#SensibleExperienceScape [8]: perché quando si parla di sostenibilità di un evento, si dovrebbe parlare anche di emozioni?

Questo post non ha alcun fondamento scientifico ed è scritto con la pancia.

La premessa mi pare necessaria, perché la domanda che pongo nel titolo mi frulla in testa da alcuni giorni e ammetto di non avere risposte certe.

Anteprima: le Olimpiadi di Torino, 10 anni fa.

Tutto è iniziato 10 anni con le Olimpiadi di Torino, alle quali ho partecipato in qualità di press manager al Sestriere. Ero in sostanza responsabile del centro stampa di raccordo della montagna nella fase immediatamente antecedente l’inizio dei Giochi e poi durante i Giochi.

Di quei due mesi mi sono rimasti ricordi di ogni genere: dalle delusioni alla fatica, al divertimento, alle vere e sane soddisfazioni. Rammento come fosse ieri l’ansia del countdown per l’apertura del centro stampa, che si ostinava a rimanere un cantiere. Una concatenazioni di attività, che non avevano seguito la road map prevista, avevano causato un ritardo tremendo e ricordo la responsabile del waste and cleaning che non poteva pulire fintanto che la spazzatura da allestimento non veniva sgomberata.  Non ricordo quale fosse l’intoppo, fatto sta che lavoravo in sala stampa, a gennaio, a pochi giorni dalla cerimonia d’inaugurazione, con i portoni aperti, il gelo che entrava, accucciata sul portatile con berretto e guanti. C’è pure chi si ricorda che avevo acceso una candela per fare un po’ di luce.

Un’esperienza atroce, si direbbe. Eppure in tutto questo c’è qualcosa di non normale: e cioè che di questa emergenza preservo solo ricordi magnifici. Il venue manager, che era il responsabile di tutto il cluster Sestriere, mi aveva autorizzato a lanciare un appello: avevo chiamato alle armi tutti quelli che potevano darci una mano per sgomberare il cantiere. C’erano i nylon da togliere da metri quadri e metri quadri di moquette, c’erano i tavoli da liberare, c’erano pezzi di cavi d’ovunque, e assi di legno e avanzi di ogni tipo. La squadra si era composta subito ed era fatta di gente che era lì per altro: trasporti, cerimoniale, servizi … eppure tutti si erano muniti di guantoni e avevano aiutato affinché un pezzo della macchina potesse partire.

Mi viene la pelle d’oca ancora oggi per l’emozione che avevo provato quando avevamo finito, stremati, ma soddisfatti. Non ho più alcuna traccia di questa squadra affiatata che era corsa in aiuto, in modo per nulla scontato, se non il ricordo vivo nella mia memoria. E questo ricordo sarebbe rimasto incantucciato da qualche parte, come bell’esempio di lavoro di squadra eccezionale, se non fosse che sono passati 10 anni dalle Olimpiadi e tutto in questi ultimi giorni torna  in superficie.

Esperienza e memoria

Mi sono trovata, infatti, a rivivere in parte quelle emozioni, dopo ben 10 anni. E pare interessante, perché ciò che alla fine rimane è solo la memoria bella: quella emozione condita addirittura con una consistente dose di nostalgia. Queste sensazioni, penso, le potrebbero confermare la maggior parte delle quasi 600 persone che settimana scorsa si sono presentate alla festa organizzata dallo staff Torino2006 per lo staff Torino2006: un raduno denso di ricordi, di abbracci, di rivisitazioni, di nostalgie, di risate.  Arrivati da ogni dove pur di esserci e pur di rivedersi, tutti con la gioia stampata sul viso e immagino, con dentro di sé solo i ricordi belli mentre quelli brutti …, beh, curiosamente nello sguardo retrospettivo diventano frammenti di piccole epiche olimpiche, che si colorano di romanticismo.

Tutto questo mi ha fatto riflettere non poco.

Quando si parla di eventi, soprattutto di mega eventi, si tende sempre a puntare il dito contro i grandi errori fatti nella gestione post evento. Infrastrutture abbandonate, mala gestione e così via. È un tema a me caro che ho trattato spesso in questo blog. Nemmeno Torino è immune da tutto ciò con, da un lato una città che pare rinata grazie ai Giochi, ma a ben guardare anche qui l’eredità mostra non poche crepe: gli impianti in montagna, il villaggio olimpico, così via …

Luci e ombre che pare difficile smentire.

Meno, o forse mai, si parla dell’eredità emozionale. Alla festa delle celebrazioni sono certa che in molti sarebbero risaliti subito sul carro olimpico per rifare tutto, di nuovo.

E qui mi piace provare a capire.

La psicologia dell’esperienza

La letteratura sul management degli eventi sta iniziando a studiare il rapporto tra esperienza e memoria affidandosi alle scoperte delle psicologia behaviorista. Si veda questo interessante studio su psicologia ed evento. Ne ho anche parlato in questo blog perché trovo il tema molto intrigante e ho anche contribuito a un paper su questo argomento, sebbene il focus fosse centrato sullo spettatore degli eventi culturali.

Le scoperte in questo ambito dicono in sostanza che è possibile cercare di veicolare le esperienze, senza necessariamente manipolarle, in modo tale da agevolare la sedimentazione di una memoria positiva.

Quando si lavora a un evento come i Giochi Olimpici, questa operazione pare molto facile, perché il mito olimpico, l’unicità dell’esperienza, la vita dentro una bolla che è unica e non ripetibile, la consapevolezza di vivere qualcosa di magico, lo spirito olimpico che ci mette il suo, la creazione di un linguaggio interno, l’esser slegati dal mondo reale etc. etc. fanno sì che si viva l’esperienza lavorativa in modo totalmente diverso da qualsiasi altro lavoro. Ciò vale certamente per tanti eventi. Non c‘è dubbio però che i Giochi Olimpici siano inimitabili da questo punto vista. È come raggiungere un livello emozionale altissimo, un picco senza eguali, ma effimero. Si crea quasi una tossicità, una dipendenza dalla emozione e man mano che ci si avvicina alla fine, non si vede l’ora che finisca, perché la bolla è impegnativa, ma allo stesso tempo si vorrebbe non uscirne mai.

La domanda allora molto banale è: tutta questa energia emozionale può essere incanalata affinché non sfumi nel nulla e non rimanga solo un insieme variegato di ricordi individuali? Cioè: quando si pianifica un evento, è possibile pensare, non solo a come riciclare le infrastrutture nel post-evento, ma anche a come non disperdere l’entusiasmo, pur sapendo che un’Olimpiade è unica?

Torino forse in parte l’ha fatto, divenendo città di eventi culturali. Ma è possibile lavorarci in modo strategico o questa energia ha un senso solo dentro il contenitore evento?

Penso ad esempio ai tanti che hanno lavorato a Torino e avrebbero voluto continuare a lavorare nello sport, ma non c’è stata alcuna vera opportunità a favore di uno strategico “job placement” post olimpico. La stessa cosa potrebbe valere per Expo: dove lavorano oggi le persone Expo? Quell’esperienza operativa e umana ha la possibilità di trovare uno sbocco e una continuità o rimane un episodio isolato?

Forse questo mio post è una leggerezza. Forse è un po’ come parlare del sesso degli angeli. Forse la forza di quelle emozioni ha davvero senso solo dentro il contenitore evento. Eppure io credo che una riflessione strategica per una vera legacy, che non sia solo infrastrutturale, andrebbe fatta. L’evento può essere il momento più alto, ma pensarlo solo come ingresso nella festa senza progresso, per citare il sociologo Michel Maffesoli, mi sembra, per quanto intenso e inebriante, un’occasione perduta.

Forse in questo senso Roma2024  potrebbe non solo pescare nell’emozione di chi fu-Torino2006, ma allo stesso tempo pianificare la viability, vale a dire la capacità auto-rigenerante delle esperienze, delle competenze e della forza emozionale di chi, se tutto andrà bene, potrebbe fra 12 anni  essere il “fuRoma2024”.

#SensibleExperienceScape [7]: come favorire una legacy esperienziale negli eventi?

Ho sempre amato mescolare i saperi.

Le contaminazioni sono quelle cose che ci fanno imparare dagli altri, che ci aiutano a risolvere nodi, che ci arricchiscono, che ci offrono uno  sguardo sul nostro mondo da punti di vista diversi. Le contaminazioni sono quella cosa che magari fa un po’ paura all’inizio (il nuovo, il diverso spaventano), ma che dopo ti fanno luccicare gli occhi, perché hai la sensazione che davvero tu sia cresciuto di un pezzettino.

Ecco perché quando il professore Federico Brunetti, docente di economia e gestione delle imprese all’Università degli Studi di Verona, la scorsa primavera, mi ha chiesto di collaborare a un testo per un convegno organizzato da Sinergie, la rivista italiana di management, ho sì avuto un po’ di paura, ma mi ci sono buttata con entusiasmo. Di nuovo per me era tutto: collaborare alla stesura di un testo e quindi condividere il lavoro di redazione; scrivere per un testo accademico, dove le regole (i codici) sono ben diversi da quelli di un blog; spostare la mia attenzione sugli eventi culturali e studiare testi affascinanti sulla psicologia comportamentale applicata al marketing e al management.

Ero iper-contaminata da modi, mondi e saperi diversi. Ciò che mi è rimasto di questi lavoro, oltre la gioia di esserne stata coinvolta, è il fatto che questo tema del “behavioral” è davvero intrigante. Ne ho giá parlato piu volte nel blog, e ho “coniato” l’hashtag #SensibleExperienceScape per identificare uno spazio fisico in cui lo spettatore è guidato anche nella sua parte emozionale.

Gli studi di matrice behavíorista offrono davvero molti argomenti per migliorare non solo l’esperienza, ma pure la memoria di una nostra partecipazione a un evento (una sorta di legacy esperienziale) e dall’altro però suggeriscono anche possibili insidie (leggi: manipolazione). Chissà, forse il 2016 sarà un anno in cui questo tema diverrà un piccolo tormentone dentro questo blog.

Per ora vi lascio al testo scritto a quattro mani dal titolo: Behavioral Event Management: una proposta di applicazione della prospettiva behaviorista alla progettazione e organizzazione di eventi culturali.

Se vi interessa il tema del convegno cliccate qui: Heritage, Management e Impresa: quali sinergie?

Buona lettura!


Per approfondire:

#SensbileExperienceScape:

Un mio altro contributo per Sinergie:

Perché il “saper fare” non basta quando si mette in scena lo sport.

Questo testo si collega al mio precedente post ed è il mio contributo alla discussione “Sport e nuove professioni”  al Festival delle Professioni di Trento.


Il mestiere di chi organizza eventi sportivi

Un evento sportivo racchiude in sé diverse funzioni e diversificate competenze. Organizzare un evento sportivo oggi richiede, infatti, conoscenze e pratiche altamente specializzate. Da un lato si devono conoscere le materie: lo sport, prima di tutto, ma pure quelle materie classificate come operations (trasporti, accreditamenti) o servizi (alla stampa, agli spettatori, agli sponsor e così via). Queste materie vanno poi gestite da altre competenze, quelle classiche del management (dalla definizione di strategia e obiettivi alla gestione di risorse all’impostazione di un’organizzazione). Sovente, invece, accade ancora che proprio il management sia misconosciuto. “Sono un uomo (o una donna) di sport! – si dice – Questo conta, tutto il resto non serve.”

Un evento sportivo però ha anche due altre caratteristiche che possono esplicarsi come “rischi”.

I rischi palesi degli eventi sportivi: tempo effimero e red carpet

Un evento è prima di tutto effimero e dunque con una data di scadenza ben definita. Ciò invita a una riflessione più complessa sul ruolo del management, che di fatto non dovrebbe preoccuparsi solo degli obiettivi/strategie dell’evento in sé, ma pure di obiettivi e strategie post-evento.

L’evento diviene cioè strumentale a una legacy che si vuol lasciare in un territorio, in una comunità. Un evento sportivo di successo non lo è per davvero se dopo, spento il braciere e consegnate tutte le medaglie, rimangono piscine arrugginite e trampolini decadenti. Non è sufficiente mettere in scena una grande festa avente al suo centro lo sport in cui tutto funziona. Quella è solo una fase dell’intero processo, oltretutto una fase che rischia di confondere (o nascondere) l’obiettivo reale. In modo più articolato ne ho parlato qui e qui.

Questa riflessione crea il collegamento per il secondo aspetto, che è fortemente connotativo degli eventi sportivi ed è quello, che io amo definire, il “malinteso del red carpet”. Un evento sportivo, soprattutto se internazionale, richiama grande interesse mediatico. E dunque esiste il rischio, tangibile, di confondere il proprio ruolo. Nel peggiore dei casi proprio i riflettori vengono puntati su sé stessi e lo sport diviene strumentale a strategie di potere dove la bellezza del gioco è manipolata per scopi ben diversi dal gioco stesso.

L’organizzatore di un evento sportivo è al servizio di qualcosa. È colui che stende il tappeto rosso per altri. È colui che sta dietro la telecamera e se ci sta davanti è solo per svolgere la propria funzione. È colui che fa sfilare sul tappeto rosso – che lui stesso ha steso –  gli atleti, gli spettatori, i giornalisti, i fotografi, ovvero tutti gli altri. Il professor Moreno Mancin, in un suo libro sui bilanci delle società di calcio (pagina 30), racconta bene come le società di calcio italiane, quando ancora erano senza scopo di lucro  non avevano investito sul management e sulle competenze. Essendo senza scopo di lucro, l’unico reale ritorno dei dirigenti era la visibilità mediatica e politica. Le conseguenze si pagano ancora oggi.

Gli sviluppi degli eventi sportivi: dilettantismo e professionismo

Questo è un nodo fondamentale nel passaggio – che stiamo vivendo oggi – tra dilettantismo e necessaria professionalizzazione. Il rischio é che permangano abitudini “antiche” per cui, tolta la passione, rimane lo sfruttamento dell’evento per scopi, diciamo pure, personali. Un problema diffuso, non solo nelle grandi società, ma pure in quelle piccole e in modo particolare in quelle che ancora oggi sono non profit, ovvero nella maggioranza delle società che si occupano di eventi sportivi. Nulla contro il non profit. Al contrario. È del non profit il concetto di falso dilettante, ovvero dilettante da un punto di vista formale, professionista sul piano reale.

Una strada possibile: la formazione

Diventa pertanto fondamentale educare, formare, creare, appunto, nuovi professionisti che mettano sé stessi al servizio del mestiere di – chiedo scusa per l’anglicismo – sport event manager.

In questo passaggio molto importante (in Italia in questi ultimi anni sono cresciute le scuole di formazione relative allo sport business), bisogna evitare un’altra trappola. E le storie che stiamo leggendo in questi giorni, anche sui fatti italiani, ci dicono che è urgente creare un “movimento” sulla formazione professionale di funzionari sportivi che tenga conto delle competenze, ma anche di concetti – scansati spesso con ipocrisia e nonchalance – come etica e responsabilità. Non basta saper far bene le cose. È assolutamente necessario essere anche consapevoli quale sia la materia pregiata che si sta trattando.

E forse è proprio sulle scuole di formazione che si deve puntare. I corsi di sportbusiness preparano ottimi manager o marketer, ma è necessario che preparino anche i dirigenti consapevoli di maneggiare, non oggetti, ma valori. E dunque si potrebbe educare allo sportbusiness partendo dalla sociologia dello sport, dalla storia dello sport, dalla filosofia dello sport… Per forza di cose – se ci limitiamo a grafici su revenue e profitto – avremo sempre più una generazione di dirigenti sportivi che sfrutterà il gioco spolpandolo del suo senso e riducendolo a mera industria dell’intrattenimento. Ci appassioneremmo lo stesso, presumo, ma perderemo qualcosa di prezioso e per noi, in quanto esseri umani, sarebbe un gran peccato.

Un organizzatore di eventi dovrebbe essere un consapevole mediatore emozionale sapendo quanto delicato sia il tema “emozioni”.

E se ci ostinassimo a insegnare  lo sport non solo come “revenue”, non solo come “marketing”, ma pure come magia – quella magia che vivendola ci rende persone migliori – probabilmente il business troverebbe una via umana per far crescere lo sport, senza violentarlo.

Va in scena il mio libro “Lo sport va in scena”

Ebbene sì: da oggi una mia piccola creatura di 159 pagine va in libreria!

Quando ho inaugurato questo blog, un mio amico, compagno di universitá mi disse: “Poi scriverai un libro!” A me sembrava una cosa incredibile e a quei tempi mi intimoriva anche solo l’idea.

Il blog, infatti, era nato con una sola esigenza: raccogliere in un luogo le tante riflessioni che – via via che procedevo nel mio lavoro – prendevano forma. Avevo bisogno di uno spazio in cui fare ordine. In cui fermarmi a pensare. In cui creare un archivio delle scoperte, delle letture, delle mie esperienze. Niente speculazioni, nè intenzioni di “personal branding”.

Poi, effettivamente a un certo punto mi sono resa conto che il blog non bastava. Per fare ordine davvero in una danza interiore di intuizioni che emergevano con un ritmo sempre più insistente, c’era bisogno di altro. Un luogo in cui potessi sviluppare in modo più articolato i pensieri che nel blog, per sua propria natura, possono solo essere accennati o suggeriti.

E così ho aperto una cartella nel mio computer che ho chiamato (e così si chiama ancora!) “forse un libro”. Ho, inoltre, comprato un bel taccuino e mi sono messa al lavoro. Appunti, disegni, grafici, citazioni … all’inizio tutto era confuso, ma una cosa mi era chiara: volevo indagare due ambiti, che nel mio lavoro sono avvinghiati l’uno con l’altro.

L’evento e lo sport. E volevo rispondere ad alcune domande.

Cos’é davvero un evento? Quale é la sua anima? In  cosa esprime potenza e dove invece é vulnerabile? E lo sport? Con tutta la retorica che lo accompagna, se lo ripulissi dai pregiudizi, cosa ne rimarrebbe. É iniziato cosi questo mio viaggio: facendo le sane vecchie e antiche ricerche bibliografiche e poi osservando, leggendo, divorando tante, tante letture. Dalla filosofia agli studi economici, dai romanzi ai dizionari.

Ma non era sufficiente. Mi si svelavano scoperte seducenti, ma non bastava. Avevo bisogno anche di materia, di cose pratiche. Di concretezza. Volevo capire se queste seduzioni potevano essere plasmate dal management. Dal fare.

Quattro anni. Fatti di pensieri, di ostacoli, di insoddidafzione, di dubbi, e di scoperte meravigliose. E quando mi trovavo dentro quel flusso magico per cui mi si disvelavano le risposte, sentivo che che potevo insistere con la mia ricerca.

Ora tutto questo ha una forma (un libro di carta), un editore (Carocci), e una vita da vivere davanti a sé.

Non é un manuale. É un viaggio. É un carta geografica dentro la quale trovare punti di approdo per non frantumare l’effimero di un evento e per non sporcare la belleza dello sport.

È il mio punto di vista  sulla possibilità che abbiamo quando maneggiamo un evento, ma anche sulla nostra responsabilitá. È un libro che mi  immagino tra le mani di studenti, di  organizzatori di eventi sportivi, di operatori dello sport in genere (dirigenti di società sportive, funzionari, collaboratori e volontari). Un libro, però, che può incuriosire anche gli organizzatori o gli studiosi di eventi in genere, i professionisti del management e del marketing, ma anche solo gente che ama le contaminazioni. I destinatari sono quelli che credono che la via dell’equilibrio e del garbo siano possibili nell’immensa industria dell’intrattenimento, pure quella che pone una competizione sportiva al centro del palcoscenico.

É inutile dire che sono felice. Ma ora, sta a voi dirmi – se avrete voglia di leggerlo – se questo viaggio può avere un senso anche per voi.

La scheda tecnica del libro e l’indice si trovano  qui.

Gli eventi sportivi uccideranno lo sport?

Pare che lo sport – e dunque gli eventi sportivi – si trovino a un bivio di quelli per nulla semplici da affrontare.
È un po’ questa la sensazione che mi è rimasta dopo alcune giornate di incontri e riunioni con la federazione internazionale di sci

Ci siamo trovati tutti a Varna, una località bulgara sul Mar Nero, che quasi quasi ci ha voluto offrire una sorta di inconsapevole monito. Varna esiste solo per il divertimento che può offrire. Orde di giovani adolescenti del nordest europeo vengono qui per riempirsi di alcool, per festeggiare un addio al celibato o la fine della scuola superiore. Musiche che si incrociano, shop che vendono borse, t-shirt, cinture e scarpe taroccate, locali – uno dietro l’altro – che urlano le loro offerte di alcolici con bibite colorate, giochi, danze, musica, schiuma, magliette e fischietti. Ma più che tutto questo, ciò che forse costituisce il vero monito è che questa Varna, quella delle spiagge e delle discoteche, è tutta finta. Una finta Tour Eiffel, una finta baita bavarese, un finto hotel viennese, un finto tempio romano, finte sono pure le palme e finti i loghi di Gucci e Armani.

Viene da chiedersi se sia finto pure il divertimento, in quanto drogato dall’alcol. Il bicchiere da un metro di tequila che ho visto è il doping di questo intrattenimento giovanile?

Ecco, pensavo a queste cose mentre sorvolavo il Mar Nero tornando a casa. Mi chiedevo: è l’esasperazione della finzione l’unica strada sicura per l’intrattenimento? O per lo meno quella più facile?

E quando lo sport si interroga sul suo futuro, deve affacciarsi anche a queste modalità?

Il dilemma

Non voglio riportare qui le discussioni sullo specifico mondo dello sci che mi hanno accompagnato in quattro giornate di incontri e confronti con altri organizzatori e funzionari dello sci mondiale. Mi piace piuttosto astrarre le opinioni sentite sul tema e spostarle su un piano più ampio, quello del mondo dello sport dei grandi eventi. Lo spunto me lo ha offerto un collega che in una presentazione ci ha detto: “È come se avessimo una bilancia. Da un lato c’è l’attrattività e dall’altra il fairness e sembra che se puntiamo sulla prima, perdiamo sul secondo e viceversa.” Pare, insomma, che per rendere lo sport e gli eventi che lo contengono più attrattivi si debba rinunciare a qualcosa che costituisce l’anima dello sport.  È questo il dilemma degli eventi sportivi e dello sport oggi?

Intrattenimento e filosofia

Mi viene in mente il calcio che di fatto oggi è più vicino al mondo dell’intrattenimento che a quello dello sport. Dell’origine dello sport ha mantenuto il tema dell’agone, del confronto competitivo, e, naturalmente quello del gioco. Ma per strada ha perso parecchi pezzi. Divenendo industria ha perso quel senso per cui lo sport è una pratica volta a migliorare l’individuo in quanto Mensch (uomo). L’atleta filosofo è ormai roba antica.

Lo sportainment (ne ho parlato qui e qui) è forse oggi l’evoluzione naturale dello sport? Sicuramente il calcio lo è.

Se non siamo in grado di costruire narrazioni epiche e fortemente emozionali per il pubblico, soprattutto quello giovane, ovvero quello del futuro, che chiede sempre di più e sempre più velocemente e che è affamato di emozioni, beh, non troveremo chi finanzia lo sport e gli eventi che lo portano in scena. Investire in qualcosa che non ha seguito è pura e arcaica filantropia.

Lo sport (il suo senso filosofico), insomma, ha perso pezzi per strada per poter essere venduto. E d’altra parte senza il mercato, nessun atleta oggi potrebbe gareggiare dentro circuiti internazionali. Che fare, dunque? Lo sport, così come veniva presentato nel secolo passato è roba per vecchi, pare. Nello sci –  ho scoperto –  il pubblico televisivo è prevalentemente over 50. I giovani si annoiano a seguire una gara in TV secondo il modo tradizionale. A Falun, in Svezia, in occasione dei Mondiali di Sci Nordico 2015 si é cercato di rispondere a questa distanza con una app davvero innovativa, ma anche molto costosa.

Ma non solo lo sci è dentro questa trasformazione. Si calcola che fra qualche anno non ci saranno più record da battere. Come faremo a emozionare senza il brivido del record mondiale dei 100 metri?

Bello, cioè vero

Forse la risposta si trova proprio nel calcio. La struttura di una partita è sempre la stessa: due squadre, 11 giocatori, un pallone. Vince chi fa più goal. Nel calcio non sono state introdotte capriole o spaccate obbligatorie per rendere più spettacolare una partita. Non sono state inventate formule strane. La partita è identica a quella di 100 anni fa. Ciò che sono cambiati sono la narrazione e il contenitore. La partita è diventata un evento. È costruita come una straordinaria e davvero epica messa in scena (basti pensare al senso di attesa generatosi in questi giorni per la finale di Champions League).

È questa la strada? Gli sportivi magari non saranno più paragonabili all’atleta filosofo dei Giochi Greci, ma continueranno a battersi per la vittoria. Taluni lo fanno per gloria altri per contratto. E intorno a loro gli sponsor garantiranno divertimento. Forse è questo che  disorienta: l’atleta da solo non è più in grado di sedurre. Per farlo ha bisogno del mercato.

Il mercato, tuttavia, non è il male. Riporto una citazione di un filosofo dello sport già comparsa in questo blog lo scorso anno:

«Se noi praticanti e spettatori sviluppassimo una sensibilità per la bellezza dello sport eticamente modellato sui suoi valori specifici interni quali l’equità, il rispetto, la giustizia e la meritocrazia, i problemi esterni quali il profitto e la mercificazione non ne eroderebbero i valori interni. Infatti il profitto e la mercificazione finirebbero per seguire questi valori, mettendo il business in linea con l’etica dello sport, raffinandone la pratica»

Forse il dilemma attrattività-fairness sta tutto qui. Forse è possibile trovare un via di mezzo che aiuti lo sport a finanziarsi e crescere e che lo faccia senza sporcarsi troppo. Forse, ecco, bisognerebbe pensare a uno dei significati di fairness, che non è solo giustizia ed equità, ma è anche bellezza.

Un risposta (provvisoria) allora potrebbe partire qui: la bellezza è tale solo se è vera. E forse la vera grande sfida dello sport oggi consiste nel rispondere a una società che è ben diversa da quella di anche solo 30 anni fa, e che chiede divertimento con modalità nuove. La sfida sarà rispondere a questi bisogni restando bene ancorati al vero, all’autentico.