Perché dimenticare fa bene agli eventi

Ho letto alcuni giorni fa su pagina 99 fa che gli scienziati Blake Richards e Paul Frankland avrebbero scoperto che cancellare pezzi dalla propria memoria fa bene. Il cervello si libera, si tolgono rumori. Dimenticare “aiuta ad orientarsi nel mondo, facilita l’assunzione di decisioni intelligenti in ambienti dinamici”.

Non ho potuto non andare subito con il mio pensiero al mondo degli eventi, che per la loro natura effimera e dinamica hanno proprio nella memoria un elemento fondante.

C’è la memoria del fatto (che il management definisce lessons learned), ma ci sono anche altre memorie come quella emozionale, per esempio.

Provo allora a capire come questa “scoperta” scientifica si posa declinare al nostro mestiere. Sono primariamente due gli ambiti che mi sento di passare in rassegna.

Memoria Gestionale

Intendo qui la memoria del lavoro svolto, del cosa e del come abbiamo realizzato l’evento. È la memoria del de-briefing, che deve essere valorizzata affinché non si ripetano errori, sia negli eventi one-shot, che negli eventi una tantum.

Cosa ricordare

Va ricordato tutto ciò che nelle analisi post evento è emerso come reale criticità. Non è tanto la cosa in sé che va ricordata, ma – molto più importante – il perché del problema. E il trucco per andare a fondo è indagare ogni volta con la regola dei 5 perché: a ogni risposta si deve procedere con un nuovo perché su quella risposta. Non si accettano scuse e si va a fondo del problema. Può capitare che per anni una certa situazione si svolga in modo fluido e poi all’improvviso non funzioni più. La memoria del cambiamento in questo senso diventa importante, sia per risolvere un problema sia per ricordare che nulla si cristallizza, a maggior ragione dentro gli eventi che sono dinamicità per definizione.

Va anche ricordato ciò che è andato bene. Ovviamente non tutto: concentrarsi sulle novità introdotte e capire perché hanno funzionato è utilissimo. E poi, insomma, concediamoci anche un po’ di gratificazioni!

Cosa dimenticare

Esiste una memoria negativa e distruttiva ed è quella ossessiva su situazioni critiche che invece che essere affrontate con la regola dei cinque perché, vengono costantemente portate sul tavolo con ansia. Lasciatele perdere e tranquillizzate chi ne è vittima. La memoria selettiva diventa fondamentale: devio il ricordo sui perché, per poi agire. Se rimango fermo al cosa, quel cosa si ripeterà.

Ogni volta, inoltre, che una situazione è risolta, va letteralmente archiviata. Se vi fa stare tranquilli, tenete un faldone con una traccia cartacea, ma nella vostra mente fate spazio per altro. Il nostro cervello lavora meglio se è libero da zavorre.

Ci sono anche vecchie pratiche gestionali che vanno dimenticate. Sono un po’ come quegli oggetti che si tengono sulle mensole e che non vediamo nemmeno più, tanta è la polvere che accumulano (ovvero la nostra abitudine di averli là), e non ci accorgiamo nemmeno che sono diventati inutili. Toglierli significa fare spazio al nuovo.

Uno dei compiti primari del management è lo smaltimento dei rifiuti. Anche la nostra memoria gestionale ha bisogno di un po’ di pulizia e a fine evento, o comunque con una regolare ciclicità, consiglio di portare i sacchi di zavorre mentali alla discarica. Ne guadagna il management e dunque le persone.

Memoria esperienziale

Un evento vive di persone e tutte queste persone sono portatrici di aspettative, di esperienza e infine di memoria. Non possiamo naturalmente veicolare la memoria a nostro piacimento, sarebbe come creare una “fanta-evento” la cui idea mi fa rabbrividire. Possiamo però aiutare a ricordare bene. Questo vale sia per gli spettatori, ma anche per gli attori o i giornalisti o gli sponsor: siamo tutti essere umani che sentono e tutti comunicatori con il passaparola, un post, una foto, una narrazione, anche se magari circoscritta alla famiglia.

Cosa ricordare

Ogni organizzatore di eventi vorrebbe che si ricordassero solo le cose belle o addirittura solo ciò che per l’organizzatore è importante. Se la strategia e gli scopi dell’evento hanno trovato un buon banco di prova in una seria implementazione, sarà sicuramente cosi. Altrimenti… sarà un lavoro fatto male. Concentrarsi però sul cosa in senso materiale rischia di farci sbagliare strada. Un evento si costruisce con le emozioni e sono queste che vanno “indirizzate”. Studi sulla psicologia behaviorista ci dicono che possiamo davvero farlo: guidare la memoria. Accade già nelle applicazioni del marketing al turismo e si inizia a studiarne gli effetti anche negli eventi. Oggi mi sento di dire che chiunque organizzi un evento dovrebbe avere confidenza con questo nuovo filone di applicazioni della ricerca scientifica in campo pratico. Ovviamente il rischio manipolatorio è alto e dunque sono richieste grande attenzione e onestà.

Cosa dimenticare

Noi certamente vorremmo che lo spettatore dimenticasse ciò che non ha funzionato. Possiamo farlo solo in un modo: ascoltando, ascoltando e ascoltando. E offrendo risposte adeguate, soluzioni, accoglienza e comprensione. Lo spettatore, il giornalista o altri, magari non cancelleranno dalla memoria il problema vissuto, ma questo passerà in secondo piano, perché può forte sarà il ricordo della nostra professionalità, della nostra cortesia. Della nostra serietà.

Conclusione: non tutto è programmabile. Siamo essere umani e non macchine. Non siamo chiavette usb il cui contenuto può essere cancellato in un clic. Il bello sta qui: imparare a selezionare il ricordo utile se siamo organizzatori e aiutare i nostri visitatori a costruire una memoria, che prima ancora che utile a noi, sia di beneficio e gioia per loro.

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Tre pensieri per uno sponsoring di sostanza

Alcuni giorni fa mi e capitato tra le mani un articolo interessante. L’ho pescato in una rivista tedesca di sport-business e racconta di come si stia cercando di capire se è possibile verificare un legame di causa – effetto tra la visibilità televisiva di uno striscione di un dato sponsor e l’aumento di vendite dei prodotti di quello sponsor. Cioè, in parole semplici: come si fa a capire se gli striscioni ben visibili in TV  condizionano le vendite?

Si potrebbe aprire un capitolo immenso su questo, sugli studi di neuromarketing fatti per capire cosa colpisce di più l’occhio tra le tante immagini che vengono registrare in contemporanea e a come queste immagini agiscono sul sistema nervoso ed emozionale. Oppure, ancora, si potrebbero usare studi di psicologia cognitiva per evidenziare che sono molti di più gli elementi che ci condizionano e dunque sperare in una causa-effetto dal risvolto certo e matematico è pressoché impossibile. O, molto più semplicemente, si potrebbero leggere le analisi sulle tendenze che emergono dal mondo delle sponsorizzazioni per capire che il classico striscione in campo di gara sembra una cosa vecchia. Una newsletter di Nielsen sui trend commerciali dello sport mette in luce chiaramente l’emergere sempre più vigoroso di altri modi che le aziende potrebbero sfruttare. Ne ho anche parlato qui tempo fa.

Sponsor conservatori o poco coraggiosi?

Sicuramente per le aziende sponsorizzanti il tema è centrale, ma la mia sensazione è che si rimanga ancorati ai modelli classici, forse per timore.  Mi spiego. Alcuni anni fa avevo proposto a uno sponsor di costruire una sorta di entertainment per il pubblico giocando su parole e sensi che ci accomunavano. Si trattava di integrare coinvolgendo gli spettatori musica, colori, e appunto, sensi comuni. Al responsabile marketing la cosa era piaciuta molto, ma sconsolato mi disse che alla fine dell’anno l’amministratore delegato voleva solo vedere quanto il brand si fosse visto in TV: quante ore, minuti, secondi e quanti paesi. Se poi questa visione televisiva avesse effetti sull’aumento di vendite interessava meno.

Non penso che la letteratura di cui ho parlato al principio di questo post sia sconosciuta ai dirigenti di grandi aziende. È però come se si sapesse che questa benedetta causa effetto non è calcolabile e ciononostante si continuasse a stare quasi solo dentro i vecchi paradigma. Ne ho scritto tempo fa a proposito del marketing sportivo al femminile: per un conservatorismo ottuso (e maschilista) si perdono occasioni di business.

A questo proposito mi viene in mente un aneddoto familiare. Mio fratello, tanti anni fa,  aveva conosciuto al mare dei bimbi un po’ più grandi di lui che per prendersi gioco di lui gli avevano detto che se avesse scavato in un dato punto avrebbe trovato un grande tesoro. Mia madre gli aveva spiegato che questi bimbi avevano inventato la storia per prenderlo in giro e lui l’aveva guardata serio e convinto le aveva risposto: “Lo so, ma io sono più furbo di loro, perché lo so, ma vado a scavare lo stesso!”

Lo sponsor visto da chi organizza eventi

Naturalmente: la pubblicità in TV vale, eccome. Ma è anche certo che è difficile calcolare quanto valga davvero. Se poi spostiamo il punto di vista verso chi organizza l’evento, le cose cambiano ancora. Anche perché non tutti gli eventi finiscono in TV, ma tutti gli eventi hanno bisogno di essere finanziati e in genere ciò avviene con le sponsorizzazioni. Mi piace allora fare tre riflessioni, o offrire tre spunti. I tempi sono sicuramente molto difficili e pare anche finita l’epoca dell’amico che ha la fabbrichetta e ti dà qualche cosa in cambio di uno striscione. Anche l’amico oggi deve verificare se quelle poche migliaia di euro hanno o meno un ritorno. E allora, forse è necessario partire dall’inizio (#backtobasics, è ciò che ho scritto nel mio ultimo post) e capire prima di tutto dove si vuole andare. Anche quando si cerca uno sponsor!

1. Dobbiamo sapere dove vogliamo andare.

Lo scopo dell’evento è il punto di partenza. Aldilà delle eventuali sponsorizzazioni tecniche (forniture di materiale o servizi per l’evento), i partners economici dovrebbero avere una connessione anche strategica e non solo nel tipo di brand ma anche nel modo in cui lo sponsor è integrato. Parecchi anni fa ero stata a un festival del jazz dove gli sponsor (i loro stand e prodotti) occupavano lo spazio sotto il palco e il pubblico era piazzato distante, una sezione (la mia) addirittura dietro delle sbarre, poi sfondate da spettatori incattiviti. Ora, mi viene da pensare, che lo scopo di quell’evento non fosse intrattenere il pubblico o promuovere il jazz, ma che lo scopo fosse dare solo visibilità a certi brand. Ovviamente non era così, ma il modo in cui fu gestita la partnership diffuse tra un pubblico insoddisfatto questa fastidiosa sensazione.

Sapere dove andare, quindi, mi deve guidare nell’orientare in modo chiaro sia nella scelta dei partners e sia nella costruzioni di azioni congiunte. E questo mi porta al punto successivo.

2. Anche l’evento è un brand.

Capita ancora oggi che si vada a bussare la porta di potenziali sponsor con atteggiamento più simile all’elemosinare che al proporre un business. In realtà l’evento è una piattaforma che offre una vetrina dinamica e potenzialmente molto attrattiva per forti relazioni b2b o per il contatto diretto con possibili consumatori finali.

È  però necessario costruire l’evento come fosse un brand. Ne ho parlato più volte nel blog, citando sopratutto Kevin Roberts e la sua idea di ROI inteso come come Return of Involvement. Questo significa che la navigazione deve essere certa e che deve essere certo il modo in cui si vogliono coinvolgere gli sponsor. Se noi non offriamo solo spazi per striscioni, ma puntiamo insieme a un ritorno anche emozionale, allora lo sponsor diventa co-costruttore dell’evento. Diventa attore insieme a noi. E questo, oltre ad arricchire la festa, ci arricchisce in termini di know-how. Io sono per le contaminazioni e le sponsorizzazioni attive ne sono un buon banco di prova.

3. Dobbiamo lavorare di più. Ed essere curiosi.

Alcuni anni fa a un convegno su business e sport (Sport Meets Business) un ospite mi aveva chiesto sconsolato come poteva fare a trovare sponsor. Lungi da me il salire in cattedra su un tema cosi complesso (soprattutto di questi tempi), mi ero tuttavia permessa di suggerire una cosa:  uscire dal pensiero tradizionale dello striscione ed entrare invece in una nuova modalità. Era il 2011 e nel frattempo questa spinta fuori dalla sponsorizzazione tradizionale è diventata incontenibile. Oggi il tema “experience marketing” è diventato di moda e ne ho parlato tempo fa, ospite del blog inglese “Event Manager Blog

Cosa vuol dire cambiare modalità? Innanzitutto si deve lavorare molto, molto di più. Marketing non vuol dire vendere. Vuol dire analizzare i dati, anticipare i tempi, intercettare i bisogni. Per fare tutto questo dobbiamo prima di tutto conoscere il nostro evento, il nostro pubblico, il nostro posizionamento, le nostre fragilità, i nostri punti di forza e poi dobbiamo individuare aziende che siano interessate a condividere il nostro linguaggio e che puntino  a quella che nel mondo dello sport si chiama fan base: i nostri fans, ovvero il pubblico che ama non solo ciò che mettiamo in scena, ma anche il nostro evento in quanto tale.

In conclusione: tutto è un po’ più difficile di prima. Ma è anche vero che questo essere difficile dischiude nuove possibilità. Certamente per stare al passo c’è bisogno di competenze solide e di uno sguardo curioso, continuamente curioso, su questo mondo che cambia di continuo.


Per andare oltre

Alcuni di questi temi sono già stati trattati nel blog:

 

#SensibleExperienceScape [3] goes international.

Sono molto felice e anche un po’ emozionata.

Oggi posso condividere con voi un mio post  pubblicato in un blog  che io apprezzo molto per la ricchezza di informazioni e di idee e di ispirazioni che offre a chi si occupa di organizzare  eventi.

La gioia è vera e pura perché è stato un invito inaspettato. Scrivere per altri é una bella sfida. Il tema é uno di quelli che frequento spesso di questi tempi: il valore delle emozioni negli eventi.

Ne ho giá parlato più volte, per esempio qui, qui e qui.

E ho iniziato una specie di viaggio in un paesaggio nuovo , il  #SensibleExperienceScape. La terza tapppa di questa esplorazione a questo punto si butta all’estero e per una volta parla inglese!

Buona lettura! (cliccate l’immagine e arrivati dritti dritti al post)

event manager - guest author

Come si inizia a #fare un evento culturale?

eventi culturali - sensible event management

Alcune settimane fa sono stata alla presentazione di un libro – curato da Francesco De Biase – che mi ha subito affascinato per il suo titolo: I pubblici della cultura.

È una raccolta di saggi che analizza il tema sempre più importante dei pubblici culturali e dell’audience development. Francsco Crisci,  é autore di uno studio su questo tema (la sua biografia si trova in fondo a questo post) e il suo intervento mi è piaciuto molto perché ha parlato del design delle organizzazioni culturali. E così è stato che gli ho chiesto un contributo per il blog. Ora, le mie domande erano tante e i temi abbastanza tosti e lui mi ha inviato delle risposte davvero stimolanti. I temi riguardano i festival culturali italiani, il management, il tema dell’esperienza e della mediazione emozionale.

Con questo post parto con la prima delle domande. Sarà, come dire, una chiacchierata a puntate in cui entreremo negli argomenti a me più cari: la gestione, il tema che ho coniato come #SensibleExperienceScape, la cultura negli eventi e così via.

Buona lettura.

I festival culturali: un tema sul quanto o sul come?

Domanda: L’Italia è un paese molto ricco di eventi culturali, basti pensare ai tanti festival che attirano migliaia di persone. C’è tuttavia chi dice che questi eventi siano troppi e spesso inutili, perché di fatto non aumentano il “consumo di cultura” (acquisto di più libri, più visite ai musei e così via). Qual è la tua opinione a tal proposito?

Questione complicata quella che mi poni, da affrontare chiarendo bene la natura del problema: e se la questione fosse la definizione e la valutazione delle politiche culturali e delle pratiche effettivamente messe in atto dalle organizzazioni culturali per realizzarle, tutte cose di cui in Italia si parla pochissimo e male?

Partiamo da questo aspetto: per quali motivi e sulla base di quali dati e informazioni, rappresentazioni o prassi è possibile effettuare un giudizio sulla quantità e qualità degli eventi culturali?

E nel caso in cui fosse un policy maker (ad es. un assessore regionale) ad aspettarsi determinati rapporti di causa-effetto o a voler prendere in considerazione indicatori di performance più o meno bizzarri (es.: collegare “eventi culturali e acquisto di libri”), in quale veste e con quali strumenti sarebbe chiamato a questo tipo di valutazioni?

Ci sono politiche e politiche …

Primo punto. Quando si discute di “politiche culturali” tendiamo un po’ tutti a confonderle con le “politiche amministrative per la cultura” ma non sono la stessa cosa, in quanto queste ultime riguardano le procedure, ad esempio, per l’accesso ai finanziamenti pubblici o i sistemi di regolamentazione per l’utilizzo di tali finanziamenti.

In una logica manageriale, invece, la questione delle politiche culturali ha anche e soprattutto a che vedere con la gestione della catena logica “obiettivi-risorse-azioni-risultati” (e solo poi, con la valutazione, individuando opportuni indicatori di performance), ragionamento imprescindibile se si vuol valutare in modo serio gli attori della cultura.

La retorica che confonde

Secondo aspetto. Il policy maker chiamato a “rendere conto” di decisioni pubbliche (gli anglosassoni racchiudono il concetto stesso di “responsabilizzazione” nell’espressione accountability) dovrebbe esplicitare in modo trasparente il collegamento tra obiettivi e risultati, mentre la “cattiva retorica” dominante in questi anni porta a semplificare tutto: partendo da improbabili indicatori di performance si finisce col descrivere in modo eterodiretto il raggiungimento di obiettivi mai esplicitati.

Non si tratta di questioni tanto peregrine in quanto un approccio superficiale alla faccenda produce effetti pratici piuttosto perversi. Faccio un esempio concreto.

Case History: un progetto di riforma

Qualche anno fa il mio gruppo di ricerca è stato chiamato dalla Direzione Cultura della regione a lavorare alla riforma del sistema di finanziamento pubblico alla cultura, a partire dallo spettacolo dal vivo (giusto una nota: le regioni sono piuttosto interessate a regolamentare lo spettacolo dal vivo in quanto le attività culturali sono materia legislativa concorrente tra Stato e Regioni, mentre non sempre sono altrettanto attente ai beni culturali).

L’importante é come fare la torta

Dopo aver ricostruito il meccanismo del finanziamento regionale, la prima vera questione da affrontare per inquadrare l’intervento in modo corretto è stata di far comprendere alle parti coinvolte nel processo di riforma (organizzazioni artistiche, Direzione Cultura e Governo regionale) quale fosse la “vera natura” del problema:

  • non si trattava semplicemente di rivedere l’amministrazione della norma (le procedure operative per l’accesso ai finanziamenti regionali e per la ripartizione dei fondi alle organizzazioni artistiche);
  • ma di disegnare una architettura istituzionale trasparente che definisse in modo efficace il processo di formazione del budget regionale alla cultura

(quindi come si forma la torta da distribuire e non come assegnare le fettine di una torta già sfornata e con le fettine tagliate con criteri in ogni caso irragionevoli).

Inoltre, avevamo suggerito di non avviare una riforma di questa natura senza prima aver raccolto dati e informazioni sul sistema dello spettacolo dal vivo “in funzionamento”, tutto ciò per indirizzare in modo “cosciente” e “condiviso” il percorso stesso della riforma.

Alla vigilia della riforma avevamo predisposto anche uno strumento tecnico che andava in tale direzione: per circa tre anni avevamo lavorato alla creazione di una struttura per la raccolta di dati condivisa tra organizzazioni dello spettacolo, Regioni e Ministero, collaborando ad un progetto per una rete di Osservatori della Cultura regionali.

Le organizzazioni artistiche e la Direzione Cultura della regione compresero subito la portata della proposta, ma Governo (assessorato) e Consiglio regionale (in quanto legislatore) non reagirono con altrettanto entusiasmo (sic!).

Nel 2014 è stata approvata una legge di riforma del settore delle c.d. “attività teatrali”: sebbene piuttosto diversa dall’architettura che avevamo proposto ai tecnici regionali, essa prevede, tra le altre cose, la stesura di un Documento di Politica Culturale triennale; mentre l’Osservatorio regionale era diventato non già strumento di accompagnamento della riforma, ma oggetto della stessa. Al momento l’Osservatorio non è operativo e non v’è traccia del Documento di Politica Culturale attraverso cui dovrebbe essere possibile valutare in modo trasparente la congruità tra gli obiettivi che il sistema regionale dello spettacolo dal vivo si pone e le risorse effettivamente messe a disposizione per il raggiungimento dei risultati.

I dati prima di tutto

Il processo di riforma è molto più articolato, ma in questo esempio emerge un aspetto che è molto comune in Italia: mancano in tutto o in parte informazioni basilari e attendibili sul fenomeno dell’intervento pubblico nella cultura; e la visione di “breve periodo” che caratterizza la politica può portare spesso ad alimentare “discorsi” di management della/sulla cultura piuttosto inconsistenti. Non si possono fare valutazioni sensate senza una cornice simile a quella che ho cercato di descrivere.

Un consiglio per approfondire

Nel caso in cui i tuoi lettori fossero interessati ad approfondire questo tipo di ragionamenti, propongo la lettura di una bella ricerca condotta da un gruppo di colleghi ed amici dell’Università di Bologna: mi riferisco al gruppo del GIOCA (Gestione e Innovazione delle Organizzazioni Culturali e Artistiche/Graduate degree in Innovation and Organization of Culture and the Arts), coordinato da Luca Zan. Il testo è questo: Le risorse per lo spettacolo, Il Mulino, 2009.

Biografia

Francesco Crisci è ricercatore e docente di Economia e Gestione delle Imprese presso il Dipartimento di Scienze Economiche e Statistiche dell’Università di Udine. Nel 2005-2006 è stato research fellow al CRG-PREG dell’Ecole Polytechnique di Parigi. I suoi interessi di ricerca riguardano le organizzazioni knowledge intensive, in particolare le organizzazioni artistico-culturali (visual e performing arts) e science-based (ad esempio, nel settore delle life science e della biotecnologia), affrontando lo studio: dei processi produttivi e di “product design”; delle dinamiche dell’innovazione e del cambiamento organizzativo; dei processi strategici e di decision making/sensemaking; del comportamento del consumatore; delle implicazioni organizzative e strategiche della prospettiva knowledge-based (contatti: francesco.crisci@uniud.it; www.dies.uniud.it/crisci.html)

#staytuned

Nella prossima puntata parleremo di mediazione cognitiva e di esperienza dentro un festival culturale.

Perchè il 1. marzo comprerò un libro, ma non parteciperò al flash mob.

Alcuni giorni fa, nel mio gironzolare quotidiano su facebook, ho trovato l’invito a un evento:

Flash Mob Letterario, 1. Marzo. Compra un libro.

FLASH MOB LETTERARIOSenza tanto pensare, come spesso accade sui social, ho cliccato subito: partecipa! Insomma, la parola letterario mi è piaciuta e tutte le iniziative volte a stimolare la lettura trovano il mio pieno appoggio.

Poi però mi sono fermata a pensare. Flash mob letterario. Flash Mob? Cioè?

Questa iniziativa sta riscuotendo un grande successo in rete (in questo momento, mentre scrivo, sono 6.000 i partecipanti). Ma è davvero un flash mob? Nel sottotitolo semplicemente si dice: compra un libro.

Lo so che sono un po’ tignosa talvolta, ma il primo pensiero che mi è venuto è il seguente: se tutti andiamo a comprare un libro nella nostra libreria di fiducia, abbiamo partecipato a un flash mob? E la seconda domanda è stata: che cavolo è davvero un flash mob?

Per capire meglio, ho fatto un po’ di ricerche sulla storia del flash mob e sul suo senso, che ho riassunto nel mio piccolo dizionario.

Senza andare a riscrivere tutto, qui mi interessa fare una riflessione un po’ diversa, legata proprio alla confusione che aleggia intorno alle parole nel mondo degli eventi.

Le parole sono importanti. A maggior ragione se devono definire l’effimero e l’impalpabile.

Sono dunque andata nel web, ho cercato su twitter poi ho fatto la stessa cosa su youtube e vimeo e google e così via. E ho scoperto che c’è davvero un po’ di confusione. Ci tengo a fare una premessa: nel mio essere un po’ cocciuta sull’uso severo delle parole, sono altresì consapevole che il linguaggio è dinamico e che nell’uso le parole spesso si ritrovano con sensi originari spariti e nuovi sensi che s’impongono . Ciò è naturale. Tuttavia, nel caso del flash mob credo ci sia alla base una sorta di pigrizia (o furbizia) linguistica.

Il vocabolario dei raduni

Quando diverse persone si radunano in un certo luogo possiamo avere un evento, una manifestazione, una dimostrazione, un’iniziativa o, appunto, un flash mob.

Per spiegare le differenze, mi appoggio alla Treccani, limitandomi ai sensi pertinenti a questo blog: sensible event management.

Evento:

Avvenimento, caso, fatto che è avvenuto o che potrà avvenire.

(…) grandi e., avvenimenti di grande importanza (in origine con riferimento a importanti competizioni sportive, sul modello dell’ingl. great event, e oggi esteso a qualunque manifestazione o spettacolo che attiri il pubblico). 

L’evento per me è in realtà qualcosa di più, manca in questa definizione l’ampiezza semantica, ma per questo rimando nuovamente al dizionario sul mio sito. Prendiamo comunque per buona questa definizione, che aiuta a definire il campo.

Manifestazione:

Forma di protesta o espressione dei sentimenti di una collettività o di un gruppo di persone, attuata sfilando per le strade oppure radunandosi in massa in luogo pubblico, e rendendo noto mediante discorsi, slogan, scritte su cartelli e striscioni il proprio atteggiamento relativamente a determinati fatti politici, sindacali, sociali, ecc. (…)

Spettacolo pubblico, destinato a largo concorso di popolo: una martistica,musicalepirotecnicamsportiva, complesso di gare o di incontri sportivi tenuti in luogo pubblico.

Dimostrazione:

Manifestazione collettiva di volontà popolare, per lo più di natura politica o sindacale, che si svolge di solito mediante cortei attraverso le vie cittadine o mediante raduni, per far giungere ai responsabili della vita politica o amministrativa la propria protesta o le proprie richieste.

Iniziativa:

L’attività stessa, l’impresa, l’azione ideata e promossa: un’i. editoriale che ha avuto grande successo; favorire il buon esito dell’i.; far fallire le i. di pace. 

Flash mob:

Riunione di gruppo improvvisata, che si organizza mediante una convocazione a catena inoltrata su siti Internet o tramite messaggi di posta elettronica, durante la quale i partecipanti compiono un’azione collettiva. ◆ [tit.] Anche a Roma sbarca la «mania» del flash-mob con inviti via e-mail [testo] Diffusissima negli Stati Uniti e in Giappone la moda dei flash mob sta prendendo piede anche in Italia. Si tratta di mobilitazioni improvvise che coinvolgono centinaia di persone reclutate con inviti a catena tramite mail. Ai convocati viene chiesto di recarsi in un luogo pubblico dove riceveranno ulteriori informazioni sul da farsi. Il tutto dura pochi minuti. Una folla di sconosciuti appare ad un’ora prestabilita nel luogo prescelto, compie azioni apparentemente senza senso e poi si dissolve. Lo scopo è solo quello di divertirsi

Ecco qui il punto!

Nel blog Bookshelf, ho trovato questa spiegazione relativa al flash mob letterario:

L’idea è semplice, ovvero recarsi in libreria sabato I° Marzo e fare un acquisto, in un flash mob atipico, esteso a tutta l’Italia e a tutta la giornata, magari scattando anche una foto da pubblicare in rete a testimonianza della propria adesione all’iniziativa.

Alla faccia dell’atipico mi verrebbe da dire, perché questa iniziativa (parola che effettivamente viene usata) non ha davvero nulla, ma proprio nulla del flash mob. Tanto per essere chiari, l’Oxford Dictionary lo definisce così:

a large public gathering at which people perform an unusual or seemingly random act and then disperse, typically organized by means of the Internet or social media:

Le parole chiave sono:

  1. large public
  2. unusual random act
  3. disperse
  4. organized by means of the internet.

Il punto 1. ce lo auguriamo tutti per il flash mob letterario e il punto 4. è evidente, ma la natura vera (punti di 2. e 3.) sono assenti. Cioè l’anima del flash mob non c’è. E la tanta gente e un tam tam nel web non sono sufficienti perché un raduno si trasformi in  flash mob. E oltretutto in questo caso mancherà pure il raduno, perché ognuno a andrà da solo nella sua libreria.

“Eh, ma come sei fanatica, in fondo – mi direte – è un’azione positiva, perché mira a far comprare più libri alla gente”.

Si, è vero, ma nel mio fanatismo ritengo che proprio chi  promuove la cultura dovrebbe usare il linguaggio in modo corretto. La lettura di un libro – oltre all’immersione in nuovi universi – è anche un’occasione per imparare a rispettare le parole e i loro sensi. E ritengo che soprattutto chi tratta temi sulla lettura, i libri, la cultura in genere dovrebbe stare più attento e non essere vittima di facili (o pigre) semplificazioni. Forse di questo mio fanatismo porta la  colpa il mio professore di filosofia al liceo, che nelle interrogazioni si arrabbiava davvero tanto e non se non sapevamo chi avesse scritto la “Critica alla ragion pura”, ma soprattutto se usavamo le parole in modo approssimativo e scorretto.

E allora: questo flash mob letterario non è un flash mob. Chi lo promuove probabilmente è vittima del diffusissimo uso improprio di questa espressione.

Nella mia ricerca nel web ho trovato che il flash mob in Italia è usato davvero quasi solo per dimostrazioni politiche o sociali, o per impacchettare in modo furbesco una festa. L’anglicismo probabilmente fa sembrare tutto più giovane, più moderno, più global.

Come ad esempio questa festa di carnevale:

falso flahmob

O ancora, questa (importante) dimostrazione:

falso flash mob

In questo caso basta leggere l’articolo per capire che non si è trattato di flash mob.

E allora, che fare?  E soprattutto: che parole usare? Iniziativa letteraria?

A dire il vero non saprei e sono pure consapevole che il successo di questa azione promossa da Caffeina, si deve forse proprio all’aver preferito flash mob, una parola che oggi è di moda, alla noiosa e vetusta iniziativa.

Ma ecco, usare in modo scorretto le parole è come vendere fischi per fiaschi. In Italia il flash mob mi pare sia ormai sinonimo di dimostrazione politica, manifestazione o iniziativa. Ed è un peccato, per il flash mob, quello vero, contiene in sé una carica energetica e un po’ di follia, una scintilla che scardina i conformismi e fa divertire e giocare. Tutte cose che in questo modo rischiamo di perdere.