Perché dimenticare fa bene agli eventi

Ho letto alcuni giorni fa su pagina 99 fa che gli scienziati Blake Richards e Paul Frankland avrebbero scoperto che cancellare pezzi dalla propria memoria fa bene. Il cervello si libera, si tolgono rumori. Dimenticare “aiuta ad orientarsi nel mondo, facilita l’assunzione di decisioni intelligenti in ambienti dinamici”.

Non ho potuto non andare subito con il mio pensiero al mondo degli eventi, che per la loro natura effimera e dinamica hanno proprio nella memoria un elemento fondante.

C’è la memoria del fatto (che il management definisce lessons learned), ma ci sono anche altre memorie come quella emozionale, per esempio.

Provo allora a capire come questa “scoperta” scientifica si posa declinare al nostro mestiere. Sono primariamente due gli ambiti che mi sento di passare in rassegna.

Memoria Gestionale

Intendo qui la memoria del lavoro svolto, del cosa e del come abbiamo realizzato l’evento. È la memoria del de-briefing, che deve essere valorizzata affinché non si ripetano errori, sia negli eventi one-shot, che negli eventi una tantum.

Cosa ricordare

Va ricordato tutto ciò che nelle analisi post evento è emerso come reale criticità. Non è tanto la cosa in sé che va ricordata, ma – molto più importante – il perché del problema. E il trucco per andare a fondo è indagare ogni volta con la regola dei 5 perché: a ogni risposta si deve procedere con un nuovo perché su quella risposta. Non si accettano scuse e si va a fondo del problema. Può capitare che per anni una certa situazione si svolga in modo fluido e poi all’improvviso non funzioni più. La memoria del cambiamento in questo senso diventa importante, sia per risolvere un problema sia per ricordare che nulla si cristallizza, a maggior ragione dentro gli eventi che sono dinamicità per definizione.

Va anche ricordato ciò che è andato bene. Ovviamente non tutto: concentrarsi sulle novità introdotte e capire perché hanno funzionato è utilissimo. E poi, insomma, concediamoci anche un po’ di gratificazioni!

Cosa dimenticare

Esiste una memoria negativa e distruttiva ed è quella ossessiva su situazioni critiche che invece che essere affrontate con la regola dei cinque perché, vengono costantemente portate sul tavolo con ansia. Lasciatele perdere e tranquillizzate chi ne è vittima. La memoria selettiva diventa fondamentale: devio il ricordo sui perché, per poi agire. Se rimango fermo al cosa, quel cosa si ripeterà.

Ogni volta, inoltre, che una situazione è risolta, va letteralmente archiviata. Se vi fa stare tranquilli, tenete un faldone con una traccia cartacea, ma nella vostra mente fate spazio per altro. Il nostro cervello lavora meglio se è libero da zavorre.

Ci sono anche vecchie pratiche gestionali che vanno dimenticate. Sono un po’ come quegli oggetti che si tengono sulle mensole e che non vediamo nemmeno più, tanta è la polvere che accumulano (ovvero la nostra abitudine di averli là), e non ci accorgiamo nemmeno che sono diventati inutili. Toglierli significa fare spazio al nuovo.

Uno dei compiti primari del management è lo smaltimento dei rifiuti. Anche la nostra memoria gestionale ha bisogno di un po’ di pulizia e a fine evento, o comunque con una regolare ciclicità, consiglio di portare i sacchi di zavorre mentali alla discarica. Ne guadagna il management e dunque le persone.

Memoria esperienziale

Un evento vive di persone e tutte queste persone sono portatrici di aspettative, di esperienza e infine di memoria. Non possiamo naturalmente veicolare la memoria a nostro piacimento, sarebbe come creare una “fanta-evento” la cui idea mi fa rabbrividire. Possiamo però aiutare a ricordare bene. Questo vale sia per gli spettatori, ma anche per gli attori o i giornalisti o gli sponsor: siamo tutti essere umani che sentono e tutti comunicatori con il passaparola, un post, una foto, una narrazione, anche se magari circoscritta alla famiglia.

Cosa ricordare

Ogni organizzatore di eventi vorrebbe che si ricordassero solo le cose belle o addirittura solo ciò che per l’organizzatore è importante. Se la strategia e gli scopi dell’evento hanno trovato un buon banco di prova in una seria implementazione, sarà sicuramente cosi. Altrimenti… sarà un lavoro fatto male. Concentrarsi però sul cosa in senso materiale rischia di farci sbagliare strada. Un evento si costruisce con le emozioni e sono queste che vanno “indirizzate”. Studi sulla psicologia behaviorista ci dicono che possiamo davvero farlo: guidare la memoria. Accade già nelle applicazioni del marketing al turismo e si inizia a studiarne gli effetti anche negli eventi. Oggi mi sento di dire che chiunque organizzi un evento dovrebbe avere confidenza con questo nuovo filone di applicazioni della ricerca scientifica in campo pratico. Ovviamente il rischio manipolatorio è alto e dunque sono richieste grande attenzione e onestà.

Cosa dimenticare

Noi certamente vorremmo che lo spettatore dimenticasse ciò che non ha funzionato. Possiamo farlo solo in un modo: ascoltando, ascoltando e ascoltando. E offrendo risposte adeguate, soluzioni, accoglienza e comprensione. Lo spettatore, il giornalista o altri, magari non cancelleranno dalla memoria il problema vissuto, ma questo passerà in secondo piano, perché può forte sarà il ricordo della nostra professionalità, della nostra cortesia. Della nostra serietà.

Conclusione: non tutto è programmabile. Siamo essere umani e non macchine. Non siamo chiavette usb il cui contenuto può essere cancellato in un clic. Il bello sta qui: imparare a selezionare il ricordo utile se siamo organizzatori e aiutare i nostri visitatori a costruire una memoria, che prima ancora che utile a noi, sia di beneficio e gioia per loro.

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Tre domande da mettere nella valigia di un event manager.

Questi ultimi giorni prima delle vacanze estive sono stati intensissimi. Tre incontri, uno per giorno, tre stili, tre modi,  tante parole diverse eppure tutti e tre con un tema comune: sport (con riflessi che mi piace linkare anche agli eventi culturali).

E allora, siccome sono state davvero tante le seduzioni che mi sono cadute addosso, mi piace pescare un po´ di materia – dentro questi tre giorni – da cacciare in valigia per le mie vacanze. Idee, analisi, riflessioni, pelle d’oca vissuta, dubbi emersi, curiosità, voglia di capire meglio … tutte cose che nella pace di una vita off-line, all’ombra di un albero, a piedi nudi su un prato, possano insieme a me, lasciarsi fluire in modo rilassato e lievitare con calma.

Parto dall’ultimo dei tre incontri.


Sport Leader Forum: parola d’ordine engagement.

engagement SLF2015[Milano, Auditorium Bosch] Professionisti dello sport, manager di aziende, dirigenti del mondo media si sono trovati per capire lo stato delle cose e definire anche cosa si possa fare per migliorare la visibilità e il business dello sport. Un incontro pieno  zeppo di stimoli e con una – per me inedita – sincera voglia di condividere uno scopo: crescere insieme. I temi trattati sono stati parecchi, ma a me, per questo post pre-vacanziero, piace estrapolare soprattutto il tema sulla partecipazione del pubblico e delle aziende, che oggi, si può riassumere con una parola: engagement. Siamo tutti d’accordo che limitarsi a una “normale” trasmissione televisiva o alla messa in scena di una competizione e basta non sia più sufficiente. Ciò che trovo però davvero interessante, ovvero ciò che vorrei cacciare appunto in valigia, è che:

  1. La televisione oggi è uno strumento ancora molto usato in Italia, ma in parte inadeguato al nuovo pubblico
  2. I giovani chiedono di essere coinvolti e di essere protagonisti e i social rispondono bene a questo loro bisogno.

Dove sta il problema? È che in parte ci muoviamo ancora con una mentalità un po’ demodé, perché per agire in modo “efficace” dentro questi nuove modalità di fruizione dello spettacolo sportivo (si chiama sport media consumption), si dovrebbe:

  1. saper studiare i dati (l’audience televisiva è anonima, quella social ci offre infinite identità),
  2. mettersi lì con le aziende, seduti a un tavolo, e individuare valori comuni (la grammatica valoriale condivisa) per definire insieme attività di partnership che vadano oltre il “io ti do i soldi, tu appendi un mio striscione”.

Questo tema, a mio avviso, è molto interessante anche per gli eventi culturali.

Inoltre, e questa è la cosa che in Italia ancora si fatica a interiorizzare, il pubblico di eventi sportivi non va allo stadio solo perché tifoso. C’è una grossa fetta di gente (tra il 35% e il 50% a seconda degli eventi) che ci va per vivere una giornata di festa, per il divertimento. E dunque: è anche a loro che si deve pensare (tempo fa ne ho parlato qui).

Ecco allora la suggestione che voglio mettere in valigia:

>>> I giovani di oggi (detti millenials) saranno gli spettatori (e i clienti) adulti di domani. Che vogliamo fare?


Incontri in montagna: a proposito di estetica (dello sport, del turismo, dei luoghi)

incontro su sport ed estetica[Bosco di Barbiano – Sudtirolo – Casa SettariPuò sembrare un po’ schizofrenica la mia vita, ma la sera prima di andare a Milano, insieme al mio babbo – che ha scritto di filosofia dell’estetica –  siamo stati invitati in una casa in mezzo a un bosco a parlare di estetica e sport (sulla bellezza dello sport e il management scrissi qualcosa tempo fa in questo blog). Eravamo gente di montagna o che ama la montagna e che si è interrogata sulla bellezza dello sport, su come si possa preservarla e naturalmente sul rapporto tra turismo e sport. Il tema engagement è riaffiorato di continuo, sebbene con parole diverse. Soprattutto però, come in un parallelismo perfetto, è emerso il conflitto latente tra mercato versus sport e tra turismo di massa versus autenticità.

I presenti a questo incontro lamentavano l’eccessivo sviluppo turistico di certe zone anche dell’Alto Adige (e lo dicevano da turisti!) ma, rispondevo io, anche se ciò é vero, grazie al turismo di massa la comunità montana è potuta rimanere in montagna, le valli non si sono svuotate come altrove ed io, ad esempio, essendo crescita in una località turistica proprio grazie alla ricchezza portata dai visitatori ho potuto frequentare l’università. Insomma, il solito conflitto riaffiora. Nello sport è tra fairness e attravittá, e nel turismo tra crescita economica e sostenibilità, dove la sostenibilità non è solo  ambientale, ma anche culturale ed estetica.

Il finto sport – come mera industria dell’intrattenimento – e la finta destinazione turistica – come unica risposta a uno sviluppo economico – sono una trasformazione inevitabile?

Questa domanda può avere un senso porsela non solo per lo sport ma anche per la cultura e  non solo in Italia, ma anche in paesi lontani. Un dilemma senza vie d’uscita?

Domanda difficilissima, alla quale non posso rispondere ora, e dunque la metto in valigia e me la porto in vacanza:

>>> È possibile garantire una crescita economica allo sport (e alle località turistiche e alle città, ai luoghi) preservandone l’autenticità? E una chiosa: cosa vuol dire autenticità?


Gustav Thoeni e Ingemar Stenmark, ovvero less is more

Thoeni-Stenmark[Ortisei – Casa della cultura Luis Trenker] Chiudo questo post con un evento memorabile che ha aperto la mia passata settimana. In occasione della presentazione di un libro che racconta l’incredibile storia delle Finali di Sci del 1975, sono giunti in Val Gardena i due fuoriclasse, Thoeni e Stenmark, che si erano sfidati quarant’anni fa per aggiudicarsi la coppa del mondo. Era il 1975. Erano anni da Tv ancora spesso in bianco e nero. Quell’evento sportivo entrò nella storia e non solo per la pazzesca emozione sportiva. Il fatto davvero sensazionale fu che in Val Gardena arrivarono 40.000 spettatori, in tempi in cui non c’era internet, non c’erano i social, non c’erano telefoni cellulari. Era stato il grande confronto agonistico ad aver attirato tutta quella gente. E quelli che non erano saliti in valle, erano rimasti a casa incollati alla TV, che registrò allora indici d’ascolto record.

La domanda sorge spontanea. Senza grandi strategie di comunicazione, senza campagne mediatiche costruite per confezionare il personaggio atleta, senza pubblicità, questi due signori, di poche parole per loro carattere, in ottima forma, ed eleganti come due gentlemen sono riusciti – allora – ad attirare 40.000 spettatori e – oggi, dopo quarant’anni- a gremire un teatro di loro ammiratori emozionati e felici. Come è possibile? Questa è la domanda che ho posto a entrambi ed entrambi mi hanno dato un risposta simile. “Allora, in inverno – ha detto Gustavo – c’eravamo solo noi. Oggi ci sono tante gare, tante discipline e l’interesse forse si disperde”. E Stenmark ha allargato la riflessione semplificandola: “Oggi c’e troppo di tutto”.

Che esemplare umiltà in queste risposte. Poche parole, ma chiare. Ma accipicchia, qui si propone un altro bel dilemma. Ai loro tempi, dicono, era facile. Il mondo degli inizi degli anni Settanta era ben diverso da oggi.

Ecco allora la riflessione da mettere in valigia e costringerla ad affacciarsi su nuovi orizzonti:

>>> Se è vero che “less is more”, oggi che viviamo nel tutto-tanto, nel mordi e fuggi, nel barocco esperienziale, è possibile guardare ai tempi passati, senza divenire nostalgici romantici, e individuare solide linee guida che ci possano orientare ancora?


Pronti per la villeggiatura?

Cari lettori, speravate che vi consigliassi 10 libri da spiaggia? Vi invito invece a chiudere tutto, spegnere tutto e portarvi dietro, come ai tempi di Thoeni e Stenmark, solo l’essenziale: uno zaino, occhi per guardare, i vostri pensieri e – se volete –  le mie domande messe a riposo nel dolce girovagar per terre nuove. Ma se proprio volete un consiglio di lettura, potresti portarvi appresso il mio libro, fresco di stampa.

Ci rivediamo a settembre. Buone vacanze!

Pasticcio in bianco

dinner in white torino

In questi giorni si aggira una polemica ai piedi della Mole. Torino città di eventi culturali di grande successo si trova a discutere se sia stato giusto finanziare con 10.000 euro un evento, giovane (nel senso che è alla sue seconda edizione) e che apparentemente ha poco a che fare con la cultura (nel senso di promozione delle arti), ma è piuttosto legato alla cultura della socialità e del convivio. L’assessore Braccialarghe dovrà rispondere ai partiti della sua stessa coalizione per questo contributo.

Cosa sarà mai successo?

Nella splendida scenografia di Villa La Tesoriera 8.000 persone vestite di bianco, munite di tavolo con tovaglie rigorosamente bianche, sedie e cibo  si sono date appuntamento per una cena. Il luogo è stato comunicato solo all’ultimo momento. Lo scopo? “Vivere lo spazio urbano all’insegna di Etica, Eleganza, Estetica, Educazione, esaltando con una scenografia d’eccezione i luoghi meravigliosi della nostra città”. Questo si legge nel sito e ancora: “Il tempo di una serata leggera, la città e i suoi luoghi più speciali, una cena a lume di candela, due chiacchiere d’estate tra amici vecchi e nuovi”.

È il primo flah mob da seduti in Italia, si spiega nel sito. Durata circa 5 ore. Partecipazione gratuita.

Prima domanda: cos’è un flash mob?

La Treccani dice: “si tratta di mobilitazioni improvvise che coinvolgono centinaia di persone reclutate con inviti a catena tramite mail. Ai convocati viene chiesto di recarsi in un luogo pubblico dove riceveranno ulteriori informazioni sul da farsi. Il tutto dura pochi minuti. Una folla di sconosciuti appare ad un’ora prestabilita nel luogo prescelto, compie azioni apparentemente senza senso e poi si dissolve.” Flash significa idea improvvisa, mob vuol dire folla”. Un bellissimo flash mob fu quello dello Stadtsballet di Berlino.

Seconda domanda: La cena torinese è un flash mob?

Evidentemente no. È certamente un raduno di cui fino all’ultimo non si sa dove accada, ma non è né improvviso, né breve. D’altra parte, la parola evento, ormai cosi abusata e usurata ha bisogno di nuovi sostituti e flash mob pare perfetto. È in inglese, nessuno lo capisce ed è di moda. La parola flash mob  compie 10 anni quest’anno ed è evidente che la sua decadenza è iniziata con l’usuale svuotamento  semantico. Entro breve diverrà semplicemente un sinonimo di manifestazione o evento, a seconda dei casi.

Terza domanda: da dove arriva l’idea?

L’Unconventional White Dinner o chic picnic nasce in Francia 25 anni fa, cioè prima che nascesse la parola e il concetto di flash mob. Di fatto a Parigi si chiama semplicemente Dîner en Blanc. Lo scopo è uguale a quello raccontato nel sito italiano. Trovarsi tra amici, riempire uno spazio urbano e godersi lo spettacolo. Divertirsi. La differenza con l’Italia, al di là dei numeri (Parigi è pur sempre una capitale) c’è la richiesta di una quota per pagare le spese organizzative (elettricità, amplificazione, bus etc). I dinner in white sono diffusi in tutto il mondo. Mi ha colpito quello di Denver, che a differenza di noi latini, associa allo stare insieme uno scopo, un’etica tutta anglosassone. La partecipazione costa 50 dollari perché il ricavato va alla ricerca sul cancro.

E quindi, come la mettiamo?

  • La cena in bianco è certamente un raduno suggestivo  per la sua scenografia e la diffusione del bianco usato creativamente dai partecipanti.
  • Certamente non è un flash mob.
  • Certamente è portatore di principi quali eleganza, estetica e anche educazione (lo spazio deve essere restituito come è stato trovato: pulito). Ci potrebbe stare bene anche il concetto di snobismo, senza volerne dare un giudizio morale, ma ecco , vedendo le foto, mi pare che una sorta di autocompiacimento di esclusività sia diffuso.  Tutti stanno a fotografarsi, a mettersi in scena. Nulla di male. Viviamo in un’epoca di autocompiacimento e perché non sfruttarlo per un evento?
  • Trovo però che nella versione torinese  il termine etica procuri un certo fastidio. L’etica la trovo dentro la versione di Denver, non in una festa un po’ narcisistica e un po’ snob oltretutto finanziata con denaro pubblico. Sbirciando tra le foto della serata direi che c’è chi si è addirittura comprato oggetti bianchi per la sera … ecco, magari quel denaro speso futilmente poteva essere usato per finanziare il convivio. C’erano otto mila persone. Bastavano 1,25 euro a testa per evitare il finanziamento pubblico di 10.000 euro.

La conclusione delle conclusioni è che è un evento con troppe  distorsioni di senso. Un vero pasticcio, se vogliamo rimanere in ambito gastronomico.

Lo si potrebbe chiamare semplicemente Dinner in White e basta. E godersi una cena scenografica in cui si diviene attori e scenografia insieme e si gioca. E si potrebbe chiedere ai partecipanti di pagarsi  di tasca propria questo  divertimento unconventional. Allora sì, l’evento diverrebbe coerente, e per quanto snob, sarebbe certamente onesto e  puro nel senso etimologico del termine, cioè autenticamente bianco.