Sei libri utili al management che non parlano di management.

Contaminazioni - Sensible Event Management - Stefania DemetzA leggere l’etimologia di contaminare c’é da prendere paura: imbrattare, inzozzare. se non adirittura offendere la purezza e quindi ammalare. Il bello delle parole, però, é che esse partono da un punto e compiono viaggi in cui esse stesse rimangono contaminate per frastagliarsi in tanti altri possibili sensi. Infatti, a cercar bene, da “contaminazione” ne esce un altro senso, che é quello che a me piace molto di più. “Con-taminare” prende dal latino cum il senso di reciprocitá e da tamen il senso di impronta  tattile. Contaminare esprime dunque il senso di uno scambio di  impronte. Scambiarsi le reciproche identitá, mescolarsi, arricchirsi della differenza dell’altro, sono questi i sensi belli della contaminazione, quelli che ci aprono sul nuovo.

E’ secondo questo spirito che vi propongo il post numero 2  (il numero 1 é qui) sui libri che io ho ritenuto utili e stimolanti per svolgere bene il mio lavoro. Mi occupo di eventi e se dovessi leggere solo libri su come organizzare un raduno o gestire un’organizzazione ne fuggirei. Che noia sarebbe!

Eccovi allora sei libri da sei mondi diversi (ma vedrete, talvolta simili) che possono essere fonte di personali ispirazioni. Anche se fate un lavoro che con la politica, la chimica o il non profit non centra nulla. Anche se fate un lavoro diverso dal mio.


  1. Contaminazione non profit

Gianluca Cravera – L’era della contaminazione.

“La contaminazione tra profit e non profit genera un nuovo approccio manageriale”. E’ questo il sottotitolo di un libro uscito giá alcuni anni fa, eppure  sempre attuale. Io a leggerlo ho imparato moltissimo. E ci ho trovato esempi così vicini alla mia esperienza da considerarlo una lettura obbligata.

La contaminazione del titolo è quella tra non profit e profit oriented. Sebbene l’autore si concentri soprattutto sul non profit sociale ed in particolare sulla Protezione Civile, esso contiene molti spunti di riflessione e di analisi anche per chi lavora nel non profit culturale, sportivo, degli eventi. I paragrafi dedicati ai rischi, agli “errori”, ai problemi manageriali e operativi che si rivelano dentro organizzazioni sostenute in gran parte dai volontari sono stati illuminanti. La forza del non profit è data soprattutto dalle persone che per passione mettono a disposizione il proprio tempo per una causa. E proprio queste persone spesso ne escono frustrate o amareggiate. Il libro insegna a riconoscere quali sono le fragilità e come affrontarle. Nel mio blog ne ho parlato più volte (ad esempio qui, qui e qui). La cosa intrigante di questo volume è che è consigliabile anche a chi lavora nel mondo for profit. La contaminazione infatti avviene nelle due direzioni. Fu proprio Peter Drucker a riconoscere come, negli Stati Uniti, proprio dal mondo del non profit le imprese potessero imparare molto. È questa la grande e splendida contaminazione dei nostri tempi!


  1. Contaminazione chimica

Sam Kean – Il cucchiaino scomparso

In questo libro incontriamo lo scienziato Rontgen, scopritore della radiografia, che per caso si trovò a vedere proiettate le ossa della sua mano, e solo una volta convinto che le vedeva davvero, chiamò la moglie nel suo studio, la quale, spaventata, giurò che non avrebbe mai più messo piede in quella stanza di diavolerie. Incontriamo la signora Curie, che costrinse uno scienziato scettico nel buio di uno sgabuzzino per fargli vedere la luce di una provetta radioattiva. Seguiamo le fatiche del giovane Emilio Segrè, fuggito dall’Italia fascista, alla ricerca di un laboratorio negli Stati Uniti. E incontriamo tanti premi Nobel. Nobel sbagliati, Nobel sofferti, invidiati, rubati.

Ma soprattutto ci sono gli elementi della tavola periodica, la loro storia legata all’uomo, che per caso, per ostinazione, per sapienza li ha man mano scoperti e catalogati. Questo libro non parla semplicemente di scienza, parla di noi, di ciò che siamo fatti e lo fa con energia, ironia con una montagna di metafore che umanizzano i fatti della chimica, come le esplosioni stellari o gli elettroni, che “sembra proprio si comportino come i passeggeri degli autobus: prima cercano di stare soli e poi, quando non ci sono altre possibilità si accomodano accanto a un posto occupato.” E gli elementi stessi non sono semplici sigle accatastate in una specie di castello grafico, dai nomi strani. Ogni elemento ha una storia di persone e di luoghi intorno a sé. Ci sono gli elementi politici, quelli artistici, quelli un po’ folli. Ci sono quelli introvabili e quelli antichissimi, quasi scomparsi. È come un meraviglioso viaggio nell’ottovolante della tavola periodica in una dilatazione spazio temporale assoluta che ci fa volare sopra le Galapagos o l’India di Gandhi, o nelle cantine adibite a laboratori di futuri premi Nobel, dal big bang al dubbio sulla teoria della relatività.

Non è davvero un semplice libro di chimica. Questo libro parla di passione e di determinazione.  Insegna a cercare e cercare e a riconoscere la complessità, ma racconta anche la straordinaria bellezza del mondo che ci circonda. Ci aiuta a uscire dagli steccati e andare oltre, anche solo con i sogni.


  1. Contaminazione umana

Martha Nussbaum: Non per profitto. Perchè le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica

Ecco un altro di quei libri che fanno veramente bene, perché aiutano a decifrare possibili soluzioni in un mondo che talvolta pare alla deriva. Questo libro non parla di cultura umanistica alla maniera (noiosa?) scolastica. Al contrario, stimola a vedere le cose da un punto di vista umanistico, nel senso di umano, di Mensch. Scrive Martha Nussbaum: gli esseri umani sono tutti vulnerabili e mortali. Tanto vale darsi una mano, invece che farsi la guerra per combattere le nostre paure. E aggiunge un aspetto che trovo importante , soprattutto nel mio lavoro in quanto donna a confronto con gli uomini: l’educazione, soprattutto quando rivolta ai maschi sottende una specie di potere magico di invulnerabilità. Ciò porta a odiare chi manifesta fragilità e vergogna quando si ha paura e ci si sente deboli. Scattano allora meccanismi di controllo: come l’emarginazione e l’attacco di chi forse manifesta queste debolezze e la solidarietà tra pari perseguitando i diversi. In questi casi ci si appoggia a un leader forte reputato invulnerabile per proteggerei dall’insicurezza.  Vi è mai capitato di trovare situazioni simili al lavoro? Immagino di si. La Nussbaum chiede alla società e alla scuola di farsi carico di questo compito: creare i presupposti per la responsabilità sulla base del confronto critico. Ma giá noi, nel nostro piccolo, lo possiamo fare. Come ci insegna la chimica, siamo solo materia di passaggio, tanto vale unirsi e creare insieme qualcosa che dia un senso al nostro lavoro, alla nostra vita senza aggressivitá, senza paura.


  1. Contaminazione industriale

Valerio Occhetto: Adriano Olivetti

Adriano Olivetti non ha certo bisogno di presentazioni e per fortuna in questi ultimi anni sono uscite biografie, film, documentari sulla sua vita. Chiunque lavori in un’azienda, sia essa for o non profit, dovrebbe conoscerne la storia. Per Adriano Olivetti le aziende dovevano mirare, prima che al profitto, al bene della comunità. Non servono altri commenti, penso. Non far soldi per soldi, ma far soldi per un bene comune. Oltre questo, la storia di questo personaggio è una storia italiana, una storia di cultura e antifascismo, una storia di inventiva e imprenditorialità e oggi, pure una storia triste che ci fa vedere a posteriori come un pezzo di made in italy sia sparito per sempre. Un monito direi: non è stata certo la visione di Adriano Olivetti a cancellare l’azienda, ma proprio visioni diametralmente opposte. Come dire: lessons learned, si auspica.


  1. Contaminazione politica

Susan Podziba, Chelsea Story

Questo non è un libro sulla famosa squadra di calcio londinese. È invece la storia di una cittadina americana.

All’inizio degli anni Novanta, Chelsea (28mila abitanti, Massachusetts) era considerata una delle città più clientelari, corrotte e inefficienti d’America. Metà del consiglio comunale, compresi quattro sindaci, erano stati condannati per corruzione, il corpo di polizia invece di lottare contro le mafie locali, ne era parte, i pompieri prendevano tangenti per appiccare gli incendi e permettere alle ditte in fallimento di incassare i soldi delle assicurazioni.

Questo libro racconta come Susan Podziba negoziatrice di professione, è riuscita a riportare confronto e consenso in una comunità spaccata. Una bella lezione di mediazione, costruzione del consenso, partecipazione e responsabilità. Un “link” perfetto al libro di Martha Nussbaum.


  1. Contamiazione letteraria

Alfredo Stussi: Maestri e amici. Ricordi di una stagione culturale

Si pensa spesso – sbagliando – che chi si occupa di letteratura celebri  una “simpatica” vacanza dalla vita. Da un parte c’è chi lavora, e dall’altra  c’è chi legge. Alfredo Stussi è un filologo  e questo suo libro mi pare importante perché racconta, nella sfilata di amici letterati e filologi, che anche una materia impalpabile come la letteratura ha bisogno di due modi per essere compresa, studiata, sviluppata: metodo e condivisione.  Qui, si parla infatti, prima ancora che di amici, di disciplina e lavoro di gruppo. Mi verrebbe da dire che si parla di management. Dietro il lavoro degli uomini di lettere ci sono una rigorosa disciplina, una perfetta conoscenza tecnica, una consapevolezza profonda sul metodo e, infine, anche una grande apertura alla dialettica, allo scambio, al confronto.

In particolare il ritratto di Augusto Campana, professore alla Normale di Pisa, uno degli amici narrati in questo libro, mi ha ispirato molto. Egli, infatti, amava tenere seminari in cui ognuno contava “per il contributo che riusciva a portare e non c’era a priori una distinzione gerarchica tra gli studenti”. Stiamo parlando della fine degli anni 50, quando certamente il concetto di “know-how-sharing” non era di moda come oggi. Ma proprio da un approccio di questo tipo si può imparare. Anche il management ha bisogno di dialettica e di confronti a prescindere dalla posizione gerarchica, nel rispetto della persona. E inoltre, sebbene la materia è intangibile (come una narrazione o, un linguaggio o – nel mio mestiere – come un evento) c’é bisogno di concretezza. Soprattutto oggi, che tutto pare fugace e vissuto in uno schizofrenico mordi e fuggi.

Ovviamente detto così pare tutto facile, ma di fatto, la responsabilità di chi guida il gruppo di lavoro è chiara. E di nuovo il professor Campana suggerisce una linea che mi pare interessante sposare: era, scrive Stussi, un “mirabile direttore d’orchestra (…): infatti anche le opinioni azzardate non venivano seccamente respinte, ma discusse con attenzione, cercando di estrarre tutto l’utile possibile.”

E’ questo “tutto l’utile possibile” che mi affascina. Come a dire che c’è sempre la possibilità di conoscere o mettere in atto un’idea nuova, un nuovo metodo, una nuova esperienza, anche professionale. Condizione fondamentale è sapere dove si vuole andare e pur sapendolo non smettere mai di ascoltare.

Non smettere mai, in fondo, di lasciarsi contaminare.

E a proposoito di contaminazioni, in questo blog, ne ho parlato anche in altre due occasioni, dove non  sono stati i libri, ma la bellezza di altri mestieri ad avermi ispirato mescolamenti:

 

Tre azioni per lanciare una vera sfida al non profit.

i pregiudizi del non profitIo penso che il terzo settore, che per me in realtà è il primo, è un universo così ricco e composito che non può essere regolamentato se non con una legge di ampio respiro.

Queste parole sono state pronunciate dal primo ministro Matteo Renzi alcuni giorni fa. Senza voler prendere parte alla bagarre del pro o contro Renzi, mi pare molto interessante fare alcune riflessioni.

Portare il non profit tra le priorità di un paese è non solo importante, ma pure necessario. Scriveva Peter Drucker, il padre del management, alcuni anni fa: “Occorre – una politica pubblica che faccia del non profit  la prima  linea di attacco ai problemi sociali del paese.”

Probabilmente è ciò che pensa anche Renzi, che qui mi piace citare soprattutto perché ha usato due parole chiave: Il non profit è un universo ricco e composito.

Di questa ricchezza credo spesso non si sia consapevoli. Tanto per iniziare, in Italia quando si dice non profit, si pensa al sociale. Ci si dimentica però che siamo pieni di organizzazioni non profit anche in ambito culturale e sportivo.  Le loro attività non sono naturalmente di tipo assistenziale, ma– ecco perché ne parlo qui – sono in genere associazioni che organizzano eventi sportivi e culturali.

Non si tratta di aziende il cui scopo è fare business usando gli eventi, ma di organizzazioni che mettono in scena qualcosa con scopi diversi dal business in quanto business. Spesso lo scopo è semplicemente la promozione della cultura o dello sport. E spesso sono eventi che hanno bilanci di tutto rispetto, che fanno girare parecchi soldi, che sono legati al mondo for profit tramite sponsorizzazioni e cooperazioni di vario tipo. Cioè: spesso queste associazioni sono abituate a dialogare con il for profit. Eppure nonostante la pratica si creano ancora oggi stonature di tipo culturale, nel senso più amplio possibile del termine.

Cerco di spiegarmi.

Business non profit: un ossimoro o un’opportunità?

Nel 1992, Peter Drucker scriveva nel suo libro Gestire il futuro: “Quarant’anni fa management era una brutta parola per i militanti delle organizzazioni senza fini di lucro”.

Io ho la sensazione cha ancora oggi  ci sia chi prova disagio a usare certe parole abbinate al non profit. Parole come management e business.

Non conosco così bene il settore del non profit culturale da potermi sbilanciare, conosco però bene il mondo sportivo e certo è che i malintesi (o le ipocrisie) tra for e non profit ci sono e  si muovono in genere su due fronti.

> Nel non profit ciò che conta davvero è la passione. Le competenze sono secondarie

E come conseguenza:

> Chi lavora nel non profit deve mettere in campo se stesso per la “causa”. Avere pretese di riconoscimenti economici per le proprie competenze è insultante per il non profit. Qui dobbiamo essere tutti volontari.

Ecco, io penso che se davvero si vuole avviare la riforma del non profit, si dovrebbe anche avviare un processo di cambiamento culturale nella percezione di ciò che il non profit è e di ciò che non è.

Certamente oggi il non profit non è una banda di innamorati della causa che possano assumersi gravi responsabilità per semplice pura passione. Appassionati si, stupidi no.

Il falso dilettante

In un bellissimo libro sulla filosofia dello sport ho trovato una definizione che mi piace usare come metafora per descrivere  il manager del non profit oggi: il falso dilettante. Dove falso non va inteso in modo negativo. Molti atleti da un punto di vista formale non sono professionisti (accade ad esempio  nello sci, nell’atletica, nella ginnastica …), ma operano, agiscono, si allenano e competono come dei professionisti.

Il non profit è pieno zeppo di falsi dilettanti, che devono agire con efficacia e  per questo  andrebbero ascoltati o nutriti.

Tre sono in particolare gli  ambiti in cui vale la pena investire.

1. Il non profit ha bisogno di management

Mettersi insieme solo perché si crede in qualcosa e farlo senza management è come fare una scampagnata tra amici, nella quale però si rischia di perdere un sacco di soldi e di finire la festa litigando furiosamente.

Management vuol dire: strategia, organizzazione, controllo, decisioni, formazione. E queste sono cose che “non si nasce imparati”, quindi, se si vuole che le organizzazioni senza scopo di lucro – anche in ambito culturale e sportivo –  crescano, non si scappa. Scriveva Drucker, sempre in Gestire il futuro: le associazioni non profit vogliono sempre fare del bene, ma si rendono anche conto che le buone intenzioni non possono sostituire l’organizzazione e la leadership.

> Cioè: management non è una brutta parola, é invece il nutrimento primario (sine qua non) anche per chi opera senza scopo di lucro.

2. Raccogliere fondi non vuol dire elemosinare

Le organizzazioni, di qualsiasi tipo esse siano, devono pensare a se stesse non solo nell’ora o nell’arco di un anno, devono invece pianificare sé stesse a lungo termine se vogliono crescere. Raccogliere fondi dovrebbe divenire uno “sviluppare i fondi” e per fare ciò torniamo al punto precedente: ci vuole un management giusto che sappia far crescere capacità e talenti e che si doti di strumenti propri del for profit. Ad esempio il marketing. Vendere è diverso da elemosinare.

> Cioè: la filantropia puzza di ottocentesco e non consente sviluppo, crea piuttosto dipendenza.

3. Il capo non è capo. Molto peggio: è il responsabile

La scelta del presidente è importantissima. Spesso alla guida si sceglie una persona che porti lustro, il nome da comunicato stampa, per intenderci, oppure si opta per una persona che abbia tempo. Entrambe le scelte sono sbagliate. Anche il non profit come il for profit dovrebbe scegliere la sua guida, il consiglio di amministrazione, il “top management” secondo la legge dell’efficienza e dell’efficacia. Accanto al presidente e un consiglio che sappia condividere strategie, ci vuole l’operativo. La direzione generale deve essere affidata a un professionista. In questo caso sconsiglio davvero di tirare dentro qualcuno semplicemente perché ha tempo o è amico. Ovviamente deve credere nella causa tanto quanto i fondatori.

> Cioè: guidare il non profit non significa passeggiare sul “red carpet” o passare del tempo; significa invece lavorare sodo e condividiere scopo e strategie.

La regola del buon senso.

Per ciò che posso vedere dal mio piccolo osservatorio, la strada è ancora molto lunga e infestata di pregiudizi.

Forse gli obiettivi che si è dato il governo sono l’inizio di una modernizzazione che consentirebbe anche ai mille eventi non profit di sopravvivere e crescere.

E se molti eventi non profit spariranno, vorrà dire che non sono stati in grado di assumere un atteggiamento imprenditoriale. Vorrà dire che hanno preferito restare legati al modello filantropico e all’idea che basta essere non profit per essere nel giusto.

Giudizio severo il mio – me ne rendo conto – e so bene che in questo difficile momento storico anche i grandi soffrono. Ma alla fine vale una semplice regola di buon senso: se fai le cose per benino, te la puoi cavare. Se pasticci, non ti lamentare se poi nessuno ti ascolta.

Per approfondire:

  •  Un libro obbligatorio per gestire il non profit è L’era della contaminazione, che  – pur trattando il non profit sociale – offre mille spunti per anche quello sportivo o culturale. L’autore, Gianluca Cravera, cura anche un blog sul management sostenibile.
  • Ho giá scritto altre volte sul non profit prendendo spunto da questo libro. L’ho fatto qui e qui e qui. Sono articoli un po’ vecchiotti, ma offrono ancora  una guida valida applicata agli eventi.
  • Peter Drucker ha dedicato un libro al non profit: Managing the non profit organisation (Harper Collins, 1992). Purtroppo non esiste in una traduzione italiana (o per lo meno io non l’ho trovata).
  • Libri utili al mestiere (libri che spesso parlano di impresa e non sempre di non profit) si trovano nella mia biblioteca on line.

 

L’immagine usata per questo post arriva via Araceli Hipólito – Pinterest.