone il carattere competitivo intorno a parole come “fare squadra, vincere, mister, serieA” è così via.

Mai però, dicono gli autori, si è pensato alla incredibile fonte di esperienze e approcci che la maternità può offrire come modello al management. Non si tratta solo di esempi efficaci per le donne, ma per le organizzazioni in genere. Parole come empatia, flessibilità, fare-rete etc. effettivamente fanno parte anche del linguaggio aziendale.

Da questo punto di vista la maternità offre davvero un catalogo, per nulla statico, di esempi. Ed è proprio questo aspetto dinamico che mi piace molto.

Il multitasking è vecchio. Benvenuto multishifting!

Nelle mie riflessioni (private) sul ritorno al lavoro, ho pensato spesso a come coordinare e incastrare ogni pezzetto di compiti e doveri nella mia giornata. Errore!

Più che pensare a come incastrare i pezzetti, la chiave di svolta è data dal fare defluire da un ambito all’altro le esperienze. Non dunque un rigido multitasking (che anche nella sua fonetica pare ergere barriere con le tue “t” dure), ma un più efficace multishifting (anche foneticamente comunica uno scivolare, un fluire che, invece che respingere, accoglie).

Cosa vuol dire? Semplicemente che non si tratta di giustapporre un compito dietro l’altro con un incastro perfetto e magari talvolta con tasselli gestiti in contemporanea. Di questo parecchio tempo fa ho già scritto in questo blog a proposito del numero massimo di compiti che secondo la psicologia cognitiva siamo in grado di gestire contemporaneamente. Qui andiamo oltre, perché si tratta di far slittare energie e competenze da un ambito (casa, famiglia, maternità) a all’altro (lavoro). In effetti, un po’ – senza rendermene conto – l’ho fatto già in questi mesi. Le mie “manie” di catalogazione e mappatura che amo esprimere al lavoro per avere sempre uno sguardo di sintesi chiaro (ricordate i miei post sulla pianificazione del lavoro?), mi sono servite per registrare, ebbene sì, le poppate avendone uno sguardo immediato d’insieme. Mia madre con affetto mi ha preso in giro per questo, perché il mio rilassante e accogliente angolo allattamento sembrava un posto di lavoro, con penne, quaderno, tabelle e colori. Di fatto, senza saperlo ho spostato le mie competenze del lavoro nella gestione familiare. Sarò in grado di fare il contrario e spostare le mie esperienze di madre sul lavoro, senza essere mamma, ma continuando a essere manager? O meglio: essendo entrambe?

Mamma e Manager

Per esempio, dicono Vitullo e Zezza, tipico della madre è imparare da subito a gestire le priorità, a focalizzare con la massima  concentrazione e ad orientarsi mettendo da parte sé (il proprio ego) a favore di un esserino che reclama attenzione è una  famiglia che deve ridefinire nuovi equilibri. Ovvero: il cambiamento è continuo, raggiunto un risultato, emerge un nuovo problema o cambia lo scenario, schemi fissi non servono a nulla, meglio è il lasciarsi sorprendere e agire in modo fluido, dentro un quadro complessivo.

Ora, tutto ciò che accade quando si nutre e si cresce un bebè piccolo (la mia è una bimba) può diventare molto faticoso se ci si impone di continuo di smettere i panni (di madre) per indossare quelli di manager o comunque di donna lavoratrice e viceversa, come se fossimo persone diverse. In modo fluido invece i due mondi comunicano e siamo noi che ci spostiamo portando con noi esperienze e nutrimento da un mondo all’altro. Noi non siamo solo un ruolo e fissarsi al lavoro, per esempio, solo sul sé lavorativo può creare non poca tensione interiore, ma soprattutto ci impedisce di essere rotondi, cioè sempre noi stessi e di poter pescare esperienze nei nostri diversi sé, come, appunto, la gestione fluida della crescita dei nostri figli

Oggi viviamo in una società talmente competitiva che spesso al lavoro si preferisce celare i diversi sè per evitare conflitti, ricatti, invidie, esclusioni etc. Non solo: gli esperti di personal branding ci dicono che per essere riconosciuti, per valere,  dobbiamo concentrarci su una sola immagine pubblica di noi stessi. Leonardo da Vinci in questanostra epoca   sarebbe disorientante. Che spreco, mi viene da dire, che perdita, che mutilazione! (Ne ho parlato in un mio altro blog a proposito dei miei diversi sé, e il fatto che esista un mio altro blog, mostra come a me non piaccia  per nulla mettermi etichette!)

Questo fluire leggero, naturale, appunto, rotondo, perché dentro lo stesso universo, gli autori di maam l’hanno chiamato transilienza: una “metacompetenza (competenza delle competenze) che permette alle competenze e alle energie di fluire da una parte all’altra della vita”. La parola si costruisce nella composizione di transizione e resilienza. Transizione, penso sia un concetto chiaro. Resilienza, invece, è una parola sempre più usata, (vedi l’invito di Michelle Obama a essere resilienti) che indica la capacità di riorganizzare la propria vita di fronte alle difficoltà.

È con questo auspicio che riprendo lavoro, blog, e vita del pre-lieto-evento, consapevole che nulla è più come prima e che il fluire della mia vita, ora molto più ricca di prima, sarà una sorprendente linfa per nuove ispirazioni.

A proposito di eventi …

Lo chiamano lieto evento. Io lo preferisco chiamare incredibile evento. È già mi vengono in mente un sacco di possibili similitudini, assonanze e riflessioni. Ma per tutto questo c’è tempo. Per ora metto in pausa questo blog. Giusto il tempo di godermi l’onda immensa di questo, appunto, incredibile evento. Torno presto. Rimanete sintonizzati. See you […]

#SensibleExperienceScape [8]: perché quando si parla di sostenibilità di un evento, si dovrebbe parlare anche di emozioni?

Questo post non ha alcun fondamento scientifico ed è scritto con la pancia.

La premessa mi pare necessaria, perché la domanda che pongo nel titolo mi frulla in testa da alcuni giorni e ammetto di non avere risposte certe.

Anteprima: le Olimpiadi di Torino, 10 anni fa.

Tutto è iniziato 10 anni con le Olimpiadi di Torino, alle quali ho partecipato in qualità di press manager al Sestriere. Ero in sostanza responsabile del centro stampa di raccordo della montagna nella fase immediatamente antecedente l’inizio dei Giochi e poi durante i Giochi.

Di quei due mesi mi sono rimasti ricordi di ogni genere: dalle delusioni alla fatica, al divertimento, alle vere e sane soddisfazioni. Rammento come fosse ieri l’ansia del countdown per l’apertura del centro stampa, che si ostinava a rimanere un cantiere. Una concatenazioni di attività, che non avevano seguito la road map prevista, avevano causato un ritardo tremendo e ricordo la responsabile del waste and cleaning che non poteva pulire fintanto che la spazzatura da allestimento non veniva sgomberata.  Non ricordo quale fosse l’intoppo, fatto sta che lavoravo in sala stampa, a gennaio, a pochi giorni dalla cerimonia d’inaugurazione, con i portoni aperti, il gelo che entrava, accucciata sul portatile con berretto e guanti. C’è pure chi si ricorda che avevo acceso una candela per fare un po’ di luce.

Un’esperienza atroce, si direbbe. Eppure in tutto questo c’è qualcosa di non normale: e cioè che di questa emergenza preservo solo ricordi magnifici. Il venue manager, che era il responsabile di tutto il cluster Sestriere, mi aveva autorizzato a lanciare un appello: avevo chiamato alle armi tutti quelli che potevano darci una mano per sgomberare il cantiere. C’erano i nylon da togliere da metri quadri e metri quadri di moquette, c’erano i tavoli da liberare, c’erano pezzi di cavi d’ovunque, e assi di legno e avanzi di ogni tipo. La squadra si era composta subito ed era fatta di gente che era lì per altro: trasporti, cerimoniale, servizi … eppure tutti si erano muniti di guantoni e avevano aiutato affinché un pezzo della macchina potesse partire.

Mi viene la pelle d’oca ancora oggi per l’emozione che avevo provato quando avevamo finito, stremati, ma soddisfatti. Non ho più alcuna traccia di questa squadra affiatata che era corsa in aiuto, in modo per nulla scontato, se non il ricordo vivo nella mia memoria. E questo ricordo sarebbe rimasto incantucciato da qualche parte, come bell’esempio di lavoro di squadra eccezionale, se non fosse che sono passati 10 anni dalle Olimpiadi e tutto in questi ultimi giorni torna  in superficie.

Esperienza e memoria

Mi sono trovata, infatti, a rivivere in parte quelle emozioni, dopo ben 10 anni. E pare interessante, perché ciò che alla fine rimane è solo la memoria bella: quella emozione condita addirittura con una consistente dose di nostalgia. Queste sensazioni, penso, le potrebbero confermare la maggior parte delle quasi 600 persone che settimana scorsa si sono presentate alla festa organizzata dallo staff Torino2006 per lo staff Torino2006: un raduno denso di ricordi, di abbracci, di rivisitazioni, di nostalgie, di risate.  Arrivati da ogni dove pur di esserci e pur di rivedersi, tutti con la gioia stampata sul viso e immagino, con dentro di sé solo i ricordi belli mentre quelli brutti …, beh, curiosamente nello sguardo retrospettivo diventano frammenti di piccole epiche olimpiche, che si colorano di romanticismo.

Tutto questo mi ha fatto riflettere non poco.

Quando si parla di eventi, soprattutto di mega eventi, si tende sempre a puntare il dito contro i grandi errori fatti nella gestione post evento. Infrastrutture abbandonate, mala gestione e così via. È un tema a me caro che ho trattato spesso in questo blog. Nemmeno Torino è immune da tutto ciò con, da un lato una città che pare rinata grazie ai Giochi, ma a ben guardare anche qui l’eredità mostra non poche crepe: gli impianti in montagna, il villaggio olimpico, così via …

Luci e ombre che pare difficile smentire.

Meno, o forse mai, si parla dell’eredità emozionale. Alla festa delle celebrazioni sono certa che in molti sarebbero risaliti subito sul carro olimpico per rifare tutto, di nuovo.

E qui mi piace provare a capire.

La psicologia dell’esperienza

La letteratura sul management degli eventi sta iniziando a studiare il rapporto tra esperienza e memoria affidandosi alle scoperte delle psicologia behaviorista. Si veda questo interessante studio su psicologia ed evento. Ne ho anche parlato in questo blog perché trovo il tema molto intrigante e ho anche contribuito a un paper su questo argomento, sebbene il focus fosse centrato sullo spettatore degli eventi culturali.

Le scoperte in questo ambito dicono in sostanza che è possibile cercare di veicolare le esperienze, senza necessariamente manipolarle, in modo tale da agevolare la sedimentazione di una memoria positiva.

Quando si lavora a un evento come i Giochi Olimpici, questa operazione pare molto facile, perché il mito olimpico, l’unicità dell’esperienza, la vita dentro una bolla che è unica e non ripetibile, la consapevolezza di vivere qualcosa di magico, lo spirito olimpico che ci mette il suo, la creazione di un linguaggio interno, l’esser slegati dal mondo reale etc. etc. fanno sì che si viva l’esperienza lavorativa in modo totalmente diverso da qualsiasi altro lavoro. Ciò vale certamente per tanti eventi. Non c‘è dubbio però che i Giochi Olimpici siano inimitabili da questo punto vista. È come raggiungere un livello emozionale altissimo, un picco senza eguali, ma effimero. Si crea quasi una tossicità, una dipendenza dalla emozione e man mano che ci si avvicina alla fine, non si vede l’ora che finisca, perché la bolla è impegnativa, ma allo stesso tempo si vorrebbe non uscirne mai.

La domanda allora molto banale è: tutta questa energia emozionale può essere incanalata affinché non sfumi nel nulla e non rimanga solo un insieme variegato di ricordi individuali? Cioè: quando si pianifica un evento, è possibile pensare, non solo a come riciclare le infrastrutture nel post-evento, ma anche a come non disperdere l’entusiasmo, pur sapendo che un’Olimpiade è unica?

Torino forse in parte l’ha fatto, divenendo città di eventi culturali. Ma è possibile lavorarci in modo strategico o questa energia ha un senso solo dentro il contenitore evento?

Penso ad esempio ai tanti che hanno lavorato a Torino e avrebbero voluto continuare a lavorare nello sport, ma non c’è stata alcuna vera opportunità a favore di uno strategico “job placement” post olimpico. La stessa cosa potrebbe valere per Expo: dove lavorano oggi le persone Expo? Quell’esperienza operativa e umana ha la possibilità di trovare uno sbocco e una continuità o rimane un episodio isolato?

Forse questo mio post è una leggerezza. Forse è un po’ come parlare del sesso degli angeli. Forse la forza di quelle emozioni ha davvero senso solo dentro il contenitore evento. Eppure io credo che una riflessione strategica per una vera legacy, che non sia solo infrastrutturale, andrebbe fatta. L’evento può essere il momento più alto, ma pensarlo solo come ingresso nella festa senza progresso, per citare il sociologo Michel Maffesoli, mi sembra, per quanto intenso e inebriante, un’occasione perduta.

Forse in questo senso Roma2024  potrebbe non solo pescare nell’emozione di chi fu-Torino2006, ma allo stesso tempo pianificare la viability, vale a dire la capacità auto-rigenerante delle esperienze, delle competenze e della forza emozionale di chi, se tutto andrà bene, potrebbe fra 12 anni  essere il “fuRoma2024”.

SensibleExperienceScape [6]: lezioni dalla villeggiatura.

Lo scorso fine settimana sono stata in Calabria al Corigliano Calabro Fotografia: quattro giorni di esposizioni, workshop, letture portfolio e presentazioni. Sono state quattro giornate in cui soprattutto le persone incontrate e le relazioni umane hanno dato il timbro a questo festival. Non si trattava solo di fotografia ma pure di incontri conviviali, di chiacchiere e buon cibo, di confronti e di nuove scoperte.

L’ultimo giorno mentre ce ne stavamo tutti nella veranda dell’hotel affacciata sul Mar Ionio in attesa di partire e dunque pronti per i saluti, gli scambi di biglietti da visita, contatti, abbracci e baci, in una tipica atmosfera di attesa della partenza e di commiato, una persona coinvolta nell’organizzazione mi ha detto: “Mi sento come in quella pubblicità di Costa Crociere, dove una donna alla cassa del supermercato piange perché la vacanza è finita.”

Forse proprio perché siamo in periodo di vacanze non ho potuto non pensare che in effetti gli eventi e le vacanze hanno molto in comune.

La prima similitudine che mi viene in mente è che entrambi, vacanza ed evento, sono limitati nel tempo e nello spazio. Sono una bolla dentro la quale ci troviamo per un po’, una bolla che è diversa dalla nostra vita quotidiana, una bolla che di solito lasciamo con una sensazione di nostalgia per quel qualcosa di meraviglioso che fu.

In secondo luogo, frequentare un evento o fare vacanza hanno a che fare entrambi con il tempo libero, con lo svago, con qualcosa che rompe l’ordinaria quotidianità. Anche se è vero che i confini –  nel caso degli eventi – si fanno meno nitidi. In una vacanza i ruoli sono ben definiti: uno è il turista e uno è il cameriere di un hotel. Uno si gode il tempo libero, l’altro (al momento) lavora. Negli eventi, invece molto spesso chi lavora è comunque destinatario di emozioni: sfido un atleta olimpico o un collaboratore a un festival culturale a percepire la propria presenza solo come un dovere lavorativo.

Ma soprattutto ciò che condividono sono i tempi. E da qui vorrei partire.

I tre tempi della vacanza (e dell’evento).

Alcuni anni fa Internazionale aveva pubblicato un articolo di Drake Bennett (qui la versione originale), che raccontava di alcuni studi sul comportamento umano incentrati sulla vacanza.

Una vacanza si legge nel suo articolo si divide in tre spezzoni:

attesa, esperienza, memoria.

Non vale forse la stessa cosa per un evento? Attesa, esperienza, memoria! E non solo per lo spettatore (o il turista) ma pure per l’organizzatore: come ho raccontato nel terzo capitolo del mio libro, sul piano del management essi diventano: pianificazione, implementazione, vitalità (ovvero sostenibilità dinamica).

Ora, questi tre spezzoni suggeriscono alcune dinamiche curiose.

Gli studiosi del comportamento umano hanno scoperto che quando pianifichiamo un viaggio ci piace molto la preparazione, quasi più che la vacanza in se´. In tedesco esiste pure un sostantivo per specificare quel tipo di felicità: Vorfreude, che vuol dire gioia anticipata. Il senso di attesa ci rimane impresso nella memoria. L’aspettativa, spiegano gli scienziati, ci emoziona di più.

Non solo, ma secondo diverse ricerche di studi in campo comportamentale, rispetto a tutte le varie esperienze che facciamo in vacanza, ciò che poi ci rimane scolpito nel cervello sono le esperienze finali. Gli scienziati definiscono questa regola come peak-end rule, cioè una modalità di memorizzazione del nostro cervello per cui se tutto in vacanza è andato bene, ma poi l’ultimo giorno il conto dell’albergo risulta salato oltre ogni nostra aspettativa, questo singolo episodio condizionerà la nostra memoria sul resto della vacanza “Bella vacanza, per carità, ma che ladri!” racconteremo a tutti i nostri amici. Oppure:  una vacanza in cui avete litigato di continuo con i vostri compagni di viaggio vi offre un finale a sorpresa intensissimo. Bene, questa ultima esperienza vi farà ricordare quella vacanza come indimenticabile, anche se, durante la sua “fase esecutiva” non siete stati poco felici. “Si, vabbè, con i miei amici ci sono state un po’ di baruffe, eppure è stata la più bella vacanza della mia vita” direte con occhi sognanti.

Cosa vuol dire tutto ciò? Intanto che, come ho già raccontato altre volte in questo blog, siamo esseri umani e dunque irrazionali e dunque, quando pianifichiamo un servizio turistico (o un evento) dovremmo tenerne conto. La logica va bene per stare con i piedi per terra, ma se noi lavoriamo per offrire emozioni (ed è questo che fanno gli operatori turistici, e pure gli organizzatori di eventi) dobbiamo considerare che siamo tutti un po’ poco logici e che il modo in cui valutiamo le esperienze e costruiamo la nostra memoria non sono sempre razionalmente comprensibili. Rimando al premio Nobel Daniel Kahnemann per capire quanto è curiosa questa nostra follia. Conoscere questo nostro lato non può che aiutarci a migliorare l’esperienza di chi ospitiamo dentro un evento.

Ma attenzione: conoscere questo nostro lato irrazionale non significa manipolare le persone. Il nudge, come pratica per aiutare i nostri “clienti”, siano essi fruitori di un evento o di una vacanza può essere davvero una buona soluzione senza forzare in modo esasperato le percezioni dei nostri fruitori.

Dal turismo, però si trovano anche altri suggerimenti.

Turismo (ed evento) partecipativo.

Ad esempio, la ricerca sempre più diffusa del turismo partecipativo ci dice che molti viaggiatori oggi non vogliono sentirsi parte di una massa che attraversa superficialmente un territorio. Molti viaggiatori oggi vogliono si viaggiare, ma esplorando, entrando in contatto con il vero e non scontrandosi con la grande – e spesso – fittizia rappresentazione turistica. Vogliono sentirsi unici dentro una bolla che comunque sia autentica.

Non credo che serva una lente d’ingrandimento per andare a cercare le similitudini con gli eventi. Basta pensare agli spettatori. Voi li vedete come massa amorfa o come un insieme di individui, una piccola tribù? Perché è da qui che dipende come interagirete con loro. Saranno legittimi entrambi i modi, ma porteranno visitatori, esperienze, memorie diverse. L’evento partecipato è l’evento in cui lo spettatore diviene attore insieme agli attori. È l’evento in cui non offro una bolla di plastica, ma cerco di garantire autenticità. È l’evento in cui ascolto lo spettatore per farlo sentire davvero a casa.

Turismo (ed evento) vuol dire creatività.

E poi c’è l’ultimo aspetto che mi piace prelevare dal turismo e legarlo agli eventi ed è un aspetto che parte dalla radice, dal senso del viaggiare. Anna Maria Testa ha scritto un bel post sul viaggio e la creatività. Talvolta non serve andare lontano, basta anche solo spostarsi di poco, o basta guardare con occhi diversi un luogo conosciuto. Scoprire cose diverse stimola la creatività. E la creatività ci rende più felici, più sereni. E allora perché non pensarla in questo modo: non solo viaggiando possiamo scoprire cose nuove ma pure lavorando.  Abbiamo voglia di tirarci fuori dalla bolla, non quella dell’evento, ma quella del mondo sempre uguale nel quali viviamo? Perché non provare a portare l’esperienza creativa che apprendiamo nel viaggio anche al lavoro? E perché dentro un evento non provare a offrire una forma di esplorazione, come fosse un viaggio, agli spettatori e pure ai collaboratori? La creatività nasce negli incontri con luoghi e persone e cosa è un evento se non un incontro?

Tutto é un divenire …

E quando la vacanza finisce? Dopo un evento in genere ci occupiamo dei de briefing (trovate alcuni spunti qui e qui). Questi verbali scritti post evento pongono in sostanza al centro una unica questione: cosa abbiamo imparato?

E dalle vacanze, cosa ci portiamo a casa, oltre qualche souvenir e mille propositi?

Un mio ricordo personale …

Alla fine di un viaggio importante, di quelli che nella vita ti servono per recuperare la tua “bolla” interiore, mi mandai una lettera a casa. Mancava un giorno alla partenza, scelsi con cura la carta e la busta e come se fossi una sconosciuta, mi scrissi le scoperte (anche su di me) che avevo fatto in quel lungo viaggio, ma anche gli impegni che volevo prendere con me stessa. Esisteva giá un diario di quel viaggio, ma la lettera era un richiamo diretto per  non perdere, magari durante il volo aereo, pezzi di un bottino prezioso. È stato bello scrivermi allora ed è bello ancora oggi riprendere in mano quella piccola busta e capire a che punto sono. Perché la vacanza è solo un frammento del viaggio. Come d’altra parte un evento è solo il frammento di una trasformazione.

Organizzatori di eventi sportivi e culturali: alleiamoci!

È vero, io mi occupo di una parte del vasto mondo degli eventi un po‘ più fortunato, quello sportivo. Siamo più fortunati, rispetto agli eventi culturali, perché lo sport sta via via divenendo sempre più uno strumento di business. Più della cultura, lo sport riesce ad appassionare tutti e dunque le aziende ci si buttano con maggiore convinzione. In parole semplici: sponsorizzi una gara, e se vai in TV, il gioco è fatto. Non che questo non comporti altri problemi – che la cultura ancora non si trova a dover affrontare – e cioè il sistematico attacco ai valori interni sportivi a favore di una, talvolta, spregiudicata speculazione economica. Ne ho parlato spesso nel blog, ad esempio qui e affronto questo dilemma anche nel mio libro. Lo spettatore di un evento sportivo è oggi a tutti gli effetti un consumatore. O per lo meno, in questo modo è considerato dalle grandi aziende che investono milioni e milioni di euro in competizioni sportive.

Nella cultura le cose sono un po’ diverse. Intanto ci girano meno soldi, nonostante mille e mille analisi, testi, studi che invitano a investire nell’arte, nella musica, nella letteratura, perché – sia chiaro – non è vero che con la cultura non si mangia. Il pubblico è meno universale. Alcuni anni fa Baricco aveva provocatoriamente offerto dei suggerimenti per estendere il pubblico culturale (oggi si parla di audience development) attraverso investimenti pubblici nella TV e nelle scuole. Ne ho parlato in questo post. Un libro che fece molto discutere in Germania, dal titolo significativo (Kulturinfarkt) suggeriva addirittura di smetterla del tutto con le sovvenzioni pubbliche e stimolare invece un mercato intorno alla cultura, anche per evitare l’omologazione dell’offerta culturale. Lo stato finanzia una mostra di Picasso, ma non esposizioni di sconosciuti artisti magari di “opposizione”.  E poi, nella cultura, c’è un altro problema.

La mancanza di professionalità

Oggi ho letto un articolo  in cui Fabio Severino dice che, da un lato, lo stato taglia fondi per la cultura, dall’altro vuole tuttavia limitare uno sviluppo di tipo imprenditoriale. Ma soprattutto in questo articolo si dice un’altra cosa:

L’evidente lacuna di cultura aziendale che contraddistingue le (associazioni culturali ndr) le sta mettendo in ginocchio di fronte alla contrazione di finanziamenti pubblici.
Un mondo che per decenni ha offerto sussidiarietà, educazione, intrattenimento e identità grazie ai tributi della collettività, oggi è lasciato al suo destino. Probabilmente con troppo poco preavviso, sono impreparati a continuare quel ruolo sociale necessario con le risorse del mercato. Non solo perché non l’hanno mai fatto, non sanno come funziona, non hanno le competenze per capirlo e forse – aggiungiamo – perché ancora non c’è un vero mercato in grado di sostenere l’offerta.

Sport e cultura: storie parallele

E allora a me, leggendo queste righe, è venuto in mente che gli eventi culturali e gli eventi sportivi non sono per nulla distanti tra loro. È vero, la fortuna che ha lo sport, se televisivo, è quella di usufruire di finanziamenti privati solidi. Ma parimenti anche lo sport soffre di mancanza di professionalità. I motivi sono molto complessi. Ma hanno una radice comune  (radice condivisa addirittura con il calcio  per lo meno formalmente fino al 1996) .

Blasfemia, legare il calcio alla cultura? No sia mai! Proviamo però a spopolare di orpelli gli uni (eventi sportivi) e gli altri (eventi culturali) e alla radice ci troviamo le associazioni non profit che per promuovere rispettivamente lo sport o la cultura hanno iniziato ad organizzare gare o rappresentazioni artistiche.

Il non profit però non é il male. Anzi, esso è la grande e straordinaria opportunità che abbiamo, perché non siamo costretti a puntare solo al profitto per il profitto (questo è un mio vecchio tormentone), ma possiamo –  naturalmente con una necessaria gestione finanziaria trasparente e solida – concentrarci su altri obiettivi, che potrei riassumere in modo molto banale in due parole: benessere e felicità. Il benessere è quello delle persone che si divertono nel loro tempo libero. La felicità ne é il risultato: una crescita personale. Lo sport se gestito bene oltre a divertire è mediatore di messaggi importanti, soprattutto in un’epoca confusa come la nostra. Fair play, bellezza, limiti, disciplina possono essere valori che ci aiutano a orientarci. La cultura allo stesso modo diviene strumento sempre più necessario per formare una collettività al pensiero critico.

Sono entrambe enormi responsabilità. Ma ci troviamo troppo spesso incastrati nelle incompetenze e nei pregiudizi. E le cose finiscono male o sono pasticciate. Penso al problema della legacy negli eventi sportivi e penso alle frequenti polemiche sui troppi festival culturali italiani, in cui ci si chiede: a che pro? Perchè?

Le devianze si potrebbero stigmatizzare in questo modo:

  • Nello sport, anche quello minore, troppo spesso i dirigenti confondono la loro responsabilità con la passione sportiva
  • Nella cultura troppo spesso si è schizzinosi nei confronti di modalità “business oriented” che sporcherebbero la purezza dell’arte.

Si cammina su fili sospesi nel vuoto. E, inoltre, siamo incastrati nei pregiudizi. E siamo incastrati nell’ipocrisia del credere che siccome lavoriamo per il non profit possiamo concederci un lavoro non professionale. La causa – ci cantiamo – vale più di tutto, non importa se non siamo proprio bravi. È la mission che conta, non il management!

Rimbocchiamoci le maniche!

E invece la nostra sfida, nostra di organizzatori di eventi sportivi e culturali, dovrebbe proprio essere quella di diventare molto, molto bravi sul piano professionale. Di fare scelte manageriali consapevoli, di arruolare professionisti e se non abbiamo soldi, di formarli i professionisti. Di sporcarci con parole che provengono dal marketing, ma mantenendo quel sano ed equilibrato distacco che ci eviti giochetti e manipolazioni. E non per plastificare la cultura o violentare a scopi commerciali lo sport. No! Esattamente per il contrario. Se noi, organizzatori di eventi non investiamo nel management, nelle competenze, l’avranno vinta loro. Quelli che vogliono plastificare o standardizzare la cultura e violentare lo sport.

Noi, poiché trattiamo materia pregiatissima, se fossimo capaci di adottare pratiche di tipo aziendale, potremmo creare un terreno fertilissimo (e potentissimo) per uno sviluppo consapevole. E potremmo anche contaminare con valori antichi – ma così necessari – chi invece vuole solo il mordi e fuggi dello scintillio fugace, del guadagno immediato, del profitto per il profitto. Del vernissage, del red carpet e del podio in area televisiva.

La morale é sempre quella …

Forse dovremmo smetterla di lamentarci. Potremmo invece rimboccarci le maniche e imparare a fare il nostro mestiere come si deve. E contaminarci gli uni con gli altri, perché – io ne sono certa –  la forza  è con noi.


Suggerimenti

Ci sono alcuni libri che considero obbligatori. Non solo per imparare il mestiere, ma per affrontare il nostro mestiere con occhio critico. Li ho elencati in questi due post:

Altri libri che mi hanno aiutata negli anni si trovano qui:

Per quanto riguarda il web, seguo volentieri questi siti:

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