Perché il “saper fare” non basta quando si mette in scena lo sport.

Questo testo si collega al mio precedente post ed è il mio contributo alla discussione “Sport e nuove professioni”  al Festival delle Professioni di Trento.


Il mestiere di chi organizza eventi sportivi

Un evento sportivo racchiude in sé diverse funzioni e diversificate competenze. Organizzare un evento sportivo oggi richiede, infatti, conoscenze e pratiche altamente specializzate. Da un lato si devono conoscere le materie: lo sport, prima di tutto, ma pure quelle materie classificate come operations (trasporti, accreditamenti) o servizi (alla stampa, agli spettatori, agli sponsor e così via). Queste materie vanno poi gestite da altre competenze, quelle classiche del management (dalla definizione di strategia e obiettivi alla gestione di risorse all’impostazione di un’organizzazione). Sovente, invece, accade ancora che proprio il management sia misconosciuto. “Sono un uomo (o una donna) di sport! – si dice – Questo conta, tutto il resto non serve.”

Un evento sportivo però ha anche due altre caratteristiche che possono esplicarsi come “rischi”.

I rischi palesi degli eventi sportivi: tempo effimero e red carpet

Un evento è prima di tutto effimero e dunque con una data di scadenza ben definita. Ciò invita a una riflessione più complessa sul ruolo del management, che di fatto non dovrebbe preoccuparsi solo degli obiettivi/strategie dell’evento in sé, ma pure di obiettivi e strategie post-evento.

L’evento diviene cioè strumentale a una legacy che si vuol lasciare in un territorio, in una comunità. Un evento sportivo di successo non lo è per davvero se dopo, spento il braciere e consegnate tutte le medaglie, rimangono piscine arrugginite e trampolini decadenti. Non è sufficiente mettere in scena una grande festa avente al suo centro lo sport in cui tutto funziona. Quella è solo una fase dell’intero processo, oltretutto una fase che rischia di confondere (o nascondere) l’obiettivo reale. In modo più articolato ne ho parlato qui e qui.

Questa riflessione crea il collegamento per il secondo aspetto, che è fortemente connotativo degli eventi sportivi ed è quello, che io amo definire, il “malinteso del red carpet”. Un evento sportivo, soprattutto se internazionale, richiama grande interesse mediatico. E dunque esiste il rischio, tangibile, di confondere il proprio ruolo. Nel peggiore dei casi proprio i riflettori vengono puntati su sé stessi e lo sport diviene strumentale a strategie di potere dove la bellezza del gioco è manipolata per scopi ben diversi dal gioco stesso.

L’organizzatore di un evento sportivo è al servizio di qualcosa. È colui che stende il tappeto rosso per altri. È colui che sta dietro la telecamera e se ci sta davanti è solo per svolgere la propria funzione. È colui che fa sfilare sul tappeto rosso – che lui stesso ha steso –  gli atleti, gli spettatori, i giornalisti, i fotografi, ovvero tutti gli altri. Il professor Moreno Mancin, in un suo libro sui bilanci delle società di calcio (pagina 30), racconta bene come le società di calcio italiane, quando ancora erano senza scopo di lucro  non avevano investito sul management e sulle competenze. Essendo senza scopo di lucro, l’unico reale ritorno dei dirigenti era la visibilità mediatica e politica. Le conseguenze si pagano ancora oggi.

Gli sviluppi degli eventi sportivi: dilettantismo e professionismo

Questo è un nodo fondamentale nel passaggio – che stiamo vivendo oggi – tra dilettantismo e necessaria professionalizzazione. Il rischio é che permangano abitudini “antiche” per cui, tolta la passione, rimane lo sfruttamento dell’evento per scopi, diciamo pure, personali. Un problema diffuso, non solo nelle grandi società, ma pure in quelle piccole e in modo particolare in quelle che ancora oggi sono non profit, ovvero nella maggioranza delle società che si occupano di eventi sportivi. Nulla contro il non profit. Al contrario. È del non profit il concetto di falso dilettante, ovvero dilettante da un punto di vista formale, professionista sul piano reale.

Una strada possibile: la formazione

Diventa pertanto fondamentale educare, formare, creare, appunto, nuovi professionisti che mettano sé stessi al servizio del mestiere di – chiedo scusa per l’anglicismo – sport event manager.

In questo passaggio molto importante (in Italia in questi ultimi anni sono cresciute le scuole di formazione relative allo sport business), bisogna evitare un’altra trappola. E le storie che stiamo leggendo in questi giorni, anche sui fatti italiani, ci dicono che è urgente creare un “movimento” sulla formazione professionale di funzionari sportivi che tenga conto delle competenze, ma anche di concetti – scansati spesso con ipocrisia e nonchalance – come etica e responsabilità. Non basta saper far bene le cose. È assolutamente necessario essere anche consapevoli quale sia la materia pregiata che si sta trattando.

E forse è proprio sulle scuole di formazione che si deve puntare. I corsi di sportbusiness preparano ottimi manager o marketer, ma è necessario che preparino anche i dirigenti consapevoli di maneggiare, non oggetti, ma valori. E dunque si potrebbe educare allo sportbusiness partendo dalla sociologia dello sport, dalla storia dello sport, dalla filosofia dello sport… Per forza di cose – se ci limitiamo a grafici su revenue e profitto – avremo sempre più una generazione di dirigenti sportivi che sfrutterà il gioco spolpandolo del suo senso e riducendolo a mera industria dell’intrattenimento. Ci appassioneremmo lo stesso, presumo, ma perderemo qualcosa di prezioso e per noi, in quanto esseri umani, sarebbe un gran peccato.

Un organizzatore di eventi dovrebbe essere un consapevole mediatore emozionale sapendo quanto delicato sia il tema “emozioni”.

E se ci ostinassimo a insegnare  lo sport non solo come “revenue”, non solo come “marketing”, ma pure come magia – quella magia che vivendola ci rende persone migliori – probabilmente il business troverebbe una via umana per far crescere lo sport, senza violentarlo.

Perché non è solo la partita il cuore pulsante di uno stadio.

sensible event management - stefania demetz

È un’operazione ardua la mia oggi: raccontare una domenica pomeriggio allo stadio. Ardua perché parlare di calcio in Italia comporta una grande responsabilità. Tanto si scrive e tanto si dice. Ma forse, mi dico, è proprio grazie al mio essere “straniera” in un’esperienza che per molti è abituale che mi potrebbe consentire di offrire uno sguardo forse ingenuo, ma di stimolo – spero – a una riflessione più ampia. Niente analisi, ma sensazioni: è l’unica cosa che mi sento di raccontare. Cosa hanno visto i miei occhi e cosa ha registrato la mia parte emotiva? Ecco la domanda che ho lasciato sedimentare per alcuni giorni. E che ha trovato una risposta.

Il buongiorno come segno di efficienza.

Partiamo dall’inizio. Ero ospite in tribuna con pranzo nel Club Boniperti. Dal momento in cui con la macchina siamo entrati al parcheggio al momento in cui mi sono accomodata a pochi metri dal campo è stato tutto perfetto. Nessun ingorgo per parcheggiare, un primo controllo all’entrata con una tesserina bianca, un secondo controllo con una tesserina d’oro all’entrata del “foyer”, un terzo controllo per ottenere un braccialetto arancione legato al polso e, infine, l’incamminamento verso la sala da pranzo. A ogni porta, corridoio, cambio di ambiente c’erano gli steward che in modo non invasivo controllavano il braccialetto e cordialmente salutavano. “Troppi buongiorno”, mi dice il ragazzo che faceva parte del mio gruppetto. Ma almeno – ho pensato –  sono steward gentili e sorridenti. Ti mettono a tuo agio. Il pranzo è stato rapido, un buffet senza coda. Antipasto, due primi, un secondo, il dolce, vino e caffè. Poi, l’ora si avvicina, e via verso il campo …

Il rituale di tempi antichi

E qui le sensazioni cambiano. Mentre nei miei occhi entra una visione a grandangolo sulle tribune che mi circondano a 360 gradi, penso all’eredità che ci hanno lasciato i romani. Questi anfiteatri sono contenitori perfetti per un popolo variegato e bisognoso di intrattenimento: musica a tutto volume, curva dei tifosi gremita, bandiere giganti che sventolano e la gente che prende posto. Arriva l’annuncio delle squadre: tono informativo per gli avversari – cioè nomi pronunciati senza particolare emozione – e urlato mentre scorrono sullo schermo i nomi dei giocatori juventini. Un primo stridore, e non perché non si debba essere partigiani, ma io non credo che la forza di uno speaker stia nel volume della sua voce. Non è urlando che veicoli emozioni. Poi, tutti in piedi, l’inno che rimbomba le sciarpe che sventolano. Lo stadio pronto per iniziare.

È stato questo il momento in cui ho guardato verso il campo e quasi con un gesto metaforico ho cancellato dalla mia mente tutto ciò che il calcio oggi porta con sé: i discorsi al bar, le polemiche, i soldi, i tanti soldi, i calciatori – personaggi inseguiti da paparazzi e veline -, e poi le speculazioni sulla vendita dei diritti, l’odio per questo sport di molti e la passione partigiana di molti altri, gli sponsor, gli interessi economici, talvolta politici e i mille blablabla. Ho guardato al centro sul campo verde e mi è venuta voglia di annullare tutti questi “accessori” per tornare alla radice, a un paesaggio in cui si toglie l’intervento dell’uomo per lasciare riemergere i contorni di una morfologia originaria.

E ciò che è rimasto là in mezzo al prato che profumava di erba e di umido è stata davvero solo una cosa: il gioco. Il rituale di una battaglia pacifica incastrata dentro le regole. Il rituale. Ecco, a questo pensavo. Noi qui seduti a guardare i nostri eroi che si battono. Noi spettatori, loro attori. Entrambi necessari a questo rito.

E un brivido: la commozione dell’attesa.

L’istante prima dell’esplosione

L’emozione vera e pura io l’ho provata esattamente in quell’istante. Poco prima che il fischietto dell’arbitro suonasse. Poi, è iniziata la partita e il mondo è esploso. E mi è venuta in mente una citazione di Kandinsky che mi pare una bella similitudine. Ecco, lui una volta aveva detto che nella sua pittura cercava di rappresentare un’emozione nell’istante prima che esplodesse. Un’emozione controllata resa eterna nel suo fermarsi poco prima dello scoppio. Quei minuti prima del fischio per me sono stati questo: una trepidazione verso qualcosa che accadrà. La forza immensa dell’attesa. Il trattenere le emozioni. La speranza, il sogno.

Poi la partita inizia, l’esplosione avviene, la tela si riempie senza lasciare più spazi vuoti. Il mistero svanisce. Prima o poi si saprà anche chi ha vinto e chi ha perso.

Le tracce svanite

Alla fine, vinciamo noi. Eppure tutto torna alla normalità.

E allora mi rivedo a ritroso, alzarmi dalla tribuna, incamminarmi verso l’uscita, ricambiare con un sorriso l’arrivederci cordiale degli steward. Uscire, salire in macchina, tornare a casa.

Quasi come se nulla fosse accaduto. Come se quell’energia densa di aspettativa non ci fosse mai stata. Come se quell’emozione fosse un ricordo remoto, forse solo un sogno, forse qualcosa che mi sono inventata.

Certo, ho esultato anch’io per i goal, eppure tornando a casa ho sentito che qualcosa mi mancava.

Ma cosa? È stato tutto perfetto, efficiente, due goal, ordine, cordialità, eppure …

Potrei dire che è mi mancata l’esperienza globale. Mi è mancato qualcosa che riuscisse ad agganciare dentro di me quella sensazione iniziale e tenerla legata dentro di me anche nel dopo. Una sorta di memoria emozionale. È stato solo un attimo e quell’attimo è svanito. La mia giornata allo stadio è stata bella, bellissima, ma non mi ha sedotto con quel brivido iniziale. È come se avessi vissuto qualcosa di normale, non qualcosa di straordinario.

La legacy delle emozioni

Lo so che per un tifoso di calcio la partita è tutto, ma siamo certi che sia sufficiente? E per quelli come me? In cosa consiste questa esperienza? Se, infatti, oltre ai servizi impeccabili, in tutto questo mio percorso, dal parcheggio al ristorante, alla tribuna e di ritorno al parcheggio ogni momento fosse stato occasione di esperienza? Se entrando nel Club Boniperti mi fossi sentita emozionata perché messa io stessa in scena in quanto spettatrice, ospite e testimone di una partita che non può che essere unica e irripetibile? Se giá li mi fosse stata narrata l’attesa? E se dentro lo stadio oltre al gioco ci fosse stata un’attenzione a me spettatrice con informazioni e servizi, che non fossero solo quelli impeccabili dell’accoglienza? Non posso non citare Steve Jobs, che quando decise di aprire gli Apple Store si pose l’obiettivo di far sì che la gente all’uscita dal negozio fosse un po’ più felice rispetto a quando era entrata. Allo stadio i tifosi lo sono di sicuro, ma uno stadio è davvero solo un luogo per tifosi? E se la Juve avesse perso? Non è possibile pensare invece a un’esperienza che vada oltre la partita? Che coinvolga lo spettatore prima e dopo? Dove pure il pranzo diventa esperienza? Eravamo tutti lì, ma tutti slegati gli uni dagli altri. Eravamo spettatori muti, passivi, osservatori. Urlanti e attivi solo nei 90 minuti della partita. Certo le nostre voci si sentivano, ma per me è stato come se fossimo semplici comparse, anonimi individui. È mancata una narrazione che ponesse anche noi, spettatori, al centro dello spettacolo. Che ci trasformasse in attori insieme ai giocatori. Ci si è occupati di noi in modo impeccabile, ma non si è pensato a noi come persone che hanno dentro di sé un sogno, e che nel momento in cui entrano nello stadio vogliono vivere una giornata unica e indimenticabile.

Per parafrasare una pubblicità: è mancata la narrazione per cui una partita è per sempre.

Che poi si può estendere  anche a un evento é per sempre. O per lo meno, da un punto di vista dell’esperienza, dovrebbe esserlo. Per sempre.


Non é la prima volta in realtá che scrivo di calcio:

Il vero potere dello spettatore

eventi e spettatori - sensible event managent

Orrore calcio. L’altro ieri in Germania 4000 hooligans hanno manifestato a Colonia contro i musulmani. Cioè: non contro una squadra avversaria, ma contro gente di religione diversa. Una mescolanza di neonazisti e “tifosi” di calcio, una marmaglia di tifoserie che normalmente sono nemiche, si sono unite per marciare insieme, vestite di nero, brutte, violente, distruttive. Si potrebbe obiettare che su 84 milioni di abitanti, 4000 ceffi sono statisticamente irrilevanti.

In Germania la tifoseria violenta – a contrario dell’Italia – è effettivamente molto limitata e lo stadio è diventato un luogo per le famiglie. Ciò nonostante la cronaca non può non registrare un rigurgito di tifoseria violenta. Gli hooligans, per la verità non sono tifosi, questo qui da noi lo sappiamo bene. Non è per nulla il calcio a motivarli. Lo stadio diviene solo il mezzo per esprimere l‘egemonia del più forte. “Loro decidono quali sono le minoranze tollerate e quali no – spiega il politologo Gebhard in questa intervista (in tedesco). – E le società di calcio – aggiunge – stanno rimuovendo il problema”.

Rimuovere o deliberatamente ignorare?

I sociologi Paolo Di Betta e Carlo Amenta hanno descritto lo stadio come uno sfogatoio tacitamente tollerato, non semplicemente ignorato. Meglio baraonde nello spazio delimitato di un anfiteatro che nell’anarchia delle piazze di una città.

Dunque la responsabilità non è solo delle società, ma di una società che preferisce risolvere il problema contenendolo invece che estirpandolo.

Penso al povero Edward Cotton, preside di un college inglese nella seconda metà dell’800 che aveva trovato nel gioco di squadra un modo per governare l’aggressività dei giovani. Penso anche al povero romantico De Coubertin e al suo olimpismo che tutti i mali della gioventù e dei popoli avrebbe dovuto risolvere.

Non solo gli altri sono responsabili

Juliet Jacques, nella rivista “New Humanist” propone una riflessione ancora diversa. Se la sua squadra del cuore – scrive la Jacques – prendesse mai  un “fascist sympathiser like Paolo di Canio” rinuncerebbe all’abbonamento. Ma poi si chiede: O forse no? Questo è certo un punto di vista intrigante: fino a che punto un appassionato di calcio è disposto a rinunciare alla propria passione?  Se chi mette in scena il gioco è corrotto o eticamente discutibile lo spettatore è capace di rinunciare allo spettacolo? Non si tratta di non voler i neonazisti hooligan al proprio fianco, si tratta anche di chiedere al calcio di essere ciò che in quanto sport dovrebbe essere, di scegliere atleti eticamente corretti, di rifiutare presidenti indagati per evasione fiscale e cosi via…

Certo è che se anche in Germania tornano i violenti nello stadio, in un paese che ha investito tanto nel trasformare lo stadio in un tempio dell’intrattenimento, pessimisticamente mi verrebbe da dire che non c’è speranza. Il calcio sopravvivrà nonostante tutto? Probabilmente sì, o perlomeno fintanto che trova clienti/tifosi. Ricordo una scritta letta nella metropolitana di Milano, ai tempi dell’università, sintesi perfetta di un conflitto interiore che sceglie sempre una delle due parti. Era appena nata Forza Italia e la scritta diceva: “Berlusconi merda, però Milan no.”

Il punto è che senza lo spettatore uno spettacolo non esiste. Lo sguardo del pubblico lo rende veramente reale, e nel caso del calcio, veramente commerciabile. E dunque, la responsabilità, non è solo quella dell’attore e del suo impresario, ma pure quella dello spett-attore che dovrebbe scegliere che spettacolo guardare, ma anche da che parte stare.

 Di spettatori e calcio ho già parlato qui:

Perché dovremmo ringraziare la Nazionale per la sua sconfitta.

Brasile 2014 - Italia allo specchio - foto di Non è che nella partita contro l’Uruguay ci siamo arrabbiati tanto perché ci siamo visti allo specchio?

Mi colpisce sempre seguire le onde emotive che segnano le nostre reazioni ai successi e agli insuccessi sportivi. Ricordo i tempi di Alberto Tomba: i deliri di una nazione. Non ho però nemmeno dimenticato, come alle sue prime débâcle quella stessa nazione lo aveva abbandonato.

La stessa cosa è accaduta nel giro di poche settimane in Brasile. L’Italia contro l’Inghilterra era la squadra che ha giocato con il cuore, un Italia mondiale, un Balottelli eroe. E le macchine giá scorrazzavano suonanti per le strade delle città. Poi, primo choc contro il Costa Rica e infine la caduta pochi giorni fa. E i toni nei giornali e nei commenti al bar sono cambiati drasticamente. Una vergogna, stipendi troppo alti, ragazzi viziati, lavorare è un’altra cosa e così via. Prima: grande amore, poi un respingimento altrettanto estremo. È un paese schizofrenico il nostro? O forse la verità è che vedendo quell’Italia ci siamo visti allo specchio e ci siamo spaventati?

Tanti sono stati i dibattiti su quella sconfitta come immagine di un paese che non c’è.

E ci ho pensato pure io, se buttarmi anch’io nella mischia o lasciar perdere. Alla fine ho deciso: mi affaccio a questo mischia con due considerazioni.

La sconfitta vissuta da italiana

Forse questa sconfitta ci ha fatto bene.

Se avessimo vinto, ci saremmo dimenticati che in questo paese le cose non vanno per nulla bene e forse, con un po’ di arroganza e di presunzione avremmo concluso che in fondo, noi italiani, siamo i migliori. Non che questa sconfitta sia imputabile al sistema paese, per carità. Ma certo le cose non avvengono mai per caso.

E allora questa sconfitta sembra davvero un po’ lo specchio di un paese, che entra in campo per pareggiare e non per vincere, che non combatte, non si rimbocca le maniche, che è slegato. Facili, fin troppo facili metafore, mi rendo conto.

Eppure sono anche utili metafore. Perché se da un lato ci si dice che dobbiamo guardare al futuro e che un po’ di ripresa forse c’è, pigramente forse abbiamo pensato che supereremo tutto questo con leggerezza, senza fatica. E invece non è così. Se avessimo vinto ci saremmo dimenticati che la rinascita di questa nazione impantanata sta solo nel lavoro serio, duro, nelle persone brave al posto giusto, e che soprattutto la ripresa dipende anche da noi, non solo dal “mister”. Possiamo prendercela con con un arbitro (l’Europa?) o con Suarez (la Merkel?), ma se non ci mettiamo a lavorare sodo, la nostra bellezza, la nostra creatività, il nostro sole e il nostro cibo buono non saranno sufficienti a salvarci. Né il nostro Rinascimento (leggi: vittoria del 2006).

Ed ecco che ce la prendiamo con questi ragazzi strapagati perché ci hanno deluso. Hanno rotto il sogno. Ci hanno fatto vedere la realtà. Ce l’hanno sbattuta in faccia con la loro indolenza. La nostra stessa indolenza che ci porta a non avere metodo nel lavoro. Esempi banali, banalissimi? Non rispondiamo alle mail. Ci cercano e noi non richiamiamo. Teniamo in sospeso persone e risposte. Per firmare un contratto ci mettiamo mesi e mesi. Non paghiamo chi lavora per noi. Arriviamo tardi agli appuntamenti. I processi decisionali sono contorti e infinti e alla fine, quando finalmente decidiamo è troppo tardi. E ci lamentiamo di continuo. Ma noi, noi, quando lavoriamo, come lavoriamo? Con metodo? Diamo precedenza alle competenze o agli amici? Paghiamo il giusto le persone? Elaboriamo solide strategie o cavalchiamo l’onda? Ripeto, le similitudini trovano il tempo che trovano, ma mi chiedo perché ce la prendiamo tanto con la Nazionale, quando nel nostro quotidiano al lavoro ci comportiamo allo stesso modo? Dovremmo forse ringraziare questa squadra perché ci ha fatto vedere come siamo noi. Certo, senza i loro milioni di euro, ma il punto non è questo. Se un lavoro è fatto bene, molto bene, è giusto che sia pagato.

Quindi: ben venga questa sconfitta, a patto che da essa impariamo a non essere come quella squadra. A patto che puntiamo il dito verso noi stessi e decidiamo di diventare un macchina da guerra che lavori seriamente e lo dimostri ogni giorno, fin nelle piccole cose, anche solo nel rispondere a una mail in tempi decenti.

La sconfitta vissuta da organizzatrice di eventi sportivi.

Questa sconfitta ha evidenziato un altro aspetto che riguarda invece il tema sport. Anche su questo tema si è dibattuto molto. Radio Tre ha dedicato una trasmissione (Tutta la città ne parla) alla quale ho partecipato anch’io (se vi interessa potete scaricare il podcast qui).

Di nuovo, allo stesso modo appare uno specchio: quello di una nazione sportiva priva di strategie nella crescita di giovani atleti, priva di educazione allo sport, povera di competenze manageriali, debole nel marketing oltre i diritti TV. Il focus è soprattutto dentro gli stadi. La frustrazione ormai è tale che guardiamo alle squadre estere (Manchester e Bayern) con uno stato di ansia, di fretta, di consapevolezza dei nostri ritardi.

Ebbene, di nuovo una sconfitta, allora, che può essere affrontata con un grazie, perché ha evidenziato che in realtà non tutto è perduto e che molto, davvero molto, si potrebbe fare. In fondo, non è bello stare in un paese in cui c’è ancora molto da costruire? Il tema degli stadi, della vita dello spettatore, della conversione della giornata della partita in un giornata di intrattenimento e festa è più attuale che mai.

Un tema che a me sta molto a cuore e i miei lettori lo sanno perché ne ho scritto più volte.

Non sanno però che quando avevo seguito un master anni fa al Sole24Ore, avevo proprio fatto la tesina su questo tema (tesina da master part time, sia chiaro!). Perché il fatto è che investire nello stadio, significa aumentare anche il cash flow oltre che portare valori diversi sugli spalti. Sono soldi immediati che portano gli spettatori. E le statistiche delle altre società mostrano come davvero questa sia una buona strategia per non dipendere solo dai diritti TV.

Non vi tedio con cose giá scritte più volte, ma ecco, se ci fosse l’interesse, questi sono i post in cui ho trattato il tema.

Spettatori, calcio e strategie negli stadi

Management, sport, made in Italy

 

Immagine: Pinocchio_Rome / Steven StevenC_in_NYC-Flickr

Perchè non è il business il vero nemico dello sport.

Ute Lennartz-LembeckSiamo davvero sicuri che business e sport, se uniti, producono il male?

Nel mondo dello sci italiano in questi giorni è accaduto qualcosa. La famosa località Cortina d’Ampezzo si è candidata per la quarta volta ad ospitare i Campionati Mondiali di Sci nel 2019 ed è stata battuta, per un solo voto (9 a 8) dalla piccola località svedese, Are, che giá aveva ospitato i Mondiali nel 2007.

Il dibattito che si è aperto mi stimola a fare una riflessione, che prescinde lo sci, e investe le due grandi dimensioni: sport e business. Perché a leggere i commenti sull’esito di questa bocciatura, mi sono resa conto che tutti, pur dicendo cose opposte, sottendono una stessa lettura.

Vediamo in che senso.

Sport e business

Prendo due interpretazioni opposte.

Cortina2019 dice ha vinto il business, ha perso lo sport:

Tweet Cortina2019

La rivista Race Ski Magazine dice ha vinto lo sport, hanno perso gli interessi politici:

race

Cioè uno dice che ha vinto lo sport, l’altro dice che lo sport ha perso.

Entrambi dicono che o è sport (cioè bene) o è business e politica (cioè male).

Come se lo sport, per potersi sviluppare non avesse bisogno di business e politica, come se lo sport fosse una bolla, estranea al nostro mondo, capace di autogenerarsi. Ma senza business non ci sarebbe sport. Business vuol dire attività economica. Ecco allora che senza attività economica gli atleti non potrebbero nemmeno procurarsi gli attrezzi per gareggiare e non troverebbero campi di gara.

Mega eventi si o no?

È un dato di fatto, tuttavia, che i grandi eventi sportivi sono ormai troppo spesso osteggiati. E si urla allo scandalo perché lo sport è tradito. Ma l’evento in sé non è un male, è come la televisione: dipende che uso ne faccio. O come una macchina: dipende da come la guido.

E la colpa non è del business, in quanto attività economica, né della politica, in quanto attività strategica e di governo.

Scrive Andrea Lucchetta su pagina99: “La politica ha sempre giustificato le spese legate ai grandi eventi sportivi con mirabolanti promesse di ricadute economiche. Il problema è che non ci sono prove a sostegno di questa tesi, a spulciare l’andamento delle economie.”

Io non sono totalmente d’accordo. Certo Atene 2004 è un pessimo esempio e temo lo sarà anche Brasile 2014, viste le premesse, e lo fu certamente Italia 90. Ma Barcellona 1992 fu un esempio di rilancio non solo di una città, ma di una nazione, democratica da meno di vent’anni. Germania 2006, quella del nostro Mondiale, è stata una straordinaria occasione per far conoscere al mondo una Germania amichevole, aperta e dinamica contro ogni pregiudizio figlio del secolo passato e il turismo è cresciuto, soprattutto quello culturale, secondo il National Brand Index. Dopo quei Mondiali il calcio europeo è cambiato, orientandosi ancora più al pubblico, allestendo un intrattenimento sano per gli appassionati di calcio. O ancora, Londra 2012: ha ristrutturato un pezzo di città, ci ha portato impianti sportivi, oggi sempre pieni di bambini, con lo scopo di riavvicinare la popolazione allo sport.

La colpa sta nel vino o nell’ubriaco?

Generalizzare allora è pericoloso perché ci impedisce di individuare le responsabilità. Viktor Frankl, nel suo bellissimo libro “L’uomo e il senso della vita” contesta l’idea di una responsabilità collettiva. La responsabilità è sempre individuale e se noi contestiamo gli eventi in senso assoluto, rechiamo danno allo sport, che tutti citiamo come dimensione salvifica e sempre tradita, ma anche ai paesi che volessero ospitarli. Ci sono mega eventi che hanno certamente migliorato le condizioni delle comunità. Non tutto è da buttare, dunque. E soprattutto i processi sommari ai mega eventi, o al business che attirano, non possono aiutare a migliorare. Ripeto: non è l’evento il problema, è semmai chi lo governa male.

Lucchetta ancora scrive: “Mondiali e Olimpiadi in altre parole si traducono in un trasferimento di risorse dai contribuenti a una serie di gruppi di interesse, sia interni che esterni al paese organizzatore.”

Purtroppo ciò è spesso vero e purtroppo ciò porta poi ai processi sommari. Sochi 2014, l’Olimpiade più cara in assoluto, è stata un business per pochissimi. Ma sta allora al CIO proteggere il suo brand ed evitare tutto ciò (ne ho parlato qui). E gli scandali intorno alla FIFA certamente non fanno bene.

Chiamala se vuoi … corruzione.

Però accade anche che la Sony giapponese ha chiesto chiarimenti sui Mondiali del Qatar, perché un’inchiesta del Sunday Times ha rivelato che sono stati pagati 5 milioni di dollari in mazzette per corrompere i delegati che hanno assegnato i mondiali agli arabi. Certamente la Sony vuole tutelare la propria immagine e dunque il proprio business. Ma mi pare un segnale forte e questo è importante.

Ma soprattutto ciò che è accaduto e che sta accadendo nel Qatar (sfruttamento di operai schiavi nei cantieri) non può essere usato come argomento per condannare il business legato allo sport in senso assoluto. Ciò che è accaduto nel Qatar è corruzione ed è illegalità.

Se in Italia la classe politica è incapace e inetta e lontana dalla realtà ciò non significa che la politica è un male, perché ciò che fanno quelle persone dentro i palazzi non è politica, anzi è un tradimento della politica.

La stessa cosa vale per il business e qui non posso non rimandare al più volte citato libro dentro questo blog: “Ho studiato economia e me ne pento” di Florence Nouville. L’economia non è un male, anzi è una disciplina al servizio della società, è l’uso che se ne fa che può essere dannoso. E di nuovo torniamo al tema della responsabilità. Business inteso come scambi economici per aumentare il valore é una cosa. La corruzione è qualcos’altro

E i mega eventi sportivi non sono un male. Diventano un male se sono solo strumenti speculativi per pochi. Se a gestirli sono persone disoneste. E non dico nemmeno manager disonesti, perché i fondamenti del management sono la responsabilità e l’etica. E dunque, come se ci fosse un giuramento di Ippocrate, queste persone non hanno solo violato la legge, ma hanno tradito i presupposti del proprio mestiere. Expo insegna.

Le parole giuste

Il mio allora è solo un invito: proviamo a usare la parola business nel suo senso positivo e a dire che non è il business a rovinare lo sport, ma lo sono la corruzione, l’illegalità, la speculazione oligarchica. E non dimentichiamoci mai: lo sport è di questo mondo e la corruzione è di questo mondo e pensare che lo sport, per il suo valore interno di lealtà, solo per questo possa essere immune dalle brutture, è molto naif. Anzi, proprio per questa sua bellezza, perché terribilmente attrattivo, dobbiamo sforzarci ancora di più per proteggerlo, .

Modelli virtuosi di sport e politica e business ce ne sono. Impariamo da loro.

O ascoltiamo i filosofi. Scrive Emanuele Isidori

«Se noi praticanti e spettatori sviluppassimo una sensibilità per la bellezza dello sport eticamente modellato sui suoi valori specifici interni quali l’equità, il rispetto, la giustizia e la meritocrazia, i problemi esterni quali il profitto e la mercificazione non ne eroderebbero i valori interni. Infatti il profitto e la mercificazione finirebbero per seguire questi valori, mettendo il business in linea con l’etica dello sport, raffinandone la pratica»

Infine mi concedo un ultimo comento sulla questione di Cortina: e non me ne vogliano i miei amici, ma se di business dobbiamo parlare, penso, che con la sconfitta di Cortina abbia perso proprio il business. Cortina è più attrattiva per investimenti di sponsor e Cortina, a differenza di Are, ha bisogno di infrastrutture e dunque il Mondiale avrebbe messo in moto un’economia importante sia in termini di posti di lavoro nell’indotto, sia come punto di partenza per un rilancio.

A Cortina secondo me ha perso il business nel senso di imprenditorialità e sviluppo, e dunque ha perso anche lo sport italiano che di questa imprenditorialità ha tanto bisogno.


Immagine: Ute Lennartz-Lembeck – B-Arbeiten – Utopia Street Art