Perché il marketing “maschio” fa perdere un sacco di soldi

Esiste un paradosso che davvero è difficile capire. In una società dei consumi come la nostra, dove prima ancora che cittadini siamo consumatori; in una società come la nostra, dove ormai è un dato acquisito che sono soprattutto le donne a decidere e muovere le scelte di acquisto, lo sport rimane ancorato a una visione uomo-centrica perdendo un sacco, davvero un sacco, di possibili nuovi mercati.

È questa la sintesi che mi sento di fare dopo aver letto un articolo molto interessante sul calcio in Germania. Ma a pensarci bene, posso spostare lo sguardo al nostro paese, e anche al settore dal quale provengo direttamente, lo sci, per rendermi conto che prevale anche qui un pregiudizio. Nonostante il mercato inviterebbe a superarlo e di gran fretta.

Alcuni dati

Repucom ha pubblicato uno studio interessante sullo sport e le donne. Vi sono molte differenze tra nazioni e continenti, e dunque generalizzare può essere rischioso. Tuttavia alcuni dati significativi ci possono orientare. A livello globale, in media il 69% degli uomini è interessato allo sport, mentre tra le donne “solo” il 46% lo segue. Il virgolettato è importante, perché andando dentro le diverse nazioni questa asticella si sposta, come anche tra discipline sportive diverse e fasce di età: le donne giovani seguono sempre più sport e il calcio da questo punto di vista, ad esempio in Germania, vede una fanbase da quota rosa in continua crescita.

Nel mondo da dove provengo io questi dati paiono confermati: l’audience nella Coppa del Mondo di Sci si divide tra 44% donne e 56,4% uomini.

Potrei presentare altri dati, ma in realtà ciò che mi piace evidenziare è che lo sport non è più solo maschio e che discipline a carattere maschile in realtà stanno affascinando sempre più un pubblico femminile. Il quale, e qui arriviamo al nodo da risolvere, pare essere incompreso. Poco male per le donne, che una partita se la godono comunque. Male invece per le società e gli sponsor che sprecano un potenziale.

Incomprensione o pregiudizi?

Un’indagine della rivista tedesca Sponsors racconta alcune cose che accadono nel mondo del calcio. Pur essendo, infatti, il calcio lo sport più seguito dalle donne tedesche, sembra che in pochi ne tengono conto: merchandising maschile, magliette dal taglio non femminile, design maschio, sponsor maschili e poco attenti ad una targetizzazione per genere e così via. La stessa cosa accade in tanti altri sport, direi. Basta provare ad elencarne gli sponsor per rendersene conto.

Alcuni anni fa, un collega svizzero della Coppa del Mondo di Sci, aveva suggerito di portare sponsor più marcatamente femminili nelle gare di donne e, dunque, non solo motori, assicurazioni e birra. Leggendo però i dati verrebbe da dire che anche nelle gare e nelle partite maschili ci starebbero bene sponsor indirizzati direttamente alle donne. Le quali, secondo studi ormai assodati, condizionano per l’80% le spese nelle normali economie familiari.

Allora, facendo i conti:

  • le donne seguono sempre più lo sport
  • le donne decidono come spendere i soldi

La risposta dovrebbe essere automatica: puntiamo alle donne per crescere il nostro mercato.

In Germania alcune azioni in questa direzione sono state fatte, ma probabilmente da uomini poco conoscitori delle donne e dunque …  impacciati. Ci fu il tentativo delle sciarpe rosa per donne (erano gli anni Settanta) in alternativa al colore della società, ma le donne tifose si ribellarono: “Scusate, ma noi vogliamo essere riconosciute come tifose di una data squadra, non in quanto donne (per giunta con uno stucchevole rosa!).” O ancora: sono state proposte offerte speciali per pensionati, disoccupati e … donne. Le quali nuovamente si sono offese per essere state inserire in categorie di …  emarginati.

Insomma, ci dice la rivista Sponsors: il panorama è desolante. A parte qualche scarno tentativo è come se la donna non esistesse, e questo nonostante tutte le rilevazioni media e di consumo dicano ben altro. Da un lato c’è chi dice che non abbia molto senso fare campagne differenziate per genere, e dall’altra c’è chi in modo goffo costruisce campagne impregnate di pregiudizi (senza dunque arrivare al cuore del target!)

I dati Repucom dicono una cosa interessante: le donne, diversamente dagli uomini, soprattutto in Germania, sono poco interessate alla sponsorizzazione aggressiva e al brand imposto. D’altra parte sono anche meno interessate a questioni tecniche su competizioni o materiali. Per far leva sulle loro corde emotive ci vuole altro. E questo altro non sono solo il rossetto o il glamour. Ci vogliono storie, come quelle costruite per Sochi 2014 da Procter and Gamble.

Dalla grafica, ai messaggi (più relazioni e meno tecnicismi), dal tipo di prodotto all’approccio, il mondo femminile nello sport potrebbe non solo aumentare i ricavi per le società di calcio, ma potrebbe far crescere il mercato complessivo dello sportbusiness in modo sensibile: con nuove aziende e nuovi brand a sostenere lo sport e con nuove offerte per vivere gli eventi sportivi.  I dati statistici parrebbero a favore di scelte di questo tipo.

Eppure ci dice Sponsors, ciò che manca sono il coraggio e la creatività.

E probabilmente ciò che manca è pure il superamento del pregiudizio. Ancora oggi, sebbene, ci si potrebbe fare un sacco di soldi puntando alle donne emozionate per una gara sportiva, si disperde il potenziale per pregiudizi antichi.

Insomma, il messaggio é chiaro: noi donne ci siamo e forse ci piacerebbe davvero vivere gli eventi sportivi con la stessa passione degli uomini, ma con i nostri occhi e i nostri gusti. Una bella sfida, un’incoraggiante sfida, per donne e uomini!

Come trasformare un’idea in realtá. Intervista a Lorenza Bravetta.

Camera Torino - blogstefaniademetz.com

Ci sono due temi che oggi riempiono spesso le pagine del web e della carta: i cervelli in fuga e la leadership femminile. Sul significato del management al femminile ne ho già parlato tempo fa, in un post dedicato alle donne. Non avevo invece ancora avuto l’opportunità di scrivere qualcosa sui cervelli. Attenzione però. A me non interessano tanto quelli in fuga. Mi piacciono di più quelli che tornano. E che lanciano nuove sfide.

Lorenza Bravetta, la protagonista di questa nuova intervista, non ama in realtà vedersi come un cervello fuggito e ora tornato. Si vede piuttosto come una persona che è andata in Francia a studiare, lì è rimasta, ha macinato esperienza, si è sposata, è diventata mamma e poi ha deciso di tornare in Italia. “Voglio lasciare qualcosa ai miei figli” mi ha detto.  Ovvero: l’idea che si possa mettersi in gioco per il proprio paese e diventarne parte attiva.

L’incontro

Ho incontrato Lorenza in uno degli scorci che amo di più a Torino, tra Palazzo Carignano, il Circolo dei Lettori  e Piazza Castello, a due passi dall’accogliente Libreria Luxemburg. Mi ha ospitata nella sede provvisoria di un qualcosa – e vedremo cosa – al quale lavora da tre anni. Un’ora, dentro un ufficio affacciato su un cortiletto, con i primi tepori primaverili ed io che sarei rimasta lì ancora e ancora. La grande sfida, la mia sfida, a questo punto è proporvi uno stralcio della nostra chiacchierata e riuscire a incastrare in un post le tante suggestioni che mi ha regalato.

Perché l’ho voluta incontrare? Forse come prima cosa perché c’è di mezzo la fotografia, che amo e di cui, un po’ ho già parlato nel blog, qui e qui. Poi c’è il tema della donna che guida una squadra, tema con il quale mi piace confrontarmi e trovare somiglianze o divergenze dalla mia esperienza. E infine, nel filone dei miei post #SensibleExperienceScape c’è lo spettatore, colui che guarderà le fotografie.

Chi è Lorenza Bravetta?

38 anni, madre di due figli, già direttrice di Magnum a Parigi e ora alla guida del progetto Camera, il nascente Centro italiano per la fotografia che aprirà i battenti bel prossimo autunno.

Tanta carne al fuoco, vedrete.

L’intervista

Lorenza, ti sei mai sentita un cervello in fuga?

 (c) è Alex Majoli/Magnum Photos
(c) è Alex Majoli/Magnum Photos

Assolutamente no. Sono andata a Parigi a studiare e poi lì ho iniziato una stage di tre mesi a Magnum. Ero molto ligia nel mio lavoro e da quello stage sono arrivata a lavorare per 18 anni dentro quell’agenzia. Il mio capo allora era una donna molto dura, dalla quale ho imparato molto. Quando le dissi che mi sarebbe piaciuto lavorare a un progetto nuovo, che allora non c’era in Magnum, lei mi diede il suo consenso … a patto che lo facessi fuori dagli orari di lavoro! Sabato, domenica, mattina presto, sera tardi. Ho davvero vissuto sulla mia pelle il detto “prima il dovere, poi il piacere”. Ma è servito a me e a Magnum perché nel tempo libero ho creato un nuovo dipartimento che in sostanza creava i portfolio da proporre a imprese internazionali con le quali costruire la comunicazione aziendale.

Sono diventata direttrice commerciale di Magnum e infine direttrice dell’agenzia. Quindi no, non sono stata un cervello in fuga, ho semplicemente avuto queste opportunità.

Da uno stage alla direzione: oltre alle opportunità, c’è altro. Che consigli puoi dare alle nuove generazioni?

Tutto ciò che impari lo devi svolgere con umiltà. Quando ero al mio terzo giorno di stage, l’allora direttore Francois Hebel mi disse di accompagnarlo a un sopralluogo per una mostra sul maggio del ’68.  Io mi sentii gratificata da questa chiamata perché nel mio curriculum vitae avevo elencato anche alcune collaborazioni con gallerie torinesi (dove per la verità mi occupavo di francobolli e buste …). Quando arrivammo lì, Hebel mi mise una scopa in mano e disse: “Pulisci!”. Lo feci. E non solo per umiltà. Avevo le idee chiare su cosa mi interessava imparare e fare e se hai le idee chiare sai anche quali compromessi accettare.

E poi dopo 18 anni decidi di tornare …

Si, circa tre anni fa mi sono resa conto che ciò che doveva formarmi mi aveva formato. Non avrei imparato nulla di più. Era giunto il momento di rimettermi in gioco. Non mi piaceva più vedere l’Italia a 1000 km di distanza. Pur avendo vissuto tanto all’estero, ero comunque una straniera e casa mia mi appariva lontana. Volevo un nuovo coinvolgimento con il mio paese e poter lasciare una traccia, un esempio ai miei figli. Camera, ovvero l’idea del centro italiano per la fotografia è questo: rimettere le radici nel mio paese e contribuire alla sua crescita.

L’idea parte da te e tu dirigi il gruppo, una donna che guida la nave…

Penso che la leadership femminile implichi un’attitudine materna. Io da subito ho la tendenza a essere madre, chioccia: guai a chi tocca la mia squadra! Tuttavia credo molto che dipenda anche dalle persone, da come siamo in quanto individui. Io ad esempio posso essere molto dura, con gli altri, ma soprattutto con me stessa. Non mi lamento mai e lavoro con grandissima passione. Non è una questione di genere. È la passione, il fuoco, che negli ultimi anni a Magnum mi mancava.

E per riaccendere il fuoco, ti viene in mente un’idea: il centro della fotografia.  Quali sono stati i primi passaggi, dall’idea alla cosa concreta?

Il primissimo passaggio è stato incontrare il sindaco di Torino, Piero Fassino. Essendo Torino la città in cui nasce Camera, era fondamentale avere il sostegno dell’amministrazione comunale e così è stato. Poi ho costituito una squadra, subito istituzionalizzata, di dieci persone federate intorno al progetto. Lo abbiamo chiamato il “comitato promotore”. A queste persone ho chiesto aiuto in termini di risorse, contatti, esperienza.

In secondo luogo era necessario identificare il luogo fisico che avrebbe accolto il centro. Era importante per me visualizzare il dove avremmo realizzato Camera e dove si sarebbero svolte le tre macro attività: esposizioni, didattica, archivio. È stato poi istituito un comitato scientifico con membri internazionali e infine abbiamo messo in piedi la squadra operativa.

Questa è costituita da un curatore (l’unico uomo del gruppo n.d.r.), una persona responsabile per la didattica, una per gli archivi e poi al mio fianco lavora un direttore aggiunto. Da gennaio 2015 questa squadra è operativa. Ci sono voluti solo tre anni dall’idea alla partenza reale. In autunno Camera apre! Direi un record per l’Italia.

Che tipo di leader sei?

C’è un equilibrio sottile. Da un lato ci vuole qualcuno che incarni il progetto, ma questo non è un mio progetto, nel senso che non deve essere identificato con il mio nome. Da un lato, cioè ci vuole un capitano. Io fin da piccola ho evidenziato doti di leadership. Allo stesso tempo, però, deve esserci spazio per una discussione amplia e condivisa. Io non ho una formazione manageriale, ma sono strutturata e nei miei anni francesi ho di volta in volta aggiustato il tiro, imparato, corretto il modo.

Cosa pensi del fatto che questo paese abbia tantissimi festival culturali? C’è chi dice che siano troppi.

In Italia manca un’ottica di sistema. Ognuno fa il suo, nel suo territorio, nella sua provincia. Per questo Camera si chiama centro Italiano della fotografia. Cerchiamo di importare qui i modelli vincenti di altri paesi, come la Francia, dove il sistema nazione funziona molto bene sul fronte delle rassegne culturali.

Senza entrare in una discussione – che sarebbe molto affascinate ma ci porterebbe lontano dal filo conduttore di questo blog –  vorrei farti solo una domanda sulla fotografia. In questa epoca di sovrapproduzione di immagini cosa vuol dire davvero imparare a guardare una fotografia?

Credo che – come la scrittura –  cosi anche le immagini siano un linguaggio, nei confronti del quale però non c’è formazione. A scuola ci insegnano a leggere le parole, non le fotografie. Sono talmente tante le immagini che ci vengono offerte e che noi stessi produciamo, senza che tuttavia ci sia una capacità di lettura critica. La fotografia da questo punto di vista è insidiosa perché può essere manipolata facilmente. Proprio ai più giovani si dovrebbe insegnare a leggere le immagini, perché esse costituiscono un linguaggio traversale di fronte al quale troppo spesso siamo impreparati.

A proposito di sguardo, cosa vorresti che rimanesse allo spettatore che visita Camera?

La sensazione di non essere stato fuori luogo, al contrario, con il desiderio di approfondire. L’aver trovato un pezzetto di sé vedendo le fotografie esposte e la voglia di andare oltre, senza necessariamente tornare a Camera…

Immaginiamo ora di essere nel 2025…

[Qui Lorenza spalanca gli occhi e quasi si spaventa, poi sorride e inizia a immaginare …]

Vorrei che Camera fosse l’istituzione italiana di rifermento sul territorio per diffondere la fotografia, italiana e straniera come lo sono la Tate o il Moma. Che fosse avviato un processo bidirezionale dal territorio, dall’Italia verso l’estero e dall’estero verso l’Italia. Per quanto riguarda me, io forse sarei in scadenza del mio ultimo mandato e pronta per una terza nuova tappa della mia vita.

Grazie Lorenza e ci vediamo in autunno, a Camera!

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Per seguire Camera potete cliccare qui:

E’ possibile essere manager senza smettere di essere donna?

donna e leadershipRicordo esattamente il giorno in cui ho pensato che essere donna è meglio che essere uomo.

Avevo sei anni. Ero andata con mia madre nel bar dove si trovavano sempre gli amici di mio padre. Erano tutti seduti intorno al tavolo degli habitué, lo Stammtisch – come si dice in Alto Adige. Ci siamo avvicinate e tutti ci hanno salutato con grandi sorrisi e poi due di loro gentilmente si sono alzati e hanno guardato mia madre: “Luisa – hanno detto – siediti qui”. In quel momento ho pensato che essere una donna era bello perché non dovevi stare in piedi in un bar e perché c’era sempre un uomo che ti faceva accomodare.

La sedia delle donne

Solo recentemente mi sono resa conto quanto simbolica sia la storia di una sedia che un uomo gentilmente cede a una donna. È stata Sheryl Sandberg, COO di Facebook, a raccontarlo molto bene nel suo libro “Facciamoci avanti” e in un video di Ted del 2010 che ha girato il mondo. La Sandberg dice che dato un tavolo per una riunione, mentre gli uomini vanno diretti a sedersi nei posti centrali, le donne tendono a sedersi in fondo, in un angolo, anche se il loro ruolo consentirebbe loro di stare in posizioni avanzate. Lo fanno per educazione, per condizionamento ambientale, perché mentre un uomo che va avanti è accettato, una donna pare un po’ troppo ambiziosa, un po’ arrogante, un po’ capetta. D’altra parte gli uomini sanno proporsi meglio, parlano di sé con encomio, mentre le donne, sono piuttosto autocritiche e vedono i propri limiti prima ancora che le proprie qualità.

La storia delle sedie è davvero sintomatica. Perché leggendo la Sandberg, mi sono venuti in mente altri due episodi, legati al come prendere posto nelle riunioni.

Uno riguarda una riunione in un’organizzazione cui avevo partecipato, dove un uomo, ultimo entrato, neofita e inesperto, entrato in sala era andato direttamente a sedersi al tavolo dei “capi”, senza nemmeno verificare se per lui lì era previsto un posto. Non che tutti gli uomini siano così, è chiaro. Ma, ecco, mi aveva colpito questa schietta piccola prepotenza.

L’altro episodio, opposto a questo,  mi vede come giovane nuova e inesperta segretaria della Coppa del Mondo di Sci alla prima riunione di Club5, l’associazione dei classici di Coppa del Mondo. Ricordo una sala con un tavolo e sedie intorno e ricordo questa sala occupata solo da uomini e anche decisamente più vecchi di me (io ero effettivamente molto giovane). C’era anche il mio babbo. Tutti si presero posto intorno al tavolo e per me non c’era posto. E, timidissima, mi accomodai su una sedia ai lati, in un angolo. Nessuno mi offrì di sedermi al tavolo. Nemmeno mio padre, che non lo fece perché non voleva favorire la figlia di fronte agli altri. Non voleva imporsi. Ogni tanto qualcuno si girava e mi guardava e io ero davvero imbarazzata. Oggi sono vicepresidente di questa associazione e siedo al tavolo principale. Eppure, pur essendo membro dell’ufficio di presidenza, in quanto unica donna, sono ancora quella che “da segretaria” deve sistemare il computer, collegare i cavi etc. Gli uomini colleghi, o perché non sanno farlo o perché non tocca loro farlo, lasciano a me questo compito. Nemmeno il segretario, che è uomo, se ne preoccupa. Io sorrido, perché conosco l’ambiente e so che il mondo sportivo è davvero molto maschile. Ma so anche che dentro questo lasciar collegare il computer  a me ci sono strati e strati, anche inconsapevoli, di pregiudizi.

Discriminazioni e tabù

Non è solo il mondo dello sport a essere così maschile. Una rivista tedesca di arte – “Art” – è uscita in autunno con un’edizione dedicata alle donne. L’ho comprata perché mi ha colpito il titolo: “Le opere delle donne sono meno quotate di quelle degli uomini.”

E pare incredibile che oggi ciò accada ancora e che sia davvero necessario inserire quote rosa per agevolare l’entrata nel mondo del lavoro alle donne. E ancor più incredibile è che il tema sia tabù, che crei un certo disagio quando viene affrontato dentro le organizzazioni, tra i colleghi e le colleghe.

Ma nonostante le quote rosa, accade qualcosa’altro, di strano. Partiamo insieme agli uomini e a un certo punto ci fermiamo. Ho spesso pensato che si trattasse di problemi di famiglia. Con i bambini diventa difficile armonizzare casa e lavoro. Ma dopo queste letture e in base alle mie esperienze mi sono resa conto che il problema è più profondo.

Vincere o morire?

Il problema è lo stile di leadership che secoli e secoli di gestione del potere maschile hanno plasmato in una certa direzione. Gli uomini, inoltre, vengono cresciuti con una pressione sconosciuta alle donne. Nella rivista Art, la psicologa canadese, Susan Pinker , scrive che  gli uomini tendono a vivere sempre “in guerra” e affrontano i conflitti in modo assoluto. Mors tua vita mea. A questo proposito è molto interessante il dibattuto in Alto Adige intorno al nuovo presidente della Provincia, che tra i suoi obiettivi ha anche quello di provare a instaurare un confronto democratico che non preveda assoluti, ma piuttosto si apra alla diversità. Una bella scommessa, soprattutto in una terra di montagna, dove la tradizione – o meglio –  il conservatorismo è più radicato.

Ma per tornare al tema della leadership, sempre la psicologa canadese sottolinea che le donne, pur mettendo serietà e professionalità nel lavoro, non sono disposte a pregiudicare la propria vita per battaglie professionali. Cioè: nella vita c’è altro, non solo il lavoro e non solo la famiglia. Nella vita c’è un esistenza intera. Ricordo molto bene quando Tania Cagnotto alle Olimpiadi di Londra, delusa perché non aveva vinto nemmeno una medaglia, disse: “Era un sogno, ma la vita è un’altra cosa”. Forse è solo una coincidenza, ma questa frase l’ha pronunciata una donna.

Decidere per gli altri

Rossana Rossanda nel suo libro: “La ragazza del secolo scorso” va ancora oltre questa lettura ed entra nelle viscere della diversità. Ad un certo punto racconta che nel 1960, quando lei era nella segreteria della sezione milanese del  il PCI,  dovevano organizzare una manifestazione abusiva e tutti sapevano che se la manifestazione ci fosse stata, poteva scapparci il morto. Lei, insieme ai colleghi uomini, doveva decidere, ma avrebbe preferito non farlo: “Mi venne in gola un ancestrale: non tocca a me, ero una donna, quella cui è più naturale raccogliere i morti che impedirli, e tanto meno decidere l’eventualità”. In quel momento la Rossanda scoprì il suo essere donna, il suo lato femminile:

Ogni volta che non sono in gioco io sola – sento uno scarto, un esitare, un ritirarmi. Non credo che succeda a un maschio, il decidere per gli altri sta nel suo dna. Da allora quando si tratta di scelte forti nella sfera pubblica riconosco l’impulso a fare un passo indietro. E non mi pare una virtù pacifista, ma il riflesso di chi è stato per secoli fuori dalla storia. La materia di cui sono fatta ha questa grana. Combattiva ma seconda.

Conosco amiche donne che a un certo punto hanno rinunciato. Erano giunte in posizioni di leadership, ma la competizione aveva raggiunto tali livelli di tensione, da farle decidere di ritirarsi. Il gioco – come si dice nel calcio – era maschio. Troppo maschio. E mentre per gli uomini quel gioco era tutto, per le mie amiche non lo era, piuttosto esso negativizzava tutto il resto che apparteneva alla loro vita.

Le consuetudini che ci condizionano

E’ chiaro allora che non basta sedersi sulla sedia che ci meritiamo. Ed è anche chiaro che non è che gli uomini, in quanto diversi, siano dei bruti e noi delle delicate figure che vogliono portare armonia. E, di questo sono certa: la biologia centra fino a un certo punto. Sono la storia, l’educazione, le aspettative che tendono a far stare le donne un passo indietro. D’altra parte, se ne è parlato in questi anni di crisi: perdere il lavoro per un uomo è molto più drammatico che per una donna.

Per questo motivo, per questi strati su strati che ci condizionano, credo che il tema donna e management e donna e leadership abbia bisogno di ancora molte discussioni, di confronti, di aperture, di attacco – pacifico – ai tabù.  E come dice Sheryl Sandberg: di azione. Credo che vadano per primi eliminati gli assoluti e le generalizzazioni. E credo che vada alimentata la cultura dell’ascolto. E credo anche che parlare di donne e management non dovrebbe mettere in imbarazzo nessuno, soprattutto non dovrebbe far sentire a disagio gli uomini o in difetto le donne. Anzi, tutto ciò dovrebbe spingerci ad ascoltare e cambiare certe nostre pratiche, maschili e femminili , indotte dai modelli comportamentali in cui siamo cresciuti.

I luoghi comuni dicono che noi siamo empatiche, ma a volte troppo empatiche. Che gli uomini sono più diretti e più schietti, ma talvolta sono troppo duramente diretti. Noi ci sediamo in fondo, loro davanti. Noi ascoltiamo e non diciamo la nostra, loro parlano e impongono la loro linea. Loro agiscono, noi osserviamo. Loro sono intuitivi, noi analitiche. Un’organizzazione ha bisogno di tutto questo e di tutte le sfumature della tipologia uomo e della tipologia donna. Il lavoro ha bisogno di diversità per crescere.

Leadership femminile

Domani sarò a Treviso a un dibattito proprio su questo tema visto nel mondo dello sportbusiness. Le donne vincono più medaglie, ma poi a governare le federazioni sono gli uomini.

È dunque (im)possibile una leadership femminile? Come abbattere questo  muro fatto di consuetudini maschili? Se il lavoro che svolgiamo ci piace, perché dovremmo ritirarci? O perché, per rimanere, dovremmo adottare modi maschili?

La soluzione, credo,  stia nella reciprocità. Io consiglio di cercare alleati uomini che accolgano questo nuovo femminismo con rispetto e con la volontà di crescere e di migliorarsi. E di lavorare insieme, giorno dopo giorno, nel rispetto reciproco, ma anche nell’abbattimento condiviso dei tabù.

E un buon inizio potrebbe essere questo: partire dalle definizioni dei ruoli, come consiglia la Presidente dell’Accademia della Crusca in questa bella intervista.

Per approfondire:

Immagine: fonte Pinterest – Pinner Alessandra Pagani, @ale9ssandra, unalettricedotcom.wordpress.com