Va in scena il mio libro “Lo sport va in scena”

Ebbene sì: da oggi una mia piccola creatura di 159 pagine va in libreria!

Quando ho inaugurato questo blog, un mio amico, compagno di universitá mi disse: “Poi scriverai un libro!” A me sembrava una cosa incredibile e a quei tempi mi intimoriva anche solo l’idea.

Il blog, infatti, era nato con una sola esigenza: raccogliere in un luogo le tante riflessioni che – via via che procedevo nel mio lavoro – prendevano forma. Avevo bisogno di uno spazio in cui fare ordine. In cui fermarmi a pensare. In cui creare un archivio delle scoperte, delle letture, delle mie esperienze. Niente speculazioni, nè intenzioni di “personal branding”.

Poi, effettivamente a un certo punto mi sono resa conto che il blog non bastava. Per fare ordine davvero in una danza interiore di intuizioni che emergevano con un ritmo sempre più insistente, c’era bisogno di altro. Un luogo in cui potessi sviluppare in modo più articolato i pensieri che nel blog, per sua propria natura, possono solo essere accennati o suggeriti.

E così ho aperto una cartella nel mio computer che ho chiamato (e così si chiama ancora!) “forse un libro”. Ho, inoltre, comprato un bel taccuino e mi sono messa al lavoro. Appunti, disegni, grafici, citazioni … all’inizio tutto era confuso, ma una cosa mi era chiara: volevo indagare due ambiti, che nel mio lavoro sono avvinghiati l’uno con l’altro.

L’evento e lo sport. E volevo rispondere ad alcune domande.

Cos’é davvero un evento? Quale é la sua anima? In  cosa esprime potenza e dove invece é vulnerabile? E lo sport? Con tutta la retorica che lo accompagna, se lo ripulissi dai pregiudizi, cosa ne rimarrebbe. É iniziato cosi questo mio viaggio: facendo le sane vecchie e antiche ricerche bibliografiche e poi osservando, leggendo, divorando tante, tante letture. Dalla filosofia agli studi economici, dai romanzi ai dizionari.

Ma non era sufficiente. Mi si svelavano scoperte seducenti, ma non bastava. Avevo bisogno anche di materia, di cose pratiche. Di concretezza. Volevo capire se queste seduzioni potevano essere plasmate dal management. Dal fare.

Quattro anni. Fatti di pensieri, di ostacoli, di insoddidafzione, di dubbi, e di scoperte meravigliose. E quando mi trovavo dentro quel flusso magico per cui mi si disvelavano le risposte, sentivo che che potevo insistere con la mia ricerca.

Ora tutto questo ha una forma (un libro di carta), un editore (Carocci), e una vita da vivere davanti a sé.

Non é un manuale. É un viaggio. É un carta geografica dentro la quale trovare punti di approdo per non frantumare l’effimero di un evento e per non sporcare la belleza dello sport.

È il mio punto di vista  sulla possibilità che abbiamo quando maneggiamo un evento, ma anche sulla nostra responsabilitá. È un libro che mi  immagino tra le mani di studenti, di  organizzatori di eventi sportivi, di operatori dello sport in genere (dirigenti di società sportive, funzionari, collaboratori e volontari). Un libro, però, che può incuriosire anche gli organizzatori o gli studiosi di eventi in genere, i professionisti del management e del marketing, ma anche solo gente che ama le contaminazioni. I destinatari sono quelli che credono che la via dell’equilibrio e del garbo siano possibili nell’immensa industria dell’intrattenimento, pure quella che pone una competizione sportiva al centro del palcoscenico.

É inutile dire che sono felice. Ma ora, sta a voi dirmi – se avrete voglia di leggerlo – se questo viaggio può avere un senso anche per voi.

La scheda tecnica del libro e l’indice si trovano  qui.

“Must Have” is a book you … must have!

È possibile riportare i mega eventi a una dimensione umana? Mi riferisco a quelli sportivi, che sempre di più trascinano con sé polemiche (e cattedrali nel deserto) di ogni genere. È un tema che ho affrontato più volte dentro questo blog. Oggi mi sento confortata dal fatto di non essere sola nel pensare che sì, è possibile mettere in scena grandi eventi sportivi, senza per questo fare disastri. Anzi, che proprio lo sport possa diventare un motore per attivare dinamiche sociali, culturali, economiche che siano una vera crescita per la comunità ospitante. E quando parlo di crescita, la intendo secondo le parole di Florence Nouville.

Must Have. Nice To Have è un libro che mi è giunto per posta (ma si trova anche in versione ebook su amazon). Un dono molto gradito. Uno degli autori è un mio compare di passate avventure in ambito di eventi sportivi, Egon Theiner, giornalista, editore, ma soprattutto esperto di media ai mega eventi.

Il valore dello stare in campo

Must HaveMi piace, di Egon, la sua visione equilibrata: il business è un valore, ma affinché lo sia davvero devono essere soddisfatte alcune condizioni non negoziabili. Mi piace, in questo libro, il suo lato umano e concreto. L’altro autore è Filippo Bazzanella, specialista di eventi sportivi internazionali, ma soprattutto un professionista che ha contribuito a qualcosa di straordinario: organizzare le Universiadi invernali 2013 in un solo anno, quando in genere lo si fa in un quinquennio. Cioè: questo libro lo hanno scritto due tipi che in genere stanno al fronte dei mega eventi e che da lì godono di un punto di osservazione privilegiato. La loro capacita è stata quella di raccontare la possibilità di mettere in scena qualcosa di grandioso da prospettive differenti. Un lavoro non facile: si tratta di osservare anche sé stessi da fuori, individuare le crepe, e suggerire soluzioni.

Conditio sine qua non nel prisma dell’evento

Il titolo lo dice subito: qui si va oltre meri suggerimenti. Must have significa che vi sono alcuni compiti e alcuni strumenti non negoziabili quando si organizza un evento sportivo. Nice to have ci dice invece che altre cose sarebbe bello averle, perché renderebbero l’evento quasi prefetto.

Il volume si divide in tre parti.

All’inizio offre una serie di interviste a personaggi autorevoli del mondo dello sport nazionale e internazionale. Emerge in tutti loro la consapevolezza che il valore economico dello sport sia indiscutibile, ma che allo stesso tempo questo valore non dovrebbe contaminare l’intero sistema. C’è come un bisogno sempre più impellente di riportare tutto a una dimensione umana. Abbiamo strafatto, abbiamo esagerato, ci siamo dimenticati delle misure. Tornare indietro non solo è possibile, e necessario, ma è un’occasione per ridare un senso allo sport usando la sua energia per portare valore, per farci crescere e progredire anche da un punto di vista culturale.

Ci sono esempi pratici che lo dimostrano: questa non è fantascienza. Nella seconda parte il libro, infatti, illustra due mega eventi, che hanno visto Egon Theiner e Filippo Bazzanella in pole position da un punto di vista operativo. La sintesi che mi viene da fare è che incredibilmente è possibile mettere in scena qualcosa di grandioso con budget limitati. E che prima di tutto è una questione di responsabilità e di obiettivi.

Un caleidoscopio ordinato

La parte che tuttavia a me affascina di più (essendo io una patita del management) è la guida che ci propongono.

160 pagine che possono davvero essere una specie di vademecum master per ogni evento. 160 pagine che in modo davvero generoso mettono a disposizione una checklist completa intersecando tutti i settori operativi. 160 pagine che offrono istruzioni affinché un evento – direi davvero non solo sportivo – abbia successo portando valore – non solo monetario – al territorio che coinvolge.

La struttura: è il primo punto da cui partire. “I primi passi di un progetto evento sportivo  – ci dicono Theiner e Bazzanella – e cioè la preparazione della struttura e dell’organizzazione, sono cruciali per il successo di un evento. Il fallimento spesso deriva proprio da una riflessione poco approfondita su questo aspetto”.

La vision: questa è parola che io prendo sempre con molta diffidenza, ma qui mi sento di sposarla per la semplicità e la chiarezza disarmanti con cui gli autori la propongono.

La vision – scrivono – dovrebbe illustrare cosa vuole divenire in futuro l’organizzazione sportiva.

La vision, cioè, va oltre l’evento e si chiede cosa vogliamo essere dopo.

160 pagine in cui ogni singolo ambito/aspetto/ servizio/ funzione di un evento sportivo vengono illustrati e integrati dai momenti di verifica.

Organizzate eventi? Bene provate a scorrere i loro must have e vi accorgerete che nella vostra organizzazioni ci sono falle. Le ho trovare pure io e ne sono consapevole. Volete raggiungere il meglio? Una volta risolti i must have concentratevi sui nice to have.

Organizzazione, vision, mission, membri fondatori, comitato operativo, management, compiti, organigramma, masterplan e budget, sostenibilità, amministrazione e finanze, cash flow, assicurazione, risorse umane, volontari, sede del comitato organizzatore, sicurezza sul posto di lavoro, arredamento degli uffici e ancora project management (da leggere assolutamente perché vi aiuterà a lavorare con efficacia), energia, amministrazione pubblica, IT e  reti, progetti speciali, media e comunicazione, marketing e sponsorship, look dell’evento, merchandising e poi, lo sport (i siti, il cronometraggio, il piano di  gara, etc.) …

È la carta geografica completa di un evento sportivo. Il caleidoscopio messo a sistema.

Gli eventi non possono crescere all’infinito e questo libro ci dice che se si lavora in modo serio, trasparente, responsabile, con le persone giuste, avvalendosi sia di passione sia di professionisti, è possibile.

Come si inizia a #fare un evento culturale?

eventi culturali - sensible event management

Alcune settimane fa sono stata alla presentazione di un libro – curato da Francesco De Biase – che mi ha subito affascinato per il suo titolo: I pubblici della cultura.

È una raccolta di saggi che analizza il tema sempre più importante dei pubblici culturali e dell’audience development. Francsco Crisci,  é autore di uno studio su questo tema (la sua biografia si trova in fondo a questo post) e il suo intervento mi è piaciuto molto perché ha parlato del design delle organizzazioni culturali. E così è stato che gli ho chiesto un contributo per il blog. Ora, le mie domande erano tante e i temi abbastanza tosti e lui mi ha inviato delle risposte davvero stimolanti. I temi riguardano i festival culturali italiani, il management, il tema dell’esperienza e della mediazione emozionale.

Con questo post parto con la prima delle domande. Sarà, come dire, una chiacchierata a puntate in cui entreremo negli argomenti a me più cari: la gestione, il tema che ho coniato come #SensibleExperienceScape, la cultura negli eventi e così via.

Buona lettura.

I festival culturali: un tema sul quanto o sul come?

Domanda: L’Italia è un paese molto ricco di eventi culturali, basti pensare ai tanti festival che attirano migliaia di persone. C’è tuttavia chi dice che questi eventi siano troppi e spesso inutili, perché di fatto non aumentano il “consumo di cultura” (acquisto di più libri, più visite ai musei e così via). Qual è la tua opinione a tal proposito?

Questione complicata quella che mi poni, da affrontare chiarendo bene la natura del problema: e se la questione fosse la definizione e la valutazione delle politiche culturali e delle pratiche effettivamente messe in atto dalle organizzazioni culturali per realizzarle, tutte cose di cui in Italia si parla pochissimo e male?

Partiamo da questo aspetto: per quali motivi e sulla base di quali dati e informazioni, rappresentazioni o prassi è possibile effettuare un giudizio sulla quantità e qualità degli eventi culturali?

E nel caso in cui fosse un policy maker (ad es. un assessore regionale) ad aspettarsi determinati rapporti di causa-effetto o a voler prendere in considerazione indicatori di performance più o meno bizzarri (es.: collegare “eventi culturali e acquisto di libri”), in quale veste e con quali strumenti sarebbe chiamato a questo tipo di valutazioni?

Ci sono politiche e politiche …

Primo punto. Quando si discute di “politiche culturali” tendiamo un po’ tutti a confonderle con le “politiche amministrative per la cultura” ma non sono la stessa cosa, in quanto queste ultime riguardano le procedure, ad esempio, per l’accesso ai finanziamenti pubblici o i sistemi di regolamentazione per l’utilizzo di tali finanziamenti.

In una logica manageriale, invece, la questione delle politiche culturali ha anche e soprattutto a che vedere con la gestione della catena logica “obiettivi-risorse-azioni-risultati” (e solo poi, con la valutazione, individuando opportuni indicatori di performance), ragionamento imprescindibile se si vuol valutare in modo serio gli attori della cultura.

La retorica che confonde

Secondo aspetto. Il policy maker chiamato a “rendere conto” di decisioni pubbliche (gli anglosassoni racchiudono il concetto stesso di “responsabilizzazione” nell’espressione accountability) dovrebbe esplicitare in modo trasparente il collegamento tra obiettivi e risultati, mentre la “cattiva retorica” dominante in questi anni porta a semplificare tutto: partendo da improbabili indicatori di performance si finisce col descrivere in modo eterodiretto il raggiungimento di obiettivi mai esplicitati.

Non si tratta di questioni tanto peregrine in quanto un approccio superficiale alla faccenda produce effetti pratici piuttosto perversi. Faccio un esempio concreto.

Case History: un progetto di riforma

Qualche anno fa il mio gruppo di ricerca è stato chiamato dalla Direzione Cultura della regione a lavorare alla riforma del sistema di finanziamento pubblico alla cultura, a partire dallo spettacolo dal vivo (giusto una nota: le regioni sono piuttosto interessate a regolamentare lo spettacolo dal vivo in quanto le attività culturali sono materia legislativa concorrente tra Stato e Regioni, mentre non sempre sono altrettanto attente ai beni culturali).

L’importante é come fare la torta

Dopo aver ricostruito il meccanismo del finanziamento regionale, la prima vera questione da affrontare per inquadrare l’intervento in modo corretto è stata di far comprendere alle parti coinvolte nel processo di riforma (organizzazioni artistiche, Direzione Cultura e Governo regionale) quale fosse la “vera natura” del problema:

  • non si trattava semplicemente di rivedere l’amministrazione della norma (le procedure operative per l’accesso ai finanziamenti regionali e per la ripartizione dei fondi alle organizzazioni artistiche);
  • ma di disegnare una architettura istituzionale trasparente che definisse in modo efficace il processo di formazione del budget regionale alla cultura

(quindi come si forma la torta da distribuire e non come assegnare le fettine di una torta già sfornata e con le fettine tagliate con criteri in ogni caso irragionevoli).

Inoltre, avevamo suggerito di non avviare una riforma di questa natura senza prima aver raccolto dati e informazioni sul sistema dello spettacolo dal vivo “in funzionamento”, tutto ciò per indirizzare in modo “cosciente” e “condiviso” il percorso stesso della riforma.

Alla vigilia della riforma avevamo predisposto anche uno strumento tecnico che andava in tale direzione: per circa tre anni avevamo lavorato alla creazione di una struttura per la raccolta di dati condivisa tra organizzazioni dello spettacolo, Regioni e Ministero, collaborando ad un progetto per una rete di Osservatori della Cultura regionali.

Le organizzazioni artistiche e la Direzione Cultura della regione compresero subito la portata della proposta, ma Governo (assessorato) e Consiglio regionale (in quanto legislatore) non reagirono con altrettanto entusiasmo (sic!).

Nel 2014 è stata approvata una legge di riforma del settore delle c.d. “attività teatrali”: sebbene piuttosto diversa dall’architettura che avevamo proposto ai tecnici regionali, essa prevede, tra le altre cose, la stesura di un Documento di Politica Culturale triennale; mentre l’Osservatorio regionale era diventato non già strumento di accompagnamento della riforma, ma oggetto della stessa. Al momento l’Osservatorio non è operativo e non v’è traccia del Documento di Politica Culturale attraverso cui dovrebbe essere possibile valutare in modo trasparente la congruità tra gli obiettivi che il sistema regionale dello spettacolo dal vivo si pone e le risorse effettivamente messe a disposizione per il raggiungimento dei risultati.

I dati prima di tutto

Il processo di riforma è molto più articolato, ma in questo esempio emerge un aspetto che è molto comune in Italia: mancano in tutto o in parte informazioni basilari e attendibili sul fenomeno dell’intervento pubblico nella cultura; e la visione di “breve periodo” che caratterizza la politica può portare spesso ad alimentare “discorsi” di management della/sulla cultura piuttosto inconsistenti. Non si possono fare valutazioni sensate senza una cornice simile a quella che ho cercato di descrivere.

Un consiglio per approfondire

Nel caso in cui i tuoi lettori fossero interessati ad approfondire questo tipo di ragionamenti, propongo la lettura di una bella ricerca condotta da un gruppo di colleghi ed amici dell’Università di Bologna: mi riferisco al gruppo del GIOCA (Gestione e Innovazione delle Organizzazioni Culturali e Artistiche/Graduate degree in Innovation and Organization of Culture and the Arts), coordinato da Luca Zan. Il testo è questo: Le risorse per lo spettacolo, Il Mulino, 2009.

Biografia

Francesco Crisci è ricercatore e docente di Economia e Gestione delle Imprese presso il Dipartimento di Scienze Economiche e Statistiche dell’Università di Udine. Nel 2005-2006 è stato research fellow al CRG-PREG dell’Ecole Polytechnique di Parigi. I suoi interessi di ricerca riguardano le organizzazioni knowledge intensive, in particolare le organizzazioni artistico-culturali (visual e performing arts) e science-based (ad esempio, nel settore delle life science e della biotecnologia), affrontando lo studio: dei processi produttivi e di “product design”; delle dinamiche dell’innovazione e del cambiamento organizzativo; dei processi strategici e di decision making/sensemaking; del comportamento del consumatore; delle implicazioni organizzative e strategiche della prospettiva knowledge-based (contatti: francesco.crisci@uniud.it; www.dies.uniud.it/crisci.html)

#staytuned

Nella prossima puntata parleremo di mediazione cognitiva e di esperienza dentro un festival culturale.

Sette consigli per essere un buon event manager

Sette regole dell'event management - Stefania Demetz

“Nell’industria molto competitiva degll’event management è importante stare in cima alla classifica e tendere a un continuo miglioramento”. Questo è ciò che scrive Becki Cross in un post uscito in uno dei migliori blog di event management. Sono 10 i suggerimenti che Becki si sente di dare.

Leggendo il suo articolo e condividendone abbastanza il contenuto, mi sono chiesta: “E per me quali sono le regole fondamentali? Che suggerimento mi sentirei di dare?” Becki Cross  proviene dal mondo delle conferenze e dei congressi. Io invece agisco nel mondo in cui si costruisce un palcoscenico. Ci sono delle differenze?

Ci ho pensato un po’ e ragionando sugli eventi che mettono in scena sport o cultura sono arrivata  7 punti.

1. Andare oltre la materia.

Cosa vuol dire? Beh, posso essere il più grande esperto di letteratura o il più famoso atleta al mondo, ma questo non significa che io sia in grado di organizzare, rispettivamente, un festival letterario o un campionato sportivo. Organizzare un evento presuppone la conoscenza dei compiti e degli strumenti del management. Come si definisce una strategia? Come si organizza una squadra? Come si costruisce un budget?

Parole chiave: strategia, organizzazione, gestione aziendale

Per approfondire:

Dal sito: Management: storia di una parola.

Dal blog: Perché non esiste il management degli eventi.

Libro: Fredmund Malik, Il mestiere del manager, Il Sole24Ore


2. Costruire il palcoscenico, non calpestarlo.

Un organizzatore di eventi è prima di tutto un fornitore di servizi. Lavora per consentire ad altri di esibirsi. L’organizzatore non è il protagonista, non è l’attore, non è quello che sfila sul tappetto rosso. È quello che quel tappeto lo srotola. E se necessario lo smacchia. Per questo è vitale arruolare in squadra solo persone che siano innamorate del progetto e non di sé. Persone che si sentano onorate di srotolare un tappeto e da dietro le quinte ammirare le star che lo attraversano.

Parole chiave: selezione dei collaboratori, umiltà, servizio.

Per approfondire:

Libro: Jim Collins, Good to Great (vedi il capitolo: Leadership Level 5)


3. Concedersi l’influenza

Un evento è dinamico e si sviluppa in un mondo dinamico. La frase “abbiamo sempre fatto cosi” va presa con diffidenza. Chi si occupa di gestione strategica e di direzione generale dovrebbe sempre studiare. Come? Visitando altri eventi, e non solo quelli del proprio ambito. Non solo o sport o cultura, ma sport e cultura. E poi, naturalmente ci sono i libri. Libri di management, libri di event management, ma anche libri di altri mondi e altre discipline. Gli spettatori vivono e si nutrono in questa epoca. Conoscerla è un dovere irrinunciabile.

Parole chiave: curiosità, contaminazione, apprendimento

Per approfondire:

Dal sito: La biblioteca del sensible event management

Dal blog: Al servizio di una sedia, ovvero lasciamoci influenzare dal design italiano,  Sei libri utili al management che non parlano di management, Può l’architettura disegnare l’effimero di un evento?, Come vivremo le nostre emozioni negli eventi del futuro?


4. Stare al fronte!

Studiare è importante. Ma da solo non basta. Bisogna poi stare in medias res, vedere nella realtà fisica come stanno le cose. Stare al fronte vuol dire, per chi volesse avviarsi alla professione di event manager, fare un sacco di esperienza, anche come volontario in tanti eventi e possibilmente con mansioni diverse. Per chi è già operativo la regola fondamentale è “alzati dalla tua sedia ed esci”. Sopralluoghi, ascolto dei collaboratori, giri di perlustrazione. Non dimentichiamoci che un evento ha nel suo dna l’imprevisto e tale imprevisto può essere affrontato solo se sappiamo come cavolo è fatto il teatro che stiamo costruendo.

Parole chiave: esperienza diretta, guardare con i propri occhi,

Per approfondire:

Dal blog: La tribù dei volontari: muscoli e cuore di un evento


5. Essere lucidi, sempre.

Per un evento si possono trovare tante metafore. Quella che forse indica meglio il momento dell’evento può essere un’enorme onda. C’è qualcosa di dinamico che si muove e nel momento in cui è messo in moto non lo si può più fermare. A volte si devono prendere decisioni in tempi rapidissimi e con molta pressione addosso. Non solo: le decisioni riguardano sia la centrale, sia le funzioni periferiche e devono essere coerenti con il perché, il come, il chi. Deve essere come un’orchestra che suona Mozart sulla cresta di un’onda.  Aiuto –  direte – e dove la troviamo la lucidità? Nelle linee guida, nelle competenze ben definite e nei conti sotto controllo.

Parole chiave: governo, concentrazione, coerenza

Per approfondire:

Dal sito: sistema di navigazione


6. Preservare energie.

Arrivare al momento dell’evento spesso è faticoso. Ma arrivare stanchi è pericoloso. Si perde lucidità, si è meno reattivi, si rischia di farsi prendere dal panico perché la stanchezza fa vedere i problemi come fossero tragedie. Preservare le energie vuol dire in modo semplice spegnere il computer nella fase di preparazione e ricaricare le pile. Preservare le energie vuol dire non essere come Stachanov, che non serve, ma lavorare il giusto, con metodo facendo ciò che è umanamente possibile. Un evento non ha bisogno di eroi, ma di gente razionale e piena di energia. E poi, se posso aggiungere un consiglio alimentare: bere tanta acqua, che la disidratazione stanca assai!

Parole chiave: riconoscere i propri limiti, riposare, idratare l’organismo

Per approfondire:

Dal blog: Lavorare con metodo, ovvero come godersi il viaggio, Perché la prima persona da mettere in agenda sei tu, Sette domande per compilare un piano mensile a prova di stress, Dimmi quante volte vai alla toilette e ti dirò come migliorare il tuo lavoro!


7. Seguire le impronte

È importante assai capire come è andata, perché la strategia ha o non ha funzionato e ascoltare chi ha lavorato con noi. Anche se quel dato evento non si ripeterà mai più, noi continueremo a organizzare eventi. Analisi post evento, condivisione di dubbi, ascolto dei collaboratori sono una fase delicata e importante e sono parte integrante dell’evento. Anche se ciò che esce è negativo e ci fa paura. Non dimentichiamo mai, che un evento non finisce quando cala il sipario, perché ciò che esso ha trasmesso sono tracce che rimarranno per sempre.

Parole chiave: analisi, ascolto, soluzioni dei problemi

Per approfondire:

Dal blog: Perché i progetti per l’anno nuovo hanno bisogno di storie dell’anno vecchio, Come cercare gli errori e far crescere gli eventi ricorrenti, Event Management: emozioni negative? Si, ma solo facendo i giardinieri.

Perché i progetti per l’anno nuovo hanno bisogno di storie dell’anno vecchio.

sensible event management - blog.stefaniademetz.com

Quante liste di propositi per l’anno nuovo avete messo in saccoccia per affrontare belli carichi questo 2015 appena iniziato?

Il passaggio dal 31 al primo è un po’ come se fosse metaforicamente un cambio del pelo. Ci sentiamo nuovi, o vorremmo esserlo, e siamo ansiosi di iniziare. Palestra, cibo sano, lettura, cose, persone, insomma tutto nuovo.  È come una meravigliosa occasione. Questo giro di boa, convenzionale e simbolico, per tutti noi rappresenta una nuova possibilità.

Nel privato come nel lavoro: nuovi obiettivi aziendali, nuove strategie, nuovo metodo di lavoro. È come salire in macchina: si ingrana la quinta e avanti tutta. La strada è intonsa, dobbiamo solo percorrerla. E il “finito”, la strada alle nostre spalle, fatta di curve, paesaggi strepitosi, ma anche dossi, buche è ormai cosa superata.

Nel mio caso, nel mio lavoro, questo cambio al 31 dicembre è più che convenzionale. L’evento (la coppa del mondo di sci) va in scena poco prima di Natale. Poi, giusto il tempo per dormire, ricaricare energie, stare in famiglia e con l’inizio di gennaio si rimette in moto la macchina.

Eppure, ecco: c’è un eppure grande come una casa. Se non mi prendessi il tempo di studiare e in un certo senso ripercorrere quella strada vecchia alle mie spalle mi ritroverei ben presto in una strada simile, tutt’altro che libera e scintillante, piuttosto di nuovo piena di buche, che nel frattempo potrebbero essersi trasformate in voragini.

Ripartire è importante. Ma la prima tappa di questa ripartenza è lo sguardo al passato, all’avvenuto, alle cose fatte prima.

Per esperienza so che se si parte a gran velocità dentro il nuovo con una montagna di progetti e novità senza essersi chiesti prima che aspetto avesse il vecchio lasciato alle spalle, si rischia di fare e rifare gli stessi errori. In parole semplici: se io cucino la pasta senza sale e non l’assaggio continuerò a cucinare la pasta senza sale.

Il nuovo è importante, ma prima di affrontarlo bisogna allora chiedersi cosa abbiamo combinato l’anno prima. Questa domanda è obbligatoria in ogni ambito di lavoro, e dunque anche per chi organizza eventi. Io la chiamo la fase del de-briefing. Ma in italiano la si potrebbe chiamare la fase dell’analisi post evento o, in modo più efficace, la fase del “Come cavolo è andata?”

La memoria degli eventi ricorrenti.

Non basta avere successo fuori, non basta un riscontro positivo nell’output, non bastano dichiarazioni della stampa positive. Non basta avercela fatta, nonostante tutto. È invece vitale per la crescita sedersi a un tavolo con i collaboratori e porsi alcune domande. Il successo di un evento non è dato solo dal “comunque è andata”.  Il successo si misura partendo dagli obiettivi posti (ne ho parlato qui) e da come si è svolta l’implementazione e, ovviamente, dai conti finali.

E non basta fare analisi “marketing” su spettatori, sponsor, media e così via. Se si vuole crescere le analisi vanno fatte anche – o soprattutto – sul management. Ci sono varie modalità per affrontare questa fase, che è davvero la prima tappa di un metaforico nuovo anno di lavoro.
Io una volta organizzavo un incontro con tutto il comitato organizzatore, ma oggi preferisco incontri circoscritti ai gruppi di lavoro dei diversi settori. In questo modo si ha l’opportunità di andare proprio a fondo, di ricordare insieme cosa è successo. Per chi guida questi incontri si tratta soprattutto di porre domande e ascoltare e rivivere la fase delicata dell’implementazione attraverso le parole degli altri.

  • Ho raggiunto l’obiettivo?
  • In caso negativo, cosa non ha funzionato? Perché?
  • Che lezione traggo da questa esperienza?
  • Cosa va cambiato? Cosa va mantenuto? Cosa va eliminato?
  • Dove ho speso troppo? Perché?
  • I collaboratori sono bravi? Dove sono deboli? Come posso valorizzarli?
  • Dove è forte il mio settore? E dove è debole?

Queste sono le domande che ci guidano nelle nostre riunioni a gennaio, ma – attenzione – sono domande che poi rivolgo io anche a me stessa. Mi metto allo specchio e con severità cerco di rispondere. Anche il “capo”, insomma, deve fare la sua bella analisi su come è andata e sulla sua prestazione.

Questi diversi diari vanno poi riassunti per iscritto. Saranno la guida per tutto l’anno nuovo: per la fase di pianificazione strategica, per l’avvio dell’implementazione e infine per un ultimo controllo alla vigilia dell’evento.

La memoria degli eventi “one shot”.

E gli eventi unici? Quelli che hanno luogo solo una volta? Hanno anch’essi una memoria, una storia da cui attingere linee guida?

Altroché!

I mega eventi sono pieni zeppi di memoria, solo che ce ne dimentichiamo perché la loro è una memoria conservata altrove e pensiamo non ci riguardi.  Se penso ai Giochi Olimpici, ogni 2 anni c’è chi costruisce qualcosa e lascia qualcosa. La memoria di questi eventi epocali in genere è raccolta nei cosiddetti “final reports” che raccontano tutto. O quasi tutto…

Questi documenti riassuntivi non sono altro che un mezzo di promozione, di propaganda. Insomma, si mostra il paesaggio meraviglioso, ma non le buche nella strada percorsa. Anche perché le buche spesso emergono parecchi anni dopo. Eppure, sebbene in modo ovviamente più complesso rispetto ai piccoli eventi, il passaggio di informazioni è fondamentale anche qui.

Gli americani parlano di “lessons learned”. Ecco allora che chi si mette a organizzare un mega evento, una volta definito lo scopo, dovrebbe andare a studiarsi con diligenza la memoria di eventi simili. Ponendosi le stesse domande:

  • Dove sono andate bene le cose e perché?
  • Dove sono andate male le cose e perché?

Ingenuamente potrei dire: è possibile che il tormentone post mega eventi sia sempre lo stesso? Cattedrali nel deserto, impianti arrugginiti … possibile che gli errori degli eventi passati non possano divenire un antidoto per gli eventi del presente e del futuro?

Si è parlato tanto ultimamente di Roma 2024, le olimpiadi nella Capitale. Ecco, un lavoro fatto bene dovrebbe partire dalla memoria: olimpiadi estive passate, ma pure invernali. Che siano in Inghilterra o in Russia poco importa. E poi, viste le fragilità di questo nostro paese, andrebbe ripercorsa la storia dei nostri mega eventi: Torino 2006 e Expo 2015. Dove hanno fallito? Perché? Cosa dobbiamo fare per non ripetere gli stessi errori? Dove invece sono stati vincenti? Quali sono le nostre forze?

Parrebbe semplice buon senso, ma ahimè, la voglia di partire in genere vince e ci si lancia nel progetto e poco nella “storia”.

Progettare è meraviglioso. Ma se non conosco il terreno sul quale vado a costruire, rischio di combinare un bel disastro. E il terreno degli eventi è quello dell’esperienza, della memoria, dei successi e dei disastri. È da qui che si deve partire, per essere certi che l’evento non sia il lavoro di un’armata Brancaleone ingenua e spavalda, ma sia una vera macchina da guerra, capace non solo di proclami del tipo “Questi errori da noi si faranno più!”

Ma capace di non farli più per davvero.

L’analisi post evento ha giá altre tracce dentro questo blog: