#SensibleExperienceScape [8]: perché quando si parla di sostenibilità di un evento, si dovrebbe parlare anche di emozioni?

Questo post non ha alcun fondamento scientifico ed è scritto con la pancia.

La premessa mi pare necessaria, perché la domanda che pongo nel titolo mi frulla in testa da alcuni giorni e ammetto di non avere risposte certe.

Anteprima: le Olimpiadi di Torino, 10 anni fa.

Tutto è iniziato 10 anni con le Olimpiadi di Torino, alle quali ho partecipato in qualità di press manager al Sestriere. Ero in sostanza responsabile del centro stampa di raccordo della montagna nella fase immediatamente antecedente l’inizio dei Giochi e poi durante i Giochi.

Di quei due mesi mi sono rimasti ricordi di ogni genere: dalle delusioni alla fatica, al divertimento, alle vere e sane soddisfazioni. Rammento come fosse ieri l’ansia del countdown per l’apertura del centro stampa, che si ostinava a rimanere un cantiere. Una concatenazioni di attività, che non avevano seguito la road map prevista, avevano causato un ritardo tremendo e ricordo la responsabile del waste and cleaning che non poteva pulire fintanto che la spazzatura da allestimento non veniva sgomberata.  Non ricordo quale fosse l’intoppo, fatto sta che lavoravo in sala stampa, a gennaio, a pochi giorni dalla cerimonia d’inaugurazione, con i portoni aperti, il gelo che entrava, accucciata sul portatile con berretto e guanti. C’è pure chi si ricorda che avevo acceso una candela per fare un po’ di luce.

Un’esperienza atroce, si direbbe. Eppure in tutto questo c’è qualcosa di non normale: e cioè che di questa emergenza preservo solo ricordi magnifici. Il venue manager, che era il responsabile di tutto il cluster Sestriere, mi aveva autorizzato a lanciare un appello: avevo chiamato alle armi tutti quelli che potevano darci una mano per sgomberare il cantiere. C’erano i nylon da togliere da metri quadri e metri quadri di moquette, c’erano i tavoli da liberare, c’erano pezzi di cavi d’ovunque, e assi di legno e avanzi di ogni tipo. La squadra si era composta subito ed era fatta di gente che era lì per altro: trasporti, cerimoniale, servizi … eppure tutti si erano muniti di guantoni e avevano aiutato affinché un pezzo della macchina potesse partire.

Mi viene la pelle d’oca ancora oggi per l’emozione che avevo provato quando avevamo finito, stremati, ma soddisfatti. Non ho più alcuna traccia di questa squadra affiatata che era corsa in aiuto, in modo per nulla scontato, se non il ricordo vivo nella mia memoria. E questo ricordo sarebbe rimasto incantucciato da qualche parte, come bell’esempio di lavoro di squadra eccezionale, se non fosse che sono passati 10 anni dalle Olimpiadi e tutto in questi ultimi giorni torna  in superficie.

Esperienza e memoria

Mi sono trovata, infatti, a rivivere in parte quelle emozioni, dopo ben 10 anni. E pare interessante, perché ciò che alla fine rimane è solo la memoria bella: quella emozione condita addirittura con una consistente dose di nostalgia. Queste sensazioni, penso, le potrebbero confermare la maggior parte delle quasi 600 persone che settimana scorsa si sono presentate alla festa organizzata dallo staff Torino2006 per lo staff Torino2006: un raduno denso di ricordi, di abbracci, di rivisitazioni, di nostalgie, di risate.  Arrivati da ogni dove pur di esserci e pur di rivedersi, tutti con la gioia stampata sul viso e immagino, con dentro di sé solo i ricordi belli mentre quelli brutti …, beh, curiosamente nello sguardo retrospettivo diventano frammenti di piccole epiche olimpiche, che si colorano di romanticismo.

Tutto questo mi ha fatto riflettere non poco.

Quando si parla di eventi, soprattutto di mega eventi, si tende sempre a puntare il dito contro i grandi errori fatti nella gestione post evento. Infrastrutture abbandonate, mala gestione e così via. È un tema a me caro che ho trattato spesso in questo blog. Nemmeno Torino è immune da tutto ciò con, da un lato una città che pare rinata grazie ai Giochi, ma a ben guardare anche qui l’eredità mostra non poche crepe: gli impianti in montagna, il villaggio olimpico, così via …

Luci e ombre che pare difficile smentire.

Meno, o forse mai, si parla dell’eredità emozionale. Alla festa delle celebrazioni sono certa che in molti sarebbero risaliti subito sul carro olimpico per rifare tutto, di nuovo.

E qui mi piace provare a capire.

La psicologia dell’esperienza

La letteratura sul management degli eventi sta iniziando a studiare il rapporto tra esperienza e memoria affidandosi alle scoperte delle psicologia behaviorista. Si veda questo interessante studio su psicologia ed evento. Ne ho anche parlato in questo blog perché trovo il tema molto intrigante e ho anche contribuito a un paper su questo argomento, sebbene il focus fosse centrato sullo spettatore degli eventi culturali.

Le scoperte in questo ambito dicono in sostanza che è possibile cercare di veicolare le esperienze, senza necessariamente manipolarle, in modo tale da agevolare la sedimentazione di una memoria positiva.

Quando si lavora a un evento come i Giochi Olimpici, questa operazione pare molto facile, perché il mito olimpico, l’unicità dell’esperienza, la vita dentro una bolla che è unica e non ripetibile, la consapevolezza di vivere qualcosa di magico, lo spirito olimpico che ci mette il suo, la creazione di un linguaggio interno, l’esser slegati dal mondo reale etc. etc. fanno sì che si viva l’esperienza lavorativa in modo totalmente diverso da qualsiasi altro lavoro. Ciò vale certamente per tanti eventi. Non c‘è dubbio però che i Giochi Olimpici siano inimitabili da questo punto vista. È come raggiungere un livello emozionale altissimo, un picco senza eguali, ma effimero. Si crea quasi una tossicità, una dipendenza dalla emozione e man mano che ci si avvicina alla fine, non si vede l’ora che finisca, perché la bolla è impegnativa, ma allo stesso tempo si vorrebbe non uscirne mai.

La domanda allora molto banale è: tutta questa energia emozionale può essere incanalata affinché non sfumi nel nulla e non rimanga solo un insieme variegato di ricordi individuali? Cioè: quando si pianifica un evento, è possibile pensare, non solo a come riciclare le infrastrutture nel post-evento, ma anche a come non disperdere l’entusiasmo, pur sapendo che un’Olimpiade è unica?

Torino forse in parte l’ha fatto, divenendo città di eventi culturali. Ma è possibile lavorarci in modo strategico o questa energia ha un senso solo dentro il contenitore evento?

Penso ad esempio ai tanti che hanno lavorato a Torino e avrebbero voluto continuare a lavorare nello sport, ma non c’è stata alcuna vera opportunità a favore di uno strategico “job placement” post olimpico. La stessa cosa potrebbe valere per Expo: dove lavorano oggi le persone Expo? Quell’esperienza operativa e umana ha la possibilità di trovare uno sbocco e una continuità o rimane un episodio isolato?

Forse questo mio post è una leggerezza. Forse è un po’ come parlare del sesso degli angeli. Forse la forza di quelle emozioni ha davvero senso solo dentro il contenitore evento. Eppure io credo che una riflessione strategica per una vera legacy, che non sia solo infrastrutturale, andrebbe fatta. L’evento può essere il momento più alto, ma pensarlo solo come ingresso nella festa senza progresso, per citare il sociologo Michel Maffesoli, mi sembra, per quanto intenso e inebriante, un’occasione perduta.

Forse in questo senso Roma2024  potrebbe non solo pescare nell’emozione di chi fu-Torino2006, ma allo stesso tempo pianificare la viability, vale a dire la capacità auto-rigenerante delle esperienze, delle competenze e della forza emozionale di chi, se tutto andrà bene, potrebbe fra 12 anni  essere il “fuRoma2024”.

Perché il “saper fare” non basta quando si mette in scena lo sport.

Questo testo si collega al mio precedente post ed è il mio contributo alla discussione “Sport e nuove professioni”  al Festival delle Professioni di Trento.


Il mestiere di chi organizza eventi sportivi

Un evento sportivo racchiude in sé diverse funzioni e diversificate competenze. Organizzare un evento sportivo oggi richiede, infatti, conoscenze e pratiche altamente specializzate. Da un lato si devono conoscere le materie: lo sport, prima di tutto, ma pure quelle materie classificate come operations (trasporti, accreditamenti) o servizi (alla stampa, agli spettatori, agli sponsor e così via). Queste materie vanno poi gestite da altre competenze, quelle classiche del management (dalla definizione di strategia e obiettivi alla gestione di risorse all’impostazione di un’organizzazione). Sovente, invece, accade ancora che proprio il management sia misconosciuto. “Sono un uomo (o una donna) di sport! – si dice – Questo conta, tutto il resto non serve.”

Un evento sportivo però ha anche due altre caratteristiche che possono esplicarsi come “rischi”.

I rischi palesi degli eventi sportivi: tempo effimero e red carpet

Un evento è prima di tutto effimero e dunque con una data di scadenza ben definita. Ciò invita a una riflessione più complessa sul ruolo del management, che di fatto non dovrebbe preoccuparsi solo degli obiettivi/strategie dell’evento in sé, ma pure di obiettivi e strategie post-evento.

L’evento diviene cioè strumentale a una legacy che si vuol lasciare in un territorio, in una comunità. Un evento sportivo di successo non lo è per davvero se dopo, spento il braciere e consegnate tutte le medaglie, rimangono piscine arrugginite e trampolini decadenti. Non è sufficiente mettere in scena una grande festa avente al suo centro lo sport in cui tutto funziona. Quella è solo una fase dell’intero processo, oltretutto una fase che rischia di confondere (o nascondere) l’obiettivo reale. In modo più articolato ne ho parlato qui e qui.

Questa riflessione crea il collegamento per il secondo aspetto, che è fortemente connotativo degli eventi sportivi ed è quello, che io amo definire, il “malinteso del red carpet”. Un evento sportivo, soprattutto se internazionale, richiama grande interesse mediatico. E dunque esiste il rischio, tangibile, di confondere il proprio ruolo. Nel peggiore dei casi proprio i riflettori vengono puntati su sé stessi e lo sport diviene strumentale a strategie di potere dove la bellezza del gioco è manipolata per scopi ben diversi dal gioco stesso.

L’organizzatore di un evento sportivo è al servizio di qualcosa. È colui che stende il tappeto rosso per altri. È colui che sta dietro la telecamera e se ci sta davanti è solo per svolgere la propria funzione. È colui che fa sfilare sul tappeto rosso – che lui stesso ha steso –  gli atleti, gli spettatori, i giornalisti, i fotografi, ovvero tutti gli altri. Il professor Moreno Mancin, in un suo libro sui bilanci delle società di calcio (pagina 30), racconta bene come le società di calcio italiane, quando ancora erano senza scopo di lucro  non avevano investito sul management e sulle competenze. Essendo senza scopo di lucro, l’unico reale ritorno dei dirigenti era la visibilità mediatica e politica. Le conseguenze si pagano ancora oggi.

Gli sviluppi degli eventi sportivi: dilettantismo e professionismo

Questo è un nodo fondamentale nel passaggio – che stiamo vivendo oggi – tra dilettantismo e necessaria professionalizzazione. Il rischio é che permangano abitudini “antiche” per cui, tolta la passione, rimane lo sfruttamento dell’evento per scopi, diciamo pure, personali. Un problema diffuso, non solo nelle grandi società, ma pure in quelle piccole e in modo particolare in quelle che ancora oggi sono non profit, ovvero nella maggioranza delle società che si occupano di eventi sportivi. Nulla contro il non profit. Al contrario. È del non profit il concetto di falso dilettante, ovvero dilettante da un punto di vista formale, professionista sul piano reale.

Una strada possibile: la formazione

Diventa pertanto fondamentale educare, formare, creare, appunto, nuovi professionisti che mettano sé stessi al servizio del mestiere di – chiedo scusa per l’anglicismo – sport event manager.

In questo passaggio molto importante (in Italia in questi ultimi anni sono cresciute le scuole di formazione relative allo sport business), bisogna evitare un’altra trappola. E le storie che stiamo leggendo in questi giorni, anche sui fatti italiani, ci dicono che è urgente creare un “movimento” sulla formazione professionale di funzionari sportivi che tenga conto delle competenze, ma anche di concetti – scansati spesso con ipocrisia e nonchalance – come etica e responsabilità. Non basta saper far bene le cose. È assolutamente necessario essere anche consapevoli quale sia la materia pregiata che si sta trattando.

E forse è proprio sulle scuole di formazione che si deve puntare. I corsi di sportbusiness preparano ottimi manager o marketer, ma è necessario che preparino anche i dirigenti consapevoli di maneggiare, non oggetti, ma valori. E dunque si potrebbe educare allo sportbusiness partendo dalla sociologia dello sport, dalla storia dello sport, dalla filosofia dello sport… Per forza di cose – se ci limitiamo a grafici su revenue e profitto – avremo sempre più una generazione di dirigenti sportivi che sfrutterà il gioco spolpandolo del suo senso e riducendolo a mera industria dell’intrattenimento. Ci appassioneremmo lo stesso, presumo, ma perderemo qualcosa di prezioso e per noi, in quanto esseri umani, sarebbe un gran peccato.

Un organizzatore di eventi dovrebbe essere un consapevole mediatore emozionale sapendo quanto delicato sia il tema “emozioni”.

E se ci ostinassimo a insegnare  lo sport non solo come “revenue”, non solo come “marketing”, ma pure come magia – quella magia che vivendola ci rende persone migliori – probabilmente il business troverebbe una via umana per far crescere lo sport, senza violentarlo.

“Must Have” is a book you … must have!

È possibile riportare i mega eventi a una dimensione umana? Mi riferisco a quelli sportivi, che sempre di più trascinano con sé polemiche (e cattedrali nel deserto) di ogni genere. È un tema che ho affrontato più volte dentro questo blog. Oggi mi sento confortata dal fatto di non essere sola nel pensare che sì, è possibile mettere in scena grandi eventi sportivi, senza per questo fare disastri. Anzi, che proprio lo sport possa diventare un motore per attivare dinamiche sociali, culturali, economiche che siano una vera crescita per la comunità ospitante. E quando parlo di crescita, la intendo secondo le parole di Florence Nouville.

Must Have. Nice To Have è un libro che mi è giunto per posta (ma si trova anche in versione ebook su amazon). Un dono molto gradito. Uno degli autori è un mio compare di passate avventure in ambito di eventi sportivi, Egon Theiner, giornalista, editore, ma soprattutto esperto di media ai mega eventi.

Il valore dello stare in campo

Must HaveMi piace, di Egon, la sua visione equilibrata: il business è un valore, ma affinché lo sia davvero devono essere soddisfatte alcune condizioni non negoziabili. Mi piace, in questo libro, il suo lato umano e concreto. L’altro autore è Filippo Bazzanella, specialista di eventi sportivi internazionali, ma soprattutto un professionista che ha contribuito a qualcosa di straordinario: organizzare le Universiadi invernali 2013 in un solo anno, quando in genere lo si fa in un quinquennio. Cioè: questo libro lo hanno scritto due tipi che in genere stanno al fronte dei mega eventi e che da lì godono di un punto di osservazione privilegiato. La loro capacita è stata quella di raccontare la possibilità di mettere in scena qualcosa di grandioso da prospettive differenti. Un lavoro non facile: si tratta di osservare anche sé stessi da fuori, individuare le crepe, e suggerire soluzioni.

Conditio sine qua non nel prisma dell’evento

Il titolo lo dice subito: qui si va oltre meri suggerimenti. Must have significa che vi sono alcuni compiti e alcuni strumenti non negoziabili quando si organizza un evento sportivo. Nice to have ci dice invece che altre cose sarebbe bello averle, perché renderebbero l’evento quasi prefetto.

Il volume si divide in tre parti.

All’inizio offre una serie di interviste a personaggi autorevoli del mondo dello sport nazionale e internazionale. Emerge in tutti loro la consapevolezza che il valore economico dello sport sia indiscutibile, ma che allo stesso tempo questo valore non dovrebbe contaminare l’intero sistema. C’è come un bisogno sempre più impellente di riportare tutto a una dimensione umana. Abbiamo strafatto, abbiamo esagerato, ci siamo dimenticati delle misure. Tornare indietro non solo è possibile, e necessario, ma è un’occasione per ridare un senso allo sport usando la sua energia per portare valore, per farci crescere e progredire anche da un punto di vista culturale.

Ci sono esempi pratici che lo dimostrano: questa non è fantascienza. Nella seconda parte il libro, infatti, illustra due mega eventi, che hanno visto Egon Theiner e Filippo Bazzanella in pole position da un punto di vista operativo. La sintesi che mi viene da fare è che incredibilmente è possibile mettere in scena qualcosa di grandioso con budget limitati. E che prima di tutto è una questione di responsabilità e di obiettivi.

Un caleidoscopio ordinato

La parte che tuttavia a me affascina di più (essendo io una patita del management) è la guida che ci propongono.

160 pagine che possono davvero essere una specie di vademecum master per ogni evento. 160 pagine che in modo davvero generoso mettono a disposizione una checklist completa intersecando tutti i settori operativi. 160 pagine che offrono istruzioni affinché un evento – direi davvero non solo sportivo – abbia successo portando valore – non solo monetario – al territorio che coinvolge.

La struttura: è il primo punto da cui partire. “I primi passi di un progetto evento sportivo  – ci dicono Theiner e Bazzanella – e cioè la preparazione della struttura e dell’organizzazione, sono cruciali per il successo di un evento. Il fallimento spesso deriva proprio da una riflessione poco approfondita su questo aspetto”.

La vision: questa è parola che io prendo sempre con molta diffidenza, ma qui mi sento di sposarla per la semplicità e la chiarezza disarmanti con cui gli autori la propongono.

La vision – scrivono – dovrebbe illustrare cosa vuole divenire in futuro l’organizzazione sportiva.

La vision, cioè, va oltre l’evento e si chiede cosa vogliamo essere dopo.

160 pagine in cui ogni singolo ambito/aspetto/ servizio/ funzione di un evento sportivo vengono illustrati e integrati dai momenti di verifica.

Organizzate eventi? Bene provate a scorrere i loro must have e vi accorgerete che nella vostra organizzazioni ci sono falle. Le ho trovare pure io e ne sono consapevole. Volete raggiungere il meglio? Una volta risolti i must have concentratevi sui nice to have.

Organizzazione, vision, mission, membri fondatori, comitato operativo, management, compiti, organigramma, masterplan e budget, sostenibilità, amministrazione e finanze, cash flow, assicurazione, risorse umane, volontari, sede del comitato organizzatore, sicurezza sul posto di lavoro, arredamento degli uffici e ancora project management (da leggere assolutamente perché vi aiuterà a lavorare con efficacia), energia, amministrazione pubblica, IT e  reti, progetti speciali, media e comunicazione, marketing e sponsorship, look dell’evento, merchandising e poi, lo sport (i siti, il cronometraggio, il piano di  gara, etc.) …

È la carta geografica completa di un evento sportivo. Il caleidoscopio messo a sistema.

Gli eventi non possono crescere all’infinito e questo libro ci dice che se si lavora in modo serio, trasparente, responsabile, con le persone giuste, avvalendosi sia di passione sia di professionisti, è possibile.

#SensibleExperienceScape [3] goes international.

Sono molto felice e anche un po’ emozionata.

Oggi posso condividere con voi un mio post  pubblicato in un blog  che io apprezzo molto per la ricchezza di informazioni e di idee e di ispirazioni che offre a chi si occupa di organizzare  eventi.

La gioia è vera e pura perché è stato un invito inaspettato. Scrivere per altri é una bella sfida. Il tema é uno di quelli che frequento spesso di questi tempi: il valore delle emozioni negli eventi.

Ne ho giá parlato più volte, per esempio qui, qui e qui.

E ho iniziato una specie di viaggio in un paesaggio nuovo , il  #SensibleExperienceScape. La terza tapppa di questa esplorazione a questo punto si butta all’estero e per una volta parla inglese!

Buona lettura! (cliccate l’immagine e arrivati dritti dritti al post)

event manager - guest author

La coda lunga degli eventi

cop95a2È possibile pianificare il dopo di un evento?

Come sanno i miei lettori questo è un po’ il mio chiodo fisso: cercare di dare sostanza a qualcosa di volatile come un evento.

Per questo motivo sono stata quindi molto felice quando l’Università di Verona, presso la quale da due anni porto la mia testimonianza al corso di perfezionamento EventManagemnet 3.0, mi ha chiesto di elaborare un testo che affrontasse questo tema.

Il testo è stato pubblicato nel numero corrente delle Rivista Sinergie e inizia cosi:

Il mondo interno ai Giochi Olimpici assomiglia sempre più a una navicella spaziale, che in una lunga manovra di atterraggio, si adagia in un pianeta straniero, vi si ferma per un mese e poi riparte.”

Scriveva così, a conclusione dei Giochi Olimpici Invernali di Sochi, il giornalista Christof Siemens sul settimanale tedesco Die Zeit. (Siemens, 2014)

I grandi eventi, ci dice questo articolo, sembrano essere divenuti qualcosa di sempre più estraneo alla realtà che li ospita. Standard internazionali per i servizi ai diversi “clienti” (atleti, stampa, televisioni, pubblico), “look” omologato nelle scenografie e nei linguaggi e sponsor globali di multinazionali che tendono a rendere uguali tra loro le competizioni, gli stadi, gli scenari a prescindere da dove abbiano luogo. La presenza del timbro locale si riduce spesso a un folclore incastrato dentro messaggi promozionali. Quando poi però la navicella lascia il terreno, il paesaggio cambia. Gli edifici vengono spogliati, le piazze tornano vuote, i souvenir finiscono nei retrobottega dei negozi.

 Vi intriga? Bene, mi fa piacere perché se volete trovate il testo integrale qui.