Perché dimenticare fa bene agli eventi

Ho letto alcuni giorni fa su pagina 99 fa che gli scienziati Blake Richards e Paul Frankland avrebbero scoperto che cancellare pezzi dalla propria memoria fa bene. Il cervello si libera, si tolgono rumori. Dimenticare “aiuta ad orientarsi nel mondo, facilita l’assunzione di decisioni intelligenti in ambienti dinamici”.

Non ho potuto non andare subito con il mio pensiero al mondo degli eventi, che per la loro natura effimera e dinamica hanno proprio nella memoria un elemento fondante.

C’è la memoria del fatto (che il management definisce lessons learned), ma ci sono anche altre memorie come quella emozionale, per esempio.

Provo allora a capire come questa “scoperta” scientifica si posa declinare al nostro mestiere. Sono primariamente due gli ambiti che mi sento di passare in rassegna.

Memoria Gestionale

Intendo qui la memoria del lavoro svolto, del cosa e del come abbiamo realizzato l’evento. È la memoria del de-briefing, che deve essere valorizzata affinché non si ripetano errori, sia negli eventi one-shot, che negli eventi una tantum.

Cosa ricordare

Va ricordato tutto ciò che nelle analisi post evento è emerso come reale criticità. Non è tanto la cosa in sé che va ricordata, ma – molto più importante – il perché del problema. E il trucco per andare a fondo è indagare ogni volta con la regola dei 5 perché: a ogni risposta si deve procedere con un nuovo perché su quella risposta. Non si accettano scuse e si va a fondo del problema. Può capitare che per anni una certa situazione si svolga in modo fluido e poi all’improvviso non funzioni più. La memoria del cambiamento in questo senso diventa importante, sia per risolvere un problema sia per ricordare che nulla si cristallizza, a maggior ragione dentro gli eventi che sono dinamicità per definizione.

Va anche ricordato ciò che è andato bene. Ovviamente non tutto: concentrarsi sulle novità introdotte e capire perché hanno funzionato è utilissimo. E poi, insomma, concediamoci anche un po’ di gratificazioni!

Cosa dimenticare

Esiste una memoria negativa e distruttiva ed è quella ossessiva su situazioni critiche che invece che essere affrontate con la regola dei cinque perché, vengono costantemente portate sul tavolo con ansia. Lasciatele perdere e tranquillizzate chi ne è vittima. La memoria selettiva diventa fondamentale: devio il ricordo sui perché, per poi agire. Se rimango fermo al cosa, quel cosa si ripeterà.

Ogni volta, inoltre, che una situazione è risolta, va letteralmente archiviata. Se vi fa stare tranquilli, tenete un faldone con una traccia cartacea, ma nella vostra mente fate spazio per altro. Il nostro cervello lavora meglio se è libero da zavorre.

Ci sono anche vecchie pratiche gestionali che vanno dimenticate. Sono un po’ come quegli oggetti che si tengono sulle mensole e che non vediamo nemmeno più, tanta è la polvere che accumulano (ovvero la nostra abitudine di averli là), e non ci accorgiamo nemmeno che sono diventati inutili. Toglierli significa fare spazio al nuovo.

Uno dei compiti primari del management è lo smaltimento dei rifiuti. Anche la nostra memoria gestionale ha bisogno di un po’ di pulizia e a fine evento, o comunque con una regolare ciclicità, consiglio di portare i sacchi di zavorre mentali alla discarica. Ne guadagna il management e dunque le persone.

Memoria esperienziale

Un evento vive di persone e tutte queste persone sono portatrici di aspettative, di esperienza e infine di memoria. Non possiamo naturalmente veicolare la memoria a nostro piacimento, sarebbe come creare una “fanta-evento” la cui idea mi fa rabbrividire. Possiamo però aiutare a ricordare bene. Questo vale sia per gli spettatori, ma anche per gli attori o i giornalisti o gli sponsor: siamo tutti essere umani che sentono e tutti comunicatori con il passaparola, un post, una foto, una narrazione, anche se magari circoscritta alla famiglia.

Cosa ricordare

Ogni organizzatore di eventi vorrebbe che si ricordassero solo le cose belle o addirittura solo ciò che per l’organizzatore è importante. Se la strategia e gli scopi dell’evento hanno trovato un buon banco di prova in una seria implementazione, sarà sicuramente cosi. Altrimenti… sarà un lavoro fatto male. Concentrarsi però sul cosa in senso materiale rischia di farci sbagliare strada. Un evento si costruisce con le emozioni e sono queste che vanno “indirizzate”. Studi sulla psicologia behaviorista ci dicono che possiamo davvero farlo: guidare la memoria. Accade già nelle applicazioni del marketing al turismo e si inizia a studiarne gli effetti anche negli eventi. Oggi mi sento di dire che chiunque organizzi un evento dovrebbe avere confidenza con questo nuovo filone di applicazioni della ricerca scientifica in campo pratico. Ovviamente il rischio manipolatorio è alto e dunque sono richieste grande attenzione e onestà.

Cosa dimenticare

Noi certamente vorremmo che lo spettatore dimenticasse ciò che non ha funzionato. Possiamo farlo solo in un modo: ascoltando, ascoltando e ascoltando. E offrendo risposte adeguate, soluzioni, accoglienza e comprensione. Lo spettatore, il giornalista o altri, magari non cancelleranno dalla memoria il problema vissuto, ma questo passerà in secondo piano, perché può forte sarà il ricordo della nostra professionalità, della nostra cortesia. Della nostra serietà.

Conclusione: non tutto è programmabile. Siamo essere umani e non macchine. Non siamo chiavette usb il cui contenuto può essere cancellato in un clic. Il bello sta qui: imparare a selezionare il ricordo utile se siamo organizzatori e aiutare i nostri visitatori a costruire una memoria, che prima ancora che utile a noi, sia di beneficio e gioia per loro.

#SensibleExperienceScape [8]: perché quando si parla di sostenibilità di un evento, si dovrebbe parlare anche di emozioni?

Questo post non ha alcun fondamento scientifico ed è scritto con la pancia.

La premessa mi pare necessaria, perché la domanda che pongo nel titolo mi frulla in testa da alcuni giorni e ammetto di non avere risposte certe.

Anteprima: le Olimpiadi di Torino, 10 anni fa.

Tutto è iniziato 10 anni con le Olimpiadi di Torino, alle quali ho partecipato in qualità di press manager al Sestriere. Ero in sostanza responsabile del centro stampa di raccordo della montagna nella fase immediatamente antecedente l’inizio dei Giochi e poi durante i Giochi.

Di quei due mesi mi sono rimasti ricordi di ogni genere: dalle delusioni alla fatica, al divertimento, alle vere e sane soddisfazioni. Rammento come fosse ieri l’ansia del countdown per l’apertura del centro stampa, che si ostinava a rimanere un cantiere. Una concatenazioni di attività, che non avevano seguito la road map prevista, avevano causato un ritardo tremendo e ricordo la responsabile del waste and cleaning che non poteva pulire fintanto che la spazzatura da allestimento non veniva sgomberata.  Non ricordo quale fosse l’intoppo, fatto sta che lavoravo in sala stampa, a gennaio, a pochi giorni dalla cerimonia d’inaugurazione, con i portoni aperti, il gelo che entrava, accucciata sul portatile con berretto e guanti. C’è pure chi si ricorda che avevo acceso una candela per fare un po’ di luce.

Un’esperienza atroce, si direbbe. Eppure in tutto questo c’è qualcosa di non normale: e cioè che di questa emergenza preservo solo ricordi magnifici. Il venue manager, che era il responsabile di tutto il cluster Sestriere, mi aveva autorizzato a lanciare un appello: avevo chiamato alle armi tutti quelli che potevano darci una mano per sgomberare il cantiere. C’erano i nylon da togliere da metri quadri e metri quadri di moquette, c’erano i tavoli da liberare, c’erano pezzi di cavi d’ovunque, e assi di legno e avanzi di ogni tipo. La squadra si era composta subito ed era fatta di gente che era lì per altro: trasporti, cerimoniale, servizi … eppure tutti si erano muniti di guantoni e avevano aiutato affinché un pezzo della macchina potesse partire.

Mi viene la pelle d’oca ancora oggi per l’emozione che avevo provato quando avevamo finito, stremati, ma soddisfatti. Non ho più alcuna traccia di questa squadra affiatata che era corsa in aiuto, in modo per nulla scontato, se non il ricordo vivo nella mia memoria. E questo ricordo sarebbe rimasto incantucciato da qualche parte, come bell’esempio di lavoro di squadra eccezionale, se non fosse che sono passati 10 anni dalle Olimpiadi e tutto in questi ultimi giorni torna  in superficie.

Esperienza e memoria

Mi sono trovata, infatti, a rivivere in parte quelle emozioni, dopo ben 10 anni. E pare interessante, perché ciò che alla fine rimane è solo la memoria bella: quella emozione condita addirittura con una consistente dose di nostalgia. Queste sensazioni, penso, le potrebbero confermare la maggior parte delle quasi 600 persone che settimana scorsa si sono presentate alla festa organizzata dallo staff Torino2006 per lo staff Torino2006: un raduno denso di ricordi, di abbracci, di rivisitazioni, di nostalgie, di risate.  Arrivati da ogni dove pur di esserci e pur di rivedersi, tutti con la gioia stampata sul viso e immagino, con dentro di sé solo i ricordi belli mentre quelli brutti …, beh, curiosamente nello sguardo retrospettivo diventano frammenti di piccole epiche olimpiche, che si colorano di romanticismo.

Tutto questo mi ha fatto riflettere non poco.

Quando si parla di eventi, soprattutto di mega eventi, si tende sempre a puntare il dito contro i grandi errori fatti nella gestione post evento. Infrastrutture abbandonate, mala gestione e così via. È un tema a me caro che ho trattato spesso in questo blog. Nemmeno Torino è immune da tutto ciò con, da un lato una città che pare rinata grazie ai Giochi, ma a ben guardare anche qui l’eredità mostra non poche crepe: gli impianti in montagna, il villaggio olimpico, così via …

Luci e ombre che pare difficile smentire.

Meno, o forse mai, si parla dell’eredità emozionale. Alla festa delle celebrazioni sono certa che in molti sarebbero risaliti subito sul carro olimpico per rifare tutto, di nuovo.

E qui mi piace provare a capire.

La psicologia dell’esperienza

La letteratura sul management degli eventi sta iniziando a studiare il rapporto tra esperienza e memoria affidandosi alle scoperte delle psicologia behaviorista. Si veda questo interessante studio su psicologia ed evento. Ne ho anche parlato in questo blog perché trovo il tema molto intrigante e ho anche contribuito a un paper su questo argomento, sebbene il focus fosse centrato sullo spettatore degli eventi culturali.

Le scoperte in questo ambito dicono in sostanza che è possibile cercare di veicolare le esperienze, senza necessariamente manipolarle, in modo tale da agevolare la sedimentazione di una memoria positiva.

Quando si lavora a un evento come i Giochi Olimpici, questa operazione pare molto facile, perché il mito olimpico, l’unicità dell’esperienza, la vita dentro una bolla che è unica e non ripetibile, la consapevolezza di vivere qualcosa di magico, lo spirito olimpico che ci mette il suo, la creazione di un linguaggio interno, l’esser slegati dal mondo reale etc. etc. fanno sì che si viva l’esperienza lavorativa in modo totalmente diverso da qualsiasi altro lavoro. Ciò vale certamente per tanti eventi. Non c‘è dubbio però che i Giochi Olimpici siano inimitabili da questo punto vista. È come raggiungere un livello emozionale altissimo, un picco senza eguali, ma effimero. Si crea quasi una tossicità, una dipendenza dalla emozione e man mano che ci si avvicina alla fine, non si vede l’ora che finisca, perché la bolla è impegnativa, ma allo stesso tempo si vorrebbe non uscirne mai.

La domanda allora molto banale è: tutta questa energia emozionale può essere incanalata affinché non sfumi nel nulla e non rimanga solo un insieme variegato di ricordi individuali? Cioè: quando si pianifica un evento, è possibile pensare, non solo a come riciclare le infrastrutture nel post-evento, ma anche a come non disperdere l’entusiasmo, pur sapendo che un’Olimpiade è unica?

Torino forse in parte l’ha fatto, divenendo città di eventi culturali. Ma è possibile lavorarci in modo strategico o questa energia ha un senso solo dentro il contenitore evento?

Penso ad esempio ai tanti che hanno lavorato a Torino e avrebbero voluto continuare a lavorare nello sport, ma non c’è stata alcuna vera opportunità a favore di uno strategico “job placement” post olimpico. La stessa cosa potrebbe valere per Expo: dove lavorano oggi le persone Expo? Quell’esperienza operativa e umana ha la possibilità di trovare uno sbocco e una continuità o rimane un episodio isolato?

Forse questo mio post è una leggerezza. Forse è un po’ come parlare del sesso degli angeli. Forse la forza di quelle emozioni ha davvero senso solo dentro il contenitore evento. Eppure io credo che una riflessione strategica per una vera legacy, che non sia solo infrastrutturale, andrebbe fatta. L’evento può essere il momento più alto, ma pensarlo solo come ingresso nella festa senza progresso, per citare il sociologo Michel Maffesoli, mi sembra, per quanto intenso e inebriante, un’occasione perduta.

Forse in questo senso Roma2024  potrebbe non solo pescare nell’emozione di chi fu-Torino2006, ma allo stesso tempo pianificare la viability, vale a dire la capacità auto-rigenerante delle esperienze, delle competenze e della forza emozionale di chi, se tutto andrà bene, potrebbe fra 12 anni  essere il “fuRoma2024”.

Expo: il conflitto tra contenuto e fruizione

Scrivere questo post è tutt’altro che facile.

Di Expo si è scritto e detto tanto e tanto ancora si scriverà e si dirà. E l’ho fatto pure io e forse lo farò ancora. Ma io oggi non vorrei parlare di Expo2015 a Milano. Vorrei piuttosto riuscire a raccontare in parole la mia percezione da inesperta visitatrice dell’esposizione universale, che quest’anno è cascata su Milano.

Provo a farlo imponendomi un esercizio impegnativo: liberarmi di pregiudizi e raccontare la mia esperienza come fossi priva di conoscenza sul tema, come se da un pianeta lontano mi avessero catapultato dentro il decumano.

Ho una buona carta da giocarmi: non sono mai stata a un Expo in vita mia e dunque non ho termini di paragone. Questa mia visita a Rho è stato il mio debutto. E nel mio racconto cercherò di farne tesoro.

Il primo impatto

Esattamente come quando visito una nuova città, nonostante avessi la cartina in mano, ho deciso da subito di muovermi a caso. Eccomi dunque lì, in piedi al principio di un viale, il decumano, pieno zeppo di gente. Un rimbombo fortissimo di voci. Trenini umani, ovvero sciami di persone, gruppi, scolaresche, in fila, più o meno ordinata, o totalmente anarchici, avanzano entrando e uscendo da un padiglione all’altro. Urla, risate, mani che battono, richiami. Una tempesta di voci. Ed io che penso: ci sono, si parte!

Le dimensioni estranee

Come tutte queste persone, anche io ho iniziato a entrare e uscire dai padiglioni. Ne ho vistati in tutto sei o sette. Poi non ce l’ho più fatta.

Quella lieve emozione che ho provato all’inizio si è trasformata in stanchezza. Le code a ogni entrata mi hanno tolto la voglia di rimettermi in coda, ogni volta. Non si trattava tanto di lunghe attese, ad esclusione di Palazzo Italia, circondato da un serpente infinito di persone.  A pensare bene non sono state le code ad avermi stancata, è stata la gente. E così dopo cinque ore di permanenze a Expo mi sono seduta su una panchina e ho iniziato a guardare questi sciami roboanti di esseri umani e a ripensare a quello che avevo visto dentro i padiglioni.

La sintesi estrema che mi sento di fare è: mancanza di contatto tra dimensioni diverse. Una sorta di alienità. Una fallita comunicazione. L’emittente parla, il ricevente non assorbe, non coglie.

Forse sono troppo severa e non vorrei in alcun modo apparire snob. Quindi non generalizzo. Penso che in tanti, tantissimi si siano divertiti un mondo. Io ne sono uscita perplessa. Io, in quanto spedita da un pianeta lontano, osservando ho faticato a capire.

Il contenuto

Non c’è dubbio che i padiglioni, molti di essi, sono strutture splendide. Architetture suggestive, evocative, forti. Un’estetica che di travolge e ti avvolge. Dentro queste scatole fatte di curve, linee, spigoli il contenuto è talvolta altrettanto forte. Ho amato molto il padiglione coreano. In esso, il tema del nutrire si sviluppa intorno alla tradizione millenaria di conservazione del cibo dentro le anfore. E lo fa con opere di arte contemporanea, dove lo spreco è espresso con un’intensità per nulla scontata e dove la tecnologia si esibisce in una danza (una vera danza di due schermi mossi da robot, che paiono ballerine del futuro) o dove si ricrea il luogo del silenzio e della riflessione sul senso del tempo, della natura e dell’uomo. Anche il padiglione della Repubblica Ceca é interessante per la riproduzione in scala mignon di una foresta ceca e l’integrazione di proiezioni e suoni della natura. O ancora, gli argentini ti avvolgono con immagini proiettate e tu ti siedi con un allevamento di tori che ti viene incontro oppure, come per magia, ti affacci su una campagna immensa e rigogliosa.

Il tema del cibo è – sebbene non da tutti i padiglioni che ho visitato – trattato con intelligenza, con l’intenzione di far riflettere, di educare, di formare. Il contenuto di taluni padiglioni avrebbe potuto, trovare spazio in una rassegna di arte contemporanea proprio per il suo non essere didascalico o banalizzato. Il contenuto, infine, induceva al silenzio. Al lasciarsi trasportare da esperienze. Altre volte coinvolgeva con i giochi, l’interazione, la scoperta, come dentro un museo di scienza e tecnica.

Il visitatore

Può darsi che io abbia visitato l’Expo in una giornata sbagliata, ma ecco, mentre me ne stavo seduta a recuperare un po’ di lucidità, mi sono detta che il visitatore di Expo è in netto contrasto con ciò che i padiglioni cercano di raccontare. Solo dentro quello coreano, come per magia (o per intelligenza di chi lo ha progettato) tutti sono stati indotti al silenzio. In genere invece l’orda di visitatori, molti giovani adolescenti in gita scolastica, ma non solo loro, era come in preda a un’eccitazione per cui tutto doveva essere toccato, tutto doveva essere commentato con urla, risate, grida, tutto doveva essere divorato (e fotografato) come dentro un drive in. Senza mai fermarsi. In modo compulsivo.

Ecco perché dicevo che non voglio sembrare snob. Poche volte ho potuto leggere con attenzione ciò che era scritto. E quei momenti duravano comunque poco. Capisco l’eccitazione adolescenziale, per carità. L’Expo si presenta come una Disneyland contemporanea fatta si tablet, video, tasti, tecnologie da sperimentare e toccare. È un viaggio nel mondo, una sorta di “Little Planet”. Ma provate a immaginarvi: per entrare siete in coda, poi entrate come foste molecole di un flusso liquido, che se vi fermate, siete persi. Io mi mettevo negli angoli e approfittavo del cambio da un turno all’altro. Pochi minuti in cui lo spazio quasi si svuotava. E in quei pochi secondi potevo guardare per vedere.  Nel padiglione angolano mentre osservavo un video, tre ragazze mi si piazzano davanti e iniziano a toccare i tasti del video, senza mai fermarsi a leggere cosa fa apparire il tasto da loro toccato. Non si erano accorte di me né di quello che comunicava il video. In quello cinese un’insegnate urlava alla chiamata i suoi allievi perché andassero a vedere la cartina della via della seta, ma nessuno l’ascoltava perché un gioco sulla propria alimentazione li aveva attratti molto di più. La sensazione netta che ho avuta è che l’Expo è vissuto come fosse un luna-park. I contenuti invece sono proposti come se i fruitori fossero visitatori di musei o di esposizioni di arte. La sensazione che ho avuto è che non c’è dialogo reale tra contenuti e destinatari.

Che senso dare?

#Expo - esperienza barocca - stefania demetz

E allora, mentre me ne stavo seduta lontana dal decumano per recuperare un po’ di silenzio, mi sono detta che forse quelli che dicono che il concetto di Expo oggi sia superato hanno ragione. E che forse anche quelli, che dicono che parlare di alimentazione nel mondo in questo modo è una bella ipocrisia, hanno un po’ di ragione. I padiglioni che ho visitato cercano, tramite la scienza, la storia, la tecnologia e l’arte, di sensibilizzare e affrontare un tema dolente: quello della fame e quello dell’obesità. E alcuni, lo fanno in modo grandioso. Ma poi quando esci, in ogni angolo ti vendono da mangiare, carretti che offrono gelati, bibite, cioccolato e profumi di cibi del mondo, cancellano in un secondo quella breve e istantanea riflessione che magari hai fatto dentro un padiglione. Come un pensiero che si accenna appena, ma vola subito via perché tutto intorno ti dice altro. Ti dice, e questo lo si vede nel modo in cui si fruisce di questi spazi e di queste informazioni e di queste sensazioni, che non c’è tempo per fermarsi a pensare. Entrare, lasciarsi sorprendere (quanti Ohhh che ho sentito), e passare subito ad altro, altre sorprese, altri Ohhh, altre sensazioni e sempre di più e di più. L’effimero alla potenza. La sorpresa come strumento di attrazione. Una catena di hic et nunc brevi e voraci.

E allora, senza voler essere banale mi chiedo:

Che senso ha, ma davvero che senso ha una cosa come Expo che da un lato vuole parlare del nutrire il pianeta e dall’altro inghiotte i visitatori in esperienze frenetiche e frivole. E commerciali.

Expo per me è un’esperienza barocca, nel senso di effimera, illusoria, sorprendente, e limitata al momento. Mi chiedo: tutte queste persone, una volta uscite saranno sensibilizzate sul tema del nutrire il pianeta? E se così non fosse, allora quale è lo scopo? Troppi sono i linguaggi che si mescolano. Dalla lezione etica sul cibo alla promozione turistica, dal gioco disneyano alla fruizione di opere d’arte. Io amo le contaminazioni, ma qui non si tratta di mescolare linguaggi, si tratta di buttare dentro un contenitore mille cose che non si amalgamano e farne un minestrone scintillante e colorato.

Il mio, vorrei chiarire, non è un #noexpo. È solo una ricerca di senso.

Per questo ci tornerò a Expo. Smetterò i panni della persona catapultata da un altro pianeta e attiverò anch’io la modalità barocca. Ne sono certa: mi godrò la vera bellezza di questa cosa folle, gustando un aperitivo in Argentina, saltando sulla rete brasiliana, cenando in Giappone e godendomi le stelle di Milano con in mano un digestivo sloveno. E sotto la mia corteccia barocca, uno sguardo discreto continuerá la sua ricerca sul senso.

Le altre immagini (scattate da ipad e dunque… assolutamente effimere) le trovate qui.

#SensibleExperienceScape [1]: come analizzare il successo di un evento

#SensibleExperiencescape - Stefania Demetz

“Il nostro problema non è vendere biglietti, perché abbiamo il tutto esaurito in ogni categoria. Il nostro problema oggi è aumentare l’esperienza.”

Queste parole le sentii pronunciare a Monaco di Baviera alcuni anni fa dal CEO di Sportfive, l’agenzia che gestisce la maggior parte delle società di calcio in Germania. È una frase che trovo emblematica dei nostri tempi. E non riguarda solo il calcio, anzi questa frase tocca chiunque organizzi eventi, anche – o soprattutto – culturali.

Dal biglietto all’esperienza

Potrei dire che ci troviamo, a differenza del calcio in Germania, in una sorta di preistoria, dove ancora ciò che si mette sul tavolo come indicatore del successo di una manifestazione sono i biglietti strappati.  Le cedoline Siae che rimangono ci dicono se è andata bene oppure no.

Eppure la parola chiave oggi pare essere un’altra e più che con il quanto ha a che fare con il come:  la parola si chiama esperienza. E subito mi sento scivolare su un terreno molto insidioso. È una parola che esattamente come evento, sta rischiando di finire in un calderone per cui tutto deve essere esperienza. Il tema non è nuovo e un libro uscito nel 1999 “L’economia delle esperienze” ha sicuramente condizionato non solo il calcio tedesco, ma pure il nostro modo di proporre oggi un servizio, un evento.

Chi organizza eventi è di fatto un organizzatore di esperienze, un mediatore emozionale, un impresario che costruisce teatri per attori e spettatori, i quali sempre di più possono mescolarsi nei loro ruoli. Per questo motivo vorrei provare a intrufolarmi dentro questo paesaggio, che chiamo #experiencescape. Per andar sicura mi ci intrufolo munita di uno zaino vuoto che sarà il viaggio a riempire man mano che avanzo.

#SensibleExperiencescape

Experiencescape è un neologismo sempre più utilizzato nel marketing turistico: fonde l’idea di paesaggio (landscape) e di servizi personalizzati (esperienze) dentro questo paesaggio (per esempio un hotel). A me intriga perché mi pare che si possa usare molto bene anche come metafora di una cornice spazio-temporale all’interno della quale ha luogo un evento. Scelgo un’espressione inglese – pur avendo sottoscritto la petizione #dilloinitaliano (!) – perché questa fusione di esperienza e paesaggio mi pare molto centrata. Il suffisso scape, inoltre, nasce dalla stessa radice germanica per ship (friendship) e serve a denotare un sostantivo. In questo caso di tratta di amplificare e totalizzare in un certo senso il tema esperienza.  E poiché il tema scotta, vorrei proprio affrontarne alcuni aspetti, che ovviamente non si possono esaurire in un unico post.

Inauguro allora oggi una sorta di filone, che chiamo proprio #SensibleExperiencescape. Il sensible, serve a ricordarci di fare le cose dando loro un senso, con consapevolezza, autenticità e senso pratico. Sarà un viaggio fatto di letture, confronti e, appunto esperienze. Dunque, più che di una teoria, di leggi assolute, di manuali sul come far bene le cose, vi invito a seguire un viaggio nomade dentro questo confuso paesaggio, che ci farà approdare in diversi porti, e in ognuno di essi pescheremo qualcosa. La rotta non è fissata, andremo seguendo il vento.

Il primo porto ci apre alla terra delle ricerche.

Cosa importa di più: quanto o come?

L’Italia è un paese pieno zeppo di eventi e spesso ciò avvia  lunghe polemiche (nelle mie ricerche ho trovato un neologismo che ne racconta il disagio: eventite, quasi fosse una malattia, la nostra). Inoltre, lavoriamo sempre ancora troppo poco sull’eredità, sia infrastrutturale, sia emozionale. E contiamo il successo semplicemente basandoci sui numeri: tanti festival, tanti eventi dentro il festival, tanti spettatori…

Ognuno di noi – nel suo privato – valuta il successo, anche solo di una festa, in base al numero di persone presenti. È abbastanza naturale farlo. Provate però a pensare a un matrimonio di 500 persone, tutte annoiate, e a un matrimonio di 6 persone davvero felici (è quello a cui ho partecipato io come testimone della sposa e vi assicuro che il come ha battuto il quanto al primo round!).

Il punto di partenza allora è chiedersi come si possa valutare realmente il successo di un vento, e ovviamente, la sua crescita per una nuova edizione. In realtà ne ho giá parlo qui: si dovrà partire prima di tutto dallo scopo. Se l’obiettivo è centrato con soli 10 spettatori, allora il successivo è dato. Ma anche lo scopo rischia di inaridirci dentro tabelle e grafici. In fondo, siamo esseri umani e non sempre possiamo essere incapsulati dentro formule e numeri.

Il disagio lo ho provato, confesso, anch’io quest’anno, quando abbiamo deciso – dopo la Coppa del Mondo – di avviare un gruppo di lavoro per elaborare nuovi progetti. Siamo partiti dai dati che avevamo, e tutti erano di tipo quantitativo: quanti biglietti venduti, quanti per categoria, quanto on-line, e poi, età delle persone, sesso, provenienza e così via. Ne sono uscite informazioni utili, ma che in realtà conoscevamo giá. Le analisi quantitative possono confermare delle impressioni; possono, se protratte nel tempo, rivelare le tendenze. Sono dunque utili, necessarie, ma non sono sufficienti.

La ricerca diamante

Si spiega dentro questo mio disagio, la mia affamata curiosità per un articolo di Evert Gummesson, professore svedese, che in un testo avvincente, ha raccontato la sua storia di “ricercatore” e il suo viaggio in quello che chiama il “MethodologyLand”. Le varie fasi della sua vita sono riassunte sulla base dei metodi di ricerca che ha usato. La felicità lui dice di averla trovata in quella che chiama la interactive research; e la piega con una metafora: un diamante. Ogni lato della pietra è splendente e contribuisce a dare luce all’insieme. Sono cinque i diversi modelli che andrebbero considerati complementari gli uni agli altri:

  • Case study: ovvero partire dall’analisi di un – nel nostro caso – evento e considerarlo come “aneddotico” a dimostrazione di una teoria, ma pure come generatore di una nuova teoria
  • Grounded theory: un’ attività circolare tra raccolta dei dati, analisi e di nuovo raccolta e di nuovo analisi basandosi su comparazione, appunti, memo, ripescaggio dati e cosi via
  • Antropologia: studiare i comportamenti nel periodo lungo usando sensazioni, analizzando anche i comportamenti non verbali (non basta compilare un test, insomma!)
  • Action research: nella ricerca si diviene anche fautori di un cambiamento, si analizza e si suggeriscono azioni immediate
  • Ricerca narrativa: racconta – letteralmente – il modo in cui gli attori sociali producono, vivono e contestualizzano esperienze.

Il valore di un ognuno di essi è:

  • Case study aiuta a riconoscere la complessità e l’ambiguità
  • Grounded theory consente alla realtà di raccontare la propria storia secondo i propri modi e tempi
  • Antropologia: l’importante di esserci
  • Action research: far accadere le cose
  • Ricerca narrativa: dare vita alla realtà.

Obiezione accolta

Perché elenco metodi di ricerca che sono più legati al mondo accademico che alla nostra vita di organizzatori? Ma che  noioso questo #SensibleExperiencescape!

È vero, Gummesson ha scritto questo testo soprattutto per i giovani ricercatori, invitandoli a cercare la propria strada nella ricerca e a non fissarsi su teorie e metodi giá stabiliti. Ecco, a me piace girare questo invito anche agli organizzatori o a noi naviganti. Naturalmente nessuno di noi è un esperto accademico di analisi e ricerca e soprattutto gli organizzatori spesso non hanno tempo e risorse per occuparsene. E tuttavia, sapere che per muoverci nel nostro #SensibleExperiencescape la scienza, ovvero, i ricercatori, ovvero ancora gli esseri umani che vivono come noi, possono regalarci alcuni strumenti di viaggio che ci offrano diversi spicchi del paesaggio, mi pare una bella cosa. Anzi: ci dicono alcune cose molto importanti:

  • Il successo di un evento non dipende solo dal numero di persone presenti.
  • Studiare “scientificamente” un evento è un nutrimento necessario per crescere.
  • Riconoscere la fluidità di un evento, ovvero della materia (emozioni?) che vogliamo capire meglio, ci invita a tentare letture e punti di vista diversi.
  • L’esperienza esiste, è viva ed è materia preziosa da analizzare.

 

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