Leadership o prepotenza?

Alcuni giorni fa mi è tornato alla memoria un aneddoto.

Parlavo con una donna dirigente e le avevo chiesto quale fosse il suo rapporto con la leadership; come interpretava, diciamo, il suo ruolo dirigenziale con il suo essere una donna.

“Sono sempre stata una leader!” –  mi ha detto – “Fin da piccola”.

Poi mi ha raccontato questo episodio.

“Quando da bambina andavo a sciare con mia cugina, la costringevo sempre a portare i miei sci. Ecco, ero una piccola e forte leader”.

Io sono inorridita perché questo chiaramente  non è essere leader! Questa, infatti, è semplice prepotenza. E che lo pensi una dirigente, spaventa non poco.

Se fosse stata una vera leader, non solo avrebbe portato da sola i propri sci, ma avrebbe cercato di aiutare la cuginetta a fare meno fatica possibile.

(Photo: Patrick Fore / Unsplash)

 

 

 

 

Quattro consigli per essere più produttivi (e creativi) (e sereni) al lavoro

C’è stato un periodo, all’inizio della mia carriera professionale, in cui ingenuamente pensavo che quanto più fossi attiva, impegnata, connessa, tanto più sarei stata efficace. Addirittura c’è stato un periodo in cui avevo due telefonini, che squillavano di continuo. Lavoravo tantissime ore al giorno e non staccavo mai. E, forse per darmi un tono, raccontavo quanto poco tempo libero avessi, perché il mio lavoro era tanto importante.

A lungo andare questa cosa è divenuta logorante. Il mio cervello si riempiva di dati su dati, informazioni su informazioni, liste di cose da fare su liste di cose da fare. Tenevo addirittura un blocchetto vicino al letto per le idee notturne, perché anche la notte ero “sul pezzo”. Risultato?

La lucidità scemava, lo stato d’ansia cresceva. E soprattutto la connessione con il mio io profondo soffriva duri colpi.

Oggi il mio approccio è diametralmente opposto. Il silenzio, lo stacco, la pausa, l’ozio sono parte integrante e necessaria per raggiungere veramente risultati. Ho imparato a spegnere il telefono. Ho imparato a leggere le mail quando mi metto in “modalità lavoro”, ho imparato a liberare la mente. Purtroppo non sempre ci riesco, ma la consapevolezza di quanto ciò sia utile, mi aiuta ad essere vigile su me stessa, perché il benessere interiore è necessario al benessere al lavoro.

Il rischio della centrifuga mentale

Per chi lavora negli eventi il rischio dell’iperconnessione è reale. L’ansia sembra essere un effetto collaterale non evitabile. I nuovi dispositivi e le piattaforme disponibili, inoltre, aumentano il peso del dovere e sono nemici dell’efficienza, se non regolati e gestiti con ferrea disciplina. Quando vedo mail che mi giungono in orari strani reagisco con un: “Ahi, ahi, ahi, chi mi scrive non ha la situazione sotto controllo!”

Scrivere mail o whatsapp (ancora peggio) di notte o fuori dagli orari di lavoro è indice di sovraccarico e di poca struttura. Lo  spiega bene questo articolo: il buon manager lo si vede dalla pausa.

Purtroppo però modalità vecchie s’impongono ancora oggi, e il pregiudizio diffuso è che il lavoro sia solo quello davanti allo schermo del computer in ufficio. Il lavoro creativo, e il management è un lavoro creativo, necessita di pause dalla scrivania.

Per me è come se tutte le informazioni avessero bisogno di ordinarsi in modo spontaneo dentro la mia testa. Se io continuo a immettere dati, si satura la materia. Il silenzio invece permette a tutto di decantare, come un buon vino. Penso che tutti abbiano sperimentato la bella sensazione di trovarsi a camminare in un bosco, a nuotare in piscina, ad esplorare una città nuova e sentire improvvisamente la formazione di un pensiero nuovo, un’idea, un soluzione. L’eccesso di lavoro invece impedisce tutto ciò, perché si perde la facoltà di guardare oltre. Lavorare troppo, in questo senso fa male.

E i segnali sono chiari.  Oggi si parla di smart working non a caso. E l’ozio stesso non è più un tabù. C’è chi addirittura dice che si dovrebbe lavorare solo quattro ore al giorno. In certi casi si consiglia, poi, uno stacco “sabbatico”, che non può che giovare.

Il valore del tempo per sé

Come fare?

  1. Prima di tutto bisogna auto analizzarsi e capire come può essere ottimizzato il proprio lavoro. Un sistema efficace che ho sperimentato è spiegato qui.
  2. Poi è bene controllare il tempo speso al lavoro. Segnare in modo metodico inizio e fine e imporsi se necessario lo spegnimento del computer. Creare un’agenda che tenga conto di sé in quanto lavoratori, ma anche in quanto persone. Le energie devono essere preservate. Se spingo troppo, ad un certo punto fondo il motore.
  3. Darsi una regola severa su mail, whatsapp e telefono e le altre attività. Rispondere è certamente un’espressione di educazione, ma ciò non significa che dobbiamo essere vittime dell’iperconnessione e dei bombardamenti di messaggi da parte di persone in ansia.

Mi direte: “Tutto ciò non è possibile, gli altri si aspettano esattamente una presenza continua, una disponibilità h24, una risposta in tempo zero!”

Beh, se la pensate cosi allora dovete passare prima di tutto al punto 4, farvi violenza se necessario. Solo così riuscirete a vedere il vostro approccio al lavoro da una nuova prospettiva:

4. Staccare, staccare, staccare. Lasciate decantare i pensieri. Se non avete la fortuna di potervi prendere pause per periodi lunghi, fatelo ogni volta che potete. Portarsi la borsa da lavoro in vacanza, vuol dire portarsi nella mente il lavoro. Accendere il telefono in barca a vela per leggere le mail vuol dire, oltre che rovinarsi la vacanza, non ossigenare la propria mente. Tenere il telefonino acceso con avviso sonoro di whatsapp sul comodino vuol dire non concedersi nemmeno il piacere di un sonno profondo.

È curioso: quando si è sempre sul pezzo, sempre al lavoro, sempre disponibili, sembra che senza di noi il mondo non possa andare avanti. Nel momento in cui si stacca, invece, ci si rende conto che il mondo va avanti comunque e che il nostro contributo a questo andare avanti, grazie alla “ri-ossigenazione” cresce in qualità e valore.

L’estate sta finendo e mi auguro che abbiate spento i vostri telefoni, disattivato whatsapp, lasciato cartelle e documenti in ufficio e vi siate riempiti la mente di altro, che sia il caos di una festa in spiaggia o il silenzio di una vetta in alta montagna. Anche solo il dolce far nulla nel divano di casa porterà i suoi frutti.

E se non vi ho convinto io, forse lo farà Pico Iyer scrittore di viaggi che indica addirittura nello stare fermi la ricetta per riconnetterci, non solo con il mondo, ma soprattutto con noi stessi.

 

Perché il management ha bisogno della maternità

Eccomi qua, dopo alcuni mesi di pausa (dal blog, non di certo dalle cose da fare). Il lieto evento mi ha portata a concentrarmi per un po’ su altri fronti: nuove esperienze e anche, davvero, un bel po’ di letture interessanti, alcune delle quali penso, spero, troveranno spazio qui, nel mio blog.

Per riprendere con i motori giusti (questa è anche la mia settimana di ritorno al lavoro), vi propongo un post che, almeno in questo mio nuovo esordio, non può non legare il tema del management alla maternità.

Non nascondo di essere preoccupata –  come credo tante mamme – sul mio riuscire a conciliare bene lavoro e casa, senza trascurare ne l’uno né l’altra. Per ingranare la giusta marcia e pormi di fronte a questa nuova avventura con il mood giusto, vi (e mi) suggerisco alcuni spunti davvero interessanti che ho trovato.

La maternità è un master” è il nome di un progetto, ma anche di un libro, che parte da un presupposto molto intrigante. In genere, dicono gli autori – Andrea Vitullo e Riccarda Zezza –, per usare metafore e utili modelli al management si pesca volentieri in svariati ambiti, tra cui quello preferito è lo sport. Anch’io l’ho fatto nel mio libro, anche se con un approccio di tipo umanistico e semantico, e non, come avviene di solito, sottolineandone il carattere competitivo intorno a parole come “fare squadra, vincere, mister, serieA” è così via.

Mai però, dicono gli autori, si è pensato alla incredibile fonte di esperienze e approcci che la maternità può offrire come modello al management. Non si tratta solo di esempi efficaci per le donne, ma per le organizzazioni in genere. Parole come empatia, flessibilità, fare-rete etc. effettivamente fanno parte anche del linguaggio aziendale.

Da questo punto di vista la maternità offre davvero un catalogo, per nulla statico, di esempi. Ed è proprio questo aspetto dinamico che mi piace molto.

Il multitasking è vecchio. Benvenuto multishifting!

Nelle mie riflessioni (private) sul ritorno al lavoro, ho pensato spesso a come coordinare e incastrare ogni pezzetto di compiti e doveri nella mia giornata. Errore!

Più che pensare a come incastrare i pezzetti, la chiave di svolta è data dal fare defluire da un ambito all’altro le esperienze. Non dunque un rigido multitasking (che anche nella sua fonetica pare ergere barriere con le tue “t” dure), ma un più efficace multishifting (anche foneticamente comunica uno scivolare, un fluire che, invece che respingere, accoglie).

Cosa vuol dire? Semplicemente che non si tratta di giustapporre un compito dietro l’altro con un incastro perfetto e magari talvolta con tasselli gestiti in contemporanea. Di questo parecchio tempo fa ho già scritto in questo blog a proposito del numero massimo di compiti che secondo la psicologia cognitiva siamo in grado di gestire contemporaneamente. Qui andiamo oltre, perché si tratta di far slittare energie e competenze da un ambito (casa, famiglia, maternità) a all’altro (lavoro). In effetti, un po’ – senza rendermene conto – l’ho fatto già in questi mesi. Le mie “manie” di catalogazione e mappatura che amo esprimere al lavoro per avere sempre uno sguardo di sintesi chiaro (ricordate i miei post sulla pianificazione del lavoro?), mi sono servite per registrare, ebbene sì, le poppate avendone uno sguardo immediato d’insieme. Mia madre con affetto mi ha preso in giro per questo, perché il mio rilassante e accogliente angolo allattamento sembrava un posto di lavoro, con penne, quaderno, tabelle e colori. Di fatto, senza saperlo ho spostato le mie competenze del lavoro nella gestione familiare. Sarò in grado di fare il contrario e spostare le mie esperienze di madre sul lavoro, senza essere mamma, ma continuando a essere manager? O meglio: essendo entrambe?

Mamma e Manager

Per esempio, dicono Vitullo e Zezza, tipico della madre è imparare da subito a gestire le priorità, a focalizzare con la massima  concentrazione e ad orientarsi mettendo da parte sé (il proprio ego) a favore di un esserino che reclama attenzione è una  famiglia che deve ridefinire nuovi equilibri. Ovvero: il cambiamento è continuo, raggiunto un risultato, emerge un nuovo problema o cambia lo scenario, schemi fissi non servono a nulla, meglio è il lasciarsi sorprendere e agire in modo fluido, dentro un quadro complessivo.

Ora, tutto ciò che accade quando si nutre e si cresce un bebè piccolo (la mia è una bimba) può diventare molto faticoso se ci si impone di continuo di smettere i panni (di madre) per indossare quelli di manager o comunque di donna lavoratrice e viceversa, come se fossimo persone diverse. In modo fluido invece i due mondi comunicano e siamo noi che ci spostiamo portando con noi esperienze e nutrimento da un mondo all’altro. Noi non siamo solo un ruolo e fissarsi al lavoro, per esempio, solo sul sé lavorativo può creare non poca tensione interiore, ma soprattutto ci impedisce di essere rotondi, cioè sempre noi stessi e di poter pescare esperienze nei nostri diversi sé, come, appunto, la gestione fluida della crescita dei nostri figli

Oggi viviamo in una società talmente competitiva che spesso al lavoro si preferisce celare i diversi sè per evitare conflitti, ricatti, invidie, esclusioni etc. Non solo: gli esperti di personal branding ci dicono che per essere riconosciuti, per valere,  dobbiamo concentrarci su una sola immagine pubblica di noi stessi. Leonardo da Vinci in questanostra epoca   sarebbe disorientante. Che spreco, mi viene da dire, che perdita, che mutilazione! (Ne ho parlato in un mio altro blog a proposito dei miei diversi sé, e il fatto che esista un mio altro blog, mostra come a me non piaccia  per nulla mettermi etichette!)

Questo fluire leggero, naturale, appunto, rotondo, perché dentro lo stesso universo, gli autori di maam l’hanno chiamato transilienza: una “metacompetenza (competenza delle competenze) che permette alle competenze e alle energie di fluire da una parte all’altra della vita”. La parola si costruisce nella composizione di transizione e resilienza. Transizione, penso sia un concetto chiaro. Resilienza, invece, è una parola sempre più usata, (vedi l’invito di Michelle Obama a essere resilienti) che indica la capacità di riorganizzare la propria vita di fronte alle difficoltà.

È con questo auspicio che riprendo lavoro, blog, e vita del pre-lieto-evento, consapevole che nulla è più come prima e che il fluire della mia vita, ora molto più ricca di prima, sarà una sorprendente linfa per nuove ispirazioni.

#SensibleExperienceScape [8]: perché quando si parla di sostenibilità di un evento, si dovrebbe parlare anche di emozioni?

Questo post non ha alcun fondamento scientifico ed è scritto con la pancia.

La premessa mi pare necessaria, perché la domanda che pongo nel titolo mi frulla in testa da alcuni giorni e ammetto di non avere risposte certe.

Anteprima: le Olimpiadi di Torino, 10 anni fa.

Tutto è iniziato 10 anni con le Olimpiadi di Torino, alle quali ho partecipato in qualità di press manager al Sestriere. Ero in sostanza responsabile del centro stampa di raccordo della montagna nella fase immediatamente antecedente l’inizio dei Giochi e poi durante i Giochi.

Di quei due mesi mi sono rimasti ricordi di ogni genere: dalle delusioni alla fatica, al divertimento, alle vere e sane soddisfazioni. Rammento come fosse ieri l’ansia del countdown per l’apertura del centro stampa, che si ostinava a rimanere un cantiere. Una concatenazioni di attività, che non avevano seguito la road map prevista, avevano causato un ritardo tremendo e ricordo la responsabile del waste and cleaning che non poteva pulire fintanto che la spazzatura da allestimento non veniva sgomberata.  Non ricordo quale fosse l’intoppo, fatto sta che lavoravo in sala stampa, a gennaio, a pochi giorni dalla cerimonia d’inaugurazione, con i portoni aperti, il gelo che entrava, accucciata sul portatile con berretto e guanti. C’è pure chi si ricorda che avevo acceso una candela per fare un po’ di luce.

Un’esperienza atroce, si direbbe. Eppure in tutto questo c’è qualcosa di non normale: e cioè che di questa emergenza preservo solo ricordi magnifici. Il venue manager, che era il responsabile di tutto il cluster Sestriere, mi aveva autorizzato a lanciare un appello: avevo chiamato alle armi tutti quelli che potevano darci una mano per sgomberare il cantiere. C’erano i nylon da togliere da metri quadri e metri quadri di moquette, c’erano i tavoli da liberare, c’erano pezzi di cavi d’ovunque, e assi di legno e avanzi di ogni tipo. La squadra si era composta subito ed era fatta di gente che era lì per altro: trasporti, cerimoniale, servizi … eppure tutti si erano muniti di guantoni e avevano aiutato affinché un pezzo della macchina potesse partire.

Mi viene la pelle d’oca ancora oggi per l’emozione che avevo provato quando avevamo finito, stremati, ma soddisfatti. Non ho più alcuna traccia di questa squadra affiatata che era corsa in aiuto, in modo per nulla scontato, se non il ricordo vivo nella mia memoria. E questo ricordo sarebbe rimasto incantucciato da qualche parte, come bell’esempio di lavoro di squadra eccezionale, se non fosse che sono passati 10 anni dalle Olimpiadi e tutto in questi ultimi giorni torna  in superficie.

Esperienza e memoria

Mi sono trovata, infatti, a rivivere in parte quelle emozioni, dopo ben 10 anni. E pare interessante, perché ciò che alla fine rimane è solo la memoria bella: quella emozione condita addirittura con una consistente dose di nostalgia. Queste sensazioni, penso, le potrebbero confermare la maggior parte delle quasi 600 persone che settimana scorsa si sono presentate alla festa organizzata dallo staff Torino2006 per lo staff Torino2006: un raduno denso di ricordi, di abbracci, di rivisitazioni, di nostalgie, di risate.  Arrivati da ogni dove pur di esserci e pur di rivedersi, tutti con la gioia stampata sul viso e immagino, con dentro di sé solo i ricordi belli mentre quelli brutti …, beh, curiosamente nello sguardo retrospettivo diventano frammenti di piccole epiche olimpiche, che si colorano di romanticismo.

Tutto questo mi ha fatto riflettere non poco.

Quando si parla di eventi, soprattutto di mega eventi, si tende sempre a puntare il dito contro i grandi errori fatti nella gestione post evento. Infrastrutture abbandonate, mala gestione e così via. È un tema a me caro che ho trattato spesso in questo blog. Nemmeno Torino è immune da tutto ciò con, da un lato una città che pare rinata grazie ai Giochi, ma a ben guardare anche qui l’eredità mostra non poche crepe: gli impianti in montagna, il villaggio olimpico, così via …

Luci e ombre che pare difficile smentire.

Meno, o forse mai, si parla dell’eredità emozionale. Alla festa delle celebrazioni sono certa che in molti sarebbero risaliti subito sul carro olimpico per rifare tutto, di nuovo.

E qui mi piace provare a capire.

La psicologia dell’esperienza

La letteratura sul management degli eventi sta iniziando a studiare il rapporto tra esperienza e memoria affidandosi alle scoperte delle psicologia behaviorista. Si veda questo interessante studio su psicologia ed evento. Ne ho anche parlato in questo blog perché trovo il tema molto intrigante e ho anche contribuito a un paper su questo argomento, sebbene il focus fosse centrato sullo spettatore degli eventi culturali.

Le scoperte in questo ambito dicono in sostanza che è possibile cercare di veicolare le esperienze, senza necessariamente manipolarle, in modo tale da agevolare la sedimentazione di una memoria positiva.

Quando si lavora a un evento come i Giochi Olimpici, questa operazione pare molto facile, perché il mito olimpico, l’unicità dell’esperienza, la vita dentro una bolla che è unica e non ripetibile, la consapevolezza di vivere qualcosa di magico, lo spirito olimpico che ci mette il suo, la creazione di un linguaggio interno, l’esser slegati dal mondo reale etc. etc. fanno sì che si viva l’esperienza lavorativa in modo totalmente diverso da qualsiasi altro lavoro. Ciò vale certamente per tanti eventi. Non c‘è dubbio però che i Giochi Olimpici siano inimitabili da questo punto vista. È come raggiungere un livello emozionale altissimo, un picco senza eguali, ma effimero. Si crea quasi una tossicità, una dipendenza dalla emozione e man mano che ci si avvicina alla fine, non si vede l’ora che finisca, perché la bolla è impegnativa, ma allo stesso tempo si vorrebbe non uscirne mai.

La domanda allora molto banale è: tutta questa energia emozionale può essere incanalata affinché non sfumi nel nulla e non rimanga solo un insieme variegato di ricordi individuali? Cioè: quando si pianifica un evento, è possibile pensare, non solo a come riciclare le infrastrutture nel post-evento, ma anche a come non disperdere l’entusiasmo, pur sapendo che un’Olimpiade è unica?

Torino forse in parte l’ha fatto, divenendo città di eventi culturali. Ma è possibile lavorarci in modo strategico o questa energia ha un senso solo dentro il contenitore evento?

Penso ad esempio ai tanti che hanno lavorato a Torino e avrebbero voluto continuare a lavorare nello sport, ma non c’è stata alcuna vera opportunità a favore di uno strategico “job placement” post olimpico. La stessa cosa potrebbe valere per Expo: dove lavorano oggi le persone Expo? Quell’esperienza operativa e umana ha la possibilità di trovare uno sbocco e una continuità o rimane un episodio isolato?

Forse questo mio post è una leggerezza. Forse è un po’ come parlare del sesso degli angeli. Forse la forza di quelle emozioni ha davvero senso solo dentro il contenitore evento. Eppure io credo che una riflessione strategica per una vera legacy, che non sia solo infrastrutturale, andrebbe fatta. L’evento può essere il momento più alto, ma pensarlo solo come ingresso nella festa senza progresso, per citare il sociologo Michel Maffesoli, mi sembra, per quanto intenso e inebriante, un’occasione perduta.

Forse in questo senso Roma2024  potrebbe non solo pescare nell’emozione di chi fu-Torino2006, ma allo stesso tempo pianificare la viability, vale a dire la capacità auto-rigenerante delle esperienze, delle competenze e della forza emozionale di chi, se tutto andrà bene, potrebbe fra 12 anni  essere il “fuRoma2024”.

Organizzatori di eventi sportivi e culturali: alleiamoci!

È vero, io mi occupo di una parte del vasto mondo degli eventi un po‘ più fortunato, quello sportivo. Siamo più fortunati, rispetto agli eventi culturali, perché lo sport sta via via divenendo sempre più uno strumento di business. Più della cultura, lo sport riesce ad appassionare tutti e dunque le aziende ci si buttano con maggiore convinzione. In parole semplici: sponsorizzi una gara, e se vai in TV, il gioco è fatto. Non che questo non comporti altri problemi – che la cultura ancora non si trova a dover affrontare – e cioè il sistematico attacco ai valori interni sportivi a favore di una, talvolta, spregiudicata speculazione economica. Ne ho parlato spesso nel blog, ad esempio qui e affronto questo dilemma anche nel mio libro. Lo spettatore di un evento sportivo è oggi a tutti gli effetti un consumatore. O per lo meno, in questo modo è considerato dalle grandi aziende che investono milioni e milioni di euro in competizioni sportive.

Nella cultura le cose sono un po’ diverse. Intanto ci girano meno soldi, nonostante mille e mille analisi, testi, studi che invitano a investire nell’arte, nella musica, nella letteratura, perché – sia chiaro – non è vero che con la cultura non si mangia. Il pubblico è meno universale. Alcuni anni fa Baricco aveva provocatoriamente offerto dei suggerimenti per estendere il pubblico culturale (oggi si parla di audience development) attraverso investimenti pubblici nella TV e nelle scuole. Ne ho parlato in questo post. Un libro che fece molto discutere in Germania, dal titolo significativo (Kulturinfarkt) suggeriva addirittura di smetterla del tutto con le sovvenzioni pubbliche e stimolare invece un mercato intorno alla cultura, anche per evitare l’omologazione dell’offerta culturale. Lo stato finanzia una mostra di Picasso, ma non esposizioni di sconosciuti artisti magari di “opposizione”.  E poi, nella cultura, c’è un altro problema.

La mancanza di professionalità

Oggi ho letto un articolo  in cui Fabio Severino dice che, da un lato, lo stato taglia fondi per la cultura, dall’altro vuole tuttavia limitare uno sviluppo di tipo imprenditoriale. Ma soprattutto in questo articolo si dice un’altra cosa:

L’evidente lacuna di cultura aziendale che contraddistingue le (associazioni culturali ndr) le sta mettendo in ginocchio di fronte alla contrazione di finanziamenti pubblici.
Un mondo che per decenni ha offerto sussidiarietà, educazione, intrattenimento e identità grazie ai tributi della collettività, oggi è lasciato al suo destino. Probabilmente con troppo poco preavviso, sono impreparati a continuare quel ruolo sociale necessario con le risorse del mercato. Non solo perché non l’hanno mai fatto, non sanno come funziona, non hanno le competenze per capirlo e forse – aggiungiamo – perché ancora non c’è un vero mercato in grado di sostenere l’offerta.

Sport e cultura: storie parallele

E allora a me, leggendo queste righe, è venuto in mente che gli eventi culturali e gli eventi sportivi non sono per nulla distanti tra loro. È vero, la fortuna che ha lo sport, se televisivo, è quella di usufruire di finanziamenti privati solidi. Ma parimenti anche lo sport soffre di mancanza di professionalità. I motivi sono molto complessi. Ma hanno una radice comune  (radice condivisa addirittura con il calcio  per lo meno formalmente fino al 1996) .

Blasfemia, legare il calcio alla cultura? No sia mai! Proviamo però a spopolare di orpelli gli uni (eventi sportivi) e gli altri (eventi culturali) e alla radice ci troviamo le associazioni non profit che per promuovere rispettivamente lo sport o la cultura hanno iniziato ad organizzare gare o rappresentazioni artistiche.

Il non profit però non é il male. Anzi, esso è la grande e straordinaria opportunità che abbiamo, perché non siamo costretti a puntare solo al profitto per il profitto (questo è un mio vecchio tormentone), ma possiamo –  naturalmente con una necessaria gestione finanziaria trasparente e solida – concentrarci su altri obiettivi, che potrei riassumere in modo molto banale in due parole: benessere e felicità. Il benessere è quello delle persone che si divertono nel loro tempo libero. La felicità ne é il risultato: una crescita personale. Lo sport se gestito bene oltre a divertire è mediatore di messaggi importanti, soprattutto in un’epoca confusa come la nostra. Fair play, bellezza, limiti, disciplina possono essere valori che ci aiutano a orientarci. La cultura allo stesso modo diviene strumento sempre più necessario per formare una collettività al pensiero critico.

Sono entrambe enormi responsabilità. Ma ci troviamo troppo spesso incastrati nelle incompetenze e nei pregiudizi. E le cose finiscono male o sono pasticciate. Penso al problema della legacy negli eventi sportivi e penso alle frequenti polemiche sui troppi festival culturali italiani, in cui ci si chiede: a che pro? Perchè?

Le devianze si potrebbero stigmatizzare in questo modo:

  • Nello sport, anche quello minore, troppo spesso i dirigenti confondono la loro responsabilità con la passione sportiva
  • Nella cultura troppo spesso si è schizzinosi nei confronti di modalità “business oriented” che sporcherebbero la purezza dell’arte.

Si cammina su fili sospesi nel vuoto. E, inoltre, siamo incastrati nei pregiudizi. E siamo incastrati nell’ipocrisia del credere che siccome lavoriamo per il non profit possiamo concederci un lavoro non professionale. La causa – ci cantiamo – vale più di tutto, non importa se non siamo proprio bravi. È la mission che conta, non il management!

Rimbocchiamoci le maniche!

E invece la nostra sfida, nostra di organizzatori di eventi sportivi e culturali, dovrebbe proprio essere quella di diventare molto, molto bravi sul piano professionale. Di fare scelte manageriali consapevoli, di arruolare professionisti e se non abbiamo soldi, di formarli i professionisti. Di sporcarci con parole che provengono dal marketing, ma mantenendo quel sano ed equilibrato distacco che ci eviti giochetti e manipolazioni. E non per plastificare la cultura o violentare a scopi commerciali lo sport. No! Esattamente per il contrario. Se noi, organizzatori di eventi non investiamo nel management, nelle competenze, l’avranno vinta loro. Quelli che vogliono plastificare o standardizzare la cultura e violentare lo sport.

Noi, poiché trattiamo materia pregiatissima, se fossimo capaci di adottare pratiche di tipo aziendale, potremmo creare un terreno fertilissimo (e potentissimo) per uno sviluppo consapevole. E potremmo anche contaminare con valori antichi – ma così necessari – chi invece vuole solo il mordi e fuggi dello scintillio fugace, del guadagno immediato, del profitto per il profitto. Del vernissage, del red carpet e del podio in area televisiva.

La morale é sempre quella …

Forse dovremmo smetterla di lamentarci. Potremmo invece rimboccarci le maniche e imparare a fare il nostro mestiere come si deve. E contaminarci gli uni con gli altri, perché – io ne sono certa –  la forza  è con noi.


Suggerimenti

Ci sono alcuni libri che considero obbligatori. Non solo per imparare il mestiere, ma per affrontare il nostro mestiere con occhio critico. Li ho elencati in questi due post:

Altri libri che mi hanno aiutata negli anni si trovano qui:

Per quanto riguarda il web, seguo volentieri questi siti:

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