Tre pensieri per uno sponsoring di sostanza

Alcuni giorni fa mi e capitato tra le mani un articolo interessante. L’ho pescato in una rivista tedesca di sport-business e racconta di come si stia cercando di capire se è possibile verificare un legame di causa – effetto tra la visibilità televisiva di uno striscione di un dato sponsor e l’aumento di vendite dei prodotti di quello sponsor. Cioè, in parole semplici: come si fa a capire se gli striscioni ben visibili in TV  condizionano le vendite?

Si potrebbe aprire un capitolo immenso su questo, sugli studi di neuromarketing fatti per capire cosa colpisce di più l’occhio tra le tante immagini che vengono registrare in contemporanea e a come queste immagini agiscono sul sistema nervoso ed emozionale. Oppure, ancora, si potrebbero usare studi di psicologia cognitiva per evidenziare che sono molti di più gli elementi che ci condizionano e dunque sperare in una causa-effetto dal risvolto certo e matematico è pressoché impossibile. O, molto più semplicemente, si potrebbero leggere le analisi sulle tendenze che emergono dal mondo delle sponsorizzazioni per capire che il classico striscione in campo di gara sembra una cosa vecchia. Una newsletter di Nielsen sui trend commerciali dello sport mette in luce chiaramente l’emergere sempre più vigoroso di altri modi che le aziende potrebbero sfruttare. Ne ho anche parlato qui tempo fa.

Sponsor conservatori o poco coraggiosi?

Sicuramente per le aziende sponsorizzanti il tema è centrale, ma la mia sensazione è che si rimanga ancorati ai modelli classici, forse per timore.  Mi spiego. Alcuni anni fa avevo proposto a uno sponsor di costruire una sorta di entertainment per il pubblico giocando su parole e sensi che ci accomunavano. Si trattava di integrare coinvolgendo gli spettatori musica, colori, e appunto, sensi comuni. Al responsabile marketing la cosa era piaciuta molto, ma sconsolato mi disse che alla fine dell’anno l’amministratore delegato voleva solo vedere quanto il brand si fosse visto in TV: quante ore, minuti, secondi e quanti paesi. Se poi questa visione televisiva avesse effetti sull’aumento di vendite interessava meno.

Non penso che la letteratura di cui ho parlato al principio di questo post sia sconosciuta ai dirigenti di grandi aziende. È però come se si sapesse che questa benedetta causa effetto non è calcolabile e ciononostante si continuasse a stare quasi solo dentro i vecchi paradigma. Ne ho scritto tempo fa a proposito del marketing sportivo al femminile: per un conservatorismo ottuso (e maschilista) si perdono occasioni di business.

A questo proposito mi viene in mente un aneddoto familiare. Mio fratello, tanti anni fa,  aveva conosciuto al mare dei bimbi un po’ più grandi di lui che per prendersi gioco di lui gli avevano detto che se avesse scavato in un dato punto avrebbe trovato un grande tesoro. Mia madre gli aveva spiegato che questi bimbi avevano inventato la storia per prenderlo in giro e lui l’aveva guardata serio e convinto le aveva risposto: “Lo so, ma io sono più furbo di loro, perché lo so, ma vado a scavare lo stesso!”

Lo sponsor visto da chi organizza eventi

Naturalmente: la pubblicità in TV vale, eccome. Ma è anche certo che è difficile calcolare quanto valga davvero. Se poi spostiamo il punto di vista verso chi organizza l’evento, le cose cambiano ancora. Anche perché non tutti gli eventi finiscono in TV, ma tutti gli eventi hanno bisogno di essere finanziati e in genere ciò avviene con le sponsorizzazioni. Mi piace allora fare tre riflessioni, o offrire tre spunti. I tempi sono sicuramente molto difficili e pare anche finita l’epoca dell’amico che ha la fabbrichetta e ti dà qualche cosa in cambio di uno striscione. Anche l’amico oggi deve verificare se quelle poche migliaia di euro hanno o meno un ritorno. E allora, forse è necessario partire dall’inizio (#backtobasics, è ciò che ho scritto nel mio ultimo post) e capire prima di tutto dove si vuole andare. Anche quando si cerca uno sponsor!

1. Dobbiamo sapere dove vogliamo andare.

Lo scopo dell’evento è il punto di partenza. Aldilà delle eventuali sponsorizzazioni tecniche (forniture di materiale o servizi per l’evento), i partners economici dovrebbero avere una connessione anche strategica e non solo nel tipo di brand ma anche nel modo in cui lo sponsor è integrato. Parecchi anni fa ero stata a un festival del jazz dove gli sponsor (i loro stand e prodotti) occupavano lo spazio sotto il palco e il pubblico era piazzato distante, una sezione (la mia) addirittura dietro delle sbarre, poi sfondate da spettatori incattiviti. Ora, mi viene da pensare, che lo scopo di quell’evento non fosse intrattenere il pubblico o promuovere il jazz, ma che lo scopo fosse dare solo visibilità a certi brand. Ovviamente non era così, ma il modo in cui fu gestita la partnership diffuse tra un pubblico insoddisfatto questa fastidiosa sensazione.

Sapere dove andare, quindi, mi deve guidare nell’orientare in modo chiaro sia nella scelta dei partners e sia nella costruzioni di azioni congiunte. E questo mi porta al punto successivo.

2. Anche l’evento è un brand.

Capita ancora oggi che si vada a bussare la porta di potenziali sponsor con atteggiamento più simile all’elemosinare che al proporre un business. In realtà l’evento è una piattaforma che offre una vetrina dinamica e potenzialmente molto attrattiva per forti relazioni b2b o per il contatto diretto con possibili consumatori finali.

È  però necessario costruire l’evento come fosse un brand. Ne ho parlato più volte nel blog, citando sopratutto Kevin Roberts e la sua idea di ROI inteso come come Return of Involvement. Questo significa che la navigazione deve essere certa e che deve essere certo il modo in cui si vogliono coinvolgere gli sponsor. Se noi non offriamo solo spazi per striscioni, ma puntiamo insieme a un ritorno anche emozionale, allora lo sponsor diventa co-costruttore dell’evento. Diventa attore insieme a noi. E questo, oltre ad arricchire la festa, ci arricchisce in termini di know-how. Io sono per le contaminazioni e le sponsorizzazioni attive ne sono un buon banco di prova.

3. Dobbiamo lavorare di più. Ed essere curiosi.

Alcuni anni fa a un convegno su business e sport (Sport Meets Business) un ospite mi aveva chiesto sconsolato come poteva fare a trovare sponsor. Lungi da me il salire in cattedra su un tema cosi complesso (soprattutto di questi tempi), mi ero tuttavia permessa di suggerire una cosa:  uscire dal pensiero tradizionale dello striscione ed entrare invece in una nuova modalità. Era il 2011 e nel frattempo questa spinta fuori dalla sponsorizzazione tradizionale è diventata incontenibile. Oggi il tema “experience marketing” è diventato di moda e ne ho parlato tempo fa, ospite del blog inglese “Event Manager Blog

Cosa vuol dire cambiare modalità? Innanzitutto si deve lavorare molto, molto di più. Marketing non vuol dire vendere. Vuol dire analizzare i dati, anticipare i tempi, intercettare i bisogni. Per fare tutto questo dobbiamo prima di tutto conoscere il nostro evento, il nostro pubblico, il nostro posizionamento, le nostre fragilità, i nostri punti di forza e poi dobbiamo individuare aziende che siano interessate a condividere il nostro linguaggio e che puntino  a quella che nel mondo dello sport si chiama fan base: i nostri fans, ovvero il pubblico che ama non solo ciò che mettiamo in scena, ma anche il nostro evento in quanto tale.

In conclusione: tutto è un po’ più difficile di prima. Ma è anche vero che questo essere difficile dischiude nuove possibilità. Certamente per stare al passo c’è bisogno di competenze solide e di uno sguardo curioso, continuamente curioso, su questo mondo che cambia di continuo.


Per andare oltre

Alcuni di questi temi sono già stati trattati nel blog:

 

Il futuro degli eventi sportivi è già qui: ecco a voi le nuove frontiere dello sportainment.

Tanti anni fa, ma forse nemmeno cosi tanti, accadeva che dentro una pista di Coppa del Mondo di Sci un cameraman gironzolasse con uno striscione di uno sponsor. Il geniaccio di  sponsor aveva pensato furbescamente di pagare direttamente il cameramen, confidando in una sua ostinata ripresa più sullo striscione che sulla gara. Costava meno dare un mazzetta all’operatore TV, insomma, che chiudere un contratto di sponsoring con gli organizzatori.

Erano anni in cui non c’erano agenzie, non c’erano regole e i campi di gara potevano essere una giungla. Oggi il mondo è davvero cambiato. Ma addirittura il modello 2.0 è ormai superato, ovvero quello delle agenzie che acquistano spazi e ci mettono gli striscioni, punto.  Vi pare strano? Ho seguito una presentazione di Marco Nazzari, Managing Director di Repucom Italia, quest’estate in occasione dello Sport Leaders Forum 2015. E, sebbene questo mio blog abbia un limitato taglio commerciale (i miei lettori lo sanno bene!) sentire da un esperto quali sono le nuove frontiere dell’intrattenimento, degli eventi e dello sport è quasi obbligatorio.

Una nuova rivoluzione sta arrivando! Leggete questa intervista e ditemi se riuscite a stare fermi.

Buona lettura, dunque, e buon lancio nel futuro.


Il mondo delle sponsorizzazioni di eventi sta mutando, quali sono le tendenze principali?

A livello mondiale effettivamente si sta evolvendo rapidamente, e volendo riassumere i principali trend sui quali si sta sviluppando se ne potrebbero individuare almeno 5:

Crescita Commerciale di Sport & Entertainment

Il principale fattore di sviluppo e di evoluzione del mercato delle sponsorizzazioni a livello globale e locale è la crescita stessa del valore commerciale dei settori dello sport e dell’entertainment, che mantengono la fondamentale capacità di attirare e di mantenere l’attenzione del pubblico, come poche attività e/o eventi al mondo. Il valore di questo elemento risulta preziosissimo per brand e sponsor interessati a investire in questo mondo, e la naturale conseguenza è la crescita esponenziale del mercato delle sponsorizzazioni. I dati ci confermano come le sponsorship rappresentino già oggi la principale fonte di ricavo per gli sportsmaker, e in proiezione il valore di questa voce nel 2018 sarà tre volte superiore a quello registrato nel 2004, a dispetto della crisi economica globale che ha colpito i mercati internazionali. Sempre più aziende investono in sport e intrattenimento, sviluppando inoltre differenti e innovative tipologie di eventi.

Partnership

La natura stessa del rapporto tra i brand/sponsor e i vari right holder nello sport e nell’entertainment non è più indirizzata a sviluppare un mero accordo di sponsorizzazione ma un vero e proprio rapporto di partnership tra le parti. La sponsorizzazione diventa quindi il punto di partenza per lo sviluppo di un business comune, che coinvolge i fan in prima persona e non si limita all’esposizione di un brand o di un logo su una maglietta. In questo senso la creazione di attivazioni sempre nuove per questo tipo di sponsorship risulta essere un momento chiave per la generazione di un valore comune.

Tecnologia

Lo sviluppo tecnologico e l’implementazione di nuovi strumenti di comunicazione e di broadcasting digitali (mobile, social, multi-device, etc.) rappresenta uno tra i principali fattori di evoluzione nel mercato delle sponsorizzazioni. Il ventaglio di possibilità per legare il proprio nome e la propria immagine a un evento, un testimonial o un right holder in generale si è ampliato notevolmente, in particolare nella direzione di un maggior coinvolgimento per l’utente. Il fine diventa quello di creare un’esperienza a 360° gradi per il singolo individuo, che anche temporalmente viene sempre più coinvolto prima, durante e dopo il singolo evento. Le opportunità aperte dal mondo social e digital sono pressoché infinite e in continua rapida evoluzione.

Data Analysis

La progettazione e lo sviluppo di accordi di sponsorizzazione tra brand e right holder passa sempre più spesso da un’analisi quantitativa e qualitativa del mercato, che diventa momento fondante e cruciale per il successo dell’intero progetto. La valutazione e la ricerca di mercato, l’analisi dei competitor e delle best practice del settore, e in generale un’approfondita attività di benchmarking rappresentano step fondamentali per qualsiasi partnership commerciale. Poter basare le proprie scelte e le proprie attività di sponsorizzazione su dati concreti e reali, misurabili e tracciabili, nonché conoscere i propri fan e i propri follower e comprenderne comportamenti e tendenze, è diventata una necessità vera e propria per tutti gli attori di questo mercato. Da un lato i brand/sponsor cercano di comprendere chiaramente e analiticamente come raggiungere i target per loro rilevanti, dall’altro i right holder necessitano di valorizzare sempre più il proprio appeal, la propria presenza sui media e il valore commerciale in genere. In questo senso Repucom offre un servizio completo e personalizzato a questa variegata rosa di player, affiancandone le attività e le scelte commerciali nello sviluppo di sponsorizzazioni dalla fase di analisi preventiva fino al monitoraggio e alla valutazione dei risultati, al fine di ottimizzarne le performance e i risultati.

Corporate Social Responsibility

Lo sviluppo di programmi di CSR è sempre più un elemento chiave per chi opera nel mercato delle sponsorizzazioni. Oggi infatti si sviluppano eventi interamente dedicati ad attività per la comunità e/o socialmente utili, connessi e integrati nelle attività di pura sponsorizzazione. Mantenere e sviluppare un’immagine affidabile e trasparente rappresenta una priorità per le aziende e le società che operano nei settori dello sport e dell’entertainment poiché è un’importante occasione di branding dall’alto impatto positivo sull’opinione pubblica.

Siamo abituati a considerare il valore commerciale di un evento in base all’audience televisiva. Ma i dati ci dicono che spesso sono i dispositivi mobili ad essere più utilizzati, soprattutto dai giovani. È possibile integrare i dati di “media consumption” e avere un quadro di fruizione mediatica degli eventi sportivi che tenga conto di queste nuove abitudini?

Attualmente la valutazione commerciale di un evento esula dalla semplice analisi dell’audience televisiva dedicata o dell’exposure generale sui media tradizionali, ma considera necessariamente in maniera integrata anche una serie complessa di interazioni e di modalità di fruizione del contenuto che le nuove tecnologie permettono. Per quanto infatti le analisi sul consumo televisivo abbiano raggiunto un livello di profondità e di dettaglio molto specializzato, è evidente come lo sviluppo di molteplici devices mobili abbia amplificato il ventaglio di mezzi di comunicazione a disposizione del singolo utente. La necessità di analizzare queste svariate modalità di fruizione dei contenuti sui media, al giorno d’oggi, è diventata cruciale per gli sponsor così come per i right holder, in particolare in settori come lo sport e l’entertainment.

Proprio per seguire questo trend abbiamo integrato nei nostri servizi di ricerca e di monitoraggio del mercato un’analisi dedicata alla fruizione dei contenuti in “second screen”, che è diventata sempre più rilevante con l’evolversi della tecnologia mobile e con lo sviluppo di devices sempre più potenti. L’obiettivo finale è da un lato quello di comprendere sempre meglio i comportamenti e le tendenze di fruizione dei tifosi e degli appassionati di sport, e dall’altro quello di valutare nella maniera più accurata e approfondita possibile il consumo mediatico di un evento e quindi il suo valore reale.

Kevin Roberts, CEO di Saatchi&Saatchi, a proposito dello sport ha parlato del valore del ROI inteso come Return on Involvement, ma è anche vero che ciò che non è misurabile non è migliorabile. E allora: nella complessità delle attuali diversificate forme di presenza delle aziende (striscioni, pubbliche relazioni, attivitá B2B, VIP Incentives e cosi via) come si fa a misurare il reale valore dell’investimento e il ritorno effettivo?

Il reale valore di un investimento in sponsorizzazione dipende chiaramente da un complesso mix di elementi tramite i quali una singola azienda può essere presente sul mercato. La valutazione di questi fattori si è quindi evoluta di pari passo con lo sviluppo di forme così diverse di comunicazione e il supporto di innovativi mezzi tecnologici permette oggi di misurare e monitorare in vari modi il livello di involvement di un singolo individuo nei confronti di un evento sportivo o di entertainment, in tutte le fasi di consumo e fruizione.

L’alto grado di personalizzazione nei progetti di valutazione e di ricerca odierni permette di sviluppare sistemi e metodologie integrate di analisi, che considerino molteplici indicatori del coinvolgimento di un consumatore. La stessa evoluzione delle attività proposte al pubblico nei settori dello sport e dell’intrattenimento, con l’introduzione di esperienze che coinvolgono direttamente l’utente (come ad esempio concorsi interattivi, test drive, digital experiences, etc.), permette di monitorare in maniera molto dettagliata le interazioni utente-brand e quindi eventualmente di valutarle anche dal punto di vista economico tramite indicatori ad hoc. L’ulteriore step nell’ambito dell’analisi e nella valutazione di mercato sarà la diretta rilevazione delle conversioni in acquisto, oltre che delle percezioni e dell’engagement generato. In questa direzione tuttavia, la complessità del mercato non permette sempre di ricollegare direttamente un’eventuale esperienza positiva con l’effettivo acquisto successivo, o perlomeno non ancora.

I social media sono un medium che aumenta il valore di un evento sportivo o consentono solo una crescita di awareness? Anche in questo caso: quali sono i parametri di cui tenere conto?

I social media rappresentano una risorsa fondamentale per l’evento o la società/right holder sportivo, poiché sono di fatto il più diretto canale di comunicazione con la fanbase ed il singolo utente. La crescente rilevanza e centralità di questi mezzi e di queste piattaforme li rende elementi cruciali per la valorizzazione di un evento sportivo, e all’interno di un accordo di sponsorizzazione diventano quindi un touch point fondamentale tra lo sponsor e il consumatore finale, che sia il tifoso sfegatato o l’appassionato occasionale. Per la funzione che ricopre questo medium, la presenza costante e integrata sui social network è diventata una vera e propria necessità per gli sponsor così come per le società sportive. Di pari passo, dunque, è diventato sempre più importante monitorare le attività digitali e social di questi player sul mercato, per poterne valutare i risultati e l’efficacia reale.

Noi in Repucom, abbiamo ad esempio sviluppato una metodologia ad hoc dedicata alla dimensione digital, che permette di analizzare il livello di engagement generato negli utenti dai singoli contenuti digitali, valutarne la percezione e il sentimento espresso quando ne parlano, nonché di profilarne e confrontarne gli interessi e le affinità in comune, a seconda di quali siano il target e gli obiettivi del cliente.

Questo tipo di indicatori e di parametri sono in grado di esprimere l’effetto reale dei contenuti pubblicati e diffusi via social media, fornendo indicazioni concrete a sponsor e a right holder per ottimizzare costantemente le future attività di comunicazione e di attivazione legate all’attività di sponsorizzazione.

Eventi sportivi 2024: viste le tendenze odierne, qualora Roma dovesse ospitare le Olimpiadi, quali potrebbero essere le nuove modalità di fruizione dei suoi spettatori?

Roma 2024 sarebbe certamente un’occasione importante per sviluppare innovative modalità di fruizione per gli eventi sportivi nel mercato italiano, in particolare considerata la portata e la rilevanza dell’evento. Tuttavia, ipotizzare ora quali possano essere le reali modalità di diffusione e di comunicazione di un evento in programma tra quasi 9 anni risulta particolarmente complicato. Ciononostante, alla luce dei trend che il mercato delle sponsorizzazioni indica a livello globale, fortemente influenzati dalla continua innovazione tecnologica, si può certamente prevedere un rinnovato utilizzo degli strumenti digitali e in particolare delle tecnologie mobile, per supportare sempre meglio sistemi di interazione one to one ed in tempo reale tra gli utenti/spettatori e l’evento sportivo. In questo senso, alcuni esempi di live twitting o streaming sono stati già attivati nelle realtà italiane (ad es. Live twitting in-stadium durante l’ultimo Derby di Milano), grazie al supporto di software che permettono la connessione tra smartphone e vari strumenti di visibilità digitale negli stadi (e.g. LED, etc.). L’evento sportivo diventa sempre più digital e social, proprio con l’obiettivo di ampliare le possibilità di interazione per i tifosi e di migliorarne il livello di engagement.

Grazie Marco Nazzari per questa intensa intervista!

Perché il “saper fare” non basta quando si mette in scena lo sport.

Questo testo si collega al mio precedente post ed è il mio contributo alla discussione “Sport e nuove professioni”  al Festival delle Professioni di Trento.


Il mestiere di chi organizza eventi sportivi

Un evento sportivo racchiude in sé diverse funzioni e diversificate competenze. Organizzare un evento sportivo oggi richiede, infatti, conoscenze e pratiche altamente specializzate. Da un lato si devono conoscere le materie: lo sport, prima di tutto, ma pure quelle materie classificate come operations (trasporti, accreditamenti) o servizi (alla stampa, agli spettatori, agli sponsor e così via). Queste materie vanno poi gestite da altre competenze, quelle classiche del management (dalla definizione di strategia e obiettivi alla gestione di risorse all’impostazione di un’organizzazione). Sovente, invece, accade ancora che proprio il management sia misconosciuto. “Sono un uomo (o una donna) di sport! – si dice – Questo conta, tutto il resto non serve.”

Un evento sportivo però ha anche due altre caratteristiche che possono esplicarsi come “rischi”.

I rischi palesi degli eventi sportivi: tempo effimero e red carpet

Un evento è prima di tutto effimero e dunque con una data di scadenza ben definita. Ciò invita a una riflessione più complessa sul ruolo del management, che di fatto non dovrebbe preoccuparsi solo degli obiettivi/strategie dell’evento in sé, ma pure di obiettivi e strategie post-evento.

L’evento diviene cioè strumentale a una legacy che si vuol lasciare in un territorio, in una comunità. Un evento sportivo di successo non lo è per davvero se dopo, spento il braciere e consegnate tutte le medaglie, rimangono piscine arrugginite e trampolini decadenti. Non è sufficiente mettere in scena una grande festa avente al suo centro lo sport in cui tutto funziona. Quella è solo una fase dell’intero processo, oltretutto una fase che rischia di confondere (o nascondere) l’obiettivo reale. In modo più articolato ne ho parlato qui e qui.

Questa riflessione crea il collegamento per il secondo aspetto, che è fortemente connotativo degli eventi sportivi ed è quello, che io amo definire, il “malinteso del red carpet”. Un evento sportivo, soprattutto se internazionale, richiama grande interesse mediatico. E dunque esiste il rischio, tangibile, di confondere il proprio ruolo. Nel peggiore dei casi proprio i riflettori vengono puntati su sé stessi e lo sport diviene strumentale a strategie di potere dove la bellezza del gioco è manipolata per scopi ben diversi dal gioco stesso.

L’organizzatore di un evento sportivo è al servizio di qualcosa. È colui che stende il tappeto rosso per altri. È colui che sta dietro la telecamera e se ci sta davanti è solo per svolgere la propria funzione. È colui che fa sfilare sul tappeto rosso – che lui stesso ha steso –  gli atleti, gli spettatori, i giornalisti, i fotografi, ovvero tutti gli altri. Il professor Moreno Mancin, in un suo libro sui bilanci delle società di calcio (pagina 30), racconta bene come le società di calcio italiane, quando ancora erano senza scopo di lucro  non avevano investito sul management e sulle competenze. Essendo senza scopo di lucro, l’unico reale ritorno dei dirigenti era la visibilità mediatica e politica. Le conseguenze si pagano ancora oggi.

Gli sviluppi degli eventi sportivi: dilettantismo e professionismo

Questo è un nodo fondamentale nel passaggio – che stiamo vivendo oggi – tra dilettantismo e necessaria professionalizzazione. Il rischio é che permangano abitudini “antiche” per cui, tolta la passione, rimane lo sfruttamento dell’evento per scopi, diciamo pure, personali. Un problema diffuso, non solo nelle grandi società, ma pure in quelle piccole e in modo particolare in quelle che ancora oggi sono non profit, ovvero nella maggioranza delle società che si occupano di eventi sportivi. Nulla contro il non profit. Al contrario. È del non profit il concetto di falso dilettante, ovvero dilettante da un punto di vista formale, professionista sul piano reale.

Una strada possibile: la formazione

Diventa pertanto fondamentale educare, formare, creare, appunto, nuovi professionisti che mettano sé stessi al servizio del mestiere di – chiedo scusa per l’anglicismo – sport event manager.

In questo passaggio molto importante (in Italia in questi ultimi anni sono cresciute le scuole di formazione relative allo sport business), bisogna evitare un’altra trappola. E le storie che stiamo leggendo in questi giorni, anche sui fatti italiani, ci dicono che è urgente creare un “movimento” sulla formazione professionale di funzionari sportivi che tenga conto delle competenze, ma anche di concetti – scansati spesso con ipocrisia e nonchalance – come etica e responsabilità. Non basta saper far bene le cose. È assolutamente necessario essere anche consapevoli quale sia la materia pregiata che si sta trattando.

E forse è proprio sulle scuole di formazione che si deve puntare. I corsi di sportbusiness preparano ottimi manager o marketer, ma è necessario che preparino anche i dirigenti consapevoli di maneggiare, non oggetti, ma valori. E dunque si potrebbe educare allo sportbusiness partendo dalla sociologia dello sport, dalla storia dello sport, dalla filosofia dello sport… Per forza di cose – se ci limitiamo a grafici su revenue e profitto – avremo sempre più una generazione di dirigenti sportivi che sfrutterà il gioco spolpandolo del suo senso e riducendolo a mera industria dell’intrattenimento. Ci appassioneremmo lo stesso, presumo, ma perderemo qualcosa di prezioso e per noi, in quanto esseri umani, sarebbe un gran peccato.

Un organizzatore di eventi dovrebbe essere un consapevole mediatore emozionale sapendo quanto delicato sia il tema “emozioni”.

E se ci ostinassimo a insegnare  lo sport non solo come “revenue”, non solo come “marketing”, ma pure come magia – quella magia che vivendola ci rende persone migliori – probabilmente il business troverebbe una via umana per far crescere lo sport, senza violentarlo.

Tre domande da mettere nella valigia di un event manager.

Questi ultimi giorni prima delle vacanze estive sono stati intensissimi. Tre incontri, uno per giorno, tre stili, tre modi,  tante parole diverse eppure tutti e tre con un tema comune: sport (con riflessi che mi piace linkare anche agli eventi culturali).

E allora, siccome sono state davvero tante le seduzioni che mi sono cadute addosso, mi piace pescare un po´ di materia – dentro questi tre giorni – da cacciare in valigia per le mie vacanze. Idee, analisi, riflessioni, pelle d’oca vissuta, dubbi emersi, curiosità, voglia di capire meglio … tutte cose che nella pace di una vita off-line, all’ombra di un albero, a piedi nudi su un prato, possano insieme a me, lasciarsi fluire in modo rilassato e lievitare con calma.

Parto dall’ultimo dei tre incontri.


Sport Leader Forum: parola d’ordine engagement.

engagement SLF2015[Milano, Auditorium Bosch] Professionisti dello sport, manager di aziende, dirigenti del mondo media si sono trovati per capire lo stato delle cose e definire anche cosa si possa fare per migliorare la visibilità e il business dello sport. Un incontro pieno  zeppo di stimoli e con una – per me inedita – sincera voglia di condividere uno scopo: crescere insieme. I temi trattati sono stati parecchi, ma a me, per questo post pre-vacanziero, piace estrapolare soprattutto il tema sulla partecipazione del pubblico e delle aziende, che oggi, si può riassumere con una parola: engagement. Siamo tutti d’accordo che limitarsi a una “normale” trasmissione televisiva o alla messa in scena di una competizione e basta non sia più sufficiente. Ciò che trovo però davvero interessante, ovvero ciò che vorrei cacciare appunto in valigia, è che:

  1. La televisione oggi è uno strumento ancora molto usato in Italia, ma in parte inadeguato al nuovo pubblico
  2. I giovani chiedono di essere coinvolti e di essere protagonisti e i social rispondono bene a questo loro bisogno.

Dove sta il problema? È che in parte ci muoviamo ancora con una mentalità un po’ demodé, perché per agire in modo “efficace” dentro questi nuove modalità di fruizione dello spettacolo sportivo (si chiama sport media consumption), si dovrebbe:

  1. saper studiare i dati (l’audience televisiva è anonima, quella social ci offre infinite identità),
  2. mettersi lì con le aziende, seduti a un tavolo, e individuare valori comuni (la grammatica valoriale condivisa) per definire insieme attività di partnership che vadano oltre il “io ti do i soldi, tu appendi un mio striscione”.

Questo tema, a mio avviso, è molto interessante anche per gli eventi culturali.

Inoltre, e questa è la cosa che in Italia ancora si fatica a interiorizzare, il pubblico di eventi sportivi non va allo stadio solo perché tifoso. C’è una grossa fetta di gente (tra il 35% e il 50% a seconda degli eventi) che ci va per vivere una giornata di festa, per il divertimento. E dunque: è anche a loro che si deve pensare (tempo fa ne ho parlato qui).

Ecco allora la suggestione che voglio mettere in valigia:

>>> I giovani di oggi (detti millenials) saranno gli spettatori (e i clienti) adulti di domani. Che vogliamo fare?


Incontri in montagna: a proposito di estetica (dello sport, del turismo, dei luoghi)

incontro su sport ed estetica[Bosco di Barbiano – Sudtirolo – Casa SettariPuò sembrare un po’ schizofrenica la mia vita, ma la sera prima di andare a Milano, insieme al mio babbo – che ha scritto di filosofia dell’estetica –  siamo stati invitati in una casa in mezzo a un bosco a parlare di estetica e sport (sulla bellezza dello sport e il management scrissi qualcosa tempo fa in questo blog). Eravamo gente di montagna o che ama la montagna e che si è interrogata sulla bellezza dello sport, su come si possa preservarla e naturalmente sul rapporto tra turismo e sport. Il tema engagement è riaffiorato di continuo, sebbene con parole diverse. Soprattutto però, come in un parallelismo perfetto, è emerso il conflitto latente tra mercato versus sport e tra turismo di massa versus autenticità.

I presenti a questo incontro lamentavano l’eccessivo sviluppo turistico di certe zone anche dell’Alto Adige (e lo dicevano da turisti!) ma, rispondevo io, anche se ciò é vero, grazie al turismo di massa la comunità montana è potuta rimanere in montagna, le valli non si sono svuotate come altrove ed io, ad esempio, essendo crescita in una località turistica proprio grazie alla ricchezza portata dai visitatori ho potuto frequentare l’università. Insomma, il solito conflitto riaffiora. Nello sport è tra fairness e attravittá, e nel turismo tra crescita economica e sostenibilità, dove la sostenibilità non è solo  ambientale, ma anche culturale ed estetica.

Il finto sport – come mera industria dell’intrattenimento – e la finta destinazione turistica – come unica risposta a uno sviluppo economico – sono una trasformazione inevitabile?

Questa domanda può avere un senso porsela non solo per lo sport ma anche per la cultura e  non solo in Italia, ma anche in paesi lontani. Un dilemma senza vie d’uscita?

Domanda difficilissima, alla quale non posso rispondere ora, e dunque la metto in valigia e me la porto in vacanza:

>>> È possibile garantire una crescita economica allo sport (e alle località turistiche e alle città, ai luoghi) preservandone l’autenticità? E una chiosa: cosa vuol dire autenticità?


Gustav Thoeni e Ingemar Stenmark, ovvero less is more

Thoeni-Stenmark[Ortisei – Casa della cultura Luis Trenker] Chiudo questo post con un evento memorabile che ha aperto la mia passata settimana. In occasione della presentazione di un libro che racconta l’incredibile storia delle Finali di Sci del 1975, sono giunti in Val Gardena i due fuoriclasse, Thoeni e Stenmark, che si erano sfidati quarant’anni fa per aggiudicarsi la coppa del mondo. Era il 1975. Erano anni da Tv ancora spesso in bianco e nero. Quell’evento sportivo entrò nella storia e non solo per la pazzesca emozione sportiva. Il fatto davvero sensazionale fu che in Val Gardena arrivarono 40.000 spettatori, in tempi in cui non c’era internet, non c’erano i social, non c’erano telefoni cellulari. Era stato il grande confronto agonistico ad aver attirato tutta quella gente. E quelli che non erano saliti in valle, erano rimasti a casa incollati alla TV, che registrò allora indici d’ascolto record.

La domanda sorge spontanea. Senza grandi strategie di comunicazione, senza campagne mediatiche costruite per confezionare il personaggio atleta, senza pubblicità, questi due signori, di poche parole per loro carattere, in ottima forma, ed eleganti come due gentlemen sono riusciti – allora – ad attirare 40.000 spettatori e – oggi, dopo quarant’anni- a gremire un teatro di loro ammiratori emozionati e felici. Come è possibile? Questa è la domanda che ho posto a entrambi ed entrambi mi hanno dato un risposta simile. “Allora, in inverno – ha detto Gustavo – c’eravamo solo noi. Oggi ci sono tante gare, tante discipline e l’interesse forse si disperde”. E Stenmark ha allargato la riflessione semplificandola: “Oggi c’e troppo di tutto”.

Che esemplare umiltà in queste risposte. Poche parole, ma chiare. Ma accipicchia, qui si propone un altro bel dilemma. Ai loro tempi, dicono, era facile. Il mondo degli inizi degli anni Settanta era ben diverso da oggi.

Ecco allora la riflessione da mettere in valigia e costringerla ad affacciarsi su nuovi orizzonti:

>>> Se è vero che “less is more”, oggi che viviamo nel tutto-tanto, nel mordi e fuggi, nel barocco esperienziale, è possibile guardare ai tempi passati, senza divenire nostalgici romantici, e individuare solide linee guida che ci possano orientare ancora?


Pronti per la villeggiatura?

Cari lettori, speravate che vi consigliassi 10 libri da spiaggia? Vi invito invece a chiudere tutto, spegnere tutto e portarvi dietro, come ai tempi di Thoeni e Stenmark, solo l’essenziale: uno zaino, occhi per guardare, i vostri pensieri e – se volete –  le mie domande messe a riposo nel dolce girovagar per terre nuove. Ma se proprio volete un consiglio di lettura, potresti portarvi appresso il mio libro, fresco di stampa.

Ci rivediamo a settembre. Buone vacanze!

Perché la filosofia può salvare lo sport e nutrire il management

« Chi pensa sia necessario filosofare deve filosofare e chi pensa non si debba filosofare deve filosofare per dimostrare che non si deve filosofare; dunque si deve filosofare in ogni caso o andarsene di qui, dando l’addio alla vita, poiché tutte le altre cose sembrano essere solo chiacchiere e vaniloqui.» Aristotele

Recentemente un mio amico mi ha detto che talvolta comunico troppi dubbi. Lì per lì non ci ho dato tanto peso, a queste sue parole, ma poi domenica mi sono tornate in mente. Me ne stavo sdraiata sotto un pino nel bellissimo parco del Valentino a Torino a leggere e di tanto in tanto mi chiedevo, distraendomi dalla lettura: “Chissà che opinioni ci saranno sul mio libro appena uscito?” Insomma, fluttuavano non proprio dubbi, ma quesiti.

Immaginavo i potenziali lettori e prevedevo già le loro obiezioni.

Mi piace definirmi ingenua e il mio libro a taluni potrebbe parere ingenuo. Semplicemente perché offro una possibilità agli eventi sportivi. Perché metto in discussione il depauperamento dello sport a favore di speculazioni volte solo al profitto di alcuni. E segnalo i rischi che ci sono quando un evento viene considerato solo nel suo essere e non nel suo divenire. Non solo, nel libro vado a caccia delle radici e mi chiedo da dove nasca questo conflitto tra etica, sostenibilità e speculazioni e ne identifico i luoghi di ispirazione: cioè concetti e valori che non sono per nulla di ostacolo alla pratica manageriale, al contrario, possono invece non far altro che migliorarla ed esaltarla. La mia ingenuità in realtà non solleva dubbi. Al contrario: offre risposte.

Mentre me ne stavo sotto quel pino a pensare – dunque – a queste cose, sfogliavo il settimanale tedesco “Die Zeit”, che amo perché ogni volta mi fa crescere, mi fa scoprire qualcosa di nuovo, che sia nella cultura, nella scienza, nella tecnologia o nell’economia. É una specie di Internazionale (che spesso traduce articoli da Die Zeit) tutto tedesco.

E, potenza delle coincidenze, trovo un’intervista a un filosofo tedesco, Wolfram Eilenberger, interpellato per parlare dei guai nel calcio, nella FIFA. Non è magnifico che si voglia cercare di capire cosa accade al calcio internazionale parlando con un filosofo? Ho iniziato subito a leggere avidamente l’intervista e ci ho trovato … pezzi del mio libro. Non che io sia il genio, per carità, e men che meno una filosofa. Semplicemente anch’io mi sono affidata alla filosofia per capire meglio, esattamente come il giornalista di Die Zeit. Ed è questa quella che io chiamo l’ingenuità. E forse è da qui che partono i dubbi. Farsi un sacco di domande e cercare risposte. Anche se il filosofo tedesco mi corre in soccorso e in un passaggio di questa intervista definisce l’ingenuità come un misto di ottimismo e speranza.

L’intervista è ovviamente in lingua tedesca e chi volesse (o sapesse il tedesco) trova qui la prima parte.

Mi permetto però di tradurne alcuni stralci, che trovo davvero stimolanti. Se avessi letto questa intervista in fase di redazione del libro, sicuramente li avrei citati. Lo faccio qui, come una sorta di chiosa al volume ‘Lo sport va in scena.

I due percorsi umani del calcio

Il filosofo Eilenberger, punzecchiato da Die Zeit, sostiene che nel calcio si intersecano due percorsi dell’uomo (nel senso proprio di essere umano).

Quali? – chiede l’intervistatore.

“Lo sportivo – dice Eilenberger – persegue gli ideali dell’eccellenza, che sono anche carichi di questioni etiche. Gli sportivi sono individui che si perfezionano attraverso l’esercizio. Questo esercizio sottostà a regole. L’individuo, come lo intende per esempio Peter Sloterdijk (filosofo tedesco, ndr) è un essere che attraverso l’esercitarsi tende verso la perfezione. Questa è anche l’essenza del calcio. Questo tendere (streben in tedesco) viene spesso gestito dentro le federazioni da soggetti, che incarnano esattamente il contrario degli ideali sportivi. Per così dire i gemelli malriusciti: lo sportivo – gli individui corruttibili. I quali si fanno le regole in casa e le violano durante le competizioni a cuor leggero. Questa grande contraddizione rende il conflitto difficilmente comprensibile agli occhi degli osservatori.”

E poi aggiunge che i calciatori vivono dentro un mondo chiuso, poiché è da quando sono bambini che devono tendere alla perfezione e all’eccellenza. Entrano nell’età adulta quando la loro carriera è già terminata. Vivono perciò dentro un isolamento, perché conoscono solo quel mondo lì e da sempre, isolamento che si ripercuote anche sulle federazioni.

Il secondo percorso cui faceva riferimento? – chiede l’intervistatore

“Il guadagno finanziario che si può ricavare per essere parte di questo circolo vizioso del professionismo (isolamento) non lo si vuole perdere. Questa dipendenza lega il sistema al suo interno. Nel calcio si dice da sempre “questa cosa la risolviamo internamente”. Ma questo è un linguaggio mafioso. Per di più ne deriva che il calcio è stato gestito per tempi spaventosamente lunghi in modo assolutamente non professionale. Una carriera di successo da calciatore o una particolare abilità nei colpi di testa ha portato (gli sportivi di successo) a ruoli manageriali dentro la società. Ci sono ben poche aziende di tale dimensione che sono state gestite in modo meno professionale delle società di calcio”.

Il problema del calcio? La mancanza di professionalità.

Anche nella FIFA? – chiede l’intervistatore

“Guardi – risponde il filosofo – la tragedia sta proprio qui: che da un punto di vista manageriale la FIFA di Blatter sia stata gestita male non lo ha mai fatto notare nessuno. (…)”

E il perché sia gestita male, lo spiega in una seconda puntata in edicola questa settimana: troppo spesso sono sportivi che si candidato alla presidenza o a ruoli di top management e questo porta a mancanza di competenze e problemi di integrità.

Perché appunto, il calcio è un mondo chiuso che si gestisce le sue cose dall’interno.

Trovo davvero interessante questa lettura: il calcio (ma in fondo ciò può valere anche per sport meno ricchi) si autoalimenta dall’interno, anche in termini di risorse umane e di dirigenti. Questo porta a una forma di isolamento, di chiusura, di povertà in termini di competenze e a una montagna di panni sporchi gestiti in casa secondo regole proprie. Lo sport, dentro tutto ciò, si è perso di vista, perché questo sistema, solo in questo modo sembrerebbe potersi alimentare.

La speranza, in realtà, il filosofo la esprime: ci sono alcuni dirigenti in Germania che stanno avviando “ingenuamente” una trasformazione.

Anch’io voglio essere ottimista. E sono felice di aver potuto condividere con voi queste riflessioni. In questo blog, questi temi hanno già trovato amplio spazio. Mai, tuttavia, secondo un ragionamento che mira al nucleo in modo così affascinante. Ecco perchè ascoltare i filosofi ci fa bene.

Se vi va di ricostruire stralci, decisamente più modesti, dei miei pensieri “ingenui” vi invito a cliccare qui: