Va in scena il mio libro “Lo sport va in scena”

Ebbene sì: da oggi una mia piccola creatura di 159 pagine va in libreria!

Quando ho inaugurato questo blog, un mio amico, compagno di universitá mi disse: “Poi scriverai un libro!” A me sembrava una cosa incredibile e a quei tempi mi intimoriva anche solo l’idea.

Il blog, infatti, era nato con una sola esigenza: raccogliere in un luogo le tante riflessioni che – via via che procedevo nel mio lavoro – prendevano forma. Avevo bisogno di uno spazio in cui fare ordine. In cui fermarmi a pensare. In cui creare un archivio delle scoperte, delle letture, delle mie esperienze. Niente speculazioni, nè intenzioni di “personal branding”.

Poi, effettivamente a un certo punto mi sono resa conto che il blog non bastava. Per fare ordine davvero in una danza interiore di intuizioni che emergevano con un ritmo sempre più insistente, c’era bisogno di altro. Un luogo in cui potessi sviluppare in modo più articolato i pensieri che nel blog, per sua propria natura, possono solo essere accennati o suggeriti.

E così ho aperto una cartella nel mio computer che ho chiamato (e così si chiama ancora!) “forse un libro”. Ho, inoltre, comprato un bel taccuino e mi sono messa al lavoro. Appunti, disegni, grafici, citazioni … all’inizio tutto era confuso, ma una cosa mi era chiara: volevo indagare due ambiti, che nel mio lavoro sono avvinghiati l’uno con l’altro.

L’evento e lo sport. E volevo rispondere ad alcune domande.

Cos’é davvero un evento? Quale é la sua anima? In  cosa esprime potenza e dove invece é vulnerabile? E lo sport? Con tutta la retorica che lo accompagna, se lo ripulissi dai pregiudizi, cosa ne rimarrebbe. É iniziato cosi questo mio viaggio: facendo le sane vecchie e antiche ricerche bibliografiche e poi osservando, leggendo, divorando tante, tante letture. Dalla filosofia agli studi economici, dai romanzi ai dizionari.

Ma non era sufficiente. Mi si svelavano scoperte seducenti, ma non bastava. Avevo bisogno anche di materia, di cose pratiche. Di concretezza. Volevo capire se queste seduzioni potevano essere plasmate dal management. Dal fare.

Quattro anni. Fatti di pensieri, di ostacoli, di insoddidafzione, di dubbi, e di scoperte meravigliose. E quando mi trovavo dentro quel flusso magico per cui mi si disvelavano le risposte, sentivo che che potevo insistere con la mia ricerca.

Ora tutto questo ha una forma (un libro di carta), un editore (Carocci), e una vita da vivere davanti a sé.

Non é un manuale. É un viaggio. É un carta geografica dentro la quale trovare punti di approdo per non frantumare l’effimero di un evento e per non sporcare la belleza dello sport.

È il mio punto di vista  sulla possibilità che abbiamo quando maneggiamo un evento, ma anche sulla nostra responsabilitá. È un libro che mi  immagino tra le mani di studenti, di  organizzatori di eventi sportivi, di operatori dello sport in genere (dirigenti di società sportive, funzionari, collaboratori e volontari). Un libro, però, che può incuriosire anche gli organizzatori o gli studiosi di eventi in genere, i professionisti del management e del marketing, ma anche solo gente che ama le contaminazioni. I destinatari sono quelli che credono che la via dell’equilibrio e del garbo siano possibili nell’immensa industria dell’intrattenimento, pure quella che pone una competizione sportiva al centro del palcoscenico.

É inutile dire che sono felice. Ma ora, sta a voi dirmi – se avrete voglia di leggerlo – se questo viaggio può avere un senso anche per voi.

La scheda tecnica del libro e l’indice si trovano  qui.

Expo: il conflitto tra contenuto e fruizione

Scrivere questo post è tutt’altro che facile.

Di Expo si è scritto e detto tanto e tanto ancora si scriverà e si dirà. E l’ho fatto pure io e forse lo farò ancora. Ma io oggi non vorrei parlare di Expo2015 a Milano. Vorrei piuttosto riuscire a raccontare in parole la mia percezione da inesperta visitatrice dell’esposizione universale, che quest’anno è cascata su Milano.

Provo a farlo imponendomi un esercizio impegnativo: liberarmi di pregiudizi e raccontare la mia esperienza come fossi priva di conoscenza sul tema, come se da un pianeta lontano mi avessero catapultato dentro il decumano.

Ho una buona carta da giocarmi: non sono mai stata a un Expo in vita mia e dunque non ho termini di paragone. Questa mia visita a Rho è stato il mio debutto. E nel mio racconto cercherò di farne tesoro.

Il primo impatto

Esattamente come quando visito una nuova città, nonostante avessi la cartina in mano, ho deciso da subito di muovermi a caso. Eccomi dunque lì, in piedi al principio di un viale, il decumano, pieno zeppo di gente. Un rimbombo fortissimo di voci. Trenini umani, ovvero sciami di persone, gruppi, scolaresche, in fila, più o meno ordinata, o totalmente anarchici, avanzano entrando e uscendo da un padiglione all’altro. Urla, risate, mani che battono, richiami. Una tempesta di voci. Ed io che penso: ci sono, si parte!

Le dimensioni estranee

Come tutte queste persone, anche io ho iniziato a entrare e uscire dai padiglioni. Ne ho vistati in tutto sei o sette. Poi non ce l’ho più fatta.

Quella lieve emozione che ho provato all’inizio si è trasformata in stanchezza. Le code a ogni entrata mi hanno tolto la voglia di rimettermi in coda, ogni volta. Non si trattava tanto di lunghe attese, ad esclusione di Palazzo Italia, circondato da un serpente infinito di persone.  A pensare bene non sono state le code ad avermi stancata, è stata la gente. E così dopo cinque ore di permanenze a Expo mi sono seduta su una panchina e ho iniziato a guardare questi sciami roboanti di esseri umani e a ripensare a quello che avevo visto dentro i padiglioni.

La sintesi estrema che mi sento di fare è: mancanza di contatto tra dimensioni diverse. Una sorta di alienità. Una fallita comunicazione. L’emittente parla, il ricevente non assorbe, non coglie.

Forse sono troppo severa e non vorrei in alcun modo apparire snob. Quindi non generalizzo. Penso che in tanti, tantissimi si siano divertiti un mondo. Io ne sono uscita perplessa. Io, in quanto spedita da un pianeta lontano, osservando ho faticato a capire.

Il contenuto

Non c’è dubbio che i padiglioni, molti di essi, sono strutture splendide. Architetture suggestive, evocative, forti. Un’estetica che di travolge e ti avvolge. Dentro queste scatole fatte di curve, linee, spigoli il contenuto è talvolta altrettanto forte. Ho amato molto il padiglione coreano. In esso, il tema del nutrire si sviluppa intorno alla tradizione millenaria di conservazione del cibo dentro le anfore. E lo fa con opere di arte contemporanea, dove lo spreco è espresso con un’intensità per nulla scontata e dove la tecnologia si esibisce in una danza (una vera danza di due schermi mossi da robot, che paiono ballerine del futuro) o dove si ricrea il luogo del silenzio e della riflessione sul senso del tempo, della natura e dell’uomo. Anche il padiglione della Repubblica Ceca é interessante per la riproduzione in scala mignon di una foresta ceca e l’integrazione di proiezioni e suoni della natura. O ancora, gli argentini ti avvolgono con immagini proiettate e tu ti siedi con un allevamento di tori che ti viene incontro oppure, come per magia, ti affacci su una campagna immensa e rigogliosa.

Il tema del cibo è – sebbene non da tutti i padiglioni che ho visitato – trattato con intelligenza, con l’intenzione di far riflettere, di educare, di formare. Il contenuto di taluni padiglioni avrebbe potuto, trovare spazio in una rassegna di arte contemporanea proprio per il suo non essere didascalico o banalizzato. Il contenuto, infine, induceva al silenzio. Al lasciarsi trasportare da esperienze. Altre volte coinvolgeva con i giochi, l’interazione, la scoperta, come dentro un museo di scienza e tecnica.

Il visitatore

Può darsi che io abbia visitato l’Expo in una giornata sbagliata, ma ecco, mentre me ne stavo seduta a recuperare un po’ di lucidità, mi sono detta che il visitatore di Expo è in netto contrasto con ciò che i padiglioni cercano di raccontare. Solo dentro quello coreano, come per magia (o per intelligenza di chi lo ha progettato) tutti sono stati indotti al silenzio. In genere invece l’orda di visitatori, molti giovani adolescenti in gita scolastica, ma non solo loro, era come in preda a un’eccitazione per cui tutto doveva essere toccato, tutto doveva essere commentato con urla, risate, grida, tutto doveva essere divorato (e fotografato) come dentro un drive in. Senza mai fermarsi. In modo compulsivo.

Ecco perché dicevo che non voglio sembrare snob. Poche volte ho potuto leggere con attenzione ciò che era scritto. E quei momenti duravano comunque poco. Capisco l’eccitazione adolescenziale, per carità. L’Expo si presenta come una Disneyland contemporanea fatta si tablet, video, tasti, tecnologie da sperimentare e toccare. È un viaggio nel mondo, una sorta di “Little Planet”. Ma provate a immaginarvi: per entrare siete in coda, poi entrate come foste molecole di un flusso liquido, che se vi fermate, siete persi. Io mi mettevo negli angoli e approfittavo del cambio da un turno all’altro. Pochi minuti in cui lo spazio quasi si svuotava. E in quei pochi secondi potevo guardare per vedere.  Nel padiglione angolano mentre osservavo un video, tre ragazze mi si piazzano davanti e iniziano a toccare i tasti del video, senza mai fermarsi a leggere cosa fa apparire il tasto da loro toccato. Non si erano accorte di me né di quello che comunicava il video. In quello cinese un’insegnate urlava alla chiamata i suoi allievi perché andassero a vedere la cartina della via della seta, ma nessuno l’ascoltava perché un gioco sulla propria alimentazione li aveva attratti molto di più. La sensazione netta che ho avuta è che l’Expo è vissuto come fosse un luna-park. I contenuti invece sono proposti come se i fruitori fossero visitatori di musei o di esposizioni di arte. La sensazione che ho avuto è che non c’è dialogo reale tra contenuti e destinatari.

Che senso dare?

#Expo - esperienza barocca - stefania demetz

E allora, mentre me ne stavo seduta lontana dal decumano per recuperare un po’ di silenzio, mi sono detta che forse quelli che dicono che il concetto di Expo oggi sia superato hanno ragione. E che forse anche quelli, che dicono che parlare di alimentazione nel mondo in questo modo è una bella ipocrisia, hanno un po’ di ragione. I padiglioni che ho visitato cercano, tramite la scienza, la storia, la tecnologia e l’arte, di sensibilizzare e affrontare un tema dolente: quello della fame e quello dell’obesità. E alcuni, lo fanno in modo grandioso. Ma poi quando esci, in ogni angolo ti vendono da mangiare, carretti che offrono gelati, bibite, cioccolato e profumi di cibi del mondo, cancellano in un secondo quella breve e istantanea riflessione che magari hai fatto dentro un padiglione. Come un pensiero che si accenna appena, ma vola subito via perché tutto intorno ti dice altro. Ti dice, e questo lo si vede nel modo in cui si fruisce di questi spazi e di queste informazioni e di queste sensazioni, che non c’è tempo per fermarsi a pensare. Entrare, lasciarsi sorprendere (quanti Ohhh che ho sentito), e passare subito ad altro, altre sorprese, altri Ohhh, altre sensazioni e sempre di più e di più. L’effimero alla potenza. La sorpresa come strumento di attrazione. Una catena di hic et nunc brevi e voraci.

E allora, senza voler essere banale mi chiedo:

Che senso ha, ma davvero che senso ha una cosa come Expo che da un lato vuole parlare del nutrire il pianeta e dall’altro inghiotte i visitatori in esperienze frenetiche e frivole. E commerciali.

Expo per me è un’esperienza barocca, nel senso di effimera, illusoria, sorprendente, e limitata al momento. Mi chiedo: tutte queste persone, una volta uscite saranno sensibilizzate sul tema del nutrire il pianeta? E se così non fosse, allora quale è lo scopo? Troppi sono i linguaggi che si mescolano. Dalla lezione etica sul cibo alla promozione turistica, dal gioco disneyano alla fruizione di opere d’arte. Io amo le contaminazioni, ma qui non si tratta di mescolare linguaggi, si tratta di buttare dentro un contenitore mille cose che non si amalgamano e farne un minestrone scintillante e colorato.

Il mio, vorrei chiarire, non è un #noexpo. È solo una ricerca di senso.

Per questo ci tornerò a Expo. Smetterò i panni della persona catapultata da un altro pianeta e attiverò anch’io la modalità barocca. Ne sono certa: mi godrò la vera bellezza di questa cosa folle, gustando un aperitivo in Argentina, saltando sulla rete brasiliana, cenando in Giappone e godendomi le stelle di Milano con in mano un digestivo sloveno. E sotto la mia corteccia barocca, uno sguardo discreto continuerá la sua ricerca sul senso.

Le altre immagini (scattate da ipad e dunque… assolutamente effimere) le trovate qui.

Come trasformare le Olimpiadi di Sochi in un quadro astratto e perché è utile farlo.

Provate a immaginarvi seimila atleti e allenatori, venticinquemila volontari, tredici mila rappresentanti media, duecentonovantaquattro medaglie, quindici discipline, tre mascotte, cinquanta miliardi di dollari, novantotto gare, trentasettemila agenti per la sicurezza, duecentosessantacinquemila litri di zuppa borsch, settemila cuochi, camerieri, baristi, e  poi migliaia di macchine, pullman, centinaia di aerei, chilometri e chilometri di transenne e reti, tonnellate e tonnellate di tubolari per tribune, tende e scale, migliaia di risme di carta, chilometri di cavi per televisione e telecomunicazioni, litri e litri di acqua, di birra, di vino, di vodka, migliaia di lenzuola per hotel e villaggi olimpici, migliaia di penne e di post-it, migliaia di biglietti da visita e di spillette e ancora migliaia e migliaia di strette di mano e di abbracci, e forse di pugni e forse di baci.

Ci siete riusciti? Questa lista è solo un minuscolo frammento di ciò che saranno le Olimpiadi di Sochi, che si inaugurano il 7 febbraio prossimo.

Se provassimo a immaginare nello stesso istante tutto, ma davvero tutto ciò che ci sarà, tra persone e oggetti e materiali e azioni, ne usciremmo pazzi. Ci verrebbero le vertigini. Se tutto questo ci attraversasse nello stesso istante ne moriremmo.

E a tutto questo si aggiungono, inoltre, altre forze che saranno presenti in modo massiccio: gli imprevisti e le emozioni.

Le emozioni saranno gioia, esultanza, delusione, disperazione, rabbia, soddisfazione, affetto, amore, odio … e gli  imprevisti, a loro volta hanno sottocategorie, che potremmo chiamare: coincidenze, sorprese, incidenti, accidenti, fatalità, contrattempi, ostacoli e … appunto eventualità.

Ecco cos’è un evento: cose, oggetti palpabili e persone – a migliaia e milioni se contiamo anche chi, come me starà seduto davanti alla TV lontana chilometri e chilometri da Sochi. E poi ci sono le cose immateriali e le sensazioni. Tutto dentro lo stesso contenitore e tutto che si tocca e si incrocia.

Immaginate …

Immaginate ora di essere dentro tutto questo e lentamente vi sollevate dal terreno, come se poteste volare, andando sempre più su e sempre più su. Da lontano tutte queste cose perderebbero lentamente le loro fattezze, i particolari.

Le persone diventano puntini, i cavi e le strade diventano linee, le tribune, le macchine, le tende, diventano chiazze. Se togliessimo pezzo per pezzo, ogni dettaglio, ogni connotazione, ogni descrizione, se, in definitiva, astraessimo tutto questo, se davvero astraessimo il nostro pensiero e il nostro sguardo, alla fine non vedremmo più né umani e né oggetti. Vedremmo solo macchie indistinte. Vedremmo un quadro.

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Pollock? No, in realtà questa è un’astrazione di Pollock, un gioco.

Ma per me è soprattutto un buon esercizio per descrivere graficamente un evento.

Progetto e Casualità

Ogni colore è un gruppo di persone, una funzione, un obiettivo. E ogni gruppo, funzione obiettivo si lega, si interseca, tocca e penetra altri gruppi, funzioni, obiettivi (o altre persone, o strade, o cavi…).

Io, come organizzatore scelgo i colori e scelgo dove piazzarli nel grande spazio che devo occupare. Ma poi, poi c’è sempre quell’imprevisto: una goccia che cade casualmente a destra o a sinistra. Una macchia che cola. Un linea che non segue il percorso che avevo pensato all’inizio. Una dinamicità che vibra ed emoziona.

E tutto avviene dentro uno spazio definito: uno stadio, un teatro, una piazza … dentro la cornice.

Il potere dell’astrazione

L’astrazione aiuta a capire cos’è un evento: qualcosa accade dentro uno spazio con un misto di progettazione, scelta e casualità. E molta emozione.

L’astrazione aiuta a non  farsi prigionieri delle cornice, aiuta a vedere il paesaggio complessivo, aiuta a riconoscere l’essenziale.

E ora, un gioco

Se semplicemente vi piace Pollock o se volete improvvisarvi pittori di un evento,  ecco il gioco che può ricalibrare la percezione su ciò che stiamo facendo e soprattutto che ci ricorda che alla fine anche noi siamo solo una macchia di colore su un tela. Per giocare clicca qui.

Sportainment 2: la scatola magica

Nel mio post precedente ho sollevato un problema. Quello cioè dei contenuti che l’intrattenimento negli eventi sportivi molto spesso ha: alcol o violenza e dunque degrado.

La riflessione è stata stimolata da una tavola rotonda alla quale sono stata invitata a partecipare.

Come ho rilevato in quel post, il mio intervento focalizzato sui contenuti del divertimento, ha disorientato la platea, come se avessi affermato che lo sport non debba portare con sé anche eventi collaterali che intrattengano il pubblico prima e dopo la competizione. Spero di aver convinto i miei lettori che non è questo il mio pensiero. La mia preoccupazione verte piuttosto su una domanda: cosa si può fare affinché non vi siano derive nel modo di vivere da spettatori una competizione sportiva?

Una ricetta dettagliata non ce l’ho. E di nuovo mi sento in dovere di sgomberare il campo da malintesi: non sono né una nostalgica di uno sport che non esiste più, né una moralista. Vivo e lavoro nella contemporaneità e sono consapevole di quanta complessità e di quante variabili, spesso non facilmente veicolabili, ruotino intorno a un evento sportivo.

Ritengo tuttavia che una riflessione che rompa la crosta di superficie e vada dentro il senso delle cose possa essere utile, per disporre poi in fase operativa e decisionale di una bussola.

È il senso delle parole prima di tutto che ci offre straordinari strumenti di navigazione. Scrive Gustavo Zagrebelsky in un libretto pubblicato da Einaudi: “L’uniformità della lingua, lo spostamento di parole da un contesto all’altro e la loro continua ripetizione sono il segno di una malattia degenerativa della vita pubblica che si esprime, come sempre in questi casi, in un linguaggio stereotipato e kitsch, proprio per questo largamente diffuso e accolto.”[1] Ecco spiegato perché ritengo importante partire dalle parole.

Manifestazione sportiva. Evento sportivo.

Mi sono già chiesta nel post precedente come si possa definire lo sport oggi e non sono riuscita a dare risposte. I limiti tra ciò che comunemente si ritiene sia lo sport e ciò che esso è divenuto sono molto labili. Lo sport è business e questo ci disorienta, soprattutto se guardiamo a questo universo con sguardo romantico. Lo sport, però, è anche uno sfogo di pulsioni e di frustrazioni e dovrebbe invece, attraverso il gioco di una competizione, di un insieme di convenzioni (le regole), contenerne e annullarne l’espressione più violenta. Lo sport, infine, è tempo libero e intrattenimento. Entertainment però è oggi una parola abusata e quindi carica di connotazioni perlopiù negative. “L’entertainment è visto come qualcosa di emotivo, contraddistinto da scelte superficiali e capricciose, contrapposto alla razionalità” ci spiega Enrico Menduni.[2]

E dunque, un organizzatore di eventi sportivi si trova oggi a gestire solo business, frustrazioni e in teoria a offrire esperienze superficiali in cui le aziende possano vendere prodotti e la gente alienarsi?

Ovviamente un evento sportivo non è questo. E allora partiamo dalla parola prima: sport.

Sport

Definirlo è, come detto, opera ardua. Nella sua radice etimologica c’è il divertimento, ma i significati di cui lo sport si fa portatore sono molti di più. Non intendo assolutamente fare in questa sede un’analisi semantica approfondita. Mi limito invece a elencare una serie di altre parole (e di sensi), che molto bene sono spiegati in un libretto che consiglierei a tutte le persone che si occupano di sport. Anche a chi fa sport e anche a chi vende lo sport.

Il libro si chiama “Filosofia dello Sport”, l’autore è Emanuele Isidori e tra le sue pagine ho trovato queste parole[3]:

emozione, disciplina, sfida, bellezza, energia, etica, passione, regole, divertimento, gioco, eroi, comunità, partecipazione, gioia, rituali, squadra, vita salubre, fairplay, distrazione, evasione …

Ne evidenzio alcune.

Bellezza: pensiamo alla scultura greca, pensiamo al concetto di grazia; ma basta anche vedere la bellezza di un gesto atletico oggi, la bellezza delle immagini che vengono regalate da fotografi e televisione nella narrazione dello sport. Questa bellezza dovrebbe insegnarci qualcosa e da un punto di vista del management ne ho parlato qui.
Etica: credo non ci debbano essere commenti sul connubio etica e sport, eppure talvolta pare che l’etica si scontri con il business e che gli stessi atleti la disconoscano come elemento fondamentale e strutturante nella loro professione. L’etica nello sport è come il giuramento di Ippocrate per i medici. Senza etica, ciò che si fa davvero non è più sport, ma si fa qualcosa in cui prevalgono quelli che Isidori definisce gli “elementi estrinseci” allo sport. Cioè, in parole semplici, è lo snaturamento dello sport. È un qualcosa che proviene dal mondo esterno. Noi continuiamo a parlare di sport, ma la sussistenza di una competizione da sola non basta per definirlo tale. La violazione di principi etici distrugge lo sport.
Gioco: un mio caro amico, Max Vergani, scrittore e capo ufficio stampa della Federazione Italiana Sport Invernali, ha definito, a una mia domanda, lo sport come il “Lego dei grandi”. Meravigliosa definizione! È un gioco, è vero, e pur muovendo denaro e interessi, dovrebbe mantenere intatta questa sua anima ludica. Altrimenti, di nuovo, si snatura.
Gioia: la gioia è un’intensa e piacevole emozione. Piacevole emozione, non emozione distruttiva o degenerativa.
Rituale: oggi lo sport è più che altro una questione di record[4] (viviamo in un’epoca di profitti) eppure ci sono rituali al suo interno che hanno a che fare con i gesti degli sportivi e la condivisione degli spettatori. È un qualcosa di antico che nell’esperienza contemporanea, fatta di tecnologia e narrazioni multiple, fatta di sponsor e di riflettori sempre accessi, rimanda pur sempre ancora a un bisogno di comunità.

Manifestazione ed evento

Passiamo ora a ciò che noi mettiamo in scena, affinché contenga quanto scritto qui sopra.

È curioso notare che usiamo due termini che ci dicono la stessa cosa, ma che in effetti contengono sensi diversi.

La manifestazione è, etimologicamente, qualcosa che viene battuto e toccato con mano. Qualcosa che si è esposto agli occhi di tutti. È per me un vocabolo che esprime una certa staticità. C’è qualcosa che gli altri vedono. L’equivalente tedesco, “Veranstaltung” (lo scrivo per i miei lettori altoatesini), sebbene sempre statico, richiama in modo più pregnante alla responsabilità. Ver, è un suffisso che indica “portare avanti, far vedere” e anstalten deriva da organizzare, allestire. Dunque noi facciamo vedere qualcosa (o toccare con mano) che abbiamo allestito. Che noi abbiamo allestito.

La parola evento, invece, non dice nulla della responsabilità. Di derivazione latina (e-venire) significa venire fuori. Ha un senso fortemente dinamico dentro di sé e pure un qualcosa di casuale. Non tutto è prevedibile. E di fatto, nella pratica, in un evento, possiamo organizzare tutto alla perfezione, ma un buon organizzatore sa, che gli imprevisti devono essere previsti. Che l’elemento dinamico ne costituisce la bellezza, ma anche la vulnerabilità. Inoltre, la filosofia ci dice che un evento è intangibile (una struttura allestita si tocca, l’evento no), è limitata nel tempo (nel prima e nel dopo non esiste, magari rimangono in piedi infrastrutture, come uno stadio, ma non l’evento) ed è un esperienza, un momento, dico io, di vita.

Tutti questi ingredienti ci dicono che qualcosa che noi allestiamo (manifestazione) e che vive in modo dinamico (evento) contiene emozioni, pratiche sociali e valori chiari (sport) e costitutivi della nostra identità (comunità).

Ispirazioni

Tutto ciò non basta, è ovvio, anche se in partenza il gioco pare facile. Una cosa sono le parole e una cosa è la realtà. Una cosa è parlare, una cosa è fare.

Cerco allora ispirazioni per imparare a fare.

La prima l’ho già citata in questo blog ed è pronunciata a chiare lettere di Kevin Roberts, CEO di Saatchi and Saatchi. Questo guru del marketing dice: “The competitive advantage of sports is passion … You may love a team but can hardly be expected to feel the same about most events.” Quanto è vero! Quante volte abbiamo assistito a eventi sportivi in cui il nostro atleta, la nostra squadra, ci hanno regalato emozioni straordinarie, ma tutto intorno queste emozioni si spegnevano come candele al vento perché l’evento non era in grado di usarle e di tenerle vive fino alla fine? Lo sport da solo, dunque, non basta. Prima ispirazione.

La seconda è più complessa. Michel Maffesoli, sociologo francese (molto discusso per il suo metodo), ci dice che la società oggi non è più fatta di comunità costituite da relazioni verticali e da progetti sul futuro. Egli preferisce la parola tribù, per spiegare come viviamo lo stare insieme oggi e prende come esempio la partecipazione al Tour de France, un “immaginario … più o meno barocco di fantasie, di sogni, di gioia di essere-insieme e di ludismo condiviso.” Le tribù di oggi, spiega Maffesoli, “non sanno che farsene del fine da raggiungere, del progetto da realizzare: esse preferiscono «entrare nel» piacere di essere insieme, «entrare nell’» intensità del momento, «entrare nella» gioia di questo mondo com’è”.[5] Cioè ci dice che oggi le persone si radunano, per un piacere assolutamente presente del godimento qui e ora, senza alcuna progettazione. Egli vede in questo una grande opportunità perché la voglia di condivisione è positiva. Io tuttavia vi vedo un rischio, e cioè che questa mancanza di proiezione, di investimento, porti a vivere questi momenti esasperando il senso di gioia e di godimento con eccessi. Camminiamo come funamboli. Potremmo scivolare verso un’intensità del momento distruttiva o al contrario entrare nell’intensità del momento costruttiva, che vada a nutrire e arricchirci in quanto individui. Lo sport, più che mai, in questo caso deve essere una bussola, non tanto per il dove, ma per il come. Tanja Cagnotto alle passate Olimpiadi di Londra ci ha dato une bella lezione sul valore della vittoria a tutti i costi.

A questo punto dati gli ingredienti e cercate alcune ispirazioni, posso riassumere la mia idea di sportainment, nella sua versione magica.

Responsabilità

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In quanto organizzatori di eventi dobbiamo essere consapevoli che l’elemento dinamico e l’imprevedibilità, ma anche l’intangibilità sono elementi distintivi di ciò che mettiamo in scena e dunque dobbiamo fare in modo di non sprecare questa volatilità, ma al contrario usarla, citando Steve Jobs, per: “far essere le persone un po’ più felici di prima”.[6]

In quanto operatori sportivi pur senza sguardi nostalgici al passato e dunque consapevolmente con i piedi piantati nel nostro tempo, dobbiamo trovare il difficilissimo equilibrio tra interessi (legittimi di chi finanzia lo sport) e l’anima intrinseca dello sport. Se non ci riusciamo, continueremo certamente a fare intrattenimento, ma certamente non faremo più intrattenimento sportivo. Sarà un’altra cosa e sta solo a noi decidere se va bene comunque o se non ci piace. È chiaro, tuttavia, che nella nostra scelta decideremo che possibilità vogliamo dare allo Sport, nel suo senso profondo e autentico, soprattutto in un’epoca arida come la nostra.

Infine, siamo per certi versi mediatori emozionali che offrono alle tribù di oggi uno spazio e un tempo in cui godere l’instante del momento. Abbiamo dunque anche noi una responsabilità. Non solo l’atleta è chiamato a non doparsi. Nemmeno noi dobbiamo dopare l’evento con facili iniezioni di entertainment capriccioso e speculativo. Possiamo scegliere di lasciare segni che arricchiscano la persona (in senso non monetario) grazie alle emozioni e al gioco dello sport, o scegliere di agevolarne il degrado.[7]

Credo che le Olimpiadi in genere richiamino proprio un pubblico sportivo. Una tribù che vuole condividere emozioni intense e gioie ancorate al momento, ma che allo stesso tempo abbia voglia o riesca poi a portarsi a casa tatuaggi di memoria, modelli ed esperienze che stampino in faccia un bel sorriso e non il disgusto.

So perfettamente che non è facile e che un organizzatore da solo questo non lo può fare. Ma ecco io vedo il mio mestiere come una scatola con dentro potenzialmente solo cose meravigliose. Sta a me e ai tanti co-costruttori far sì che le cose meravigliose potenzialmente contenute divengano cose meravigliose concretamente vissute.


[1] G. Zagrebelsky, “Sulla lingua del tempo presente”, Einaudi
[2] E. Menduni, “Entertainment”, Il Mulino
[3] E. Isidori e H. L. Reid, “Filosofia dello spor”t, Bruno Mondadori
[4] Per il passaggio dal rituale allo sport: A. Guttmann, “From Ritual to Record”, Columbia University Press
[5] M. Maffesoli,” Il tempo delle tribù”, Guerini Studio
[6] Questa intenzione fu posta alla base della realizzazione degli Apple Store. L’obiettivo di Steve Jobs non era solo il vendere, ma il rendere con i suoi prodotti le persone felici, anche solo guardando e giocando dentro gli innovativi negozi (L. Kahney, “Nella testa di Steve Job”s, Sperling e Kupfer)
[7] Il concetto di mediatori emozionali è illustrato nel libro a cura di M. Lo Verde, “Consumare/Investire il tempo libero”, Bruno Mondadori

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La scatola magica dell’immagine è un’opera di Hreinn Friðfinnsson
Floor Piece 1992-07
Fluorescent paper, bookbinding material,
cardboard box
Collection of Pétur Arason and Ragna
Róbertsdóttir
© 2007 Hreinn Friðfinnsson

Giochiamo con il prisma spazio-tempo degli eventi

Una dottoranda romena mi ha contattato via linked-in. Mi ha chiesto di partecipare a una ricerca rispondendo a un questionario. Il lavoro verte sulla percezione del manager dentro gli eventi. Ho trovato alcune domande molto interessanti.

In modo particolare mi ha affascinato un punto di vista dentro il quale mi ha letteralmente cacciata. Un prisma spazio-temporale dal quale osservare il mio lavoro.

Mi ha chiesto cioè di distinguere le tre fasi dell’evento (pre-evento, l’evento e il post-evento) e due dimensioni: tempo e spazio.

Penso che sia condivisibile pensare a un evento come a qualcosa che accade in un dato tempo e dentro uno spazio limitato. Il tempo è effimero, nel senso che l’evento esiste tra un prima e un dopo. Lo spazio subisce di conseguenza una trasformazione dovuta a questa temporalità limitata.

La domanda precisa del questionario era:

Qual è la sua esperienza di tempo e di spazio nelle tre diverse fasi dell’evento?

Per rispondere devo chiarire quale è la definizione che io dò alle tre dimensioni.

Il confine tra post-evento e pre-evento, per chi lavora a un evento annuale e ricorrente come me, è, infatti, sfumato. Lavorandoci tutto l’anno e ogni anno, il post-evento diviene quasi subito un pre-evento . Pertanto, nella mia personale percezione di queste tre fasi, rilevo questa distinzione:

Pre-evento: fase di progettazione

Evento: fase di implementazione ed evento vero e proprio.

Post-evento: fase di analisi, feedback, de-briefing

Partiamo dunque con il gioco!

Qual’è la mia esperienza del tempo e dello spazio nel pre-evento?

Tempo: è meravigliosamente dilatato, le scadenze sono lontane. È la fase del riposo mentale, della ricerca. È il periodo più creativo dell’anno. Non incombono appuntamenti né dead-line e la mente può scegliere i suoi tempi per essere produttiva.

Spazio: è meravigliosamente libero. Il luogo dell’evento torna alla sua veste ordinaria, il mio ufficio si fa calmo. Anzi, in questa fase di pre-evento il mio ufficio è ovunque: alla scrivania, in una città, nel bosco, a casa.

Mi viene in mente un articolo che racconta molto bene questa fase, quella progettuale e ne riporto uno stralcio: “É risaputo, infatti, che nelle menti dei creativi le idee si formino per caso, tra una sigaretta e un caffè, uno spritz e una chiacchiera, un pisolino e un filarino, un happy hour e un dirty week end, addensandosi in nuvole progettuali i cui piovaschi precipitano sui desktop Apple con la stessa naturalezza con cui a Woolsthorpe Manor le mele si frangevano sul cranio di Isaac Newton”.

Qual è la mia esperienza del tempo e dello spazio nell’evento?

Tempo A – fase implementativa: il tempo è scandito in modo scientifico su una finestra Outlook. Riunioni, presentazioni, sopralluoghi. È quadrato e rigoroso. Le ore della giornata, nelle tabelle guida, indicano ogni singola attività, dagli incontri, alle mail, al lavoro di concentrazione. È il tempo dell’orologio al polso e delle priorità o delle urgenze. Il tempo delle regole e dell’autodisciplina.

Spazio A- fase implementativa: lo spazio è il luogo esteso dell’evento, l’ufficio e la sala riunione, la valle, la provincia. Eventuali salti in spazi diversi sono brevi e finalizzati all’evento. Per me, per il mio lavoro, in questa fase lo spazio è montagna.

Tempo B – evento vero e proprio: Outlook sparisce. Il tempo si restringe in un attimo e tutto accade contemporaneamente. È l’onda che arriva, l’onda che ha vita breve e va cavalcata con abilità subito, immediatamente. Farla passare senza cavalcarla significa fallire. La sveglia è all’alba. Il letto mi rivide a tarda sera. È il tempo in cui la sveglia deve suonare. E il tempo in cui anche se non suona, gli occhi alle 6.00 si aprono da soli. È come un casello autostradale nelle ore di punta. Migliaia di puntini che scorrono nello stesso istante e nello stesso … spazio

Spazio B – evento vero e proprio: lo spazio si riduce metaforicamente al casello autostradale delle ore di punta. È un triangolo tra ufficio, area di gara, e venues satelliti. Il mondo si restringe, da globale nel pre-evento diviene un villaggio di quattro cantoni. L’universo scompare. Esistono solo quel punto e quel luogo.

Qual’è la mia esperienza nel post evento?

Tempo: il corpo e la mente sono ancora dentro il tempo schizzato dell’evento e mi costringo a riportarlo nella scia dilatata. È una transizione tra il tutto subito e il rispettare scadenze e outlook senza dover tuttavia cavalcare onde. La carovana è passata. Il tempo naturale riprende vita. È il tempo del sollievo. Del disattivare la sveglia, del costringersi a fare con calma.

Spazio: è una piazza dopo il mercato. Ci sono pezzi e avanzi ovunque che vanno buttati via o immagazzinati. Lo spazio nel post-evento è decadente. Visivamente fa vedere come, là dove prima c’è stata vita, ora non c’è più nulla. Ed è transizione dal casello autostradale delle ore di punta ai boschi silenziosi e ai meleti di Isaac Newton.

Nei primi anni, questo spazio era intriso di nostalgia, di un senso di vuoto, di abbandono. Oggi è lo spazio del sollievo, del pregustare gli spazi globali.

Passo la mano, il gioco a voi.

Rubando queste domande alla studentessa romena, spero di riuscire a stimolare via linked-in o in questo post una risposta collettiva, o meglio una risposta orchestrale. È vero infatti che tempi e spazi in un orchestra sono diversi per ogni singolo strumento e la percezione del prodotto finale, per quanto armonica, cambia per ogni singolo strumento. E allora:

Qual è la vostra percezione di tempo e spazio nel pre-evento?

Qual è la vostra percezione di tempo e spazio durante l’evento?

Qual è la vostra percezione di tempo e spazio nel post-evento?