Un’italiana a Parigi. Bendetta Donato racconta Paris Photo.

ParisPhoto - sensible event management - Stefania Demetz

Quando la cultura e il mercato si incontrano possono accadere tante cose. Gente di tutto il mondo che si ritrova, contaminazioni, incontri, dibattiti, esposizioni. E tutto intorno alla bellezza, quella prodotta dagli artisti ed esibita, per esempio a una fiera, per esempio a Paris Photo.

In questo blog ho già raccontato con entusiasmo di un evento culturale francese sulla fotografia, i Rencontres di Arles, e di come esso sia in grado di mettere in moto dinamiche che vanno a vantaggio di un’intera ampia comunità, da quella artistica a quella sociale e professionale.

Questa volta mi sposto a Parigi, perché finalmente, davvero finalmente ho visitato Paris Photo! Quarantacinque minuti in coda sotto la pioggia insieme a persone provenienti da tutto il mondo per entrare nel bellissimo Grand Palais e girare tra gli stand di una fiera, che detto così pare quasi riduttivo. Era come stare in una sorta di città virtuale fatta solo di  gallerie fotografiche o bookshops. Non ho idea quante fotografie ho visto, alcune per la prima volta incorniciate e stampate, e a fianco di quanta gente sono passata e dentro quante gallerie sono entrata. Fatto sta che se chiudo gli occhi ho ancora dentro di me la sensazione di essere stata dentro un luogo che è mediatore di un immenso valore artistico e allo stesso tempo driver di importanti scambi commerciali.  Per capire meglio tutto questo, ho chiesto a Benedetta Donato, art curator italiana, formatasi a Parigi, di raccontarmi cos’è Paris Photo. Essendo a Parigi, l’incontro non poteva che avvenire  in un bistrot nel cuore del Marais, dove compresse tra i tavolini stretti del ristorante, avvolte dal profumo di una cucina buona, e circondate dalla vivace frenesia di un bistrot all’ora di punta le ho posto alcune domande.


Benedetta, cos’è ParisPhoto?

Benedetta Donato
Benedetta Donato al Centre Pompidou – © TC

ParisPhoto è la più grande fiera di fotografia al mondo allestita negli spazi maestosi del Grand Palais, che rappresenta un appuntamento imperdibile nel vasto programma espositivo e di eventi dedicati a questa disciplina artistica. Non a caso, novembre a Parigi è il Mois de la Photo. Quest’anno la fiera è giunta alla sua diciottesima edizione, contando sulla presenza di oltre 140 gallerie francesi e internazionali e 26 case editrici specializzate in pubblicazioni di settore.

ParisPhoto è un contenitore, uno spazio dove la fotografia si confronta su terreni diversi: il mercato del collezionismo, i momenti dedicati alle presentazioni e ai dibattiti, l’incontro con gli artisti e i booksigning, le premiazioni e i progetti espositivi monotematici che qui vengono presentati.

In quattro giorni qui si concentra e si fa esperienza di un mondo che è quello della fotografia!

Cultura e mercato: per molti è un ossimoro, come se economia e produzione artistica non potessero trovare spazi comuni. Secondo te questa fiera può insegnarci qualcosa?

Non direi vi sia discontinuità tra i due ambiti, piuttosto c’è stata un’evoluzione di questo rapporto. Per molto tempo, e oggi sicuramente molto meno, un artista e il valore riconosciuto alla sua produzione venivano considerati dal mercato solo dopo una consacrazione istituzionale che poteva avvenire tramite mostre allestite in grandi musei o importanti riconoscimenti da parte della critica accreditata.

Oggi la situazione è cambiata. Mi verrebbe da dire che cultura è mercato, nel senso che i due ambiti viaggiano sugli stessi binari, in un rapporto di continuità e reciprocità, e che spesso è il sistema del mercato, costituito dagli interlocutori come le gallerie e i collezionisti, a decretare il valore dell’operato artistico e quindi il suo riconoscimento da parte delle sedi istituzionali più prestigiose.

Non è un caso che manifestazioni e mostre in calendario nel periodo del Mois de la Photo a Parigi, vedano organizzati in concomitanza appuntamenti come le aste che si sono svolte da Sotheby’s nei giorni scorsi, dedicate interamente alla fotografia, con risultati di vendite eccezionali per milioni e milioni di euro.

La Francia ha altri appuntamenti importanti per la fotografia come i Rencontres di Arles. Perché secondo te?

Il discorso è certamente da inquadrare, innanzitutto, storicamente: la fotografia nasce in Francia e da qui si instaura una tradizione culturale che si evolve nel tempo. Quest’invenzione straordinaria viene sostenuta da iniziative come i Rencontres d’Arles – primo e più importante festival di fotografia del mondo – che derivano da un percorso di quasi due secoli. Il mondo della fotografia in Francia non vive solamente attorno a manifestazioni come Paris Photo e Arles; pensiamo a realtà museali come il Museo d’Orsay – che per primo negli anni ’70 ha inaugurato una sezione dedicata esclusivamente alla fotografia –  alla creazione della Maison Européenne de la Photographie negli anni ’90, alla Galerie Nationale du Jeu de Paume o all’Hotel de Ville considerati templi della fotografia e dell’immagine, a istituzioni mondiali come il Centre Pompidou che hanno dedicato ampie retrospettive alla fotografia contemporanea. Esiste, inoltre, in questo territorio un apparato di formazione eccellente, con un’offerta rivolta sia alla tecnica fotografica che agli aspetti relativi alla storia e alla critica.

La fotografia in Francia non rappresenta un campo di azione rivolto soltanto a determinati attori.

E’ un fenomeno che si instaura all’interno di un sistema di regole e valori condivisi, considerato, pur mantenendo una sua precisa identità, come fatto culturale.

Cosa abbiamo di equivalente in Italia? Oppure siamo più deboli? 

Non credo che le realtà siano paragonabili. Se parliamo di fotografia come sistema in Italia, certamente esploriamo un territorio abbastanza giovane ancora in fase sperimentale. Non mi riferisco alla tradizione della produzione fotografica che vanta grandissimi autori riconosciuti universalmente.

E’ recente l’istituzione di una manifestazione come il MIA Milan Image Fair, la fiera italiana dedicata alla fotografia e all’immagine, voluta da una mente illuminata e certamente colta come quella del suo fondatore Fabio Castelli. Una fiera che ha subito riscontrato la partecipazione del pubblico e una risposta significativa da parte del mercato. E a mio avviso, fondamentale come appuntamento per coloro che vogliano tentare un approccio o approfondire  questo mondo.

Ci sono istituzioni museali e festival importanti come il Photolux a Lucca, Savignano Fotografia, Fotografia Europea, il Festival di Roma e tantissimi altri connessi a realtà come le Fondazioni che si impegnano nel supporto di queste iniziative. Sempre più gallerie si propongono al mercato come operatori di settore che trattano esclusivamente fotografia. Così l’offerta formativa si va specializzando, offrendo proposte più mirate e specifiche.

La sensazione generale che ho è quella che attraverso molteplici interventi, stiamo provando a costruire e a fare sistema, in una realtà dove la realizzazione di un senso e di un obiettivo comune, rappresentano un difficilissimo traguardo da raggiungere.

Cosa ci fa un’italiana a ParisPhoto? Di cosa ti occupi? 

Sono spesso a Parigi e da dieci anni durante il Mois de la Photo mi trasferisco qui.

Devo molto a questa città perché in questo luogo ho potuto affrontare parte del mio percorso di formazione, quando in Italia le discipline di storia e critica della fotografia erano per lo più contemplate come sezioni a latere della più ampia storia dell’arte.

Volevo studiare fotografia e, dopo l’università e un anno di formazione sugli elementi e le tecniche di questa disciplina, mi sono trasferita per approfondire gli studi e specializzarmi.

Cosa ti porti a casa dopo queste giornate parigine?

Ogni volta che vengo in Francia, respiro un’aria diversa, sembra che tutto sia avvolto dalla fotografia. Parigi come Arles rappresentano un momento di ricerca fondamentale, un confronto con esperienze e percorsi che conosco poco o che non conosco affatto, e che qui ho l’opportunità di approfondire.

Porto con me quest’atmosfera di grandiosità e la voglia di ritornarci prima possibile, per vivere ancora l’esperienza di questa ispirazione.

Grazie Benedetta e … à bientôt!

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Come fare innovazione con un evento? Chiedetelo agli 11 ragazzi che hanno portato TEDx a Verona.

È possibile trasformare una conferenza americana, di fatto per noi un evento web, in una risorsa per il territorio?

È questa la domanda che mi sono posta quando alcuni giorni fa è apparso su facebook l’avviso che TED sarebbe arrivato a Verona. Per gli amanti del web, TED non ha bisogno di presentazioni. Per tutti gli altri mi verrebbe da dire: non avete mai visto un TED Talk?

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TED significa Technology Entertainment Design ed è una conferenza che si tiene ogni anno in California. Il motto, se così si può dire, è ammaliante: idee degne di essere diffuse (ideas worth spreading). Le migliori conferenze – che abbracciano il mondo della scienza, dell’arte, del management, dell’economia, della letteratura, della tecnologia …cioè un po’ tutto il sapere e la creatività umane – sono pubblicate nel sito. Una delle mie preferite è quella die Sheryl Sandberg, COO di Facebook (ne ho parlato qui).
Bene, scoprire che TED arriva a Verona, e non come copia americana, ma nella versione TEDx, cioè pur dentro una serie di regole, libero nei contenuti, mi ha Intrigato. Sono andata sul sito e mi ha incuriosito ancora di più scoprire che la squadra che se ne occupa, il comitato organizzatore, è davvero giovane. Nell’appiattimento generale di questo nostro paese, in una comunicazione che non fa che parlare di cervelli in fuga, scoprire che ci sono non solo intelligenze che rimangono, ma addirittura che con energia e competenze legano la contemporaneità – che vuol dire innovazione e contaminazioni – al territorio, percepito troppo spesso in modo riduttivo come provincia, beh, tutto questo mi ha – lo posso dire? – emozionato!
Questa cosa mi rimanda a quella sezione della trasmissione Report che si chiamava good news e raccontava il lato buono dell’Italia. Ecco, questa è una good news coi fiocchi. Ma bando allea ciance, vediamo un po’ cosa ci racconta Tiziana Cavallo, che nel progetto è responsabile partnerhips.

Come è nata l’idea di portare TED a Verona? Quale è lo scopo?

Verona merita il TEDx. Verona è una realtà in fermento anche se è difficile fare sistema perché spesso si perdono le energie senza ottimizzarle intorno a progetti comuni. L’idea di portare il TEDx è nata da Francesco e Irene, il primo nucleo di quello che ora è un team organizzativo che è composto da 11 persone, 11 professionisti innamorati della creatività e della innovazione e che volontariamente e con enorme passione si danno da fare affinché l’evento sia unico.

Lo scopo, dunque, è quello di dire alla città e ai suoi abitanti “Sveglia, l’innovazione è anche qui da noi, Verona merita di più” e un altro obiettivo è raccontare l’innovazione per dare ispirazione guardando da diversi punti di vista, pensando quindi lateralmente… Lateral Thinking è infatti il tema di questa prima edizione veronese che abbiamo da subito sintetizzato nel video teaser che abbiamo lanciato qualche settimana fa e che è girato per la prima volta su Verona con un drone, grazie alla magia del progetto “Volografia” di Roberto Mettifogo.

Come si organizza un evento di questo tipo? Che funzioni operative avete dentro il team?

E’ un evento sfaccettato e complesso soprattutto perché ci si deve attenere a una policy internazionale particolarmente precisa. Le linee guida sono fissate dal team internazionale che ha sede in USA, poi esiste una community di organizzatori in giro per il mondo che sta condividendo le best practice, la soluzione dei problemi più diffusi, insomma c’è supporto su moltissimi aspetti. Nonostante la griglia da seguire, si riesce comunque a dare una propria identità all’evento anche perché ciascuno di noi sta portando la propria competenza e personalità nella gestione dei compiti che ci siamo suddivisi. Siamo un bella squadra che grazie anche alle professionalità eterogenee – ma unite dal comun denominatore della comunicazione innovativa – si dà da fare quotidianamente. Le funzioni operative coprono tutti gli aspetti strategici dell’event management: direzione, sponsorship, allestimento, regia tecnica, catering e networking, comunicazione e pr, gestione relatori etc…

Quanto costa? Chi lo finanzia? Puoi darmi le percentuali tra pubblico e privato?

Sul costo finale purtroppo non siamo in grado di dare delle cifre perché siamo ancora nel work in progress, ma posso dire che non è un evento “economico”, il grande sforzo dei mesi passati è stato anche reperire collaborazioni e partner che accettassero di affiancarci sostenendoci appunto economicamente. Per fortuna il territorio ha risposto e sta rispondendo con entusiasmo, devo dire che il settore pubblico ha dato un buon impulso sostenendoci ad esempio sulla location (Comune) e sulla visibilità (Università) ma il privato non è da meno e grazie ad esempio a sponsor come Cad.it, Cattolica Assicurazioni, Glaxo Gsk, Intesys, Infogest, WishDays e FilmAnd riusciremo a fare un evento al top. Siamo anche fieri che grazie al supporto di Cloros il nostro TEDx sarà a impatto zero. Il primo in Italia.

Il comitato organizzatore è molto giovane. Era già operativo per altri eventi o si è costituito per TED? Come è avvenuto l’arruolamento?

20140217-190412.jpgCi siamo uniti per un obiettivo comune e prima in parte non ci conoscevamo ed è questo anche il grande regalo di TEDx, ovvero conoscere nuovi compagni di strada che personalmente mi stanno regalando un’esperienza umana entusiasmante e formativa. A due o tre eravamo amici o colleghi ma il gruppo si è unito per TEDx ed è avvenuto per passaparola.

Un evento è effimero e anche TED rimarrà nei video, ma l’evento in sé finirà. Che eredità vi aspettate o che tracce vorresti che lasciasse? E quale legacy potrebbe offrire alla città l’esperienza che questo team sta costruendo anche in termini di competenze professionali?

Si è vero che alla fine di domenica 23 febbraio sentiremo forse un vuoto ma sarà un vuoto che sará subito colmato dalla soddisfazione di aver contribuito a fare qualcosa di nuovo e bello per la nostra città, a titolo completamente volontario e gratuito. TEDx è quasi una missione, per me ma credo di interpretare il sentire dei miei compagni di avventura, una missione che spero abbia riscontro sul territorio e che non si esaurisca nello spazio di quel giorno. I legami ad esempio con i sostenitori e i partner che ci stanno affiancando sono preziosi mattoni alle fondamenta di un evento che speriamo duri tutto l’anno… in fondo stiamo già pensando al TEDxVerona 2015! In termini poi professionali è una sfida bellissima, stiamo tutti imparando tanto e questo è il nostro “utile netto”.

Verona e il resto d’Italia: un’esperienza di questo tipo potrebbe essere un modello per altri giovani appassionati e innovatori? Se si, in che modo? In che modo eventi di questo tipo possono contribuire alla crescita culturale e manageriale?

In Italia esiste già una comunità molto attiva di TEDx, che secondo me potrebbe rappresentare un ‘tesoretto‘ a servizio dell’innovazione e del marketing territoriale del nostro meraviglioso Paese. Ci auguriamo che i TEDx si moltiplichino, ma che non perdano la connotazione innovativa perché è questa che dà impulso dalla crescita culturale. In merito alla crescita manageriale credo fortemente che l’esperienza di TEDx possa contirbuire a sviluppare un’attenzione alla condivisione e, passami il termine, alla creazione di eventi “comunitari” creati per e dalla comunità.

A pochi giorni dall’evento, cosa prevede la tabella di marcia? Cosa è già pronto e cosa va ancora fatto?

Stiamo lavorando tutti i giorni per concludere aspetti logistici sull’allestimento che grazie a una giovane realtà come Reverse – e la collaborazione degli studenti del corso di interior design dell’Istituto Design Palladio – vedrà una “firma visiva” di grande impatto; stiamo finalizzando tutti gli aspetti anche legati al welcoming con i quali cercheremo anche di coccolare i nostri partecipanti e gli 11 relatori perché TEDxVerona sia una esperienza globale, di mente si ma anche del corpo. Il cuore di TED sono i relatori – e noi abbiamo una squadra meravigliosamente innovativa e “laterale” e stiamo concludendo tutti gli aspetti ad essi legati perché si sentano a casa e ci raccontino la loro storia come fossimo tra amici. Ma stiamo curando anche i sensi: il vino di Allegrini, le torte e i cup cake di Intort’Ami, un catering selezionato con attenzione per il cibo locale completeranno l’opera.

Grazie Tiziana e in bocca al lupo per questa prima edizione e per tutto ciò arriverà dopo!

Per saperne di più

TEDx va in scena domenica 23 febbraio. E per voi, cari lettori, ho una bad news e una good news.

La bad news è che le iscrizioni sono già chiuse e la lista d’attesa era lunghissima.

La good news però è che potrete seguire TEDx Verona su diversi canali:

Come si raccontano le Olimpiadi in televisione?

Matteo Pacor, managing editor per Sky Sport, ci accompagna nel back stage di Sochi 2014.

Un lacrima cade sul viso di un atleta che ha vinto la medaglia d’oro. Una telecamera si fissa sulla sofferenze di un altro atleta, sulla sua fatica. Immagini di gioia e di dolore, di felicità e disperazione. Tutto questo andrà in scena fra alcuni giorni da Sochi per le Olimpiadi Invernali. Noi, che rimaniamo qui in Italia, le seguiremo su Sky Sport o su Cielo. Usciranno lacrime anche dai  nostri occhi ed empaticamente condivideremo la fatica di chi ce l’ha messa tutta per vincere.  Tutto ciò grazie a chi ci racconterà queste storie: la stampa, i fotografi e la TV.

Il maggiore evento sportivo dell’anno sarà filtrato per noi. La domanda allora è: cosa vuol dire raccontare un evento come le Olimpiadi? Cosa c’è dietro il giornalista che ci farà compagnia per le prossime settimane? Che razza di lavoro deve fare, oltre a parlare a un microfono?

Anche una produzione televisiva è parte di un evento e il modo in cui un broadcaster metterà dentro lo schermo questo evento è frutto di scelte, strategie, obiettivi.

Il team di Sky Sport – che ha i diritti televisivi su questi Giochi Olimpici –  parte oggi per Sochi. Ho disturbato uno di loro, mentre preparava le valige, perché ci raccontasse cosa vuol dire essere parte di un mega evento con una grande responsabilità: quella di raccontare alla propria nazione un’intera Olimpiade.

L’intervista

Matteo Pacor Sky Sport
Matteo Pacor

Matteo Pacor lo conosco da tanti anni. In comune abbiamo il fatto di aver entrambi seguito le orme dei nostri padri, un cognome che termina con una consonante e la prima Olimpiade vissuta nello stesso anno, il 1992. Per me era Barcellona, per lui Albertville. Io nel mio albo d’oro ne ho solo due di Olimpiadi, lui con Sochi ne avrà sette. La persona giusta, allora, per fare due chiacchiere pre-olimpiche.

Matteo, visto che sei partenza, dimmi subito: cosa non può mancare dalla tua valigia?

Il caricatore del telefono! L’ipod con la mia musica e, a partire da Vancouver, una boccetta di olio di lavanda.

Qual è il tuo ruolo e di cosa ti occupi esattamente a Sochi?

Per Sky Sport alle Olimpiadi sono il responsabile del team editoriale. È una funzione che a me piace chiamare Managing Editor, una sorta di ponte tra giornalisti e produzione. In pratica organizzo il lavoro dei giornalisti e ovviamente anche di ciò che sta dietro. Un giornalista televisivo vive in simbiosi con l’operatore, il cameraman.

Come avviene la preparazione prima della partenza?

Sulla base delle nostre capacità (persone e mezzi) e dei nostri potenziali stiamo pre-pianificando il day by day. Studiamo gli orari delle gare, il territorio – ad esempio le distanze tra un sito e l’altro -, la presenza di atleti italiani o altre attività olimpiche che possono essere di interesse per i telespettatori. Consideriamo poi anche le esigenze di informazione che può avere Sky Tg 24. Dobbiamo cioè pianificare e prevedere possibili scenari senza tuttavia poter decidere tutto ora. Noi creiamo ora una griglia base che dal 4 febbraio può cambiare: che tempo farà? Le distanze saranno davvero come previste? Cosa troveremo per strada? Ci saranno imprevisti?

Quale sarà la vostra base operativa?

Abbiamo un ufficio all’IBC (International Broadcasting Center) con computer e  stampanti, fotocopiatrici etc. Pur avendo però una base, il lavoro sarà soprattutto mobile, in giro, nei siti, sui campi di gara. Importante allora diventa il coordinamento e la condivisione di informazioni tra tutti noi, non potendoci vedere fisicamente di continuo all’ IBC.

Questa condivisione avviene attraverso una specie di agenda condivisa che ognuno deve consultare e che può aggiornare. Tra giornalisti è fondamentale scambiarsi le informazioni. Questa stessa agenda è usata dalla nostra base operativa a Milano.  Cioè tra Italia e Russia e tra le diverse e venues olimpiche – i siti – circolano internamente le informazioni, come se fossimo tutti nello stesso ufficio.

E se il wifi non funziona?

Ovviamente abbiamo le sim card russe!

Puoi provare a immaginare la tua giornata tipo alle Olimpiadi di Sochi?

I primissimi collegamenti con Sky Sport 24 saranno alle 7.30 ora italiana, cioè le 10.30 a Sochi. La sveglia per me sarà quindi verso le 6.30. Come prima cosa in genere leggo i giornali, vedo il meteo, mi ristudio il programma, di modo che i miei neuroni inizino a lavorare.

Poi dall’hotel andrò all’IBC e da lì, in base al programma mi sposterò nei siti. La macchina preferisco lasciarla agli operatori che si devono muovere in fretta. Io in genere uso i mezzi ufficiali olimpici. I bus saranno il mio ufficio. Man mano che la giornata procede si fa il punto, si definiscono le interviste, si conferma il programma a Milano, insomma di adatta il pre-programma agli esiti della giornata. La sera abbiamo l’ultimo collegamento con Milano alle  20.30 ora italiana (23.30 a Sochi). Chi chiude la porta sarà quello che magari il giorno dopo inizierà più tardi. Anche il riposo è importante. Anzi, molto importante.

Rispetto a Londra 2012, che differenze ci saranno?

piano operativo Sky Sport - Londra 2012
Esempio di piano operativo Sky Sport per le Olimpiadi di Londra 2012

A Londra eravamo più di 200 persone. Tra giornalisti ed esperti, tra Londra e Milano, c’erano da coordinare un centinaio di persone. Io stavo in regia davanti a una ventina di schermi e seguivo tutto per poi orientare gli inviati e i collegamenti. Era molto difficile pianificare giorno per giorno, perché con le qualificazioni poteva saltare un programma: puntavamo, magari, tutto su un atleta italiano che non passava le qualifiche. Allora bisognava velocemente cambiare programma sia in termini di contenuti sia operativamente:  giornalista e operatore andavano dirottati su altre gare. A Sochi, invece, per scelta non avremo le infrastrutture di Londra. A Milano seguiranno le cronache e  noi a Sochi ci occupiamo delle interviste, delle integrazioni, delle storie.  Bisogna anche dire che una volta le Olimpiadi Invernali avevano un programma molto chiaro: le gare outdoor di giorno, quelle indoor la sera.  Ora, invece, ci sono anche  gare di sci in notturna e  dunque il gioco a incastro è più complesso. I giornalisti devono essere molto flessibili e passare dallo sci al pattinaggio, dallo snowboard al curling. Un Olimpiade invernale però è meno complessa di quella estiva, meno globale e dunque più semplice.

Voi seguirete un evento sportivo. Il management è pieno di modelli e di espressioni che vengono dallo sport (fare squadra, team leader, vincere etc). Lavorando così a stretto contatto con gli sportivi imparate qualcosa da loro per il  vostro mestiere?

A Sochi siamo una produzione ridotta, circa 26 persone tra giornalisti, produzione, operatori … Sarà come stare in barca a vela per due settimane. Ognuno deve fare il suo lavoro, con  spirito di sacrificio, in una  continua condivisione di informazioni (esattamente come in barca: se la vela è strappata va detto). Ci vuole poi una persona sola che guidi il timone. Se ognuno facesse solo ciò che vuole sarebbe il caos e un disastro. Quindi i termini team e coach hanno un senso per noi. Il nostro, inoltre, è un lavoro di costanza, di lunga preparazione e in questo siamo simili agli atleti. Non si può essere superficiali o banali. E come nello sport ci vuole la passione. A me piace molto lavorare tanto, ma mi piace anche lavorare divertendomi e mi piace far lavorare la gente divertendosi.

Le Olimpiadi sono un evento pieno di retorica, di epica, di stereotipi e di storie autentiche. Come si pone un mezzo televisivo nei confronti di un pubblico le cui aspettative sono alte – commozione, gioia, gloria, pathos – senza  banalizzare i contenuti? Che tipo di narrazione avete scelto?

È un tema che abbiamo naturalmente affrontato. Si potrebbe chiamarla linea editoriale o, nel nostro caso, “sky touch”. Noi cerchiamo di confezionare bene il prodotto e dare un buon contenuto. I Giochi Olimpici sono eventi sportivi che consentono ai broadcaster di avere un’altissima qualità di immagini che trasmettono emozioni, al di là del fatto che siano sincere fino in fondo. Sono fotogrammi che raccontano lacrime, fatica, gioia e sono sempre uguali in ogni Olimpiade – il riflesso sulla medaglia, le mani che applaudono, il sorriso di una bella ragazza, il dolore per la sconfitta – eppure sono sempre uniche. Ci sono filmati che abbiamo girato e montato e che io ho rivisto più e più volte, eppure ogni volta mi hanno fatto venire la stessa pelle d’oca. Ciò che cerchiamo di fare è portare lo spettatore con noi dentro l’evento. Vorremmo che sentisse come noi i piedi nella neve o nel ghiaccio.

Certamente il mito olimpico è importante per la narrazione. E soprattutto per questo il giornalista per primo deve essere coinvolto dentro l’evento. Alle Olimpiadi, noi che ci lavoriamo, senza strafare, senza urlare, senza essere retorici, dobbiamo  lasciarci andare un po’ e vivere le emozioni per poi poterle raccontare.

Davvero, nonostante il ritmo intenso di lavoro, riesci a emozionarti? Se penso a me, solo dopo l’evento rivedo le immagini e mi rendo conto cosa mi è passato sotto il naso … ma forse lo stare al fronte con gli atleti dà spazio alle emozioni?

È vero, il lavoro giornalistico ti porta dentro il campo. Anche se a Londra stavo rinchiuso in un blocco di cemento davanti agli schermi, mi emozionavo di continuo. Ma ci vuole anche una buona squadra e ci vuole empatia e ci vogliono giornalisti appassionati che sappiano raccontare, ad esempio,  una medaglia di Zöggeler non come la solita medaglia dell’altoatesino, ma quella unica e speciale e nuova medaglia.

E proprio il rapporto con gli atleti è importante. Non amo i giornalisti che fanno le star. Noi in fondo siamo qui per raccontare degli atleti, le vere star. Seguirli con passione e umiltà è importante.   È il condividere le emozioni con sincerità che rende speciale il lavoro giornalistico.

Puoi definirmi il lavoro di una produzione televisiva alle Olimpiadi in tre aggettivi?

Emozionante, coinvolgente, faticoso. Emozionante perché lo sport è passione. Coinvolgente perché le Olimpiadi, tuo malgrado, ti tirano dentro e non sei immune da tutto ciò che contengono.  Faticoso perché c’è davvero  tanto lavoro, ci sono ritmi intensi e – inoltre – a Sochi l’incognita di Giochi Olimpici militarizzati  aggiunge stress alle tensioni ordinarie in questo mestiere.

Si parla di legacy nei mega eventi, delle tracce che lasciano. Se tu non avessi mai lavorato a un Olimpiade, ti mancherebbe qualcosa?

Io lavoro anche con la Formula Uno, con i Mondiali di Calcio, che sono bellissimi eventi, ma non sono la stessa cosa. Se penso ad esempio a Londra 2012, al mondo intero concentrato in quella città a certi sport che solo certe nazioni seguivano, alle diversità unite per quelle Olimpiadi … È una tale dimensione, immensa, impossibile da misurare.

Secondo me se non hai fatto almeno un’Olimpiade non sei un giornalista sportivo completo.

Grazie Matteo per questa intervista e in bocca al lupo a te a tutto il team Sky Sport che ci racconterà questi Giochi Olimpici.  Vi seguirò appassionatamente!

Il convivio sull’Expo 2015 in un blog

susaHo conosciuto Susanne Gawlyta durante un evento sportivo: i Campionati Mondiali di Sci a Bormio. Abbiamo poi avuto occasione di lavorare insieme in altre occasioni. Lei si occupava di marketing nella federazione internazionale di sci  io seguivo la coppa del mondo di sci. Ci siamo trovate sempre bene nel condividere l’esperienza della costruzione degli eventi, al punto che l’ho arruolata nella squadra della Coppa del Mondo in Val Gardena per la funzione di Guest Management. Il suo curriculum però va ben oltre lo sport, anzi direi che Susanne è decisamente una persona eclettica. Si potrebbe dire che tutto è iniziato a Hannover, nel 2000, dove Susanne si occupava di Promozione e Ticketing per l’Expo 2000.

Poiché l’Italia ospiterà questo mega evento nel 2015 a Milano e il tema in queste ultime settimane pare essere finalmente oltremodo attuale, mi è sembrata la persona giusta da ospitare in questo blog per due chiacchiere, sulla sua esperienza e le sue visioni in vista dell’Expo italiano. Susanne vive a Milano e ha inaugurato da poco un blog che mette proprio a confronto i due Expo.

Hannover, Expo 2000: la vendita al grande pubblico

 

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Di cosa ti occupavi a Hannover?

Lavoravo nel settore Promozione e Comunicazione Ticketing. Ci ho lavorato circa per un anno e mezzo e gestivo un budget notevole, destinato solo a questa funzione. Diciamo che c’erano parecchio zeri di usare!

E come li hai spesi questi soldi?

È stato un lavoro intenso e un vero work in progress. La vendita era impostata prevalentemente sui call center e a un anno dall’inizio ci siamo resi conto che non bastava. Era necessario orientarsi verso una strategia più turistica, offrendo pacchetti vacanza legati all’Expo. Abbiamo contattato tour operators e agenzie di viaggi in pullman. Il budget del marketing è stato in grossa parte deviato sul ticketing, proprio per consentire un intervento solido su nuovi canali di vendita, diversificati tra loro.

Abbiamo strategicamente istruito le agenzie viaggi, formato gli operatori, offerto loro una montagna d’informazioni affinché fossero in grado di vendere. Non solo, anche la motivazione dei sales manager è stata presa in seria considerazione. Ad esempio abbiamo messo a punto incentivi per i venditori e riconoscimenti pubblici. Ci siamo poi diretti su fiere e road show allestendo gli spazi, con totem e banners. Molto efficace è stata la pubblicità sui pullman dell’agenzie di viaggi che richiamavano  il senso del viaggio collegandolo al viaggio Expo.

Olimpiadi e Expo: lo spettatore fa la differenza

 

copyright:2010-2012 worldexpositions.info
copyright:2010-2012 worldexpositions.info

Noi abbiamo condiviso molti eventi sportivi. Che cosa hanno in comune questi eventi con l’Expo?

Se penso alle Olimpiadi, cioè a un mega evento globale, hanno moltissimo in comune. L’evento è messo in scena con un obiettivo sostanzialmente condiviso: costruire nuove infrastrutture. Inoltre, entrambi accolgono nazioni più piccole, che generalmente hanno poche possibilità di mostrarsi al mondo. Non posso dimenticare, ad esempio, le gare di sci alle Olimpiadi di Torino, con atleti decisamente esotici. I due eventi condividono anche il ruolo e l’importanza dei volontari, che sono necessari in entrambi.

E quali sono le differenze tra sport e Expo?

Completamente diversi sono gli spettatori. In un evento sportivo lo spettatore sa esattamente come muoversi: ci sono uno stadio, un campo di gara, una tribuna, un chiosco, uno shop. Tutto è ben definito e conosciuto. E le emozioni sono naturalmente offerte dallo sport. Si va li per seguire una squadra o un campione. All’Expo invece lo spettatore va preso per mano e accompagnato dentro una sorta di mondo in miniatura, paese per paese. Ogni nazione deve aiutarlo a vivere un’esperienza unica, che rispecchi sé stessa. Molti detrattori dell’Expo dicono che in fondo è solo una fiera. Secondo me non è così. L’Expo è il giro del mondo in un giorno.

Un’altra differenza legata al pubblico, è che all’Expo non si assiste al tormentone degli “empty seats”: le tribune vuote che a ogni evento, regolarmente, sono schiaffate sui giornali come sinonimo di fallimento. È un tormentone ordinario, per la verità, che si ripete a ogni Olimpiade e poi fortunatamente si sgonfia.

All’Expo non ci sono tribune e dunque l’eventuale bassa affluenza non si nota. È tuttavia curioso, che il vuoto degli “empty seats” iniziale appartiene anche a questo evento.  Durando però di più e basando prevalentemente  il suo successo sul passaparola, riesce poi in fase di esecuzione a richiamare sempre più pubblico. Gli stessi media all’inizio sembrano distratti e poi se ne innamorano.  È  accaduto a Hannover, accadde a Shangai e capiterà anche a Milano.

Expo: esperienza glocal, tribù e conoscenza

copyright:2010-2012 worldexpositions.info
copyright:2010-2012 worldexpositions.info

Chi è il visitatore dell’Expo?

Generalmente è locale, nemmeno nazionale. Saranno soprattutto i milanesi, i lombardi e poi a sfumare, gli abitanti  del nord dell’Italia a visitare Milano. È sintomatico che a Hannover i biglietti più venduti erano quelli serali, per gli eventi. Era la gente del posto che la sera ci andava. Anzi, in città era nato un nuovo linguaggio, un vero codice che univa le persone:  “Che si fa sta sera?”, ci si chiedeva. Le risposte offrivano sempre viaggi esclusivi: “Propongo di andare a prendere un aperitivo con salsiccia di canguro  in Australia, magari ci mangiamo due momos in Nepal e poi andiamo a berci il caffè in Colombia e dietro l’angolo, in Messico, ci possiamo godere la musica dal vivo.”

Parlavamo tutti così. Come se davvero il mondo fosse stato a due passi da casa e noi tutti eravamo delle tribù un po’ magiche che saltavano da un continente all’altro.

Ma se il pubblico è soprattutto locale, allora, oltre alle infrastrutture che possono rimodernare una città, qual è lo scopo? A cosa serve un Expo?

Io credo davvero che nel suo far viaggiare le persone pur stando a casa, l’Expo offra un’apertura al mondo. Non si tratta di vivere semplicemente del folclore da tre soldi. I contenuti sono tali, che l’esperienza è prima di tutto culturale. È un modo per conoscere mondi, lingue, cibi, ma anche espressioni artistiche e culturali, appunto, e modi di vita diversi. Credo che, pur essendo Milano una città già internazionale, l’esperienza Expo non potrà che portare arricchimento, nel senso proprio di conoscenza.

Tedeschi e Italiani: il mix perfetto

 

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Ora una domanda provocatoria. Voi tedeschi siete visti da noi italiani con un misto di ammirazione per la vostra precisione, ma anche di diffidenza, per un eccesso di precisione. Qual è la tua esperienza, visto che da parecchi anni ormai lavori in Italia?

È vero, noi pianifichiamo molto e voi un po’ meno.

Credo che in Italia la pianificazione non piaccia molto, perché in fondo si pensa che in ogni caso poi le cose cambiano e tutto il lavoro è stato fatto per nulla. Tanto vale essere pronti  a gestire le emergenze. A improvvisare.

Il tedesco invece, nel pianificare sempre e tanto, si perde poi, perché dimentica cose, e non è più capace di reagire rapidamente, perché appunto  manca la pianificazione di quella cosa mancante. Mi è capitato a un evento in Germania di vivere il panico di alcuni colleghi perché non avevano pensato alle toilette.

Il punto è: se non pianifichi, cosa comunichi? Se non sai quanto costeranno i biglietti, come raggiungere le zone, dove pernottare, dove mangiare, cosa dirai al potenziale sponsor o allo spettatore? Credo che in fondo sia proprio diversa la concezione di marketing. Per i tedeschi marketing vuol dire anticipare le esigenze del mercato. Per gli italiani significa vendere e comunicare. Come sempre la cosa migliore sarebbe stare a metà. Pianificare ed essere flessibili. Mettersi nei panni degli altri e sapersi adattare di volta in volta ai cambiamenti. Un esempio rappresentativo capitò a Hannover: il Giappone aveva intenzione di allestire un padiglione intero di cartone, ma questo tipo di  materiale edile non era previsto dal TÜV (certificazione di sicurezza). La flessibilità in questo caso, o la capacità di intervenire in tempi brevi, è fondamentale.

EXPOfeed: il convivio intorno a un blog

 

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Starei ad ascoltare le tue storie per ore. Per fortuna so che hai un blog, EXPOfeed … che intenzioni hai? Vuoi continuare a raccontarci i due mondi intorno all’Expo?

L’idea mi è nata perché per me l’Expo è stata un’esperienza straordinaria e vivendo a Milano, una città che si sta preparando al 2015, è come se risentissi quelle emozioni. Immagino ci saranno tanti giovani che saranno impegnanti e allora non mi dispiace pensare di poter offrire qualche link, qualche idea, qualche spunto di riflessione a questi giovani che per la prima volta si confronteranno con un evento globale nella loro città. Potrei metterla così: a Milano il tema sarà il cibo, e voi italiani amate tanto stare a tavola e chiacchierare e ascoltare storie.  Ecco,  il mio blog è un po’ questo: un desco, un convivio in cui racconto storie. Storie di tedeschi. Storie d’italiani, visti da una tedesca. Ma soprattutto: storie di Expo.

Grazie Susanne, ti seguirò senz’altro. E in ogni caso ci vedremo nel 2015, prima  in Ungheria per un aperitivo, poi  in India a cena e dopo tutti a Cuba, per un bel concerto.

EventZone si rinnova. Un sondaggio per i miei lettori.

Era partito come blog di management, ha imboccato la strada dello sportbusiness e ora pare orientarsi in tante direzioni: event management e  sportbusiness (per forza di cose, visto che è l’ambito professionale da cui provengo) contaminati da culture diverse.

Un evento è di per sé, nella sua natura, anche etimologica, dinamico e dunque non posso che seguire la scia e non intrappolare questo blog dentro classificazioni che mi vanno strette.

Una trasformazione immediatamente visibile è la sua nuova veste grafica, che mi pare più adatta a questi spostamenti “semantici”. Ho aggiunto anche un live feed da Twitter con hashtag #EVENTMANAGEMENT (chiedo scusa per questo orrore linguistico, ma mi viene difficile italianizzare un linguaggio ormai consolidato!). Questo hashtag ci consente di seguire in tempo reale cosa dice il mondo sul mondo degli eventi.

Questo è dunque un post assolutamente autoreferenziale e mi piacerebbe avere la vostra opinione.

Grazie di cuore per dedicare un secondo a questo blog. Nei commenti, i vostri commenti sono benvenuti!