Organizzatori di eventi sportivi e culturali: alleiamoci!

È vero, io mi occupo di una parte del vasto mondo degli eventi un po‘ più fortunato, quello sportivo. Siamo più fortunati, rispetto agli eventi culturali, perché lo sport sta via via divenendo sempre più uno strumento di business. Più della cultura, lo sport riesce ad appassionare tutti e dunque le aziende ci si buttano con maggiore convinzione. In parole semplici: sponsorizzi una gara, e se vai in TV, il gioco è fatto. Non che questo non comporti altri problemi – che la cultura ancora non si trova a dover affrontare – e cioè il sistematico attacco ai valori interni sportivi a favore di una, talvolta, spregiudicata speculazione economica. Ne ho parlato spesso nel blog, ad esempio qui e affronto questo dilemma anche nel mio libro. Lo spettatore di un evento sportivo è oggi a tutti gli effetti un consumatore. O per lo meno, in questo modo è considerato dalle grandi aziende che investono milioni e milioni di euro in competizioni sportive.

Nella cultura le cose sono un po’ diverse. Intanto ci girano meno soldi, nonostante mille e mille analisi, testi, studi che invitano a investire nell’arte, nella musica, nella letteratura, perché – sia chiaro – non è vero che con la cultura non si mangia. Il pubblico è meno universale. Alcuni anni fa Baricco aveva provocatoriamente offerto dei suggerimenti per estendere il pubblico culturale (oggi si parla di audience development) attraverso investimenti pubblici nella TV e nelle scuole. Ne ho parlato in questo post. Un libro che fece molto discutere in Germania, dal titolo significativo (Kulturinfarkt) suggeriva addirittura di smetterla del tutto con le sovvenzioni pubbliche e stimolare invece un mercato intorno alla cultura, anche per evitare l’omologazione dell’offerta culturale. Lo stato finanzia una mostra di Picasso, ma non esposizioni di sconosciuti artisti magari di “opposizione”.  E poi, nella cultura, c’è un altro problema.

La mancanza di professionalità

Oggi ho letto un articolo  in cui Fabio Severino dice che, da un lato, lo stato taglia fondi per la cultura, dall’altro vuole tuttavia limitare uno sviluppo di tipo imprenditoriale. Ma soprattutto in questo articolo si dice un’altra cosa:

L’evidente lacuna di cultura aziendale che contraddistingue le (associazioni culturali ndr) le sta mettendo in ginocchio di fronte alla contrazione di finanziamenti pubblici.
Un mondo che per decenni ha offerto sussidiarietà, educazione, intrattenimento e identità grazie ai tributi della collettività, oggi è lasciato al suo destino. Probabilmente con troppo poco preavviso, sono impreparati a continuare quel ruolo sociale necessario con le risorse del mercato. Non solo perché non l’hanno mai fatto, non sanno come funziona, non hanno le competenze per capirlo e forse – aggiungiamo – perché ancora non c’è un vero mercato in grado di sostenere l’offerta.

Sport e cultura: storie parallele

E allora a me, leggendo queste righe, è venuto in mente che gli eventi culturali e gli eventi sportivi non sono per nulla distanti tra loro. È vero, la fortuna che ha lo sport, se televisivo, è quella di usufruire di finanziamenti privati solidi. Ma parimenti anche lo sport soffre di mancanza di professionalità. I motivi sono molto complessi. Ma hanno una radice comune  (radice condivisa addirittura con il calcio  per lo meno formalmente fino al 1996) .

Blasfemia, legare il calcio alla cultura? No sia mai! Proviamo però a spopolare di orpelli gli uni (eventi sportivi) e gli altri (eventi culturali) e alla radice ci troviamo le associazioni non profit che per promuovere rispettivamente lo sport o la cultura hanno iniziato ad organizzare gare o rappresentazioni artistiche.

Il non profit però non é il male. Anzi, esso è la grande e straordinaria opportunità che abbiamo, perché non siamo costretti a puntare solo al profitto per il profitto (questo è un mio vecchio tormentone), ma possiamo –  naturalmente con una necessaria gestione finanziaria trasparente e solida – concentrarci su altri obiettivi, che potrei riassumere in modo molto banale in due parole: benessere e felicità. Il benessere è quello delle persone che si divertono nel loro tempo libero. La felicità ne é il risultato: una crescita personale. Lo sport se gestito bene oltre a divertire è mediatore di messaggi importanti, soprattutto in un’epoca confusa come la nostra. Fair play, bellezza, limiti, disciplina possono essere valori che ci aiutano a orientarci. La cultura allo stesso modo diviene strumento sempre più necessario per formare una collettività al pensiero critico.

Sono entrambe enormi responsabilità. Ma ci troviamo troppo spesso incastrati nelle incompetenze e nei pregiudizi. E le cose finiscono male o sono pasticciate. Penso al problema della legacy negli eventi sportivi e penso alle frequenti polemiche sui troppi festival culturali italiani, in cui ci si chiede: a che pro? Perchè?

Le devianze si potrebbero stigmatizzare in questo modo:

  • Nello sport, anche quello minore, troppo spesso i dirigenti confondono la loro responsabilità con la passione sportiva
  • Nella cultura troppo spesso si è schizzinosi nei confronti di modalità “business oriented” che sporcherebbero la purezza dell’arte.

Si cammina su fili sospesi nel vuoto. E, inoltre, siamo incastrati nei pregiudizi. E siamo incastrati nell’ipocrisia del credere che siccome lavoriamo per il non profit possiamo concederci un lavoro non professionale. La causa – ci cantiamo – vale più di tutto, non importa se non siamo proprio bravi. È la mission che conta, non il management!

Rimbocchiamoci le maniche!

E invece la nostra sfida, nostra di organizzatori di eventi sportivi e culturali, dovrebbe proprio essere quella di diventare molto, molto bravi sul piano professionale. Di fare scelte manageriali consapevoli, di arruolare professionisti e se non abbiamo soldi, di formarli i professionisti. Di sporcarci con parole che provengono dal marketing, ma mantenendo quel sano ed equilibrato distacco che ci eviti giochetti e manipolazioni. E non per plastificare la cultura o violentare a scopi commerciali lo sport. No! Esattamente per il contrario. Se noi, organizzatori di eventi non investiamo nel management, nelle competenze, l’avranno vinta loro. Quelli che vogliono plastificare o standardizzare la cultura e violentare lo sport.

Noi, poiché trattiamo materia pregiatissima, se fossimo capaci di adottare pratiche di tipo aziendale, potremmo creare un terreno fertilissimo (e potentissimo) per uno sviluppo consapevole. E potremmo anche contaminare con valori antichi – ma così necessari – chi invece vuole solo il mordi e fuggi dello scintillio fugace, del guadagno immediato, del profitto per il profitto. Del vernissage, del red carpet e del podio in area televisiva.

La morale é sempre quella …

Forse dovremmo smetterla di lamentarci. Potremmo invece rimboccarci le maniche e imparare a fare il nostro mestiere come si deve. E contaminarci gli uni con gli altri, perché – io ne sono certa –  la forza  è con noi.


Suggerimenti

Ci sono alcuni libri che considero obbligatori. Non solo per imparare il mestiere, ma per affrontare il nostro mestiere con occhio critico. Li ho elencati in questi due post:

Altri libri che mi hanno aiutata negli anni si trovano qui:

Per quanto riguarda il web, seguo volentieri questi siti:

E forse vi può interessare questo mio post:

Sei libri utili al management che non parlano di management.

Contaminazioni - Sensible Event Management - Stefania DemetzA leggere l’etimologia di contaminare c’é da prendere paura: imbrattare, inzozzare. se non adirittura offendere la purezza e quindi ammalare. Il bello delle parole, però, é che esse partono da un punto e compiono viaggi in cui esse stesse rimangono contaminate per frastagliarsi in tanti altri possibili sensi. Infatti, a cercar bene, da “contaminazione” ne esce un altro senso, che é quello che a me piace molto di più. “Con-taminare” prende dal latino cum il senso di reciprocitá e da tamen il senso di impronta  tattile. Contaminare esprime dunque il senso di uno scambio di  impronte. Scambiarsi le reciproche identitá, mescolarsi, arricchirsi della differenza dell’altro, sono questi i sensi belli della contaminazione, quelli che ci aprono sul nuovo.

E’ secondo questo spirito che vi propongo il post numero 2  (il numero 1 é qui) sui libri che io ho ritenuto utili e stimolanti per svolgere bene il mio lavoro. Mi occupo di eventi e se dovessi leggere solo libri su come organizzare un raduno o gestire un’organizzazione ne fuggirei. Che noia sarebbe!

Eccovi allora sei libri da sei mondi diversi (ma vedrete, talvolta simili) che possono essere fonte di personali ispirazioni. Anche se fate un lavoro che con la politica, la chimica o il non profit non centra nulla. Anche se fate un lavoro diverso dal mio.


  1. Contaminazione non profit

Gianluca Cravera – L’era della contaminazione.

“La contaminazione tra profit e non profit genera un nuovo approccio manageriale”. E’ questo il sottotitolo di un libro uscito giá alcuni anni fa, eppure  sempre attuale. Io a leggerlo ho imparato moltissimo. E ci ho trovato esempi così vicini alla mia esperienza da considerarlo una lettura obbligata.

La contaminazione del titolo è quella tra non profit e profit oriented. Sebbene l’autore si concentri soprattutto sul non profit sociale ed in particolare sulla Protezione Civile, esso contiene molti spunti di riflessione e di analisi anche per chi lavora nel non profit culturale, sportivo, degli eventi. I paragrafi dedicati ai rischi, agli “errori”, ai problemi manageriali e operativi che si rivelano dentro organizzazioni sostenute in gran parte dai volontari sono stati illuminanti. La forza del non profit è data soprattutto dalle persone che per passione mettono a disposizione il proprio tempo per una causa. E proprio queste persone spesso ne escono frustrate o amareggiate. Il libro insegna a riconoscere quali sono le fragilità e come affrontarle. Nel mio blog ne ho parlato più volte (ad esempio qui, qui e qui). La cosa intrigante di questo volume è che è consigliabile anche a chi lavora nel mondo for profit. La contaminazione infatti avviene nelle due direzioni. Fu proprio Peter Drucker a riconoscere come, negli Stati Uniti, proprio dal mondo del non profit le imprese potessero imparare molto. È questa la grande e splendida contaminazione dei nostri tempi!


  1. Contaminazione chimica

Sam Kean – Il cucchiaino scomparso

In questo libro incontriamo lo scienziato Rontgen, scopritore della radiografia, che per caso si trovò a vedere proiettate le ossa della sua mano, e solo una volta convinto che le vedeva davvero, chiamò la moglie nel suo studio, la quale, spaventata, giurò che non avrebbe mai più messo piede in quella stanza di diavolerie. Incontriamo la signora Curie, che costrinse uno scienziato scettico nel buio di uno sgabuzzino per fargli vedere la luce di una provetta radioattiva. Seguiamo le fatiche del giovane Emilio Segrè, fuggito dall’Italia fascista, alla ricerca di un laboratorio negli Stati Uniti. E incontriamo tanti premi Nobel. Nobel sbagliati, Nobel sofferti, invidiati, rubati.

Ma soprattutto ci sono gli elementi della tavola periodica, la loro storia legata all’uomo, che per caso, per ostinazione, per sapienza li ha man mano scoperti e catalogati. Questo libro non parla semplicemente di scienza, parla di noi, di ciò che siamo fatti e lo fa con energia, ironia con una montagna di metafore che umanizzano i fatti della chimica, come le esplosioni stellari o gli elettroni, che “sembra proprio si comportino come i passeggeri degli autobus: prima cercano di stare soli e poi, quando non ci sono altre possibilità si accomodano accanto a un posto occupato.” E gli elementi stessi non sono semplici sigle accatastate in una specie di castello grafico, dai nomi strani. Ogni elemento ha una storia di persone e di luoghi intorno a sé. Ci sono gli elementi politici, quelli artistici, quelli un po’ folli. Ci sono quelli introvabili e quelli antichissimi, quasi scomparsi. È come un meraviglioso viaggio nell’ottovolante della tavola periodica in una dilatazione spazio temporale assoluta che ci fa volare sopra le Galapagos o l’India di Gandhi, o nelle cantine adibite a laboratori di futuri premi Nobel, dal big bang al dubbio sulla teoria della relatività.

Non è davvero un semplice libro di chimica. Questo libro parla di passione e di determinazione.  Insegna a cercare e cercare e a riconoscere la complessità, ma racconta anche la straordinaria bellezza del mondo che ci circonda. Ci aiuta a uscire dagli steccati e andare oltre, anche solo con i sogni.


  1. Contaminazione umana

Martha Nussbaum: Non per profitto. Perchè le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica

Ecco un altro di quei libri che fanno veramente bene, perché aiutano a decifrare possibili soluzioni in un mondo che talvolta pare alla deriva. Questo libro non parla di cultura umanistica alla maniera (noiosa?) scolastica. Al contrario, stimola a vedere le cose da un punto di vista umanistico, nel senso di umano, di Mensch. Scrive Martha Nussbaum: gli esseri umani sono tutti vulnerabili e mortali. Tanto vale darsi una mano, invece che farsi la guerra per combattere le nostre paure. E aggiunge un aspetto che trovo importante , soprattutto nel mio lavoro in quanto donna a confronto con gli uomini: l’educazione, soprattutto quando rivolta ai maschi sottende una specie di potere magico di invulnerabilità. Ciò porta a odiare chi manifesta fragilità e vergogna quando si ha paura e ci si sente deboli. Scattano allora meccanismi di controllo: come l’emarginazione e l’attacco di chi forse manifesta queste debolezze e la solidarietà tra pari perseguitando i diversi. In questi casi ci si appoggia a un leader forte reputato invulnerabile per proteggerei dall’insicurezza.  Vi è mai capitato di trovare situazioni simili al lavoro? Immagino di si. La Nussbaum chiede alla società e alla scuola di farsi carico di questo compito: creare i presupposti per la responsabilità sulla base del confronto critico. Ma giá noi, nel nostro piccolo, lo possiamo fare. Come ci insegna la chimica, siamo solo materia di passaggio, tanto vale unirsi e creare insieme qualcosa che dia un senso al nostro lavoro, alla nostra vita senza aggressivitá, senza paura.


  1. Contaminazione industriale

Valerio Occhetto: Adriano Olivetti

Adriano Olivetti non ha certo bisogno di presentazioni e per fortuna in questi ultimi anni sono uscite biografie, film, documentari sulla sua vita. Chiunque lavori in un’azienda, sia essa for o non profit, dovrebbe conoscerne la storia. Per Adriano Olivetti le aziende dovevano mirare, prima che al profitto, al bene della comunità. Non servono altri commenti, penso. Non far soldi per soldi, ma far soldi per un bene comune. Oltre questo, la storia di questo personaggio è una storia italiana, una storia di cultura e antifascismo, una storia di inventiva e imprenditorialità e oggi, pure una storia triste che ci fa vedere a posteriori come un pezzo di made in italy sia sparito per sempre. Un monito direi: non è stata certo la visione di Adriano Olivetti a cancellare l’azienda, ma proprio visioni diametralmente opposte. Come dire: lessons learned, si auspica.


  1. Contaminazione politica

Susan Podziba, Chelsea Story

Questo non è un libro sulla famosa squadra di calcio londinese. È invece la storia di una cittadina americana.

All’inizio degli anni Novanta, Chelsea (28mila abitanti, Massachusetts) era considerata una delle città più clientelari, corrotte e inefficienti d’America. Metà del consiglio comunale, compresi quattro sindaci, erano stati condannati per corruzione, il corpo di polizia invece di lottare contro le mafie locali, ne era parte, i pompieri prendevano tangenti per appiccare gli incendi e permettere alle ditte in fallimento di incassare i soldi delle assicurazioni.

Questo libro racconta come Susan Podziba negoziatrice di professione, è riuscita a riportare confronto e consenso in una comunità spaccata. Una bella lezione di mediazione, costruzione del consenso, partecipazione e responsabilità. Un “link” perfetto al libro di Martha Nussbaum.


  1. Contamiazione letteraria

Alfredo Stussi: Maestri e amici. Ricordi di una stagione culturale

Si pensa spesso – sbagliando – che chi si occupa di letteratura celebri  una “simpatica” vacanza dalla vita. Da un parte c’è chi lavora, e dall’altra  c’è chi legge. Alfredo Stussi è un filologo  e questo suo libro mi pare importante perché racconta, nella sfilata di amici letterati e filologi, che anche una materia impalpabile come la letteratura ha bisogno di due modi per essere compresa, studiata, sviluppata: metodo e condivisione.  Qui, si parla infatti, prima ancora che di amici, di disciplina e lavoro di gruppo. Mi verrebbe da dire che si parla di management. Dietro il lavoro degli uomini di lettere ci sono una rigorosa disciplina, una perfetta conoscenza tecnica, una consapevolezza profonda sul metodo e, infine, anche una grande apertura alla dialettica, allo scambio, al confronto.

In particolare il ritratto di Augusto Campana, professore alla Normale di Pisa, uno degli amici narrati in questo libro, mi ha ispirato molto. Egli, infatti, amava tenere seminari in cui ognuno contava “per il contributo che riusciva a portare e non c’era a priori una distinzione gerarchica tra gli studenti”. Stiamo parlando della fine degli anni 50, quando certamente il concetto di “know-how-sharing” non era di moda come oggi. Ma proprio da un approccio di questo tipo si può imparare. Anche il management ha bisogno di dialettica e di confronti a prescindere dalla posizione gerarchica, nel rispetto della persona. E inoltre, sebbene la materia è intangibile (come una narrazione o, un linguaggio o – nel mio mestiere – come un evento) c’é bisogno di concretezza. Soprattutto oggi, che tutto pare fugace e vissuto in uno schizofrenico mordi e fuggi.

Ovviamente detto così pare tutto facile, ma di fatto, la responsabilità di chi guida il gruppo di lavoro è chiara. E di nuovo il professor Campana suggerisce una linea che mi pare interessante sposare: era, scrive Stussi, un “mirabile direttore d’orchestra (…): infatti anche le opinioni azzardate non venivano seccamente respinte, ma discusse con attenzione, cercando di estrarre tutto l’utile possibile.”

E’ questo “tutto l’utile possibile” che mi affascina. Come a dire che c’è sempre la possibilità di conoscere o mettere in atto un’idea nuova, un nuovo metodo, una nuova esperienza, anche professionale. Condizione fondamentale è sapere dove si vuole andare e pur sapendolo non smettere mai di ascoltare.

Non smettere mai, in fondo, di lasciarsi contaminare.

E a proposoito di contaminazioni, in questo blog, ne ho parlato anche in altre due occasioni, dove non  sono stati i libri, ma la bellezza di altri mestieri ad avermi ispirato mescolamenti:

 

La biblioteca dell'(event) manager: 10 libri per lavorare meglio.

blog.stefaniademetz.com - 10 libri per un buon managementVale di più l’esperienza sul campo o lo studio in biblioteca?

Se il mio percorso può essere utile a dare una risposta, potrei dire che valgono entrambi e forse prima viene la gavetta, poi lo studio. La mia scoperta di libri utili al mestiere di organizzatrice di eventi, infatti, ha seguito un percorso all’incontrario. Prima ho iniziato a lavorare maturando esperienze sul campo. Poi ho sentito il bisogno di capire meglio non solo il mio mestiere, ma anche la mia responsabilità di manager e ho iniziato a cercare libri che mi aiutassero a farlo. Un viaggio meraviglioso, che non finirà mai.

Inauguro oggi – per questo motivo – una serie di post sui libri utili per essere sia bravi organizzatori, sia dirigenti consapevoli, ma anche semplicemente persone che riescano a trovare un buon equilibrio tra la vita e il mestiere. Non tutti questi libri hanno direttamente a che fare con il management degli eventi né con il management in sé. Alcuni sono semplicemente libri “ispiranti” o libri che a mio avviso aiutano a percepire meglio il proprio ruolo e a considerarsi come parte di un tutto globale e non solo con come centro rinchiuso dentro un solo mondo, il proprio.

Per quanto i tempi odierni siano molto complessi e talvolta disorientanti, ciò che rende questa nostra epoca affascinate è che la contaminazione con altri saperi è non solo benvenuta, ma addirittura auspicata nei processi di innovazione e nella nostra crescita.

Questo primo post elenca i 10 libri che ho davvero amato e che  sia chi organizza eventi, sia che si occupa di management dovrebbe leggere. Sono libri che hanno lasciato impronte fertili dentro di me, che poi mescolate ad altre impronte, rendono bello e stimolante il mio lavoro.


Il senso del lavoro, il senso della vita

Andre Agassi: Open. La mia storia

diario, narrativa

La vita di Andre Agassi. Un viaggio difficile e sofferto verso la consapevolezza. Libro bellissimo a prescindere dal lavoro, ma allo stesso tempo  utile per una riflessione sul rapporto tra professione e vita.

Viktor Frankl: Alla ricerca di un significato nella vita

saggio, psicologia

Quando si fa qualcosa questa cosa deve avere un senso, nella vita, e dunque anche nel lavoro e dunque anche nel management. Si può davvero imparare tanto da Frankl, psicologo austriaco, sopravvissuto ai lager grazie al senso che ha saputo dare alla sua tragica esperienza. Nel blog ne ho giá parlato qui.

Florence Nouville: Ho studiato economia e me ne pento

saggio

Questo splendido libretto non è un’accusa contro l’economia, che al contrario viene ritenuta strumento fondamentale per far davvero crescere la società e non distruggerla. La Nouville chiede alle Business Schools di assumersi questa responsabilità per creare una classe dirigente che guardi al futuro e non all’adesso. Si tratta di un invito, in realtà, per tutti noi: a pensare al nostro ruolo e a sforzarci di non mollare, a non cercare passatempi alternativi che diano un senso alla nostra vita mentre affoghiamo in un lavoro che ci rende aridi. La Nouville ci invita a dare un senso da dentro al nostro lavoro.


Cosa vuol dire management

Peter Drucker: Il management, l’individuo, la societá

saggio, management

Un must per chiunque lavori dentro un’organizzazione. Peter Drucker, il padre spirituale del management ci racconta la storia di questo mestiere (o di questa disciplina), ci porta dentro il suo senso e i suoi principi, ci fa vedere come il management prenda linfa dal ‘fuori’ poiché il cliente é in sostanza il suo obiettivo finale, sebbene – e questo é davvero il fascino di questo approccio – sia oggi soprattutto il nonprofit a insegnare molto al management. Parla anche di noi, individui più che manager o capi o leader, Drucker ci vede come knowledge workers e ci dispiega le sfide che dovremmo affrontare. E infine parla del management come scienza umanistica, ne sviscera il suo ruolo sociale e lo riassume così: “l’essenza del management é rendere produttiva la conoscenza”. Scritto nel 2001, quattro anni prima della morte di Drucker, mi pare che questo testo sia davvero un testamento spirituale.

Peter Drucker é spesso citato nel mio blog, ad esempio qui, qui o qui.

Jim Collins: Good to Great

saggio, management

Questo libro lo consiglio a chiunque si occupi di organizzazione e management. Anche una piccola azienda, anche una piccola società non profit può imparare molto. Sebbene gli esempi provengano dalle maggiori aziende a livello mondiale, gli stimoli sono moltissimi anche per chi non è dentro una multinazionale. Il tema delle persone giuste, il tema della concentrazione su un’idea, il tema del metodo e della disciplina, il tema del fare le cose giuste riguardano tutti, giganti e lilipuziani.

La lettura è appassionante, perché non si basa su teorie. Al contrario, il gruppo di lavoro  – che ha portato alla redazione di questo testo – è partito dalle analisi di aziende che erano ai vertici del successo. “Come hanno fatto?” é la domanda che si pone Jim Collins. Beh, è davvero affascinante scoprire che sebbene in ambiti e con storie diverse, le regole base siano sempre state le stesse. Non si tratta di formule magiche. Si tratta di lavoro, coerenza e umiltà. Grande libro. Davvero!

Fredmund Malik: Il management come professione. Operare con efficacia e successo nella propria professione.

saggio, management

La traduzione italiana del titolo non rende giustizia a questa bibbia del management. L’originale (in tedesco) dice: guidare, rendere, vivere. Si tratta di un libro che andrebbe tenuto sempre sulla scrivania. Come per un chirurgo esiste un manuale di “Chirurgia 1″, così qualsiasi persona che gestisca un’organizzazione dovrebbe leggere questo testo, per imparare a usare gli strumenti comuni del management e così riuscire a guidare una squadra, a portare risultati e a non logorarsi la vita. Per me questo libro è stata una scoperta e lo consigllio sempre con grande convinzione.

Fredmund Malik, d’altra parte é colui che mi ha insgenato cosa vuol dire management e lo trovate davvero spesso nel mio blog.


Organizzare eventi

Guy Debord: La società dello spettacolo

saggio, filosofia

Si può restare sbalorditi come alla fine degli anni Sessanta Debord abbia saputo anticipare la società di oggi. Per chi vive di eventi, questo libro è obbligatorio, non per speculare sul bisogno di spettacolarizzazione, ma al contrario per non dimenticare mai di osservarsi dall’esterno. Viviamo un’epoca di “faccio eventi”, di narcisismo spinto, di voyerismo spinto. Questo libro ci può spaventare per il modo in cui delinea le derive che stiamo vivendo, ma allo stesso tempo ci guida oggi in una dimensione di consapevole equilibrio, necessario più che mai.

O’Toole W., Alen J., McDonnel, J.: Events Management

manuale

Uno dei migliori manuali sul mestiere. Affronta tutti i più importanti aspetti operativi con ricchezza di esempi. Non sapete gestire i volontari? Qui scoprite come fare. Dovete fare un budget dell’evento? Qui vi spiegano come. Insomma: se non avete mai organizzato un evento, in questo libro imparerete a farlo. Se invece ne organizzate da anni, scoprirete come migliorare.


Parlare, scrivere, comunicare

Luisa Carrada: Il mestiere di scrivere. Le parole al lavoro, tra carte e web.

saggio, manuale

Questo é un altro di quei libri che andrebbe tenuto sempre sulla scrivania. Pensiamo tutti di saper scrivere, ma leggendo questo libro si scopre che troppo spesso ci muoviamo dentro consuetidini che con lo scrivere bene e giusto hanno ben poco a che vedere. Lavorare e non saper scrivere è un guaio! Luisa Carrada nel suo blog e in questo libro ci insegna a usare bene la penna, la tastiera, la carta e il web. Una sintesi del libro la trovate nel blog: qui.

Annamaria Testa: Farsi capire. Comunicare con efficacia nel lavoro e nella vita

saggio

Libro straordinario e fondamentale. Insegna a parlare e scrivere “come si mangia”, cioè in modo semplice, chiaro e funzionale. Non contiene strani modelli o regole magiche, ma semplicitá, buon senso, e anche consapevolezza dei processi di comunicazione. Da leggere assolutamente! E insieme al libro vi consiglio di seguire il blog di Annamaria Testa.

Ovviamente questi sono solo dieci libri. La biblioteca completa si trova qui, ma continuerò nel blog con una classificazione sperando che possa essere una guida stimolante e utile. E se vi va, vi invito a partecipare condividendo con me la vostra personale biblioteca.

Tre azioni per lanciare una vera sfida al non profit.

i pregiudizi del non profitIo penso che il terzo settore, che per me in realtà è il primo, è un universo così ricco e composito che non può essere regolamentato se non con una legge di ampio respiro.

Queste parole sono state pronunciate dal primo ministro Matteo Renzi alcuni giorni fa. Senza voler prendere parte alla bagarre del pro o contro Renzi, mi pare molto interessante fare alcune riflessioni.

Portare il non profit tra le priorità di un paese è non solo importante, ma pure necessario. Scriveva Peter Drucker, il padre del management, alcuni anni fa: “Occorre – una politica pubblica che faccia del non profit  la prima  linea di attacco ai problemi sociali del paese.”

Probabilmente è ciò che pensa anche Renzi, che qui mi piace citare soprattutto perché ha usato due parole chiave: Il non profit è un universo ricco e composito.

Di questa ricchezza credo spesso non si sia consapevoli. Tanto per iniziare, in Italia quando si dice non profit, si pensa al sociale. Ci si dimentica però che siamo pieni di organizzazioni non profit anche in ambito culturale e sportivo.  Le loro attività non sono naturalmente di tipo assistenziale, ma– ecco perché ne parlo qui – sono in genere associazioni che organizzano eventi sportivi e culturali.

Non si tratta di aziende il cui scopo è fare business usando gli eventi, ma di organizzazioni che mettono in scena qualcosa con scopi diversi dal business in quanto business. Spesso lo scopo è semplicemente la promozione della cultura o dello sport. E spesso sono eventi che hanno bilanci di tutto rispetto, che fanno girare parecchi soldi, che sono legati al mondo for profit tramite sponsorizzazioni e cooperazioni di vario tipo. Cioè: spesso queste associazioni sono abituate a dialogare con il for profit. Eppure nonostante la pratica si creano ancora oggi stonature di tipo culturale, nel senso più amplio possibile del termine.

Cerco di spiegarmi.

Business non profit: un ossimoro o un’opportunità?

Nel 1992, Peter Drucker scriveva nel suo libro Gestire il futuro: “Quarant’anni fa management era una brutta parola per i militanti delle organizzazioni senza fini di lucro”.

Io ho la sensazione cha ancora oggi  ci sia chi prova disagio a usare certe parole abbinate al non profit. Parole come management e business.

Non conosco così bene il settore del non profit culturale da potermi sbilanciare, conosco però bene il mondo sportivo e certo è che i malintesi (o le ipocrisie) tra for e non profit ci sono e  si muovono in genere su due fronti.

> Nel non profit ciò che conta davvero è la passione. Le competenze sono secondarie

E come conseguenza:

> Chi lavora nel non profit deve mettere in campo se stesso per la “causa”. Avere pretese di riconoscimenti economici per le proprie competenze è insultante per il non profit. Qui dobbiamo essere tutti volontari.

Ecco, io penso che se davvero si vuole avviare la riforma del non profit, si dovrebbe anche avviare un processo di cambiamento culturale nella percezione di ciò che il non profit è e di ciò che non è.

Certamente oggi il non profit non è una banda di innamorati della causa che possano assumersi gravi responsabilità per semplice pura passione. Appassionati si, stupidi no.

Il falso dilettante

In un bellissimo libro sulla filosofia dello sport ho trovato una definizione che mi piace usare come metafora per descrivere  il manager del non profit oggi: il falso dilettante. Dove falso non va inteso in modo negativo. Molti atleti da un punto di vista formale non sono professionisti (accade ad esempio  nello sci, nell’atletica, nella ginnastica …), ma operano, agiscono, si allenano e competono come dei professionisti.

Il non profit è pieno zeppo di falsi dilettanti, che devono agire con efficacia e  per questo  andrebbero ascoltati o nutriti.

Tre sono in particolare gli  ambiti in cui vale la pena investire.

1. Il non profit ha bisogno di management

Mettersi insieme solo perché si crede in qualcosa e farlo senza management è come fare una scampagnata tra amici, nella quale però si rischia di perdere un sacco di soldi e di finire la festa litigando furiosamente.

Management vuol dire: strategia, organizzazione, controllo, decisioni, formazione. E queste sono cose che “non si nasce imparati”, quindi, se si vuole che le organizzazioni senza scopo di lucro – anche in ambito culturale e sportivo –  crescano, non si scappa. Scriveva Drucker, sempre in Gestire il futuro: le associazioni non profit vogliono sempre fare del bene, ma si rendono anche conto che le buone intenzioni non possono sostituire l’organizzazione e la leadership.

> Cioè: management non è una brutta parola, é invece il nutrimento primario (sine qua non) anche per chi opera senza scopo di lucro.

2. Raccogliere fondi non vuol dire elemosinare

Le organizzazioni, di qualsiasi tipo esse siano, devono pensare a se stesse non solo nell’ora o nell’arco di un anno, devono invece pianificare sé stesse a lungo termine se vogliono crescere. Raccogliere fondi dovrebbe divenire uno “sviluppare i fondi” e per fare ciò torniamo al punto precedente: ci vuole un management giusto che sappia far crescere capacità e talenti e che si doti di strumenti propri del for profit. Ad esempio il marketing. Vendere è diverso da elemosinare.

> Cioè: la filantropia puzza di ottocentesco e non consente sviluppo, crea piuttosto dipendenza.

3. Il capo non è capo. Molto peggio: è il responsabile

La scelta del presidente è importantissima. Spesso alla guida si sceglie una persona che porti lustro, il nome da comunicato stampa, per intenderci, oppure si opta per una persona che abbia tempo. Entrambe le scelte sono sbagliate. Anche il non profit come il for profit dovrebbe scegliere la sua guida, il consiglio di amministrazione, il “top management” secondo la legge dell’efficienza e dell’efficacia. Accanto al presidente e un consiglio che sappia condividere strategie, ci vuole l’operativo. La direzione generale deve essere affidata a un professionista. In questo caso sconsiglio davvero di tirare dentro qualcuno semplicemente perché ha tempo o è amico. Ovviamente deve credere nella causa tanto quanto i fondatori.

> Cioè: guidare il non profit non significa passeggiare sul “red carpet” o passare del tempo; significa invece lavorare sodo e condividiere scopo e strategie.

La regola del buon senso.

Per ciò che posso vedere dal mio piccolo osservatorio, la strada è ancora molto lunga e infestata di pregiudizi.

Forse gli obiettivi che si è dato il governo sono l’inizio di una modernizzazione che consentirebbe anche ai mille eventi non profit di sopravvivere e crescere.

E se molti eventi non profit spariranno, vorrà dire che non sono stati in grado di assumere un atteggiamento imprenditoriale. Vorrà dire che hanno preferito restare legati al modello filantropico e all’idea che basta essere non profit per essere nel giusto.

Giudizio severo il mio – me ne rendo conto – e so bene che in questo difficile momento storico anche i grandi soffrono. Ma alla fine vale una semplice regola di buon senso: se fai le cose per benino, te la puoi cavare. Se pasticci, non ti lamentare se poi nessuno ti ascolta.

Per approfondire:

  •  Un libro obbligatorio per gestire il non profit è L’era della contaminazione, che  – pur trattando il non profit sociale – offre mille spunti per anche quello sportivo o culturale. L’autore, Gianluca Cravera, cura anche un blog sul management sostenibile.
  • Ho giá scritto altre volte sul non profit prendendo spunto da questo libro. L’ho fatto qui e qui e qui. Sono articoli un po’ vecchiotti, ma offrono ancora  una guida valida applicata agli eventi.
  • Peter Drucker ha dedicato un libro al non profit: Managing the non profit organisation (Harper Collins, 1992). Purtroppo non esiste in una traduzione italiana (o per lo meno io non l’ho trovata).
  • Libri utili al mestiere (libri che spesso parlano di impresa e non sempre di non profit) si trovano nella mia biblioteca on line.

 

L’immagine usata per questo post arriva via Araceli Hipólito – Pinterest.

Event Management: emozioni negative? Si, ma solo facendo i giardinieri.

negatività e event managementIl management ha come suo scopo organizzare le persone affinché raggiungano insieme obiettivi condivisi.

La parola chiave dentro questa frase è persone: esseri umani che lavorano insieme. Noi diamo sempre per scontato che ogni relazione professionale avvenga prevalentemente su un piano razionale. Che le emozioni siano governate e che siamo in grado di spingerle in secondo piano. Ma è davvero così? Se ne stanno proprio lì, dietro, a guardare, dove noi le abbiamo cacciate? O la nostra parte emotiva è quella che in realtà ci governa?

Dentro il management degli eventi si tende, è vero, a dare un po’ più di credito alla dimensione emotiva. Un po’, non molto. Per lo meno nell’output generale, soprattutto quando sul palcoscenico metaforico vediamo atleti o artisti che toccano leve profonde in noi, che fanno crescere sensazioni in noi. Ciò vale non solo per il pubblico che assiste, ma anche per chi ci lavora. Sfido chiunque a lavorare dentro un evento, senza provare il sentimento di gioia o di commozione o di delusione per ciò che accade all’”attore” in scena. È questo il bello degli eventi: lavorare e commuoversi insieme!

E questo è il lato buono delle emozioni. Quello che tutti noi riconosciamo, alimentiamo e – nell’organizzare eventi –  cerchiamo. Gli eventi, oggi, sono straordinari strumenti di marketing proprio perché fanno leva sulla nostra dimensione sensoriale.

Esiste però anche un lato oscuro, che troppo spesso è trascurato, se non addirittura rimosso o ignorato. Anche la negatività, infatti, è un’emozione. Fingere che non esista o considerarla  solo deprecabile rischia di annullare la forza della positività. Rischia di distruggere ciò che con passione si costruisce.

All’inizio è la biologia

Lo spiega molto bene un libro che ho letto in questi giorni: “Il potere della negatività” di Pino De Sario (Franco Angeli Editore). La tesi di questo libro è che nelle organizzazioni ci sia molta più negatività di quanto immaginiamo e che essa dovrebbe essere presa come risorsa per un’organizzazione.

Il punto di partenza è biologico. Nella nostra testa ci stanno:

  • un’ impulsiva amigdala, la parte antica del cervello – intuitiva, veloce, inconscia, vitale
  • una riflessiva corteccia cerebrale, la parte moderna – consapevole, deliberativa, lenta, analitica

L’amigdala è lì da molto prima e dunque è molto più forte.  È affascinante il modo in cui De Sario racconta come funzionano queste due parti del cervello. Ci dice, in sostanza, che la forza dell’amigdala è tale da far si che sono le emozioni a dominare i nostri pensieri. Anche a nostra insaputa.

La negatività negli eventi

Se penso al mio mestiere, mi verrebbe da dire, che per chi organizza eventi l’amigdala svolge un attività ancor più intensa. Proprio perché un evento è fatto di emozioni, ma anche – o soprattutto – perché il ritmo di lavoro non è ordinario, non è regolare. Si parte piano e poi tutto cresce di quantità e di velocità. È come un casello autostradale nelle ore di punta. Come se noi fossimo tutte le macchine insieme nello stesso punto. Come se fossimo dentro una centrifuga di una lavatrice o ancora: sulla cresta di un’onda oceanica con un surf che deve essere guidato con accortezza e concentrazione.

Le aspettative, i ritmi intensi, la pressione esterna, ma anche interna, quella che nasce dentro di noi – perché l’imprevisto è sempre in agguato e dunque dobbiamo essere sempre lucidi e vigili e attenti –, tutte queste spinte ci sfiancano. E non sempre ce ne rendiamo conto. Non sempre abbiamo la forza o il tempo di osservarci e capire che stiamo uscendo dai binari. Ad un certo punto la corteccia cerebrale cede alle spinte di un’amigdala che ci dice: “Attacca, aggredisci, esplodi, vaiii!” Penso che sia un’esperienza condivisa. Si è davvero stanchi e alla fine non ci se la fa più. La negatività esce ed esce spesso nella sua veste peggiore: liti, urla, proclamazione di assoluti, offese o rancori, isolamento, invidia. A volte anche solo con una frase: “Non ce la faccio più”.

È la stanchezza, ma ovviamente non è solo questo. La negatività, in ognuno di noi, si nutre dentro un amalgama fatto di biologia (cervello, ormoni),  di educazione (famiglia), di condizionamenti sociali (ambiente, aspettative, pressioni), di condizionamenti personali (noi in quel momento preciso della nostra vita). Un bel pasticcio, se pensiamo che tutto questo sta dietro a una lite, un conflitto, una battutaccia, una critica, un dispetto e cosi via.

Se poi a organizzare un evento è un organizzazione non profit,  che si basa soprattutto su una partecipazione di collaboratori volontari, le dinamiche emozionali sono ancora più pressanti. Perché nel non profit si va prima di tutto per scelta e se le cosa vanno male ci si sente non solo delusi, ma addirittura traditi. Se io decido di fare la volontaria al festival di letteratura è perché amo la letteratura e voglio sentire e vivere i miei scrittori preferiti da molto vicino. Io scelgo di esserci perché tutto ciò mi appassiona. Ma se poi, ciò che mi appassiona è offuscato da tensioni, rancori, o altro, nemmeno il mio amore per la letteratura mi può salvare.

Negatività sensible

Certamente noi non siamo psicologi e non è questo il nostro mestiere. Le grandi aziende sono dotate di responsabili delle risorse umane che si occupano di ciò con competenze specialistiche, ma le organizzazioni minori, soprattutto quelle non profit, devono gestirsi queste cose da sole e spesso manca totalmente, non solo la consapevolezza, ma addirittura la percezione reale di questa negatività.

Nella mia visione di event management, mi piace usare la parola sensible, anche sul fronte del negativo. E sono consapevole del fatto che un’organizzazione di eventi è particolarmente – appunto – sensibile agli attacchi di negatività:

  • sia per il ritmo – di cui ho detto
  • sia per le aspettative positive – emozioni e passione
  • sia per le ambizioni – palcoscenico.

Questo libro (Il potere della negatività) mi ha offerto però alcuni inaspettati punti di riflessione. Non basta parlare del cosa facciamo, è necessario anche concentrarsi su quella che De Sario definisce la “leadership relazionale”.

Non mi dilungo a presentare il metodo. Rimando alla lettura di questo libro, che consiglio, e che spiega con ricchezza di esempi e modelli questi temi:

  1. Definizione e spiegazioni sulla negatività da un punto di vista biologico e sociale.
  2. Esempi di negatività con elenco e definizioni di comportamenti tipo.
  3. Il metodo – la base: accogliere, contenere, trasformare.
  4. Il metodo antinegatività: come funziona, esempi pratici, modelli e tecniche.
  5. Le riunioni: metodi per la gestione e superamento della negatività.

Mi piace però fare una considerazione che ho trovato affascinante, o meglio: mi piace visualizzare questa considerazione.

 La buca, il concime e il giardiniere

De Sario, infatti, dice che quando ci si trova di fronte alla negatività (che banalmente si può esprimere in un “devo fare tutto io”, oppure “quelli là sanno solo fare festa, mentre noi lavoriamo” oppure ancora “qui non funziona niente” e così via), questa negatività va esplorata entrando in quella che l’autore chiama la buca. La buca è il luogo della negatività. Possiamo vederla e girarci intorno, oppure possiamo entrarci.

E allora scendiamo nel marcio (e accogliamo il negativo), ci sporchiamo le mani (investighiamo e conteniamo il negativo), poi usciamo dalla buca e trasformiamo il negativo in positivo. Partire subito con un “ma va, non è vero” o “sei tu che ti lamenti sempre” non fa che peggiorare le cose. È un girare intorno alla buca. Una volta entrati, invece, e poi usciti, è possibile trasformare il letame in concime e piantarci un albero, quello del cambiamento, della soluzione. Questa immagine mi piace assai perché Fredmund Malik, che cito spesso in questo blog, ha sempre sostenuto che un manager non è un capitano, ma un giardiniere.

Il giardiniere di un evento si trova a contrastare forze continue: vento, pioggia, grandine. Questo libro offre allora strumenti interessanti per affrontare queste intemperie e trasformale in sole, pioggia sana, venticello ristoratore.

In conclusione

Nei due post precedenti ho parlato di metodo del de-briefing. Questo libro è un ottimo corollario per gestire il negativo che esce dai de-briefing e per imparare ad adottare un comportamento sano. Implica molto fatica, molta concentrazione, molto allenamento, ma offre anche, finalmente, una lettura realistica ai problemi relazionali e guarda in faccia il negativo.

In fondo i protagonisti di questo spettacolo sono solo un’amigdala agitata e una corteccia indebolita. E lo scenario è una buca da concimare.

Per approfondire:

Sul positivo negativo ho anche scritto questo: Schizofrenia da eventi: il pessimista ottimista.

Sulle cause di frustrazioni nel non profit potete leggere qui.

Altri libri utili al mestiere si trovano nella mia piccola biblioteca.

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Immagine: Little Gardener, Foto Pizco, Volt Cafè Magazine