Perché dimenticare fa bene agli eventi

Ho letto alcuni giorni fa su pagina 99 fa che gli scienziati Blake Richards e Paul Frankland avrebbero scoperto che cancellare pezzi dalla propria memoria fa bene. Il cervello si libera, si tolgono rumori. Dimenticare “aiuta ad orientarsi nel mondo, facilita l’assunzione di decisioni intelligenti in ambienti dinamici”.

Non ho potuto non andare subito con il mio pensiero al mondo degli eventi, che per la loro natura effimera e dinamica hanno proprio nella memoria un elemento fondante.

C’è la memoria del fatto (che il management definisce lessons learned), ma ci sono anche altre memorie come quella emozionale, per esempio.

Provo allora a capire come questa “scoperta” scientifica si posa declinare al nostro mestiere. Sono primariamente due gli ambiti che mi sento di passare in rassegna.

Memoria Gestionale

Intendo qui la memoria del lavoro svolto, del cosa e del come abbiamo realizzato l’evento. È la memoria del de-briefing, che deve essere valorizzata affinché non si ripetano errori, sia negli eventi one-shot, che negli eventi una tantum.

Cosa ricordare

Va ricordato tutto ciò che nelle analisi post evento è emerso come reale criticità. Non è tanto la cosa in sé che va ricordata, ma – molto più importante – il perché del problema. E il trucco per andare a fondo è indagare ogni volta con la regola dei 5 perché: a ogni risposta si deve procedere con un nuovo perché su quella risposta. Non si accettano scuse e si va a fondo del problema. Può capitare che per anni una certa situazione si svolga in modo fluido e poi all’improvviso non funzioni più. La memoria del cambiamento in questo senso diventa importante, sia per risolvere un problema sia per ricordare che nulla si cristallizza, a maggior ragione dentro gli eventi che sono dinamicità per definizione.

Va anche ricordato ciò che è andato bene. Ovviamente non tutto: concentrarsi sulle novità introdotte e capire perché hanno funzionato è utilissimo. E poi, insomma, concediamoci anche un po’ di gratificazioni!

Cosa dimenticare

Esiste una memoria negativa e distruttiva ed è quella ossessiva su situazioni critiche che invece che essere affrontate con la regola dei cinque perché, vengono costantemente portate sul tavolo con ansia. Lasciatele perdere e tranquillizzate chi ne è vittima. La memoria selettiva diventa fondamentale: devio il ricordo sui perché, per poi agire. Se rimango fermo al cosa, quel cosa si ripeterà.

Ogni volta, inoltre, che una situazione è risolta, va letteralmente archiviata. Se vi fa stare tranquilli, tenete un faldone con una traccia cartacea, ma nella vostra mente fate spazio per altro. Il nostro cervello lavora meglio se è libero da zavorre.

Ci sono anche vecchie pratiche gestionali che vanno dimenticate. Sono un po’ come quegli oggetti che si tengono sulle mensole e che non vediamo nemmeno più, tanta è la polvere che accumulano (ovvero la nostra abitudine di averli là), e non ci accorgiamo nemmeno che sono diventati inutili. Toglierli significa fare spazio al nuovo.

Uno dei compiti primari del management è lo smaltimento dei rifiuti. Anche la nostra memoria gestionale ha bisogno di un po’ di pulizia e a fine evento, o comunque con una regolare ciclicità, consiglio di portare i sacchi di zavorre mentali alla discarica. Ne guadagna il management e dunque le persone.

Memoria esperienziale

Un evento vive di persone e tutte queste persone sono portatrici di aspettative, di esperienza e infine di memoria. Non possiamo naturalmente veicolare la memoria a nostro piacimento, sarebbe come creare una “fanta-evento” la cui idea mi fa rabbrividire. Possiamo però aiutare a ricordare bene. Questo vale sia per gli spettatori, ma anche per gli attori o i giornalisti o gli sponsor: siamo tutti essere umani che sentono e tutti comunicatori con il passaparola, un post, una foto, una narrazione, anche se magari circoscritta alla famiglia.

Cosa ricordare

Ogni organizzatore di eventi vorrebbe che si ricordassero solo le cose belle o addirittura solo ciò che per l’organizzatore è importante. Se la strategia e gli scopi dell’evento hanno trovato un buon banco di prova in una seria implementazione, sarà sicuramente cosi. Altrimenti… sarà un lavoro fatto male. Concentrarsi però sul cosa in senso materiale rischia di farci sbagliare strada. Un evento si costruisce con le emozioni e sono queste che vanno “indirizzate”. Studi sulla psicologia behaviorista ci dicono che possiamo davvero farlo: guidare la memoria. Accade già nelle applicazioni del marketing al turismo e si inizia a studiarne gli effetti anche negli eventi. Oggi mi sento di dire che chiunque organizzi un evento dovrebbe avere confidenza con questo nuovo filone di applicazioni della ricerca scientifica in campo pratico. Ovviamente il rischio manipolatorio è alto e dunque sono richieste grande attenzione e onestà.

Cosa dimenticare

Noi certamente vorremmo che lo spettatore dimenticasse ciò che non ha funzionato. Possiamo farlo solo in un modo: ascoltando, ascoltando e ascoltando. E offrendo risposte adeguate, soluzioni, accoglienza e comprensione. Lo spettatore, il giornalista o altri, magari non cancelleranno dalla memoria il problema vissuto, ma questo passerà in secondo piano, perché può forte sarà il ricordo della nostra professionalità, della nostra cortesia. Della nostra serietà.

Conclusione: non tutto è programmabile. Siamo essere umani e non macchine. Non siamo chiavette usb il cui contenuto può essere cancellato in un clic. Il bello sta qui: imparare a selezionare il ricordo utile se siamo organizzatori e aiutare i nostri visitatori a costruire una memoria, che prima ancora che utile a noi, sia di beneficio e gioia per loro.

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Tre pensieri per uno sponsoring di sostanza

Alcuni giorni fa mi e capitato tra le mani un articolo interessante. L’ho pescato in una rivista tedesca di sport-business e racconta di come si stia cercando di capire se è possibile verificare un legame di causa – effetto tra la visibilità televisiva di uno striscione di un dato sponsor e l’aumento di vendite dei prodotti di quello sponsor. Cioè, in parole semplici: come si fa a capire se gli striscioni ben visibili in TV  condizionano le vendite?

Si potrebbe aprire un capitolo immenso su questo, sugli studi di neuromarketing fatti per capire cosa colpisce di più l’occhio tra le tante immagini che vengono registrare in contemporanea e a come queste immagini agiscono sul sistema nervoso ed emozionale. Oppure, ancora, si potrebbero usare studi di psicologia cognitiva per evidenziare che sono molti di più gli elementi che ci condizionano e dunque sperare in una causa-effetto dal risvolto certo e matematico è pressoché impossibile. O, molto più semplicemente, si potrebbero leggere le analisi sulle tendenze che emergono dal mondo delle sponsorizzazioni per capire che il classico striscione in campo di gara sembra una cosa vecchia. Una newsletter di Nielsen sui trend commerciali dello sport mette in luce chiaramente l’emergere sempre più vigoroso di altri modi che le aziende potrebbero sfruttare. Ne ho anche parlato qui tempo fa.

Sponsor conservatori o poco coraggiosi?

Sicuramente per le aziende sponsorizzanti il tema è centrale, ma la mia sensazione è che si rimanga ancorati ai modelli classici, forse per timore.  Mi spiego. Alcuni anni fa avevo proposto a uno sponsor di costruire una sorta di entertainment per il pubblico giocando su parole e sensi che ci accomunavano. Si trattava di integrare coinvolgendo gli spettatori musica, colori, e appunto, sensi comuni. Al responsabile marketing la cosa era piaciuta molto, ma sconsolato mi disse che alla fine dell’anno l’amministratore delegato voleva solo vedere quanto il brand si fosse visto in TV: quante ore, minuti, secondi e quanti paesi. Se poi questa visione televisiva avesse effetti sull’aumento di vendite interessava meno.

Non penso che la letteratura di cui ho parlato al principio di questo post sia sconosciuta ai dirigenti di grandi aziende. È però come se si sapesse che questa benedetta causa effetto non è calcolabile e ciononostante si continuasse a stare quasi solo dentro i vecchi paradigma. Ne ho scritto tempo fa a proposito del marketing sportivo al femminile: per un conservatorismo ottuso (e maschilista) si perdono occasioni di business.

A questo proposito mi viene in mente un aneddoto familiare. Mio fratello, tanti anni fa,  aveva conosciuto al mare dei bimbi un po’ più grandi di lui che per prendersi gioco di lui gli avevano detto che se avesse scavato in un dato punto avrebbe trovato un grande tesoro. Mia madre gli aveva spiegato che questi bimbi avevano inventato la storia per prenderlo in giro e lui l’aveva guardata serio e convinto le aveva risposto: “Lo so, ma io sono più furbo di loro, perché lo so, ma vado a scavare lo stesso!”

Lo sponsor visto da chi organizza eventi

Naturalmente: la pubblicità in TV vale, eccome. Ma è anche certo che è difficile calcolare quanto valga davvero. Se poi spostiamo il punto di vista verso chi organizza l’evento, le cose cambiano ancora. Anche perché non tutti gli eventi finiscono in TV, ma tutti gli eventi hanno bisogno di essere finanziati e in genere ciò avviene con le sponsorizzazioni. Mi piace allora fare tre riflessioni, o offrire tre spunti. I tempi sono sicuramente molto difficili e pare anche finita l’epoca dell’amico che ha la fabbrichetta e ti dà qualche cosa in cambio di uno striscione. Anche l’amico oggi deve verificare se quelle poche migliaia di euro hanno o meno un ritorno. E allora, forse è necessario partire dall’inizio (#backtobasics, è ciò che ho scritto nel mio ultimo post) e capire prima di tutto dove si vuole andare. Anche quando si cerca uno sponsor!

1. Dobbiamo sapere dove vogliamo andare.

Lo scopo dell’evento è il punto di partenza. Aldilà delle eventuali sponsorizzazioni tecniche (forniture di materiale o servizi per l’evento), i partners economici dovrebbero avere una connessione anche strategica e non solo nel tipo di brand ma anche nel modo in cui lo sponsor è integrato. Parecchi anni fa ero stata a un festival del jazz dove gli sponsor (i loro stand e prodotti) occupavano lo spazio sotto il palco e il pubblico era piazzato distante, una sezione (la mia) addirittura dietro delle sbarre, poi sfondate da spettatori incattiviti. Ora, mi viene da pensare, che lo scopo di quell’evento non fosse intrattenere il pubblico o promuovere il jazz, ma che lo scopo fosse dare solo visibilità a certi brand. Ovviamente non era così, ma il modo in cui fu gestita la partnership diffuse tra un pubblico insoddisfatto questa fastidiosa sensazione.

Sapere dove andare, quindi, mi deve guidare nell’orientare in modo chiaro sia nella scelta dei partners e sia nella costruzioni di azioni congiunte. E questo mi porta al punto successivo.

2. Anche l’evento è un brand.

Capita ancora oggi che si vada a bussare la porta di potenziali sponsor con atteggiamento più simile all’elemosinare che al proporre un business. In realtà l’evento è una piattaforma che offre una vetrina dinamica e potenzialmente molto attrattiva per forti relazioni b2b o per il contatto diretto con possibili consumatori finali.

È  però necessario costruire l’evento come fosse un brand. Ne ho parlato più volte nel blog, citando sopratutto Kevin Roberts e la sua idea di ROI inteso come come Return of Involvement. Questo significa che la navigazione deve essere certa e che deve essere certo il modo in cui si vogliono coinvolgere gli sponsor. Se noi non offriamo solo spazi per striscioni, ma puntiamo insieme a un ritorno anche emozionale, allora lo sponsor diventa co-costruttore dell’evento. Diventa attore insieme a noi. E questo, oltre ad arricchire la festa, ci arricchisce in termini di know-how. Io sono per le contaminazioni e le sponsorizzazioni attive ne sono un buon banco di prova.

3. Dobbiamo lavorare di più. Ed essere curiosi.

Alcuni anni fa a un convegno su business e sport (Sport Meets Business) un ospite mi aveva chiesto sconsolato come poteva fare a trovare sponsor. Lungi da me il salire in cattedra su un tema cosi complesso (soprattutto di questi tempi), mi ero tuttavia permessa di suggerire una cosa:  uscire dal pensiero tradizionale dello striscione ed entrare invece in una nuova modalità. Era il 2011 e nel frattempo questa spinta fuori dalla sponsorizzazione tradizionale è diventata incontenibile. Oggi il tema “experience marketing” è diventato di moda e ne ho parlato tempo fa, ospite del blog inglese “Event Manager Blog

Cosa vuol dire cambiare modalità? Innanzitutto si deve lavorare molto, molto di più. Marketing non vuol dire vendere. Vuol dire analizzare i dati, anticipare i tempi, intercettare i bisogni. Per fare tutto questo dobbiamo prima di tutto conoscere il nostro evento, il nostro pubblico, il nostro posizionamento, le nostre fragilità, i nostri punti di forza e poi dobbiamo individuare aziende che siano interessate a condividere il nostro linguaggio e che puntino  a quella che nel mondo dello sport si chiama fan base: i nostri fans, ovvero il pubblico che ama non solo ciò che mettiamo in scena, ma anche il nostro evento in quanto tale.

In conclusione: tutto è un po’ più difficile di prima. Ma è anche vero che questo essere difficile dischiude nuove possibilità. Certamente per stare al passo c’è bisogno di competenze solide e di uno sguardo curioso, continuamente curioso, su questo mondo che cambia di continuo.


Per andare oltre

Alcuni di questi temi sono già stati trattati nel blog:

 

#SensibleExperienceScape [3] goes international.

Sono molto felice e anche un po’ emozionata.

Oggi posso condividere con voi un mio post  pubblicato in un blog  che io apprezzo molto per la ricchezza di informazioni e di idee e di ispirazioni che offre a chi si occupa di organizzare  eventi.

La gioia è vera e pura perché è stato un invito inaspettato. Scrivere per altri é una bella sfida. Il tema é uno di quelli che frequento spesso di questi tempi: il valore delle emozioni negli eventi.

Ne ho giá parlato più volte, per esempio qui, qui e qui.

E ho iniziato una specie di viaggio in un paesaggio nuovo , il  #SensibleExperienceScape. La terza tapppa di questa esplorazione a questo punto si butta all’estero e per una volta parla inglese!

Buona lettura! (cliccate l’immagine e arrivati dritti dritti al post)

event manager - guest author

Il marketing è morto e io mi sono innamorata!

Il marketing é morto - Sensible Event Management - Stefania Demetz

Quando alcuni anni fa ero cascata dentro la rete seducente del concetto di love mark ne ero rimasta folgorata. L’idea che un prodotto, prima ancora che per immense campagne pubblicitarie, potesse attirare a sé un numero sempre maggiore di clienti “semplicemente” perché le persone se ne innamorano aveva attivato dentro di me molte riflessioni.

Love Marks

Il concetto di ROI = return of involvement secondo la visone di Kevin Roberts, l’inventore dell’idea di love mark, è stato – ed è tutt’ora – un mio cavallo di battaglia.

La mia riflessione, allora, mi aveva portato a spostarmi dal prodotto tradizionale (l’esempio più clamoroso di oggetto amato è ciò che produce la Apple) all’evento in sé trattandolo come fosse un oggetto.

La domanda che mi ero posta era: Se un evento può essere assimilato a un prodotto e volesse divenire love mark, cosa dovrebbe fare?

Esperienza

Oggi il valore dell’esperienza nella costruzione di un brand è generalmente dato per acquisito e davvero non è più trascurabile. Sempre di più ci si rende conto che le sensazioni e le emozioni giocano un ruolo principale nelle nostre scelte. Basti pensare al potenziale dell’idea di spinta gentile, nudge.

A questo proposito sto leggendo un libro illuminante, Pensieri lenti e veloci di Daniel Kahnenmann, (psicologo, premio nobel per l’economia) che illustra come proprio in virtù di questa nostra priorità emozionale diamo la precedenza all’intuito prima ancora che alla riflessione. È il nostro lato emozionale e percettivo che ci condiziona – anche inconsapevolmente – pure quando esprimiamo un giudizio su ciò che vediamo.

L’evento da amare

Torniamo allora alla mia domanda: Cosa deve fare un evento per essere amato?

Prima di tutto – sembra ovvio, ma nella pratica di ovvio non c’è nulla – deve avere le idee chiare: sapere che tipo di evento è e vuol essere e che tipo di evento non vuole essere.

Poi, deve avere solidi contenuti, ma attenzione: oggi tra i tanti eventi (molti davvero farlocchi) e le continue lezioni sullo storytelling riassunte in una citazione su pinterest, rischiamo di perdere la rotta o, peggio, di lasciarci sedurre da paillettes luccicanti che poi, come dopo una festa di Carnevale, spente le luci cadono a terra e perdono tutto il loro splendore.

I contenuti hanno a che fare con il senso e il senso ha a che fare con il perché. Simon Sinek, uno dei più conosciuti consulenti di personal branding, ci dice che prima ancora di chiederci cosa facciamo, dovremmo sapere perché. E poi bisogna sapere in cosa crediamo. Solo a questo punto possiamo passare al “cosa siamo” e a “come facciamo” le cose.

E da questo perché parte tutto il resto.

Quindi: Perché? Cosa? Come? Sono tre domande principali, ma da sole non bastano.

Marketing e senso

O meglio: non basta davvero fare bene i compitini e con colori stupendi elencare le tre risposte su un power point d’effetto. Queste parole non vanno prese e impacchettate dentro una bella campagna pubblicitaria.

Queste parole ci dicono ciò che siamo e ciò che sentiamo. Il senso che trasmettono è prima di tutto l’anima dell’evento, non uno slogan pubblicitario.

E in quanto anima, queste parole devono per forza di cose essere gesti, azioni, modi, stili presenti ovunque: dentro ciò che mettiamo sul palcoscenico, ma anche nel palcoscenico stesso e nel modo in cui lo abbiamo costruito. Il senso, i contenuti non sono un vestito pulito messo a festa. Non sono, appunto, semplice packaging.

Se vendo un telefonino che ha un design strepitoso, ma poi non funziona e non trasmette quella bellezza anche nel suo utilizzo, allora non solo ho fatto un errore clamoroso, ma soprattutto sancisco un futuro desolante: chi ha comprato quel telefono non mi amerà mai.

Per molti miei lettori, forse non sto raccontando nulla di nuovo. In fondo, sull’importanza di fare le cose per bene sempre e ovunque ne ho parlato spesso. Ci torno però volentieri perché ho letto alcuni giorni fa un articolo dal titolo molto forte: “Marketing Is Dead, and Loyalty Killed It.

L’articolo parla ovviamente di prodotti e a me di nuovo è piaciuto leggerlo trasformando gli oggetti in ipotetici eventi.

Un evento, rispetto a un oggetto, ha dalla sua un vantaggio non da poco: è messo in scena per far stare gente insieme ed emozionarla. Questa emozione, tuttavia, che è un attributo naturale in partenza, rischia di svanire in tempi brevissimi, se non sarò capace di essere coerente con un contenuto che risponda ai desideri, ai bisogni, alle aspettative di chi ha deciso di comprare un biglietto. Un contenuto che metta me, evento, in relazione con i miei spettatori e lo faccia con autenticità e coerenza.

L’esempio Expo2015

Prendiamo il caso Expo. Seguendo sia i tweet ufficiali sia gli articoli di chi invece evidenzia le criticità e gli errori, esce una comunicazione schizofrenica, perché da un lato giungono messaggi edificanti su ciò che sarà e dall’altro questi messaggi vengono smontati da esperti grafici o linguisti che ne riscontrano crepe e incoerenze.

Da un lato – grazie a una massiccia campagna marketing – mi viene proposto un insieme di contenuti che dovrebbero affascinarmi (e in effetti mi affascinano): il nutrimento del pianeta, l’internazionalità, la meraviglia di architettura e design in Italia, gente di tutto il mondo che si incrocerà nel decumano della fiera, i simboli delle bellezze italiane …

Ma poi, questi sensi forti e seducenti cozzano di continuo contro altri contenuti: i ritardi, l’inefficienza, i pasticci, le polemiche, la corruzione, l’incoerenza.

Ovviamente un mega evento attira sempre una contro comunicazione (ne ho parlato qui) e non è detto che ciò sia un male. Ma qui mi pare accada qualcosa di diverso, anzi, emerge proprio il fatto che si è scelto il marketing invece che la fidelizzazione.

Ecco, Expo deve spendere tantissimo in marketing perché (forse) ha perso di vista il senso. Il senso non lo si costruisce con le campagne media. Lo si costruisce con coerenza dal primo giorno in ogni singola azione. È questa la forza del contenuto. È questo ciò che crea un legame forte. È questo che rende diverso, unico, seduttivo un evento. È questo che ci trasforma da spettatori comparse in spettatori emozionati e innamorati.

E poi …  il senso fa pure risparmiare soldi. Il senso costa meno del packaging. E se davvero costasse qualcosa allora è fatica, perché essere coerenti con un senso e un messaggio in ogni singola piega non è per nulla facile.


L’argomento ti interessa?

Sul tema del senso ho giá scritto altro:

Anche al valore delle emozioni ho dedicato qualche post:

Event Management: emozioni negative? Si, ma solo facendo i giardinieri.

negatività e event managementIl management ha come suo scopo organizzare le persone affinché raggiungano insieme obiettivi condivisi.

La parola chiave dentro questa frase è persone: esseri umani che lavorano insieme. Noi diamo sempre per scontato che ogni relazione professionale avvenga prevalentemente su un piano razionale. Che le emozioni siano governate e che siamo in grado di spingerle in secondo piano. Ma è davvero così? Se ne stanno proprio lì, dietro, a guardare, dove noi le abbiamo cacciate? O la nostra parte emotiva è quella che in realtà ci governa?

Dentro il management degli eventi si tende, è vero, a dare un po’ più di credito alla dimensione emotiva. Un po’, non molto. Per lo meno nell’output generale, soprattutto quando sul palcoscenico metaforico vediamo atleti o artisti che toccano leve profonde in noi, che fanno crescere sensazioni in noi. Ciò vale non solo per il pubblico che assiste, ma anche per chi ci lavora. Sfido chiunque a lavorare dentro un evento, senza provare il sentimento di gioia o di commozione o di delusione per ciò che accade all’”attore” in scena. È questo il bello degli eventi: lavorare e commuoversi insieme!

E questo è il lato buono delle emozioni. Quello che tutti noi riconosciamo, alimentiamo e – nell’organizzare eventi –  cerchiamo. Gli eventi, oggi, sono straordinari strumenti di marketing proprio perché fanno leva sulla nostra dimensione sensoriale.

Esiste però anche un lato oscuro, che troppo spesso è trascurato, se non addirittura rimosso o ignorato. Anche la negatività, infatti, è un’emozione. Fingere che non esista o considerarla  solo deprecabile rischia di annullare la forza della positività. Rischia di distruggere ciò che con passione si costruisce.

All’inizio è la biologia

Lo spiega molto bene un libro che ho letto in questi giorni: “Il potere della negatività” di Pino De Sario (Franco Angeli Editore). La tesi di questo libro è che nelle organizzazioni ci sia molta più negatività di quanto immaginiamo e che essa dovrebbe essere presa come risorsa per un’organizzazione.

Il punto di partenza è biologico. Nella nostra testa ci stanno:

  • un’ impulsiva amigdala, la parte antica del cervello – intuitiva, veloce, inconscia, vitale
  • una riflessiva corteccia cerebrale, la parte moderna – consapevole, deliberativa, lenta, analitica

L’amigdala è lì da molto prima e dunque è molto più forte.  È affascinante il modo in cui De Sario racconta come funzionano queste due parti del cervello. Ci dice, in sostanza, che la forza dell’amigdala è tale da far si che sono le emozioni a dominare i nostri pensieri. Anche a nostra insaputa.

La negatività negli eventi

Se penso al mio mestiere, mi verrebbe da dire, che per chi organizza eventi l’amigdala svolge un attività ancor più intensa. Proprio perché un evento è fatto di emozioni, ma anche – o soprattutto – perché il ritmo di lavoro non è ordinario, non è regolare. Si parte piano e poi tutto cresce di quantità e di velocità. È come un casello autostradale nelle ore di punta. Come se noi fossimo tutte le macchine insieme nello stesso punto. Come se fossimo dentro una centrifuga di una lavatrice o ancora: sulla cresta di un’onda oceanica con un surf che deve essere guidato con accortezza e concentrazione.

Le aspettative, i ritmi intensi, la pressione esterna, ma anche interna, quella che nasce dentro di noi – perché l’imprevisto è sempre in agguato e dunque dobbiamo essere sempre lucidi e vigili e attenti –, tutte queste spinte ci sfiancano. E non sempre ce ne rendiamo conto. Non sempre abbiamo la forza o il tempo di osservarci e capire che stiamo uscendo dai binari. Ad un certo punto la corteccia cerebrale cede alle spinte di un’amigdala che ci dice: “Attacca, aggredisci, esplodi, vaiii!” Penso che sia un’esperienza condivisa. Si è davvero stanchi e alla fine non ci se la fa più. La negatività esce ed esce spesso nella sua veste peggiore: liti, urla, proclamazione di assoluti, offese o rancori, isolamento, invidia. A volte anche solo con una frase: “Non ce la faccio più”.

È la stanchezza, ma ovviamente non è solo questo. La negatività, in ognuno di noi, si nutre dentro un amalgama fatto di biologia (cervello, ormoni),  di educazione (famiglia), di condizionamenti sociali (ambiente, aspettative, pressioni), di condizionamenti personali (noi in quel momento preciso della nostra vita). Un bel pasticcio, se pensiamo che tutto questo sta dietro a una lite, un conflitto, una battutaccia, una critica, un dispetto e cosi via.

Se poi a organizzare un evento è un organizzazione non profit,  che si basa soprattutto su una partecipazione di collaboratori volontari, le dinamiche emozionali sono ancora più pressanti. Perché nel non profit si va prima di tutto per scelta e se le cosa vanno male ci si sente non solo delusi, ma addirittura traditi. Se io decido di fare la volontaria al festival di letteratura è perché amo la letteratura e voglio sentire e vivere i miei scrittori preferiti da molto vicino. Io scelgo di esserci perché tutto ciò mi appassiona. Ma se poi, ciò che mi appassiona è offuscato da tensioni, rancori, o altro, nemmeno il mio amore per la letteratura mi può salvare.

Negatività sensible

Certamente noi non siamo psicologi e non è questo il nostro mestiere. Le grandi aziende sono dotate di responsabili delle risorse umane che si occupano di ciò con competenze specialistiche, ma le organizzazioni minori, soprattutto quelle non profit, devono gestirsi queste cose da sole e spesso manca totalmente, non solo la consapevolezza, ma addirittura la percezione reale di questa negatività.

Nella mia visione di event management, mi piace usare la parola sensible, anche sul fronte del negativo. E sono consapevole del fatto che un’organizzazione di eventi è particolarmente – appunto – sensibile agli attacchi di negatività:

  • sia per il ritmo – di cui ho detto
  • sia per le aspettative positive – emozioni e passione
  • sia per le ambizioni – palcoscenico.

Questo libro (Il potere della negatività) mi ha offerto però alcuni inaspettati punti di riflessione. Non basta parlare del cosa facciamo, è necessario anche concentrarsi su quella che De Sario definisce la “leadership relazionale”.

Non mi dilungo a presentare il metodo. Rimando alla lettura di questo libro, che consiglio, e che spiega con ricchezza di esempi e modelli questi temi:

  1. Definizione e spiegazioni sulla negatività da un punto di vista biologico e sociale.
  2. Esempi di negatività con elenco e definizioni di comportamenti tipo.
  3. Il metodo – la base: accogliere, contenere, trasformare.
  4. Il metodo antinegatività: come funziona, esempi pratici, modelli e tecniche.
  5. Le riunioni: metodi per la gestione e superamento della negatività.

Mi piace però fare una considerazione che ho trovato affascinante, o meglio: mi piace visualizzare questa considerazione.

 La buca, il concime e il giardiniere

De Sario, infatti, dice che quando ci si trova di fronte alla negatività (che banalmente si può esprimere in un “devo fare tutto io”, oppure “quelli là sanno solo fare festa, mentre noi lavoriamo” oppure ancora “qui non funziona niente” e così via), questa negatività va esplorata entrando in quella che l’autore chiama la buca. La buca è il luogo della negatività. Possiamo vederla e girarci intorno, oppure possiamo entrarci.

E allora scendiamo nel marcio (e accogliamo il negativo), ci sporchiamo le mani (investighiamo e conteniamo il negativo), poi usciamo dalla buca e trasformiamo il negativo in positivo. Partire subito con un “ma va, non è vero” o “sei tu che ti lamenti sempre” non fa che peggiorare le cose. È un girare intorno alla buca. Una volta entrati, invece, e poi usciti, è possibile trasformare il letame in concime e piantarci un albero, quello del cambiamento, della soluzione. Questa immagine mi piace assai perché Fredmund Malik, che cito spesso in questo blog, ha sempre sostenuto che un manager non è un capitano, ma un giardiniere.

Il giardiniere di un evento si trova a contrastare forze continue: vento, pioggia, grandine. Questo libro offre allora strumenti interessanti per affrontare queste intemperie e trasformale in sole, pioggia sana, venticello ristoratore.

In conclusione

Nei due post precedenti ho parlato di metodo del de-briefing. Questo libro è un ottimo corollario per gestire il negativo che esce dai de-briefing e per imparare ad adottare un comportamento sano. Implica molto fatica, molta concentrazione, molto allenamento, ma offre anche, finalmente, una lettura realistica ai problemi relazionali e guarda in faccia il negativo.

In fondo i protagonisti di questo spettacolo sono solo un’amigdala agitata e una corteccia indebolita. E lo scenario è una buca da concimare.

Per approfondire:

Sul positivo negativo ho anche scritto questo: Schizofrenia da eventi: il pessimista ottimista.

Sulle cause di frustrazioni nel non profit potete leggere qui.

Altri libri utili al mestiere si trovano nella mia piccola biblioteca.

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Immagine: Little Gardener, Foto Pizco, Volt Cafè Magazine