Tra eventi e comunicazione é tutto un “faccio cose, vedo gente”.

In questi giorni a Trento sta andando in scena il Festival delle Professioni. Mi é stato chiesto di intervenire su due temi importanti: comunicazione e nuove professioni, e le professioni dello sport.

Oggi pubblico il primo dei miei contributi, su un tema davvero confuso e immenso, quello della comunicazione.


Gli eventi, la comunicazione e l’importanza delle “parole giuste”.

In quanto organizzatrice di eventi il primo contributo che mi sento di portare è una similitudine di tipo semantico.

Oggi “fare eventi” è diventata una professione molto diffusa, un lavoro di moda. Tuttavia, cosa si intenda esattamente con un “faccio eventi”, non sempre è facilmente intuibile. Lo stesso si può dire per la comunicazione. “Faccio comunicazione” suona vuoto, perché spontanee sorgono alcune riflessioni: che tipo di comunicazione fai, su cosa, dove, con quali strumenti, con quali obiettivi, con quale strategia, per chi? E ancora: scrivi, parli, fai fotografie?

Sempre semanticamente, un evento può essere letto come un microcosmo, una riproduzione in miniatura del mondo di ogni giorno: accadono cose e ci sono relazioni complesse tra persone e gruppi. Una riproduzione, tuttavia, che risulta essere amplificata con una concentrazione, talvolta estrema, di tempo, spazi, emozioni, esperienze. Esso, l’evento, si presta proprio per questo motivo a una riflessione interessante sulla comunicazione, dove pratiche generalmente dilatate, qui si applicano in tempi ristretti; dove la “quantità” di informazione generalmente distribuita, qui si concentra nel tempo tra l’attesa e la memoria di ciò che fu. A volte si tratta di un solo giorno. A volte di alcuni mesi, come nel caso di Expo, se non di anni.

In vent’anni: una rivoluzione.

Quando iniziai la mia avventura nel mondo degli eventi sportivi, tanti anni fa, ricordo che nella nostra organizzazione c’era un capo ufficio stampa che redigeva alcuni articoli, coordinava i giornalisti, e raccoglieva una locale rassegna stampa. Oggi abbiamo un direttore della comunicazione che si occupa di promozione, ufficio stampa, pubbliche relazioni, comunicazione istituzionale, social network (segmentato su target diversi e con argomenti diversi a seconda del medium). Abbiamo poi adottato un sistema interno di comunicazione sia di tipo informativo, sia operativo, sia di crisi, gestito dalla direzione generale con strumenti diversi a seconda del tema e dell’urgenza (un evento, soprattutto se outdoor, conosce bene l’impellenza dell’urgenza): dal cartaceo, alla mail, dal sms di gruppo a whatsapp. E intorno a queste nostre varie attivitá di diverse tipologie di comunicazione, vi sono n attori che a loro volta comunicano: la narrazione dell’evento viene cosi amplificata. Un caleidoscopio dove ogni singola persona corrisponde a una comunicazione (o a più comunicazioni). Se si dovesse seguire ogni flusso con un filo rosso, apparentemente ne uscirebbe un caos, una matassa aggrovigliata. E questo in effetti è il rischio, se il “faccio comunicazione” viene preso alla leggera. Ma se consapevolmente ogni filo rosso ha un suo senso, un suo nome, e un suo scopo (anche solo quello ludico dello spettatore), la matassa appare come una meravigliosa struttura di flussi, simile al sistema nervoso: il cuore pulsante di ciò che è l’evento. Tenendo poi conto che, come nella vita, un evento è bersagliato da imprevisti ci vogliono anche i fili rossi dell’imprevisto che devono a loro volta avere un senso, uno scopo, una direzione certa.

Faccio cose, vedo gente

Per tornare al punto iniziale, dunque, dire “faccio comunicazione” è come dire “faccio eventi”: ovvero è come dire nulla. È il “faccio cose vedo gente” di Ecce Bombo:

Per aiutare a comprendere cosa voglia dire comunicazione e quindi a contribuire alla formazione di una consapevolezza (e alla formazione di produttori di comunicazione consapevoli) forse si dovrebbe optare per una terminologia meno vaga. Le parole aiutano a capire meglio. E comunicazione non sempre aiuta a capire.  Questa mia riflessione non è, come dire, una boutade di superficie. Io, se penso al mio mestiere, non “faccio eventi”, io organizzo un evento internazionale sportivo. Sono due cose molto diverse. E dunque, per tornare al punto iniziale, se si affronta un tema amplio come quello della comunicazione è dal linguaggio che si deve partire.

Parla come mangi

E poiché ci troviamo in Italia, mi piace chiudere con una piccola provocazione, che prende spunto proprio dal linguaggio. Nel mondo degli eventi, ma non solo lì, piace molto usare anglicismi: location al posto di sito, experience al posto di esperienza, banner al posto di striscione e così via. La nuova comunicazione “social”, inoltre, pare aver creato tante luccicanti nuove professioni, che pur abbellite dentro titoli che quasi intimidiscono, molto spesso nascondono il vuoto.  Il “packaging”, ovvero la confezione linguistica di un mestiere (il significante che faccia scena), soprattutto se maneggia informazione, dati, parole, dovrebbe essere evitato per rendere chiaro qual è il significato. E questo semplicemente per aiutare a capire meglio cosa vuol dire occuparsi di comunicazione oggi. Mi rendo conto che oggi é impossibile tradurre espressioni come mobile developer o digital coach e tuttavia, mi piace seguire i consigli di Anna Maria Testa, che sulla comunicazione cura un blog esemplare e che periodicamente ci offre liste di parole italiane che vanno benissimo. E che anzi ci aiutano a capire meglio. E in fondo la comunicazione ha tra i suoi scopi quello di informare e far capire. E dunque è dalla denominazione della professione del comunicatore che si potrebbe partire.

Stefania Demetz, Trento 15.10.2015

Perchè il 1. marzo comprerò un libro, ma non parteciperò al flash mob.

Alcuni giorni fa, nel mio gironzolare quotidiano su facebook, ho trovato l’invito a un evento:

Flash Mob Letterario, 1. Marzo. Compra un libro.

FLASH MOB LETTERARIOSenza tanto pensare, come spesso accade sui social, ho cliccato subito: partecipa! Insomma, la parola letterario mi è piaciuta e tutte le iniziative volte a stimolare la lettura trovano il mio pieno appoggio.

Poi però mi sono fermata a pensare. Flash mob letterario. Flash Mob? Cioè?

Questa iniziativa sta riscuotendo un grande successo in rete (in questo momento, mentre scrivo, sono 6.000 i partecipanti). Ma è davvero un flash mob? Nel sottotitolo semplicemente si dice: compra un libro.

Lo so che sono un po’ tignosa talvolta, ma il primo pensiero che mi è venuto è il seguente: se tutti andiamo a comprare un libro nella nostra libreria di fiducia, abbiamo partecipato a un flash mob? E la seconda domanda è stata: che cavolo è davvero un flash mob?

Per capire meglio, ho fatto un po’ di ricerche sulla storia del flash mob e sul suo senso, che ho riassunto nel mio piccolo dizionario.

Senza andare a riscrivere tutto, qui mi interessa fare una riflessione un po’ diversa, legata proprio alla confusione che aleggia intorno alle parole nel mondo degli eventi.

Le parole sono importanti. A maggior ragione se devono definire l’effimero e l’impalpabile.

Sono dunque andata nel web, ho cercato su twitter poi ho fatto la stessa cosa su youtube e vimeo e google e così via. E ho scoperto che c’è davvero un po’ di confusione. Ci tengo a fare una premessa: nel mio essere un po’ cocciuta sull’uso severo delle parole, sono altresì consapevole che il linguaggio è dinamico e che nell’uso le parole spesso si ritrovano con sensi originari spariti e nuovi sensi che s’impongono . Ciò è naturale. Tuttavia, nel caso del flash mob credo ci sia alla base una sorta di pigrizia (o furbizia) linguistica.

Il vocabolario dei raduni

Quando diverse persone si radunano in un certo luogo possiamo avere un evento, una manifestazione, una dimostrazione, un’iniziativa o, appunto, un flash mob.

Per spiegare le differenze, mi appoggio alla Treccani, limitandomi ai sensi pertinenti a questo blog: sensible event management.

Evento:

Avvenimento, caso, fatto che è avvenuto o che potrà avvenire.

(…) grandi e., avvenimenti di grande importanza (in origine con riferimento a importanti competizioni sportive, sul modello dell’ingl. great event, e oggi esteso a qualunque manifestazione o spettacolo che attiri il pubblico). 

L’evento per me è in realtà qualcosa di più, manca in questa definizione l’ampiezza semantica, ma per questo rimando nuovamente al dizionario sul mio sito. Prendiamo comunque per buona questa definizione, che aiuta a definire il campo.

Manifestazione:

Forma di protesta o espressione dei sentimenti di una collettività o di un gruppo di persone, attuata sfilando per le strade oppure radunandosi in massa in luogo pubblico, e rendendo noto mediante discorsi, slogan, scritte su cartelli e striscioni il proprio atteggiamento relativamente a determinati fatti politici, sindacali, sociali, ecc. (…)

Spettacolo pubblico, destinato a largo concorso di popolo: una martistica,musicalepirotecnicamsportiva, complesso di gare o di incontri sportivi tenuti in luogo pubblico.

Dimostrazione:

Manifestazione collettiva di volontà popolare, per lo più di natura politica o sindacale, che si svolge di solito mediante cortei attraverso le vie cittadine o mediante raduni, per far giungere ai responsabili della vita politica o amministrativa la propria protesta o le proprie richieste.

Iniziativa:

L’attività stessa, l’impresa, l’azione ideata e promossa: un’i. editoriale che ha avuto grande successo; favorire il buon esito dell’i.; far fallire le i. di pace. 

Flash mob:

Riunione di gruppo improvvisata, che si organizza mediante una convocazione a catena inoltrata su siti Internet o tramite messaggi di posta elettronica, durante la quale i partecipanti compiono un’azione collettiva. ◆ [tit.] Anche a Roma sbarca la «mania» del flash-mob con inviti via e-mail [testo] Diffusissima negli Stati Uniti e in Giappone la moda dei flash mob sta prendendo piede anche in Italia. Si tratta di mobilitazioni improvvise che coinvolgono centinaia di persone reclutate con inviti a catena tramite mail. Ai convocati viene chiesto di recarsi in un luogo pubblico dove riceveranno ulteriori informazioni sul da farsi. Il tutto dura pochi minuti. Una folla di sconosciuti appare ad un’ora prestabilita nel luogo prescelto, compie azioni apparentemente senza senso e poi si dissolve. Lo scopo è solo quello di divertirsi

Ecco qui il punto!

Nel blog Bookshelf, ho trovato questa spiegazione relativa al flash mob letterario:

L’idea è semplice, ovvero recarsi in libreria sabato I° Marzo e fare un acquisto, in un flash mob atipico, esteso a tutta l’Italia e a tutta la giornata, magari scattando anche una foto da pubblicare in rete a testimonianza della propria adesione all’iniziativa.

Alla faccia dell’atipico mi verrebbe da dire, perché questa iniziativa (parola che effettivamente viene usata) non ha davvero nulla, ma proprio nulla del flash mob. Tanto per essere chiari, l’Oxford Dictionary lo definisce così:

a large public gathering at which people perform an unusual or seemingly random act and then disperse, typically organized by means of the Internet or social media:

Le parole chiave sono:

  1. large public
  2. unusual random act
  3. disperse
  4. organized by means of the internet.

Il punto 1. ce lo auguriamo tutti per il flash mob letterario e il punto 4. è evidente, ma la natura vera (punti di 2. e 3.) sono assenti. Cioè l’anima del flash mob non c’è. E la tanta gente e un tam tam nel web non sono sufficienti perché un raduno si trasformi in  flash mob. E oltretutto in questo caso mancherà pure il raduno, perché ognuno a andrà da solo nella sua libreria.

“Eh, ma come sei fanatica, in fondo – mi direte – è un’azione positiva, perché mira a far comprare più libri alla gente”.

Si, è vero, ma nel mio fanatismo ritengo che proprio chi  promuove la cultura dovrebbe usare il linguaggio in modo corretto. La lettura di un libro – oltre all’immersione in nuovi universi – è anche un’occasione per imparare a rispettare le parole e i loro sensi. E ritengo che soprattutto chi tratta temi sulla lettura, i libri, la cultura in genere dovrebbe stare più attento e non essere vittima di facili (o pigre) semplificazioni. Forse di questo mio fanatismo porta la  colpa il mio professore di filosofia al liceo, che nelle interrogazioni si arrabbiava davvero tanto e non se non sapevamo chi avesse scritto la “Critica alla ragion pura”, ma soprattutto se usavamo le parole in modo approssimativo e scorretto.

E allora: questo flash mob letterario non è un flash mob. Chi lo promuove probabilmente è vittima del diffusissimo uso improprio di questa espressione.

Nella mia ricerca nel web ho trovato che il flash mob in Italia è usato davvero quasi solo per dimostrazioni politiche o sociali, o per impacchettare in modo furbesco una festa. L’anglicismo probabilmente fa sembrare tutto più giovane, più moderno, più global.

Come ad esempio questa festa di carnevale:

falso flahmob

O ancora, questa (importante) dimostrazione:

falso flash mob

In questo caso basta leggere l’articolo per capire che non si è trattato di flash mob.

E allora, che fare?  E soprattutto: che parole usare? Iniziativa letteraria?

A dire il vero non saprei e sono pure consapevole che il successo di questa azione promossa da Caffeina, si deve forse proprio all’aver preferito flash mob, una parola che oggi è di moda, alla noiosa e vetusta iniziativa.

Ma ecco, usare in modo scorretto le parole è come vendere fischi per fiaschi. In Italia il flash mob mi pare sia ormai sinonimo di dimostrazione politica, manifestazione o iniziativa. Ed è un peccato, per il flash mob, quello vero, contiene in sé una carica energetica e un po’ di follia, una scintilla che scardina i conformismi e fa divertire e giocare. Tutte cose che in questo modo rischiamo di perdere.

Pasticcio in bianco

dinner in white torino

In questi giorni si aggira una polemica ai piedi della Mole. Torino città di eventi culturali di grande successo si trova a discutere se sia stato giusto finanziare con 10.000 euro un evento, giovane (nel senso che è alla sue seconda edizione) e che apparentemente ha poco a che fare con la cultura (nel senso di promozione delle arti), ma è piuttosto legato alla cultura della socialità e del convivio. L’assessore Braccialarghe dovrà rispondere ai partiti della sua stessa coalizione per questo contributo.

Cosa sarà mai successo?

Nella splendida scenografia di Villa La Tesoriera 8.000 persone vestite di bianco, munite di tavolo con tovaglie rigorosamente bianche, sedie e cibo  si sono date appuntamento per una cena. Il luogo è stato comunicato solo all’ultimo momento. Lo scopo? “Vivere lo spazio urbano all’insegna di Etica, Eleganza, Estetica, Educazione, esaltando con una scenografia d’eccezione i luoghi meravigliosi della nostra città”. Questo si legge nel sito e ancora: “Il tempo di una serata leggera, la città e i suoi luoghi più speciali, una cena a lume di candela, due chiacchiere d’estate tra amici vecchi e nuovi”.

È il primo flah mob da seduti in Italia, si spiega nel sito. Durata circa 5 ore. Partecipazione gratuita.

Prima domanda: cos’è un flash mob?

La Treccani dice: “si tratta di mobilitazioni improvvise che coinvolgono centinaia di persone reclutate con inviti a catena tramite mail. Ai convocati viene chiesto di recarsi in un luogo pubblico dove riceveranno ulteriori informazioni sul da farsi. Il tutto dura pochi minuti. Una folla di sconosciuti appare ad un’ora prestabilita nel luogo prescelto, compie azioni apparentemente senza senso e poi si dissolve.” Flash significa idea improvvisa, mob vuol dire folla”. Un bellissimo flash mob fu quello dello Stadtsballet di Berlino.

Seconda domanda: La cena torinese è un flash mob?

Evidentemente no. È certamente un raduno di cui fino all’ultimo non si sa dove accada, ma non è né improvviso, né breve. D’altra parte, la parola evento, ormai cosi abusata e usurata ha bisogno di nuovi sostituti e flash mob pare perfetto. È in inglese, nessuno lo capisce ed è di moda. La parola flash mob  compie 10 anni quest’anno ed è evidente che la sua decadenza è iniziata con l’usuale svuotamento  semantico. Entro breve diverrà semplicemente un sinonimo di manifestazione o evento, a seconda dei casi.

Terza domanda: da dove arriva l’idea?

L’Unconventional White Dinner o chic picnic nasce in Francia 25 anni fa, cioè prima che nascesse la parola e il concetto di flash mob. Di fatto a Parigi si chiama semplicemente Dîner en Blanc. Lo scopo è uguale a quello raccontato nel sito italiano. Trovarsi tra amici, riempire uno spazio urbano e godersi lo spettacolo. Divertirsi. La differenza con l’Italia, al di là dei numeri (Parigi è pur sempre una capitale) c’è la richiesta di una quota per pagare le spese organizzative (elettricità, amplificazione, bus etc). I dinner in white sono diffusi in tutto il mondo. Mi ha colpito quello di Denver, che a differenza di noi latini, associa allo stare insieme uno scopo, un’etica tutta anglosassone. La partecipazione costa 50 dollari perché il ricavato va alla ricerca sul cancro.

E quindi, come la mettiamo?

  • La cena in bianco è certamente un raduno suggestivo  per la sua scenografia e la diffusione del bianco usato creativamente dai partecipanti.
  • Certamente non è un flash mob.
  • Certamente è portatore di principi quali eleganza, estetica e anche educazione (lo spazio deve essere restituito come è stato trovato: pulito). Ci potrebbe stare bene anche il concetto di snobismo, senza volerne dare un giudizio morale, ma ecco , vedendo le foto, mi pare che una sorta di autocompiacimento di esclusività sia diffuso.  Tutti stanno a fotografarsi, a mettersi in scena. Nulla di male. Viviamo in un’epoca di autocompiacimento e perché non sfruttarlo per un evento?
  • Trovo però che nella versione torinese  il termine etica procuri un certo fastidio. L’etica la trovo dentro la versione di Denver, non in una festa un po’ narcisistica e un po’ snob oltretutto finanziata con denaro pubblico. Sbirciando tra le foto della serata direi che c’è chi si è addirittura comprato oggetti bianchi per la sera … ecco, magari quel denaro speso futilmente poteva essere usato per finanziare il convivio. C’erano otto mila persone. Bastavano 1,25 euro a testa per evitare il finanziamento pubblico di 10.000 euro.

La conclusione delle conclusioni è che è un evento con troppe  distorsioni di senso. Un vero pasticcio, se vogliamo rimanere in ambito gastronomico.

Lo si potrebbe chiamare semplicemente Dinner in White e basta. E godersi una cena scenografica in cui si diviene attori e scenografia insieme e si gioca. E si potrebbe chiedere ai partecipanti di pagarsi  di tasca propria questo  divertimento unconventional. Allora sì, l’evento diverrebbe coerente, e per quanto snob, sarebbe certamente onesto e  puro nel senso etimologico del termine, cioè autenticamente bianco.

Sportainment 2: la scatola magica

Nel mio post precedente ho sollevato un problema. Quello cioè dei contenuti che l’intrattenimento negli eventi sportivi molto spesso ha: alcol o violenza e dunque degrado.

La riflessione è stata stimolata da una tavola rotonda alla quale sono stata invitata a partecipare.

Come ho rilevato in quel post, il mio intervento focalizzato sui contenuti del divertimento, ha disorientato la platea, come se avessi affermato che lo sport non debba portare con sé anche eventi collaterali che intrattengano il pubblico prima e dopo la competizione. Spero di aver convinto i miei lettori che non è questo il mio pensiero. La mia preoccupazione verte piuttosto su una domanda: cosa si può fare affinché non vi siano derive nel modo di vivere da spettatori una competizione sportiva?

Una ricetta dettagliata non ce l’ho. E di nuovo mi sento in dovere di sgomberare il campo da malintesi: non sono né una nostalgica di uno sport che non esiste più, né una moralista. Vivo e lavoro nella contemporaneità e sono consapevole di quanta complessità e di quante variabili, spesso non facilmente veicolabili, ruotino intorno a un evento sportivo.

Ritengo tuttavia che una riflessione che rompa la crosta di superficie e vada dentro il senso delle cose possa essere utile, per disporre poi in fase operativa e decisionale di una bussola.

È il senso delle parole prima di tutto che ci offre straordinari strumenti di navigazione. Scrive Gustavo Zagrebelsky in un libretto pubblicato da Einaudi: “L’uniformità della lingua, lo spostamento di parole da un contesto all’altro e la loro continua ripetizione sono il segno di una malattia degenerativa della vita pubblica che si esprime, come sempre in questi casi, in un linguaggio stereotipato e kitsch, proprio per questo largamente diffuso e accolto.”[1] Ecco spiegato perché ritengo importante partire dalle parole.

Manifestazione sportiva. Evento sportivo.

Mi sono già chiesta nel post precedente come si possa definire lo sport oggi e non sono riuscita a dare risposte. I limiti tra ciò che comunemente si ritiene sia lo sport e ciò che esso è divenuto sono molto labili. Lo sport è business e questo ci disorienta, soprattutto se guardiamo a questo universo con sguardo romantico. Lo sport, però, è anche uno sfogo di pulsioni e di frustrazioni e dovrebbe invece, attraverso il gioco di una competizione, di un insieme di convenzioni (le regole), contenerne e annullarne l’espressione più violenta. Lo sport, infine, è tempo libero e intrattenimento. Entertainment però è oggi una parola abusata e quindi carica di connotazioni perlopiù negative. “L’entertainment è visto come qualcosa di emotivo, contraddistinto da scelte superficiali e capricciose, contrapposto alla razionalità” ci spiega Enrico Menduni.[2]

E dunque, un organizzatore di eventi sportivi si trova oggi a gestire solo business, frustrazioni e in teoria a offrire esperienze superficiali in cui le aziende possano vendere prodotti e la gente alienarsi?

Ovviamente un evento sportivo non è questo. E allora partiamo dalla parola prima: sport.

Sport

Definirlo è, come detto, opera ardua. Nella sua radice etimologica c’è il divertimento, ma i significati di cui lo sport si fa portatore sono molti di più. Non intendo assolutamente fare in questa sede un’analisi semantica approfondita. Mi limito invece a elencare una serie di altre parole (e di sensi), che molto bene sono spiegati in un libretto che consiglierei a tutte le persone che si occupano di sport. Anche a chi fa sport e anche a chi vende lo sport.

Il libro si chiama “Filosofia dello Sport”, l’autore è Emanuele Isidori e tra le sue pagine ho trovato queste parole[3]:

emozione, disciplina, sfida, bellezza, energia, etica, passione, regole, divertimento, gioco, eroi, comunità, partecipazione, gioia, rituali, squadra, vita salubre, fairplay, distrazione, evasione …

Ne evidenzio alcune.

Bellezza: pensiamo alla scultura greca, pensiamo al concetto di grazia; ma basta anche vedere la bellezza di un gesto atletico oggi, la bellezza delle immagini che vengono regalate da fotografi e televisione nella narrazione dello sport. Questa bellezza dovrebbe insegnarci qualcosa e da un punto di vista del management ne ho parlato qui.
Etica: credo non ci debbano essere commenti sul connubio etica e sport, eppure talvolta pare che l’etica si scontri con il business e che gli stessi atleti la disconoscano come elemento fondamentale e strutturante nella loro professione. L’etica nello sport è come il giuramento di Ippocrate per i medici. Senza etica, ciò che si fa davvero non è più sport, ma si fa qualcosa in cui prevalgono quelli che Isidori definisce gli “elementi estrinseci” allo sport. Cioè, in parole semplici, è lo snaturamento dello sport. È un qualcosa che proviene dal mondo esterno. Noi continuiamo a parlare di sport, ma la sussistenza di una competizione da sola non basta per definirlo tale. La violazione di principi etici distrugge lo sport.
Gioco: un mio caro amico, Max Vergani, scrittore e capo ufficio stampa della Federazione Italiana Sport Invernali, ha definito, a una mia domanda, lo sport come il “Lego dei grandi”. Meravigliosa definizione! È un gioco, è vero, e pur muovendo denaro e interessi, dovrebbe mantenere intatta questa sua anima ludica. Altrimenti, di nuovo, si snatura.
Gioia: la gioia è un’intensa e piacevole emozione. Piacevole emozione, non emozione distruttiva o degenerativa.
Rituale: oggi lo sport è più che altro una questione di record[4] (viviamo in un’epoca di profitti) eppure ci sono rituali al suo interno che hanno a che fare con i gesti degli sportivi e la condivisione degli spettatori. È un qualcosa di antico che nell’esperienza contemporanea, fatta di tecnologia e narrazioni multiple, fatta di sponsor e di riflettori sempre accessi, rimanda pur sempre ancora a un bisogno di comunità.

Manifestazione ed evento

Passiamo ora a ciò che noi mettiamo in scena, affinché contenga quanto scritto qui sopra.

È curioso notare che usiamo due termini che ci dicono la stessa cosa, ma che in effetti contengono sensi diversi.

La manifestazione è, etimologicamente, qualcosa che viene battuto e toccato con mano. Qualcosa che si è esposto agli occhi di tutti. È per me un vocabolo che esprime una certa staticità. C’è qualcosa che gli altri vedono. L’equivalente tedesco, “Veranstaltung” (lo scrivo per i miei lettori altoatesini), sebbene sempre statico, richiama in modo più pregnante alla responsabilità. Ver, è un suffisso che indica “portare avanti, far vedere” e anstalten deriva da organizzare, allestire. Dunque noi facciamo vedere qualcosa (o toccare con mano) che abbiamo allestito. Che noi abbiamo allestito.

La parola evento, invece, non dice nulla della responsabilità. Di derivazione latina (e-venire) significa venire fuori. Ha un senso fortemente dinamico dentro di sé e pure un qualcosa di casuale. Non tutto è prevedibile. E di fatto, nella pratica, in un evento, possiamo organizzare tutto alla perfezione, ma un buon organizzatore sa, che gli imprevisti devono essere previsti. Che l’elemento dinamico ne costituisce la bellezza, ma anche la vulnerabilità. Inoltre, la filosofia ci dice che un evento è intangibile (una struttura allestita si tocca, l’evento no), è limitata nel tempo (nel prima e nel dopo non esiste, magari rimangono in piedi infrastrutture, come uno stadio, ma non l’evento) ed è un esperienza, un momento, dico io, di vita.

Tutti questi ingredienti ci dicono che qualcosa che noi allestiamo (manifestazione) e che vive in modo dinamico (evento) contiene emozioni, pratiche sociali e valori chiari (sport) e costitutivi della nostra identità (comunità).

Ispirazioni

Tutto ciò non basta, è ovvio, anche se in partenza il gioco pare facile. Una cosa sono le parole e una cosa è la realtà. Una cosa è parlare, una cosa è fare.

Cerco allora ispirazioni per imparare a fare.

La prima l’ho già citata in questo blog ed è pronunciata a chiare lettere di Kevin Roberts, CEO di Saatchi and Saatchi. Questo guru del marketing dice: “The competitive advantage of sports is passion … You may love a team but can hardly be expected to feel the same about most events.” Quanto è vero! Quante volte abbiamo assistito a eventi sportivi in cui il nostro atleta, la nostra squadra, ci hanno regalato emozioni straordinarie, ma tutto intorno queste emozioni si spegnevano come candele al vento perché l’evento non era in grado di usarle e di tenerle vive fino alla fine? Lo sport da solo, dunque, non basta. Prima ispirazione.

La seconda è più complessa. Michel Maffesoli, sociologo francese (molto discusso per il suo metodo), ci dice che la società oggi non è più fatta di comunità costituite da relazioni verticali e da progetti sul futuro. Egli preferisce la parola tribù, per spiegare come viviamo lo stare insieme oggi e prende come esempio la partecipazione al Tour de France, un “immaginario … più o meno barocco di fantasie, di sogni, di gioia di essere-insieme e di ludismo condiviso.” Le tribù di oggi, spiega Maffesoli, “non sanno che farsene del fine da raggiungere, del progetto da realizzare: esse preferiscono «entrare nel» piacere di essere insieme, «entrare nell’» intensità del momento, «entrare nella» gioia di questo mondo com’è”.[5] Cioè ci dice che oggi le persone si radunano, per un piacere assolutamente presente del godimento qui e ora, senza alcuna progettazione. Egli vede in questo una grande opportunità perché la voglia di condivisione è positiva. Io tuttavia vi vedo un rischio, e cioè che questa mancanza di proiezione, di investimento, porti a vivere questi momenti esasperando il senso di gioia e di godimento con eccessi. Camminiamo come funamboli. Potremmo scivolare verso un’intensità del momento distruttiva o al contrario entrare nell’intensità del momento costruttiva, che vada a nutrire e arricchirci in quanto individui. Lo sport, più che mai, in questo caso deve essere una bussola, non tanto per il dove, ma per il come. Tanja Cagnotto alle passate Olimpiadi di Londra ci ha dato une bella lezione sul valore della vittoria a tutti i costi.

A questo punto dati gli ingredienti e cercate alcune ispirazioni, posso riassumere la mia idea di sportainment, nella sua versione magica.

Responsabilità

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In quanto organizzatori di eventi dobbiamo essere consapevoli che l’elemento dinamico e l’imprevedibilità, ma anche l’intangibilità sono elementi distintivi di ciò che mettiamo in scena e dunque dobbiamo fare in modo di non sprecare questa volatilità, ma al contrario usarla, citando Steve Jobs, per: “far essere le persone un po’ più felici di prima”.[6]

In quanto operatori sportivi pur senza sguardi nostalgici al passato e dunque consapevolmente con i piedi piantati nel nostro tempo, dobbiamo trovare il difficilissimo equilibrio tra interessi (legittimi di chi finanzia lo sport) e l’anima intrinseca dello sport. Se non ci riusciamo, continueremo certamente a fare intrattenimento, ma certamente non faremo più intrattenimento sportivo. Sarà un’altra cosa e sta solo a noi decidere se va bene comunque o se non ci piace. È chiaro, tuttavia, che nella nostra scelta decideremo che possibilità vogliamo dare allo Sport, nel suo senso profondo e autentico, soprattutto in un’epoca arida come la nostra.

Infine, siamo per certi versi mediatori emozionali che offrono alle tribù di oggi uno spazio e un tempo in cui godere l’instante del momento. Abbiamo dunque anche noi una responsabilità. Non solo l’atleta è chiamato a non doparsi. Nemmeno noi dobbiamo dopare l’evento con facili iniezioni di entertainment capriccioso e speculativo. Possiamo scegliere di lasciare segni che arricchiscano la persona (in senso non monetario) grazie alle emozioni e al gioco dello sport, o scegliere di agevolarne il degrado.[7]

Credo che le Olimpiadi in genere richiamino proprio un pubblico sportivo. Una tribù che vuole condividere emozioni intense e gioie ancorate al momento, ma che allo stesso tempo abbia voglia o riesca poi a portarsi a casa tatuaggi di memoria, modelli ed esperienze che stampino in faccia un bel sorriso e non il disgusto.

So perfettamente che non è facile e che un organizzatore da solo questo non lo può fare. Ma ecco io vedo il mio mestiere come una scatola con dentro potenzialmente solo cose meravigliose. Sta a me e ai tanti co-costruttori far sì che le cose meravigliose potenzialmente contenute divengano cose meravigliose concretamente vissute.


[1] G. Zagrebelsky, “Sulla lingua del tempo presente”, Einaudi
[2] E. Menduni, “Entertainment”, Il Mulino
[3] E. Isidori e H. L. Reid, “Filosofia dello spor”t, Bruno Mondadori
[4] Per il passaggio dal rituale allo sport: A. Guttmann, “From Ritual to Record”, Columbia University Press
[5] M. Maffesoli,” Il tempo delle tribù”, Guerini Studio
[6] Questa intenzione fu posta alla base della realizzazione degli Apple Store. L’obiettivo di Steve Jobs non era solo il vendere, ma il rendere con i suoi prodotti le persone felici, anche solo guardando e giocando dentro gli innovativi negozi (L. Kahney, “Nella testa di Steve Job”s, Sperling e Kupfer)
[7] Il concetto di mediatori emozionali è illustrato nel libro a cura di M. Lo Verde, “Consumare/Investire il tempo libero”, Bruno Mondadori

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La scatola magica dell’immagine è un’opera di Hreinn Friðfinnsson
Floor Piece 1992-07
Fluorescent paper, bookbinding material,
cardboard box
Collection of Pétur Arason and Ragna
Róbertsdóttir
© 2007 Hreinn Friðfinnsson