Perché l’evento sostenibile è quello di passaggio?

Eventi sostenibiliLa notizia di questi giorni è fresca: Oslo ha detto no ai Giochi Olimpici del 2022. Oslo, dico, non un paese del sud. Oslo, la capitale di una nazione che conosce bene il tema della sostenibilità, una nazione di quelle che noi mediterranei guardiamo con invidia e timore insieme. Sta di fatto che in Norvegia in molti si sono chiesti perché uno Stato dovrebbe finanziare un evento come le Olimpiadi, quando siamo nel bel mezzo di una devastante crisi economica.

Lo spettro però non è solo quello economico. Spaventa pure l’eredità che tali eventi lasciano. Troppe sono le immagini di impianti sportivi abbandonati, in assoluta decadenza.

Nel mio profilo su facebook sono stata invitata a una riflessione proprio su questo tema, che ovviamente non si può esaurire in un post. Mi piace però riproporre qui due spunti interessanti e cercare di capire quale è il problema.

Il primo suggerimento proviene da un architetto, Thomas Demetz, che scrive:

Cosa resta dei grandi eventi? In genere è mia sorella Stefania (eh, vabbé, è proprio mio fratello, ma questo non toglie interesse a quanto scrive n.d.r.) ad affrontare il tema degli eventi, è la sua specialità e negli anni sviluppato una sensibilità molto specifica, orientata alla semantica dell’evento. Questa volta voglio parlarne anche io da un altro punto di vista, quello di architetto e di urbanista, di chi si occupa della costruzione, certo, ma prima di tutto degli usi e delle trasformazioni dello spazio costruito. Lo spunto me lo ha dato post.it, pubblicando le foto della città olimpica di Atene 2004, delle sue rovine. Qui scorrono immagini di impianti che nei giorni delle gare hanno ospitato migliaia e migliaia di persone, visti in milioni di schermi televisivi, e che ora sono terra di conquista del degrado, della marcescenza, del vandalismo. Non è una novità, dopo quanti eventi in Italia il risultato di investimenti significativi sono stati lasciati a destini indeterminati. E’ stato così dopo i mondiali di nuoto a Roma, in parte dopo le Olimpiadi di Torino.

Sarà così fino a che i grandi eventi continueranno ad essere essenzialmente momenti auto-conclusi. Le strategie si sviluppano totalmente e spesso incompiutamente all’interno della manifestazione, puntando su generici effetti di ricaduta (turismo, essenzialmente).

Diversa è la questione delle capitali culturali d’Europa. In quelle occasioni gli investimenti si concentrano su infrastrutture e progetti per la crescita della promozione e della produzione culturale. Spesso diventano progetti di trasformazione delle città dove il disegno urbano e il progetto d’architettura lavorano assieme al recupero di parti intere di territorio urbano, ritessendo maglie dissolte, recuperando le trame della socialità. E’ la città capitale culturale ad essere destinataria di quelle operazioni e non il mondo, attraverso una vetrina che cattura gli sguardi per il tempo dei cantieri, degli eventi e poi è lasciata decadere. Se forse i grandi eventi sportivi potessero copiare qualcosa dalle capitali culturali, valutare i progetti in prospettiva di costruzione, trasformazione, risanamento urbano, in definitiva comprendere il loro potenziale di acceleratore di processo e di fund-raising per i fabbisogni dei luoghi che li ospitano.

Il secondo spunto è letterario e per questo molto fascinoso e arriva da Marco Dominici:

Nella mia totale incompetenza, riflettendo tempo fa su questo argomento, ho pensato a Calvino e alle sue “Città Invisibili“, libro da me molto amato. C’è una delle città, di cui non ricordo il nome, che ogni tanto viene smontata dai suoi abitanti e rimontata altrove, così com’era inizialmente. Solo in un altro luogo. Ripeto, nella mia ignoranza in materia, ma non potrebbe essere così anche per le strutture delle Olimpiadi, soprattutto quelle degli sport, mi si perdoni il termine, più improbabili, o come comunque hanno la condanna di essere utilizzate solo per quell’evento? Ogni paese del mondo dà il suo apporto con un architetto o uno staff di architetti e ognuno contribuisce a queste costruzioni “nomadi”, che passeranno di Olimpiade in Olimpiade come la fiaccola olimpica. Montate e smontate a Montreal per essere rimontate, 4 anni dopo, a Parigi e poi di nuovo smontate. E ognuno contribuisce alla manutenzione e alla eventuale ristrutturazione, anche e soprattutto economicamente.

La cultura è meno distruttiva dello sport? E perché non organizzare un circo itinerante, dove la tenda di una volta diventa il trampolino di oggi?

Andiamo con ordine.

Lo sport è poco virtuoso? 

Un mega evento sportivo ha evidentemente bisogno di infrastrutture, diciamo pure, molto speciali: un trampolino, una pista da bob, una piscina olimpionica la cui manutenzione ha costi immensi. L’idea di prevedere in taluni casi solo strutture smontabili è possibile  e per quanto affascinante,  non è praticabile (anche solo per le diverse normative sulla sicurezza). Eppure qualcosa c’è che si sposta di evento in evento. Le Olimpiadi sono oggi una bolla estranea al territorio in cui i Giochi hanno luogo. L’unica cosa che conta davvero è quel momento “auto-concluso” fatto di narrazione e regole definite da altri.

Il problema credo sia proprio qui.

Le Olimpiadi hanno tanti  attori, come anche il Mondiale di Calcio. Le regole le dettano entità globali esterne e lontane dal territorio. Tali entità, il CIO o la FIFA, richiedono un piano di sostenibilità, ma poi non verificano dopo l’evento se questo è rispettato, né prevedono sanzioni. I comitati organizzatori in genere sono composti da dirigenti che hanno un legame limitato con il territorio (sono manager specializzati, non amministratori della comunità) e tutta la concentrazione sta sull’evento in sé. Finita la festa, la responsabilità rimane alla comunità locale. E per comunità locale s’intende l’amministrazione pubblica, che di fatto, nella definizione del progetto evento ha un ruolo importante, ma non è il regista. Le regole, per dirlo in modo semplice, le scrivono altri. Questo passaggio – dal comitato organizzatore che risponde alle federazioni internazionali alla comunità locale – è un momento delicatissimo. E qui, troppo spesso qualcosa va storto.

Gli eventi culturali sono sempre perfetti?

Le cose vanno meglio nella cultura, ma non sempre. Uno studio della comunità europea segnala che anche alcune capitali europee della cultura hanno investito in strutture che poi sono decadute:

Thessaloniki 1997 (in the same period as Copenhagen 1996) developed a number of spaces that it struggled to use, either because of the absence of programme funding or simply because the capacity was too large for the local audience (Palmer/Rae Associates, 2004b); for some, this was felt to be symptomatic of the absence of strategic planning (Deffner and Labrianidis, 2005). Two years on, Weimar 1999 was also reported as finding it difficult to use new venues fully, as well as closing some museums and reducing numbers of staff and programmes in other organisations.

Questo studio, tuttavia, dice un’altra cosa che mi pare interessante e cioè che in realtà tutte le strutture utilizzate per gli eventi culturali nel quadro di “capitale europea” sono in genere giá previste prima. L’essere capitale europea semplicemente ne facilita la costruzione con l’ottenimento di finanziamenti straordinari. Mi verrebbe da interpretare la cosa in questo modo: in queste esisteva giá un piano ante-evento, un progetto culturale. Inoltre, negli eventi culturali gli interlocutori sono tutti attori della stessa comunità. Vale la pena leggere Nova-Sole24 Ore, della scorsa domenica –  5 ottobre – a proposito dei progetti italiani sulle capitali europee. Insomma, la cultura pare funzionare meglio.

Il problema sta nel contenuto?

Si potrebbe dedurre allora che gli eventi sportivi sono destinati al deturpamento del territorio e quelli culturali, salvo rare eccezioni, alla sua valorizzazione. Ma poiché, sebbene in modo sbilanciato a danno dello sport, entrambe le tipologie di eventi mostrano luci e ombre, la risposta deve per forza stare altrove. Non è il contenuto (sport o cultura) a determinare il successo.

La storia ci racconta, infatti,  che non tutti gli eventi sportivi sono un male e Barcellona 1992 è ancora oggi un modello. E pure le prime rivelazioni su Londra 2012 paiono positive.

Certamente la gestione di un evento sportivo è più complessa ed è sottoposta a maggiore pressione. Troppi interlocutori, troppi registi, troppi interessi meramente economici.

Ma non ci si può lavare le mani adducendo alla complessità una “colpa” per non impegnarsi davvero in una sana legacy a favore di una comunità. La parola magica, per me è solo una: management. Management vuol dire prima di tutto, come punto di partenza obbligatorio, la strategia, il perché e lo scopo. E come secondo punto: le azioni che rendano quello scopo realtà. Jim Collins scrive in un suo libro best seller – Good to Great – qualcosa che parrebbe ovvio, ma evidentemente non lo è: il diventare eccellenti non è mai frutto di un’azione one-shot, bensì il risultato di un lavoro continuo, coerente e costante nel tempo verso uno scopo ben definito.

L’errore è considerare l’evento solo nella sua fase esecutiva, il suo qui e ora. Un evento invece si compone di un prima e di un dopo. E tutto il lavoro deve tenere conto di queste tre diverse fasi. E dunque la ruota deve girare anche dopo. Lo sport troppo spesso si ferma all’ultima premiazione, e poi smette di spingere la ruota e le piscine cadono a pezzi.

Questo è un grafico fatto a mano che ne spiega il senso:

eventi sostenibili

Chiunque decida di ospitare un mega evento, sportivo o culturale, deve occuparsi nella prima fase della definizione strategica sia del durante sia del dopo. Deve, cioè, pianificare cosa accadrà ad ogni singolo spazio anche dopo l’evento. E possibilmente anche a cosa accadrà alle esperienze e alle competenze maturate. Il problema non è sport versus cultura. Il problema è l’assunzione di responsabilità.

Torino, città invisibile?

Se mi lascio trasportare dalle suggestioni delle Città Invisibili di Calvino, potrei vedere in Torino, mia amata città adottiva – un luogo degno dei racconti di Marco Polo, per il suo essere stata una città dilatata nello spazio con due destini opposti.

Da una parte c’è  la montagna olimpica, che  non è riuscita a trasformarsi. Le due settimane di circo, di “ottovolante dalle rigide gobbe” non hanno trasformato un territorio, una strategia, un modo di proporsi. La città invece ci ha guadagnato molto. I torinesi amano dire che le Olimpiadi l’hanno trasformata, ma in realtà non sono state le Olimpiadi. La trasformazione della città era iniziata già decenni prima, quando le fabbriche hanno iniziato a svuotarsi. Le Olimpiadi, per usare una metafora, sono state per Torino semplicemente una bella iniezione di vitamine in un corpo già in movimento. È così che avvenuta la sua trasformazione: da città industriale a città culturale con il passaggio al momento giusto della grande carovana olimpica. Ma è stato un passaggio, non una fine. Mentre nella montagna, quelle stesse Olimpiadi sono state forse solo un sogno.

Per approfondire:

La città di cui parla Marco Domici è Sofronia. Leggete qui e rimarrete stupiti nello scoprire quale parte di città viene smontata per essere  rimontata.

Spunti dal web:

Io, invece, ho trattato questo tema in questi post:

Perchè non è il business il vero nemico dello sport.

Ute Lennartz-LembeckSiamo davvero sicuri che business e sport, se uniti, producono il male?

Nel mondo dello sci italiano in questi giorni è accaduto qualcosa. La famosa località Cortina d’Ampezzo si è candidata per la quarta volta ad ospitare i Campionati Mondiali di Sci nel 2019 ed è stata battuta, per un solo voto (9 a 8) dalla piccola località svedese, Are, che giá aveva ospitato i Mondiali nel 2007.

Il dibattito che si è aperto mi stimola a fare una riflessione, che prescinde lo sci, e investe le due grandi dimensioni: sport e business. Perché a leggere i commenti sull’esito di questa bocciatura, mi sono resa conto che tutti, pur dicendo cose opposte, sottendono una stessa lettura.

Vediamo in che senso.

Sport e business

Prendo due interpretazioni opposte.

Cortina2019 dice ha vinto il business, ha perso lo sport:

Tweet Cortina2019

La rivista Race Ski Magazine dice ha vinto lo sport, hanno perso gli interessi politici:

race

Cioè uno dice che ha vinto lo sport, l’altro dice che lo sport ha perso.

Entrambi dicono che o è sport (cioè bene) o è business e politica (cioè male).

Come se lo sport, per potersi sviluppare non avesse bisogno di business e politica, come se lo sport fosse una bolla, estranea al nostro mondo, capace di autogenerarsi. Ma senza business non ci sarebbe sport. Business vuol dire attività economica. Ecco allora che senza attività economica gli atleti non potrebbero nemmeno procurarsi gli attrezzi per gareggiare e non troverebbero campi di gara.

Mega eventi si o no?

È un dato di fatto, tuttavia, che i grandi eventi sportivi sono ormai troppo spesso osteggiati. E si urla allo scandalo perché lo sport è tradito. Ma l’evento in sé non è un male, è come la televisione: dipende che uso ne faccio. O come una macchina: dipende da come la guido.

E la colpa non è del business, in quanto attività economica, né della politica, in quanto attività strategica e di governo.

Scrive Andrea Lucchetta su pagina99: “La politica ha sempre giustificato le spese legate ai grandi eventi sportivi con mirabolanti promesse di ricadute economiche. Il problema è che non ci sono prove a sostegno di questa tesi, a spulciare l’andamento delle economie.”

Io non sono totalmente d’accordo. Certo Atene 2004 è un pessimo esempio e temo lo sarà anche Brasile 2014, viste le premesse, e lo fu certamente Italia 90. Ma Barcellona 1992 fu un esempio di rilancio non solo di una città, ma di una nazione, democratica da meno di vent’anni. Germania 2006, quella del nostro Mondiale, è stata una straordinaria occasione per far conoscere al mondo una Germania amichevole, aperta e dinamica contro ogni pregiudizio figlio del secolo passato e il turismo è cresciuto, soprattutto quello culturale, secondo il National Brand Index. Dopo quei Mondiali il calcio europeo è cambiato, orientandosi ancora più al pubblico, allestendo un intrattenimento sano per gli appassionati di calcio. O ancora, Londra 2012: ha ristrutturato un pezzo di città, ci ha portato impianti sportivi, oggi sempre pieni di bambini, con lo scopo di riavvicinare la popolazione allo sport.

La colpa sta nel vino o nell’ubriaco?

Generalizzare allora è pericoloso perché ci impedisce di individuare le responsabilità. Viktor Frankl, nel suo bellissimo libro “L’uomo e il senso della vita” contesta l’idea di una responsabilità collettiva. La responsabilità è sempre individuale e se noi contestiamo gli eventi in senso assoluto, rechiamo danno allo sport, che tutti citiamo come dimensione salvifica e sempre tradita, ma anche ai paesi che volessero ospitarli. Ci sono mega eventi che hanno certamente migliorato le condizioni delle comunità. Non tutto è da buttare, dunque. E soprattutto i processi sommari ai mega eventi, o al business che attirano, non possono aiutare a migliorare. Ripeto: non è l’evento il problema, è semmai chi lo governa male.

Lucchetta ancora scrive: “Mondiali e Olimpiadi in altre parole si traducono in un trasferimento di risorse dai contribuenti a una serie di gruppi di interesse, sia interni che esterni al paese organizzatore.”

Purtroppo ciò è spesso vero e purtroppo ciò porta poi ai processi sommari. Sochi 2014, l’Olimpiade più cara in assoluto, è stata un business per pochissimi. Ma sta allora al CIO proteggere il suo brand ed evitare tutto ciò (ne ho parlato qui). E gli scandali intorno alla FIFA certamente non fanno bene.

Chiamala se vuoi … corruzione.

Però accade anche che la Sony giapponese ha chiesto chiarimenti sui Mondiali del Qatar, perché un’inchiesta del Sunday Times ha rivelato che sono stati pagati 5 milioni di dollari in mazzette per corrompere i delegati che hanno assegnato i mondiali agli arabi. Certamente la Sony vuole tutelare la propria immagine e dunque il proprio business. Ma mi pare un segnale forte e questo è importante.

Ma soprattutto ciò che è accaduto e che sta accadendo nel Qatar (sfruttamento di operai schiavi nei cantieri) non può essere usato come argomento per condannare il business legato allo sport in senso assoluto. Ciò che è accaduto nel Qatar è corruzione ed è illegalità.

Se in Italia la classe politica è incapace e inetta e lontana dalla realtà ciò non significa che la politica è un male, perché ciò che fanno quelle persone dentro i palazzi non è politica, anzi è un tradimento della politica.

La stessa cosa vale per il business e qui non posso non rimandare al più volte citato libro dentro questo blog: “Ho studiato economia e me ne pento” di Florence Nouville. L’economia non è un male, anzi è una disciplina al servizio della società, è l’uso che se ne fa che può essere dannoso. E di nuovo torniamo al tema della responsabilità. Business inteso come scambi economici per aumentare il valore é una cosa. La corruzione è qualcos’altro

E i mega eventi sportivi non sono un male. Diventano un male se sono solo strumenti speculativi per pochi. Se a gestirli sono persone disoneste. E non dico nemmeno manager disonesti, perché i fondamenti del management sono la responsabilità e l’etica. E dunque, come se ci fosse un giuramento di Ippocrate, queste persone non hanno solo violato la legge, ma hanno tradito i presupposti del proprio mestiere. Expo insegna.

Le parole giuste

Il mio allora è solo un invito: proviamo a usare la parola business nel suo senso positivo e a dire che non è il business a rovinare lo sport, ma lo sono la corruzione, l’illegalità, la speculazione oligarchica. E non dimentichiamoci mai: lo sport è di questo mondo e la corruzione è di questo mondo e pensare che lo sport, per il suo valore interno di lealtà, solo per questo possa essere immune dalle brutture, è molto naif. Anzi, proprio per questa sua bellezza, perché terribilmente attrattivo, dobbiamo sforzarci ancora di più per proteggerlo, .

Modelli virtuosi di sport e politica e business ce ne sono. Impariamo da loro.

O ascoltiamo i filosofi. Scrive Emanuele Isidori

«Se noi praticanti e spettatori sviluppassimo una sensibilità per la bellezza dello sport eticamente modellato sui suoi valori specifici interni quali l’equità, il rispetto, la giustizia e la meritocrazia, i problemi esterni quali il profitto e la mercificazione non ne eroderebbero i valori interni. Infatti il profitto e la mercificazione finirebbero per seguire questi valori, mettendo il business in linea con l’etica dello sport, raffinandone la pratica»

Infine mi concedo un ultimo comento sulla questione di Cortina: e non me ne vogliano i miei amici, ma se di business dobbiamo parlare, penso, che con la sconfitta di Cortina abbia perso proprio il business. Cortina è più attrattiva per investimenti di sponsor e Cortina, a differenza di Are, ha bisogno di infrastrutture e dunque il Mondiale avrebbe messo in moto un’economia importante sia in termini di posti di lavoro nell’indotto, sia come punto di partenza per un rilancio.

A Cortina secondo me ha perso il business nel senso di imprenditorialità e sviluppo, e dunque ha perso anche lo sport italiano che di questa imprenditorialità ha tanto bisogno.


Immagine: Ute Lennartz-Lembeck – B-Arbeiten – Utopia Street Art

Come si raccontano le Olimpiadi in televisione?

Matteo Pacor, managing editor per Sky Sport, ci accompagna nel back stage di Sochi 2014.

Un lacrima cade sul viso di un atleta che ha vinto la medaglia d’oro. Una telecamera si fissa sulla sofferenze di un altro atleta, sulla sua fatica. Immagini di gioia e di dolore, di felicità e disperazione. Tutto questo andrà in scena fra alcuni giorni da Sochi per le Olimpiadi Invernali. Noi, che rimaniamo qui in Italia, le seguiremo su Sky Sport o su Cielo. Usciranno lacrime anche dai  nostri occhi ed empaticamente condivideremo la fatica di chi ce l’ha messa tutta per vincere.  Tutto ciò grazie a chi ci racconterà queste storie: la stampa, i fotografi e la TV.

Il maggiore evento sportivo dell’anno sarà filtrato per noi. La domanda allora è: cosa vuol dire raccontare un evento come le Olimpiadi? Cosa c’è dietro il giornalista che ci farà compagnia per le prossime settimane? Che razza di lavoro deve fare, oltre a parlare a un microfono?

Anche una produzione televisiva è parte di un evento e il modo in cui un broadcaster metterà dentro lo schermo questo evento è frutto di scelte, strategie, obiettivi.

Il team di Sky Sport – che ha i diritti televisivi su questi Giochi Olimpici –  parte oggi per Sochi. Ho disturbato uno di loro, mentre preparava le valige, perché ci raccontasse cosa vuol dire essere parte di un mega evento con una grande responsabilità: quella di raccontare alla propria nazione un’intera Olimpiade.

L’intervista

Matteo Pacor Sky Sport
Matteo Pacor

Matteo Pacor lo conosco da tanti anni. In comune abbiamo il fatto di aver entrambi seguito le orme dei nostri padri, un cognome che termina con una consonante e la prima Olimpiade vissuta nello stesso anno, il 1992. Per me era Barcellona, per lui Albertville. Io nel mio albo d’oro ne ho solo due di Olimpiadi, lui con Sochi ne avrà sette. La persona giusta, allora, per fare due chiacchiere pre-olimpiche.

Matteo, visto che sei partenza, dimmi subito: cosa non può mancare dalla tua valigia?

Il caricatore del telefono! L’ipod con la mia musica e, a partire da Vancouver, una boccetta di olio di lavanda.

Qual è il tuo ruolo e di cosa ti occupi esattamente a Sochi?

Per Sky Sport alle Olimpiadi sono il responsabile del team editoriale. È una funzione che a me piace chiamare Managing Editor, una sorta di ponte tra giornalisti e produzione. In pratica organizzo il lavoro dei giornalisti e ovviamente anche di ciò che sta dietro. Un giornalista televisivo vive in simbiosi con l’operatore, il cameraman.

Come avviene la preparazione prima della partenza?

Sulla base delle nostre capacità (persone e mezzi) e dei nostri potenziali stiamo pre-pianificando il day by day. Studiamo gli orari delle gare, il territorio – ad esempio le distanze tra un sito e l’altro -, la presenza di atleti italiani o altre attività olimpiche che possono essere di interesse per i telespettatori. Consideriamo poi anche le esigenze di informazione che può avere Sky Tg 24. Dobbiamo cioè pianificare e prevedere possibili scenari senza tuttavia poter decidere tutto ora. Noi creiamo ora una griglia base che dal 4 febbraio può cambiare: che tempo farà? Le distanze saranno davvero come previste? Cosa troveremo per strada? Ci saranno imprevisti?

Quale sarà la vostra base operativa?

Abbiamo un ufficio all’IBC (International Broadcasting Center) con computer e  stampanti, fotocopiatrici etc. Pur avendo però una base, il lavoro sarà soprattutto mobile, in giro, nei siti, sui campi di gara. Importante allora diventa il coordinamento e la condivisione di informazioni tra tutti noi, non potendoci vedere fisicamente di continuo all’ IBC.

Questa condivisione avviene attraverso una specie di agenda condivisa che ognuno deve consultare e che può aggiornare. Tra giornalisti è fondamentale scambiarsi le informazioni. Questa stessa agenda è usata dalla nostra base operativa a Milano.  Cioè tra Italia e Russia e tra le diverse e venues olimpiche – i siti – circolano internamente le informazioni, come se fossimo tutti nello stesso ufficio.

E se il wifi non funziona?

Ovviamente abbiamo le sim card russe!

Puoi provare a immaginare la tua giornata tipo alle Olimpiadi di Sochi?

I primissimi collegamenti con Sky Sport 24 saranno alle 7.30 ora italiana, cioè le 10.30 a Sochi. La sveglia per me sarà quindi verso le 6.30. Come prima cosa in genere leggo i giornali, vedo il meteo, mi ristudio il programma, di modo che i miei neuroni inizino a lavorare.

Poi dall’hotel andrò all’IBC e da lì, in base al programma mi sposterò nei siti. La macchina preferisco lasciarla agli operatori che si devono muovere in fretta. Io in genere uso i mezzi ufficiali olimpici. I bus saranno il mio ufficio. Man mano che la giornata procede si fa il punto, si definiscono le interviste, si conferma il programma a Milano, insomma di adatta il pre-programma agli esiti della giornata. La sera abbiamo l’ultimo collegamento con Milano alle  20.30 ora italiana (23.30 a Sochi). Chi chiude la porta sarà quello che magari il giorno dopo inizierà più tardi. Anche il riposo è importante. Anzi, molto importante.

Rispetto a Londra 2012, che differenze ci saranno?

piano operativo Sky Sport - Londra 2012
Esempio di piano operativo Sky Sport per le Olimpiadi di Londra 2012

A Londra eravamo più di 200 persone. Tra giornalisti ed esperti, tra Londra e Milano, c’erano da coordinare un centinaio di persone. Io stavo in regia davanti a una ventina di schermi e seguivo tutto per poi orientare gli inviati e i collegamenti. Era molto difficile pianificare giorno per giorno, perché con le qualificazioni poteva saltare un programma: puntavamo, magari, tutto su un atleta italiano che non passava le qualifiche. Allora bisognava velocemente cambiare programma sia in termini di contenuti sia operativamente:  giornalista e operatore andavano dirottati su altre gare. A Sochi, invece, per scelta non avremo le infrastrutture di Londra. A Milano seguiranno le cronache e  noi a Sochi ci occupiamo delle interviste, delle integrazioni, delle storie.  Bisogna anche dire che una volta le Olimpiadi Invernali avevano un programma molto chiaro: le gare outdoor di giorno, quelle indoor la sera.  Ora, invece, ci sono anche  gare di sci in notturna e  dunque il gioco a incastro è più complesso. I giornalisti devono essere molto flessibili e passare dallo sci al pattinaggio, dallo snowboard al curling. Un Olimpiade invernale però è meno complessa di quella estiva, meno globale e dunque più semplice.

Voi seguirete un evento sportivo. Il management è pieno di modelli e di espressioni che vengono dallo sport (fare squadra, team leader, vincere etc). Lavorando così a stretto contatto con gli sportivi imparate qualcosa da loro per il  vostro mestiere?

A Sochi siamo una produzione ridotta, circa 26 persone tra giornalisti, produzione, operatori … Sarà come stare in barca a vela per due settimane. Ognuno deve fare il suo lavoro, con  spirito di sacrificio, in una  continua condivisione di informazioni (esattamente come in barca: se la vela è strappata va detto). Ci vuole poi una persona sola che guidi il timone. Se ognuno facesse solo ciò che vuole sarebbe il caos e un disastro. Quindi i termini team e coach hanno un senso per noi. Il nostro, inoltre, è un lavoro di costanza, di lunga preparazione e in questo siamo simili agli atleti. Non si può essere superficiali o banali. E come nello sport ci vuole la passione. A me piace molto lavorare tanto, ma mi piace anche lavorare divertendomi e mi piace far lavorare la gente divertendosi.

Le Olimpiadi sono un evento pieno di retorica, di epica, di stereotipi e di storie autentiche. Come si pone un mezzo televisivo nei confronti di un pubblico le cui aspettative sono alte – commozione, gioia, gloria, pathos – senza  banalizzare i contenuti? Che tipo di narrazione avete scelto?

È un tema che abbiamo naturalmente affrontato. Si potrebbe chiamarla linea editoriale o, nel nostro caso, “sky touch”. Noi cerchiamo di confezionare bene il prodotto e dare un buon contenuto. I Giochi Olimpici sono eventi sportivi che consentono ai broadcaster di avere un’altissima qualità di immagini che trasmettono emozioni, al di là del fatto che siano sincere fino in fondo. Sono fotogrammi che raccontano lacrime, fatica, gioia e sono sempre uguali in ogni Olimpiade – il riflesso sulla medaglia, le mani che applaudono, il sorriso di una bella ragazza, il dolore per la sconfitta – eppure sono sempre uniche. Ci sono filmati che abbiamo girato e montato e che io ho rivisto più e più volte, eppure ogni volta mi hanno fatto venire la stessa pelle d’oca. Ciò che cerchiamo di fare è portare lo spettatore con noi dentro l’evento. Vorremmo che sentisse come noi i piedi nella neve o nel ghiaccio.

Certamente il mito olimpico è importante per la narrazione. E soprattutto per questo il giornalista per primo deve essere coinvolto dentro l’evento. Alle Olimpiadi, noi che ci lavoriamo, senza strafare, senza urlare, senza essere retorici, dobbiamo  lasciarci andare un po’ e vivere le emozioni per poi poterle raccontare.

Davvero, nonostante il ritmo intenso di lavoro, riesci a emozionarti? Se penso a me, solo dopo l’evento rivedo le immagini e mi rendo conto cosa mi è passato sotto il naso … ma forse lo stare al fronte con gli atleti dà spazio alle emozioni?

È vero, il lavoro giornalistico ti porta dentro il campo. Anche se a Londra stavo rinchiuso in un blocco di cemento davanti agli schermi, mi emozionavo di continuo. Ma ci vuole anche una buona squadra e ci vuole empatia e ci vogliono giornalisti appassionati che sappiano raccontare, ad esempio,  una medaglia di Zöggeler non come la solita medaglia dell’altoatesino, ma quella unica e speciale e nuova medaglia.

E proprio il rapporto con gli atleti è importante. Non amo i giornalisti che fanno le star. Noi in fondo siamo qui per raccontare degli atleti, le vere star. Seguirli con passione e umiltà è importante.   È il condividere le emozioni con sincerità che rende speciale il lavoro giornalistico.

Puoi definirmi il lavoro di una produzione televisiva alle Olimpiadi in tre aggettivi?

Emozionante, coinvolgente, faticoso. Emozionante perché lo sport è passione. Coinvolgente perché le Olimpiadi, tuo malgrado, ti tirano dentro e non sei immune da tutto ciò che contengono.  Faticoso perché c’è davvero  tanto lavoro, ci sono ritmi intensi e – inoltre – a Sochi l’incognita di Giochi Olimpici militarizzati  aggiunge stress alle tensioni ordinarie in questo mestiere.

Si parla di legacy nei mega eventi, delle tracce che lasciano. Se tu non avessi mai lavorato a un Olimpiade, ti mancherebbe qualcosa?

Io lavoro anche con la Formula Uno, con i Mondiali di Calcio, che sono bellissimi eventi, ma non sono la stessa cosa. Se penso ad esempio a Londra 2012, al mondo intero concentrato in quella città a certi sport che solo certe nazioni seguivano, alle diversità unite per quelle Olimpiadi … È una tale dimensione, immensa, impossibile da misurare.

Secondo me se non hai fatto almeno un’Olimpiade non sei un giornalista sportivo completo.

Grazie Matteo per questa intervista e in bocca al lupo a te a tutto il team Sky Sport che ci racconterà questi Giochi Olimpici.  Vi seguirò appassionatamente!

Le Olimpiadi sono solo emozioni? Un ebook raccoglie altre possibili letture, in attesa di Sochi 2014.

ebook - da vancouver a sochi - stefania demetz

Immaginatevi di essere su una strada diretta al mare. Immaginatevi di incrociare altre strade dirette allo stesso mare. Immaginatevi di incontrare sempre più persone, armate di valige e sogni, dirigersi come voi verso quella spiaggia.

Fra un mese esatto iniziano le Olimpiadi di Sochi. E questo flusso di uomini e donne da tutto il mondo, sta incrociando rotte e sorvolando montagne e attraversando oceani per raggiungere una spiaggia sul Mar Nero, quella di Sochi, che fra 30 giorni aprirà le danze ai XXII Giochi Olimpici.

Alcuni “contractors” sono già arrivati da mesi, altri da settimane, altri stanno ancora facendo le valige. Se ne vedono già alcune tracce su facebook: immagini del proprio accredito, foto di alberghi, inviti e richiami: “Amici, sono qua, dai che dopo Vancouver o dopo Londra, ci rivediamo finalmente ”.

Seguo questi post con un mistura strana di sentimenti. La nostalgia per le mie esperienze olimpiche, ma anche la consapevolezza che, nonostante mi sia stata offerta la possibilità di essere anch’io parte di questa carovana, sono felice di non dover affrontare due mesi di vero massacro, di lavoro intensissimo, con difficoltà logistiche e linguistiche.

La nostalgia, o quella che i tedeschi chiamano Sehnsucht (anelito, languore romantico), in effetti, non colpisce tanto la sfida lavorativa, ma quella amicale. Alle Olimpiadi ci si fa un sacco di amici e alcune amicizie rimangono per la vita.

E allora vorrei essere anch’io partecipe di questa reunion, sebbene a distanza. Ma vorrei anche ricordare che dietro le emozioni olimpiche c’è una macchina da guerra fatta di management, marketing, know how, sostenibilità, informazione e controinformazione. Che dietro l’ebbrezza olimpica c’è un universo, spesso mascherato di ipocrisia decoubertiana, che svela interessi politici e speculazioni economiche – nel peggiore dei casi – o strategie nazionali di ammodernamento, di diffusione di competenze, di creazione di posti lavoro – nel migliore dei casi. Un bel mosaico globale che passa dalla gioia alla rabbia, dal sogno alla disillusione, dalla magia al crudo realismo.

Con questo mio primo ebook, sfioro questi sentimenti, seguendone alcune tracce. L’ebook è pensato per chi volesse sfiorare le Olimpiadi, girandoci intorno oltre la retorica tradizionale, e affacciarsi di tanto di tanto da altri possibili “vista point”: il ruolo dello spettatore, gli accreditamenti, le infrastrutture e la sostenibilità, le toilette e il cibo, l’informazione e la contro-informazione. Sono solo assaggi, piccoli antipasti in attesa dell’accensione del braciere.

Questo ebook, però, è soprattutto dedicato a tutti i miei amici che ora sono in Russia con l’orologio puntato alla tempia e quel misto di stanchezza e aspettativa che investe chiunque abbia l’opportunità di contribuire alla realizzazione di un evento del genere.

Sono sette articoli. Sette post pubblicati nel mio blog dal 2010 al 2013, da Vancouver a, per l’appunto, Sochi.

Potete scaricare il libro sul vostro ipade leggerlo con iBooks.

Esiste anche un versione pdf, ma priva dei link che offre il libro digitale: Da Vancouver a Sochi – Stefania Demetz

Buona lettura, amici, e buona Olimpiade!

Equilibrisimi web per gli eventi nel futuro.

web fbI siti internet hanno i giorni contati! Viva il social network!

È questa l’ipotesi (o la provocazione) lanciata dal blog “marketing in bocconi”.
Secondo l’autore del sito sarà soprattutto una questione di costi a far morire i siti. Oggi con wix è possibile farsi una pagina web con pochi soldi se non addirittura gratis. E in fondo, via facebook o twitter, la comunicazione riesce a essere più efficace e virale.

È una tesi certamente affascinante e consiglio la lettura di questo post, perché anche i commenti spingono a riflettere seriamente sul futuro della comunicazione web.

Prendiamo ad esempio gli eventi.

Concordo che una manifestazione di dimensioni ridotte possa sopravvivere benissimo usando solo facebook o pinterest o twitter. Al limite, poi, ci si può costruire una pagina in casa senza spendere migliaia di euro con operazioni outsourcing (dalla grafica ai contenuti) che spesso raggiungono cifre da capogiro.
Il bellissimo event manager blog vende addirittura templates per costruire il proprio sito adattato alle esigenze di un evento. Dunque, sì: è possibile fare tutto in casa e investire il meno possibile nel web tradizionale. Emozionare con immagini e frasi d’effetto puntando solo social networks per taluni eventi può essere la soluzione.

Eppure…

Eppure io ho qualche dubbio. Un evento di medie dimensioni può probabilmente farcela. Non posso tuttavia immaginare come eventi globali, penso alle Olimpiadi, lavorando con templates a basso costo, possano gestire la complessità delle informazioni che devono produrre e diffondere.
Basta entrare in Sochi2014 e farsi un giro per capire la montagna di materiale che viene pubblicato e quanto diversi siano i destinatari: tutti gli stakeholder che ruotano dentro e intorno all’evento hanno un proprio spazio con un proprio linguaggio. Un vero microuniverso!Certe informazioni (accreditamenti, parcheggi, planimetrie dei siti, programmi, biglietteria, e molto altro) devono essere di immediata accessibilità e un sito questo lo garantisce.

Il mio dubbio sulla morte sei diti web investe, tuttavia, un altro aspetto, forse meno immediato.
Un evento non può esistere solo nel presente e nel suo bisogno di informare sul hic et nunc.
Usando solo facebook viviamo prepotentemente solo il presente. Un post sui social dura pochissimo, sempre che non sia efficace e riesca ad avviare una massiccia comunicazione virale. Ma ottenere questo effetto dirompente con ogni post è molto impegnativo. E le informazioni, una volta lette soprattutto se NON condivise, si perdono. Finiscono dentro l’enorme contenitore dell’obsoleto della rete e oggi questo obsoleto può contenere anche comunicazioni nate pochi minuti prima.

E allora, la mia domanda è: che ne rimane della memoria? Oltre ai servizi che un evento ben strutturato deve fornire a spettatori, media, sponsor, volontari e che sono difficilmente gestibili solo in un tweet, che ne rimane di tutto il resto?
Londra 2012 è ancora on line e vive dentro il sito del CIO con le sue storie, le immagini, i video, la memoria di un’intera festa globale. Gli amanti del mordi e fuggi possono obiettare: “A chi serve? In fondo è roba vecchia.”

 
Recentemente sono stata a un convegno sugli archivi di fotografia industriale e il messaggio condiviso era che questa memoria deve essere protetta e fatta vivere. Non è tanto diversa la storia di un evento.

Certa roba vecchia è importante e deve essere accessibile.
Un sito, forse smetterà di essere un medium per l’informazione sul presente e sarà sacrificato a favore dell’immediatezza dei social. Forse semplicemente cambierà funzione e diventerà un fornitore di servizi e soprattutto un vivo e dinamico archivio. Che non è poco.

Senza memoria non non abbiamo strade segnate e non siamo nulla. Soprattutto se ciò che costruiamo è impalpabile come lo è un evento.