Event manager, ovvero stress da top five?

Chi ambisse a „fare eventi“ immaginandosi una vita piena di luci e feste, dovrebbe andarsi a leggere la classifica dei lavori più stressanti del 2015, secondo una classifica stilata dall’agenzia americana CareerCast.

Al quinto posto, tra tutti i lavori del mondo, dopo i mestieri di soldato, pompiere, pilota di aereo e agente di polizia viene l’event manager. E subito dopo il PR, pubbliche relazioni!

Robe da matti, mi verrebbe da dire. I motivi sono molteplici: deadline strette, cambiamenti in corsa, aspettative dei clienti, competizione. Certo, questa classifica fa rifermento soprattutto agli eventi intesi come convegni e congressi nel contesto americano. Negli Stati Uniti le convention sono un vero business e sono sottoposte a una concorrenza immensa. Basta fare qualche ricerca su linked in o nel web per scoprire un mondo lontano anni luce dalle nostre realtà.

Io non credo che in Italia questa professione avrebbe la stessa posizione in classifica. Sono ben altri i lavori stressanti nel nostro paese!

Ciononostante non vi è dubbio che organizzare eventi non sia una passeggiata e che se si vuole vivere la bellezza di ciò che si mette in scena e godersi lo spettacolo, che siano cultura, sport ma pure un convegno, è necessario acquisire i ferri del mestiere. Il nostro paese, magari non percepisce lo stress al limite del burn out in modo cosi dirompente come negli Stati Uniti, ma certamente molti eventi sembrano pasta frolla perché in prima linea non ci sono i professionisti, cioé persone che gestiscono eventi, ma gironzolano persone che “fanno eventi”.

E allora, forse può essere utile dare una rispolverata ad alcuni post sul mestiere che ho pubblicato e fare un salto in biblioteca a riscoprire libri che ci possano aiutare nella formazione.

E poi – e questo non sta scritto da nessuna parte – c’è l’esperienza al fronte che richiede tassativamente una bella dose di umiltà e di dedizione. Io ho iniziato dalle fotocopie, che ho prodotto a migliaia per alcuni anni e ho poi continuato tirando i cavi della televisione per altri anni. È dalla snobbata gavetta che è iniziata la mia vera formazione e ai giovani che volessero entrare in questo mondo consiglio di entrarvi modesti e affamati di esperienza. Anche solo stampare e distribuire migliaia di comunicati in una sala stampa costituisce la base di un vero apprendistato. E magari farlo gratis come volontario non deve far venire il voltastomaco. Gli eventi si nutrono di volontariato, e per imparare a gestirli, conoscere la base é condizione necessaria. Oltre che molto divertente!


Le basi:

Self management

L’imprevisto

Le emozioni negative

Il post evento

I libri

Va in scena il mio libro “Lo sport va in scena”

Ebbene sì: da oggi una mia piccola creatura di 159 pagine va in libreria!

Quando ho inaugurato questo blog, un mio amico, compagno di universitá mi disse: “Poi scriverai un libro!” A me sembrava una cosa incredibile e a quei tempi mi intimoriva anche solo l’idea.

Il blog, infatti, era nato con una sola esigenza: raccogliere in un luogo le tante riflessioni che – via via che procedevo nel mio lavoro – prendevano forma. Avevo bisogno di uno spazio in cui fare ordine. In cui fermarmi a pensare. In cui creare un archivio delle scoperte, delle letture, delle mie esperienze. Niente speculazioni, nè intenzioni di “personal branding”.

Poi, effettivamente a un certo punto mi sono resa conto che il blog non bastava. Per fare ordine davvero in una danza interiore di intuizioni che emergevano con un ritmo sempre più insistente, c’era bisogno di altro. Un luogo in cui potessi sviluppare in modo più articolato i pensieri che nel blog, per sua propria natura, possono solo essere accennati o suggeriti.

E così ho aperto una cartella nel mio computer che ho chiamato (e così si chiama ancora!) “forse un libro”. Ho, inoltre, comprato un bel taccuino e mi sono messa al lavoro. Appunti, disegni, grafici, citazioni … all’inizio tutto era confuso, ma una cosa mi era chiara: volevo indagare due ambiti, che nel mio lavoro sono avvinghiati l’uno con l’altro.

L’evento e lo sport. E volevo rispondere ad alcune domande.

Cos’é davvero un evento? Quale é la sua anima? In  cosa esprime potenza e dove invece é vulnerabile? E lo sport? Con tutta la retorica che lo accompagna, se lo ripulissi dai pregiudizi, cosa ne rimarrebbe. É iniziato cosi questo mio viaggio: facendo le sane vecchie e antiche ricerche bibliografiche e poi osservando, leggendo, divorando tante, tante letture. Dalla filosofia agli studi economici, dai romanzi ai dizionari.

Ma non era sufficiente. Mi si svelavano scoperte seducenti, ma non bastava. Avevo bisogno anche di materia, di cose pratiche. Di concretezza. Volevo capire se queste seduzioni potevano essere plasmate dal management. Dal fare.

Quattro anni. Fatti di pensieri, di ostacoli, di insoddidafzione, di dubbi, e di scoperte meravigliose. E quando mi trovavo dentro quel flusso magico per cui mi si disvelavano le risposte, sentivo che che potevo insistere con la mia ricerca.

Ora tutto questo ha una forma (un libro di carta), un editore (Carocci), e una vita da vivere davanti a sé.

Non é un manuale. É un viaggio. É un carta geografica dentro la quale trovare punti di approdo per non frantumare l’effimero di un evento e per non sporcare la belleza dello sport.

È il mio punto di vista  sulla possibilità che abbiamo quando maneggiamo un evento, ma anche sulla nostra responsabilitá. È un libro che mi  immagino tra le mani di studenti, di  organizzatori di eventi sportivi, di operatori dello sport in genere (dirigenti di società sportive, funzionari, collaboratori e volontari). Un libro, però, che può incuriosire anche gli organizzatori o gli studiosi di eventi in genere, i professionisti del management e del marketing, ma anche solo gente che ama le contaminazioni. I destinatari sono quelli che credono che la via dell’equilibrio e del garbo siano possibili nell’immensa industria dell’intrattenimento, pure quella che pone una competizione sportiva al centro del palcoscenico.

É inutile dire che sono felice. Ma ora, sta a voi dirmi – se avrete voglia di leggerlo – se questo viaggio può avere un senso anche per voi.

La scheda tecnica del libro e l’indice si trovano  qui.

“Must Have” is a book you … must have!

È possibile riportare i mega eventi a una dimensione umana? Mi riferisco a quelli sportivi, che sempre di più trascinano con sé polemiche (e cattedrali nel deserto) di ogni genere. È un tema che ho affrontato più volte dentro questo blog. Oggi mi sento confortata dal fatto di non essere sola nel pensare che sì, è possibile mettere in scena grandi eventi sportivi, senza per questo fare disastri. Anzi, che proprio lo sport possa diventare un motore per attivare dinamiche sociali, culturali, economiche che siano una vera crescita per la comunità ospitante. E quando parlo di crescita, la intendo secondo le parole di Florence Nouville.

Must Have. Nice To Have è un libro che mi è giunto per posta (ma si trova anche in versione ebook su amazon). Un dono molto gradito. Uno degli autori è un mio compare di passate avventure in ambito di eventi sportivi, Egon Theiner, giornalista, editore, ma soprattutto esperto di media ai mega eventi.

Il valore dello stare in campo

Must HaveMi piace, di Egon, la sua visione equilibrata: il business è un valore, ma affinché lo sia davvero devono essere soddisfatte alcune condizioni non negoziabili. Mi piace, in questo libro, il suo lato umano e concreto. L’altro autore è Filippo Bazzanella, specialista di eventi sportivi internazionali, ma soprattutto un professionista che ha contribuito a qualcosa di straordinario: organizzare le Universiadi invernali 2013 in un solo anno, quando in genere lo si fa in un quinquennio. Cioè: questo libro lo hanno scritto due tipi che in genere stanno al fronte dei mega eventi e che da lì godono di un punto di osservazione privilegiato. La loro capacita è stata quella di raccontare la possibilità di mettere in scena qualcosa di grandioso da prospettive differenti. Un lavoro non facile: si tratta di osservare anche sé stessi da fuori, individuare le crepe, e suggerire soluzioni.

Conditio sine qua non nel prisma dell’evento

Il titolo lo dice subito: qui si va oltre meri suggerimenti. Must have significa che vi sono alcuni compiti e alcuni strumenti non negoziabili quando si organizza un evento sportivo. Nice to have ci dice invece che altre cose sarebbe bello averle, perché renderebbero l’evento quasi prefetto.

Il volume si divide in tre parti.

All’inizio offre una serie di interviste a personaggi autorevoli del mondo dello sport nazionale e internazionale. Emerge in tutti loro la consapevolezza che il valore economico dello sport sia indiscutibile, ma che allo stesso tempo questo valore non dovrebbe contaminare l’intero sistema. C’è come un bisogno sempre più impellente di riportare tutto a una dimensione umana. Abbiamo strafatto, abbiamo esagerato, ci siamo dimenticati delle misure. Tornare indietro non solo è possibile, e necessario, ma è un’occasione per ridare un senso allo sport usando la sua energia per portare valore, per farci crescere e progredire anche da un punto di vista culturale.

Ci sono esempi pratici che lo dimostrano: questa non è fantascienza. Nella seconda parte il libro, infatti, illustra due mega eventi, che hanno visto Egon Theiner e Filippo Bazzanella in pole position da un punto di vista operativo. La sintesi che mi viene da fare è che incredibilmente è possibile mettere in scena qualcosa di grandioso con budget limitati. E che prima di tutto è una questione di responsabilità e di obiettivi.

Un caleidoscopio ordinato

La parte che tuttavia a me affascina di più (essendo io una patita del management) è la guida che ci propongono.

160 pagine che possono davvero essere una specie di vademecum master per ogni evento. 160 pagine che in modo davvero generoso mettono a disposizione una checklist completa intersecando tutti i settori operativi. 160 pagine che offrono istruzioni affinché un evento – direi davvero non solo sportivo – abbia successo portando valore – non solo monetario – al territorio che coinvolge.

La struttura: è il primo punto da cui partire. “I primi passi di un progetto evento sportivo  – ci dicono Theiner e Bazzanella – e cioè la preparazione della struttura e dell’organizzazione, sono cruciali per il successo di un evento. Il fallimento spesso deriva proprio da una riflessione poco approfondita su questo aspetto”.

La vision: questa è parola che io prendo sempre con molta diffidenza, ma qui mi sento di sposarla per la semplicità e la chiarezza disarmanti con cui gli autori la propongono.

La vision – scrivono – dovrebbe illustrare cosa vuole divenire in futuro l’organizzazione sportiva.

La vision, cioè, va oltre l’evento e si chiede cosa vogliamo essere dopo.

160 pagine in cui ogni singolo ambito/aspetto/ servizio/ funzione di un evento sportivo vengono illustrati e integrati dai momenti di verifica.

Organizzate eventi? Bene provate a scorrere i loro must have e vi accorgerete che nella vostra organizzazioni ci sono falle. Le ho trovare pure io e ne sono consapevole. Volete raggiungere il meglio? Una volta risolti i must have concentratevi sui nice to have.

Organizzazione, vision, mission, membri fondatori, comitato operativo, management, compiti, organigramma, masterplan e budget, sostenibilità, amministrazione e finanze, cash flow, assicurazione, risorse umane, volontari, sede del comitato organizzatore, sicurezza sul posto di lavoro, arredamento degli uffici e ancora project management (da leggere assolutamente perché vi aiuterà a lavorare con efficacia), energia, amministrazione pubblica, IT e  reti, progetti speciali, media e comunicazione, marketing e sponsorship, look dell’evento, merchandising e poi, lo sport (i siti, il cronometraggio, il piano di  gara, etc.) …

È la carta geografica completa di un evento sportivo. Il caleidoscopio messo a sistema.

Gli eventi non possono crescere all’infinito e questo libro ci dice che se si lavora in modo serio, trasparente, responsabile, con le persone giuste, avvalendosi sia di passione sia di professionisti, è possibile.

I confini e il ponte: due modi diversi per vivere l’organizzazione

Organizzazione ed esseri umani - stefania demetz - sensible event managementAmo spesso usare un disegno del corpo umano come esempio di lavoro di gruppo. Ogni parte dell’organismo diventa metaforicamente una funzione dentro l’organizzazione. Uso questa immagine perché mi pare aiuti a comunicare che ognuno è ugualmente importante. In un evento per esempio, ciò che va in scena (una gara, uno spettacolo, una mostra) non potrebbe esprimersi se non avesse chi costruisce il palcoscenico, chi lo finanzia, che richiama spettatori, chi ancora ne coordina i movimenti, chi, infine, umilmente pulisce le toilette del teatro.

Nel mio mestiere, non è solo la gara (il cuore) ad avere un valore, ma ci vogliono anche i muscoli (i collaboratori), i polmoni (i servizi allo spettatore) e il cervello (le strategie del vertice), e anche l’apparato digerente (chi si occupa di smaltire i rifiuti), e così via.

È stata dunque per me una piacevole sorpresa scoprire che un personaggio ben più illustre di me, addirittura 2500 anni fa in modo ancor più efficace aveva usato il corpo come esempio del bisogno reciproco:

“Tito Livio narra che Menenio Aggrappa, console moderato, stimato sia dai patrizi che dai plebei, nel 493 a.C. fu in grado di portare a una soluzione pacifica la rivolta del popolo contro il Senato, grazie all’esposizione dell’apologo, divenuto famoso, in cui paragonò l’ordinamento sociale romano al corpo umano, in cui solo la ‘collaborazione’ di tutte le parti permette la sopravvivenza. Se le braccia (i plebei), ‘stufe’ di nutrire lo stomaco (il senato) smettessero di lavorare, non verrebbero più nutrite e perirebbero insieme”.

Questa citazione l’ho trovata in un libro, “Liberi Legàmi. Un contributo psicoanalitico per un nuovo patto sociale”, che l’autrice, Silvia Corbella mi ha donato. Ho letteralmente divorato questo testo. Le persone più scettiche potrebbero inorridire:

“Che centra la psicanalisi con il management? Mica siamo dei matti!”

Obiezioni che accolgo. Ma, ed è un “ma” grande come una casa, come ho giá potuto scrivere due post fa a proposito della spinta gentile, il management non è cosa arida fatta di compiti, strumenti e regole. Management vuol dire guidare. E chi è guidato è l’uomo, nel senso di Mensch.

Nella premessa al libro ho trovato un’altra bella citazione che mi sono segnata. Le parole sono di Otto Fenichel:

Se è vero che gli uomini sono in funzione delle istituzioni, non è meno vero che le istituzioni sono in funzione degli uomini. Perché una trasformazione della realtà sia radicale, occorre afferrare le cose alla radice. E la radice è l’uomo.”

Come spiegano bene gli “scopritori” del nudge, gli umani, noi tutti, siamo irrazionali. In questo libro però andiamo oltre perché scopriamo che siamo irrazionali in quanto fragili. E uso la parola fragile con delicatezza e Mitgefühl (empatia). Il nostro fragile è il nostro essere umani.

Bene, direte voi, tutto molto affascinante, ma quando devo sedermi a un tavolo di riunione e devo prendere delle decisioni, sapere che il mio collega dorme con la luce accesa perché ha paura del buio non mi serve a nulla. Li, in quella sala, lui deve essere serio, professionale. Deve sdoppiarsi, cancellare quel sé fragile ed essere uomo, nel senso di maschio. Non può essere Mensch.

Torno al libro di Silvia Corbella, perché in esso ho trovato narrazioni (delicate), spiegazioni di situazioni che ci dicono che la nostra forza, invece, sta proprio nel nostro essere uomini (e donne). Anche dentro un’organizzazione, tra colleghi, nei gruppi di lavoro. Il fatto che gli esempi provengano dai gruppi terapeutici non deve intimidire. Anzi, proprio il gruppo guidato – non da un manager, ma da un’analista – così come raccontato nel volume, consente di prendere coscienza di dinamiche in maniera, direi, “concentrata”. È come se sbirciando dentro quella bolla vedessimo riflesse le nostre esperienze, quelle con le quali ci confrontiamo quotidianamente. È questo che ci dice il libro: come nel gruppo terapeutico, cosi nel gruppo istituzionalizzato. In parole semplici: in famiglia e al lavoro.

Alcuni esempi:

  • Il capro espiatorio

“Spesso – si legge nel libro – alla sofferenza dei legami istituzionali concorrono quegli stessi elementi che sono alla base delle potenzialità distruttive del piccolo gruppo: la costituzione del capro espiatorio e il circolare del non detto.”

Ci sono gruppi di lavoro che si inaridiscono fino a un conflitto non più risolvibile perché viene alimentata una sfiducia condivisa, che si sviluppa non tramite accuse trasparenti e dirette, ma attraverso un vocio frusciante di cose dette a metà, in genere senza prove della “colpa”. Se non si riesce a percepire per tempo questo formarsi di atteggiamenti distruttivi, spesso non c’è possibilità di recupero. Il manager, in questo caso dovrebbe essere capace di riconoscerne i segnali per poi intervenire. Ovviamente la cosa non è detto che sia facile.

  • I confini

I confini sono muri che si costruiscono con il mondo esterno: “La rigidità del confine dipende dall’identità del gruppo: quanto più il gruppo ha elaborato un’identità fondata sulla contrapposizione con l’esterno, tanto più il confine è rigido”. Accade spesso, sentire il “noi- loro”. Dal più banale “abbiamo sempre fatto cosi perché dovremmo cambiare?” al: “noi siamo noi”. Questo peraltro è il motto del Bayern (“Mia sein mia”), che visto in quest’ottica non pare di certo edificante.

  • Lo straniero

Lo straniero è colui che viene da fuori (un altro dipartimento, un’altra organizzazione, un’altra cultura e così via). È quello che venendo da fuori porta modi diversi, linguaggi, stili, abitudini. Lo straniero molto spesso diventa un capro espiatorio. Angosciante il modo in cui Lars von Trier lo ha raccontato nel suo film Dogville.

“Il problema – scrive Silvia Corbella – è che pensare che un gruppo alimentato dalla stessa ideologia possa essere portavoce unico del concetto di Umanitá rischia di diventare una pericolosa astrazione, accecandoci con un’idealità che finisce per negare la molteplicità e la complessità della quotidianità che ci appartiene.”

La bellezza di essere umani

Dunque: non detto, capro espiatorio, muri, nemici. Che fare? Far psicanalizzare i colleghi non è certamente la strada e nemmeno è il compito di un manager. Riconoscere che però queste sono cose che possono accadere e che vi sono delle strade percorribili, può aiutare. Anzi, proprio queste strade portano vitalità.

Per esempio:

  • Accogliere – e non negare – il negativo, la rabbia l’infelicità per affrontare il conflitto.
  • Vivere il conflitto come un processo, in cui è concesso ascoltare e accogliere il diverso per cambiare insieme. Rifiutare, dunque, il “mors tua vita mea”. Ascoltare tutte le voce e creare l’abitudine all’ascolto. Lo racconta bene il prof. Augusto Campana a proposito di come gestiva i suoi corsi tra studenti alla Normale di Pisa (ne ho parlato qui).
  • Dare un nome ai problemi e non consentire i “si dice”. Che nome ha il malessere? Chi dice cosa? E perché lo dice?
  • Costruire una storia condivisa, il sogno, la mission, si dice in linguaggio aziendale. Che non sia però una decisione sterile e calata dall’alto, ma appunto il frutto di quel conflitto – processo che consente il cambiamento.
  • Immaginarsi come un ponte. Ecco, l’immagine che mi ha emozionato di più in questo libro è proprio quella del ponte. Noi non siamo atomi isolati. Non siamo arido “capitale umano” o “risorsa umana”, siamo invece esseri che si definiscono nell’incontro con gli altri. Siamo, come scrive Silvia Corbella in questo libro, non homo economicus, “che cerca la soddisfazione immediata nel desiderio”, ma prima di tutto homo reciprocus, “che costruisce la propria soggettivazione grazie alla presenza della differenza dell’altro”.

Per approffondire

Alcuni libri:

Nel mio blog ho già trattato alcuni di questi temi:

Altri libri utili al management:

Spinta gentile e conoscenza: le nuove sfide per lavorare (e vivere) meglio.

spinta leggere - nudge - sensible event management Se c’è una cosa che amo davvero fare è leggere in treno. Se poi tra le mani ho le pagine della Domenica del Sole24Ore il piacere è quasi sublime. In genere compro giornali e riviste e li conservo per i miei frequenti viaggi in treno. I miei occhi scorrono sulle parole mentre fuori dal finestrino scorre un paesaggio che nel suo fluire consente il fluire del mio pensiero. Alzo gli occhi, guardo fuori, e le idee e le mie riflessioni prendono forma. Una sensazione strepitosa.

In uno dei miei ultimi viaggi, mentre attraversavo il nord Italia, ho vissuto uno di questi momenti. Mamma mia quanti spunti, quante contaminazioni, quante idee da prendere, masticare, mescolare e mettere in ordine. E poi, quanti libri da comprare!

La spinta gentile

In questo ultimo viaggio perfetto, per esempio, ho scoperto una cosa nuova, che in realtà non è nuova per nulla e che si chiama nudge, la spinta gentile. In sostanza il fondamento è questo: per quanto una società si regoli tramite strumenti razionali, gli individui che vengono regolati, cioè noi, sono irrazionali. Fumiamo sigarette pur sapendo che fanno male. Guidiamo veloce pur rischiando la vita. Mangiamo male pur sapendo che il nostro organismo ci soffre. L’applicazione del nudge parte da un presupposto interessante: invece che impedire di agire male, perché non stimolare comportamenti virtuosi mantenendo inviolata la libertà di scelta? Un esempio viene dalle mense scolastiche: invece che dire ”le patatine fritte fanno male e allora – in modo coercitivo – te le tolgo” perché non mettere ad altezza sguardo del bambino i bastoncini di carote e lasciare le patatine su uno scaffale più difficile da raggiungere? Un pungolo, una spinta, appunto, gentile per aiutarlo a scegliere un menu sano senza demonizzare o colpevolizzare una scelta diversa.

Perché, cioè, non spingere gentilmente le persone a non farsi del male, a comportarsi bene nel rispetto degli altri? Si tratta, su una base sperimentale, di adottare un approccio più umano nelle scelte politiche e sociali. Infatti, per quanto una legge possa tentare di regolare una serie di comportamenti causa-effetto, l’irrazionalità propria dell’individuo, porta a comportamenti non previsti razionalmente. Cioè: la legge non sempre riesce a regolare ciò che si voleva mettere in ordine. Bastano accorgimenti nel contesto senza imporre rigide regole. Il concetto nudge è stato coniato da Richard Thaler e Cass R. Sunstein, (“Nudge La spinta gentile La nuova strategia per migliorare le nostre decisioni su denaro, salute, felicità”, Feltrinelli) in un libro pubblicato giá nel 2008. Evidentemente io sono parecchio in ritardo nello scoprire questa pratica o visione delle cose. Sul fronte pubblico pare avere dei veri adepti. Il governo Cameron ha creato una Nudge Unit nel suo governo e Barack Obama ha arruolato uno degli autori del libro nel suo team.

Il mio ritardo non mi scoraggia, per la verità, perché l’attualità della mia scoperta è data da un altro libro. Nella “Domenica del Sole” si parte infatti dal nudge per presentare il volume “La psicoeconomia di Chalry Brown. Strategie per una società più felice” di Matteo Motterlini, edito da Rizzoli.   Motterlini afferma che “è possibile costruire una società migliore facendo leva sui processi cognitivi ed emotivi che presiedono alle nostre scelte. E controllando che la leva funzioni, cioè che le strategie e le norme create su questi presupposti producano l’effetto desiderato”

Come? Partendo ad esempio da un “ambiente più amichevole in cui sia più facile prendere decisioni per sè stessi o per gli altri a misura della nostra fallibilità e vulnerabilità”.

È facile comprendere il mio entusiasmo per questa idea. Perché in fondo non solo dentro uno stato che deve regolare la vita dei cittadini, ma pure dentro un’organizzazione più piccola, che deve regolare persone che lavorano insieme, questa idea spiega perché molte volte certe policy interne non funzionano. Il nudge, questa spinta gentile, magari veicolato con humor (come in questo video), ma soprattutto con la consapevolezza che siamo umani, non macchine e dunque non siamo totalmente razionali, può essere un’ottima modalità per gestire le persone al lavoro. Per operare scelte che abbiano efficacia. L’economia  in quest’ottica perde aridità. E il management ritrova la sua radice umanistica, come ho avuto modo di scrivere qui. Se poi penso a un evento, dove gli aspetti emotivi e irrazionali ne sono parte identitaria, credo che gli spunti per offrire, ad esempio anche agli spettatori, tramite spinte gentili, una “felicità” dentro la festa, che non sia speculativa, ma reale perché volta al benessere, sia davvero una nuova possibilità. E’ una combinazione questa (nudge-eventi) che mi intriga molto.

La conoscenza

Ma per tornare al management,  mentre nel viaggio in treno il paesaggio fuori dal finestrino si mescolava, nello stesso numero della Domenica ho trovavo un altro articolo che mi pare si leghi bene all’idea del nudge o che per lo meno ne sia una buona integrazione. È un estratto dell’ultimo libro di Ignazio Visco (Investire in conoscenza. Crescita economica e competenze per il XXI Secolo, Il Mulino). Le conoscenze da sole non bastano, dice Visco. Il sapere tecnico da solo non basta. Come dire: l’elemento razionale da solo non basta. È necessario conoscere il mestiere, non si discute, e ciò è irrinunciabile ma non è più sufficiente. Aumenta di valore la competenza, intesa come “capacità di mobilitare in maniera integrata, risorse interne (saperi, saper fare, atteggiamenti) ed esterne”.  Il corsivo di atteggiamenti è mio, perché è evidente che rimanda a quella cosa irrazionale che ci fa agire in un modo piuttosto che in un altro.

In sostanza, scrive Visco, si tratta di sviluppare il pensiero critico, la passione per l’innovazione, il lavoro di gruppo ovvero anche dinamiche che hanno a che fare con le persone. Dentro questo quadro, a me verrebbe da dire, che la bella sfida che ci troviamo davanti quanto parliamo di management è, da un lato aprire le porte al confronto e alle contaminazioni, dall’altro, pur dentro i compiti e gli strumenti del management, riconoscere su base empirica, gli “errori” di pianificazione e risolverli, appunto, con una spinta gentile, che non centra con la regola imposta, ma con l’ascolto. Management significa condividere obiettivi e lavorare insieme per raggiungerli. E siamo noi umani a fare tutto ciò. Animali (o atomi) sociali che vivono, sudano, lavorano, amano, ridono, sbagliano, emulano, giocano.

Se il tema vi interessa, ecco  alcuni link per entrare nella dimensione della spinta felice.